PITTURA DEL CONFLITTO
MITO E arte Fra Scontro ED ESISTENZA
di Fabrizio Mastio
Il concetto di “conflitto”
caratterizza da sempre le
interazioni umane. Non si presenta
esclusivamente come evento bellico
finale o come atto di violenza
manifesta, ma come emersione della
necessità di tracciare i confini
della diversità.
Nel mito di Aracne viene descritto
il confronto tra l’umana innovazione
e la divina perfezione. L’orgoglio
di una fanciulla della Lidia, figlia
di Idmone di Colofone, abile
nell’arte della tessitura, sfida la
dea Atena, una delle divinità più
venerate nell’Antica Grecia. Aracne
realizzò un’opera in tessitura
raffigurante gli amori degli dei. La
dea, di fronte a tanto talento, non
poté fare altro che distruggere la
creazione, spingendo Aracne, in
preda alla disperazione a impiccarsi
con una fune. Tuttavia, Atena impedì
alla giovane di morire, trasformando
la fune in una ragnatela e lei in un
ragno, da cui infatti deriva il
nome.
La condanna per aver sfidato il
potere divino, come riportato da
Ovidio nelle Metamorfosi, fu
il dover perennemente restare appesa
alla tela. Dante Alighieri ne
rievoca le vicende nell’Inferno,
Canto XVII, 18:
“Nè fur tai tele per Aragne
imposte”
e nel Purgatorio, Canto XII, 43-45:
“O folle Aragne, si vedea io te
Già mezza aragna, trista in su gli
stracci
Dell’opera che mal per te si fe'”.
Il conflitto è confronto e tensione,
talvolta ambizione o difesa di una
posizione, spesso affermazione di
un’identità, dove la
contrapposizione esprime la naturale
tortuosità dell’esistenza. Nella
pittura il tema si manifesta
attraverso lo sguardo di artisti che
catturano un’emotività policroma: il
conflitto in una dimensione sociale,
universale, esistenziale e
relazionale.
Peter Bruegel il Vecchio
(1525/1530 circa - 1569), Pieter
Paul Rubens (1577-1640),
Edvard Munch (1863-1944) e
René Magritte (1898-1967)
esprimono su tela il contrasto come
costante e inevitabile esperienza
del vissuto.
Conflitto e socialità
Peter Bruegel il Vecchio non
fu solo un maestro della pittura di
genere. Nelle sue opere emerge
un’autenticità rinvenibile tra i
popolani, figure considerate
spassose, ma distanti dalle maschere
portate con affettazione nei palazzi
signorili. Non c’è snobismo nella
rappresentazione della vita rustica,
ma ricerca del vero, che spesso è
razionalità mista a follia ed è nei
ceti più bassi che la misura del
reale appare in una purezza che
misura la distanza da ipocrisie e
convenzioni.
Nell’olio su tavola (118x164,5 cm),
Lotta tra Carnevale e Quaresima,
custodito presso il
Kunsthistorisches Museum di Vienna,
viene presentata una veduta sociale:
a sinistra, la rappresentazione del
Carnevale, sul lato destro, la
Quaresima. La scena opera una
fusione tra architettura urbana e
sociale. Il Carnevale è
simboleggiato da un uomo corpulento
seduto a cavallo di una botte,
attorniato da personaggi dediti ad
attività ludiche: si beve, si
mangia, si improvvisano scene
burlesche. Nella sezione opposta,
una donna gracile siede su una sedia
trainata con funi da un frate e una
monaca.
Il dipinto esplora il conflitto in
uno scenario di composizioni
architettoniche e sociali. Da una
parte la leggerezza e il clima
festoso, dall’altra, il sacrificio e
il clima austero. Opulenza e miseria
sono l’architrave del tempio della
vita. Da un lato una chiesa,
dall’altro un’osteria, ma non viene
dipinto esclusivamente il sacro e il
profano: vi è un’interpretazione del
buio come velo che avvolge il
Luteranesimo, identificato col
Carnevale e il Cattolicesimo,
simboleggiato dalla Quaresima.
L’artista vede vizio e follia e li
rappresenta con una coppia di due
figure che, al centro dell’opera,
appaiono di spalle, guidate da un
buffone. La donna porta una lampada
spenta sulla schiena: l’oscurità che
avanza.
Nella raffigurazione affiora anche
indifferenza, quella nei confronti
dei mendicanti, tranne la donna con
bambino in basso a destra, che
riceve l’elemosina, mentre l’uomo
vestito di rosso e azzurro, simbolo
di peccato e inganno, pare concedere
l’obolo più per catarsi che per atto
di generosità.
Nella sezione dedicata al Carnevale
trovano spazio una celebre farsa,
La sposa suicida, rievocazione
di un matrimonio zingaro e una scena
tratta dal ciclo carolingio,
Ursone e Valentino.
Bruegel utilizza una palette
cromatica che richiama terra e
fango, sangue e sudore, vita e
lotta: dipinge l’opposizione tra la
vita come necessità o come
opportunità, come dovere o come
piacere. L’artista rappresenta
quanto di più imperfetto
caratterizzi l’essere umano: il
perenne conflitto insito
nell’esistenza.
Conflitto e universalità
Pieter Paul Rubens,
fiammingo, considerato a pieno
titolo un precursore del Barocco,
entrò in contatto con l’arte di
Raffaello, Michelangelo, i pittori
della Scuola veneta e Caravaggio.
L’uso della luce e la composizione
delle opere, caratterizzate da un
concetto di spazio innovativo e da
una cromaticità piena, collocano
questo maestro nell’atelier di
coloro che riescono a catturare un
particolare caravaggesco,
proiettandone la grandezza
rinvenibile negli affreschi di
Michelangelo: un Barocco
classicheggiante.
L’olio su tela (206 x 345 cm) Le
conseguenze della Guerra
(1637-1638), custodito presso
Palazzo Pitti, Galleria Palatina, a
Firenze, offre una rappresentazione
universale della sofferenza patita
dall’inerme di fronte alla furia
della guerra. Classico e Barocco
rivelano un’espressione muscolare di
violenza e drammaticità attraverso i
volti con lo sguardo rivolto verso
l’etere. Forza e debolezza, luce e
contrasto compongono un dinamismo
che rende arduo identificare il
protagonista principale dell’opera.
Al centro una donna, in realtà
Venere, svestita, con la pelle
chiara e una fluente chioma bionda,
che cade sulla schiena, viene
trattenuta da due putti, mentre a
sua volta trattiene un soldato dalla
carnagione scura, Marte, dio della
guerra, intento a combattere, con
scudo e spada sguainata, contro
l’avversario armato di una torcia
sulla mano destra. A sinistra, una
donna più anziana, con gli occhi
rivolti al cielo, si proietta verso
i combattenti con le braccia protese
verso l’alto. Dietro di lei, un
altro putto regge una sfera di
cristallo. Sullo sfondo si staglia
un’architettura classicheggiante con
un pesante portone aperto. Un altro
putto volteggia sopra Marte, mentre
l’avversario viene sbalzato dal suo
scudo e nella parte inferiore, altre
figure, allegoria delle arti,
sconfitte dalla violenza bellica,
giacciono sul suolo. In alto, il
cielo cinereo pare esprimere
turbamento.
Nella tela traspare chiaramente
tensione e il peso della
disperazione. Il mantello rosso di
Marte che percorre obliquamente la
tela simboleggia il sangue versato.
Non c’è pace. Il tumulto emerge con
forza attraverso un dinamismo
anatomico reso in modo plastico.
Colori chiari e bruni, come il corpo
bianco di Venere, in
contrapposizione con le membra scure
di Marte, dipingono con naturalezza
la durezza dello scontro, ripido
pendio lungo il quale dolore e
residua speranza percorrono l’esile
cammino della salvezza.
Conflitto e interiorità
Chi meglio di Edvard Munch,
mentore dell’Espressionismo,
potrebbe essere chiamato in causa
per esplorare il rapporto tra
conflitto e dimensione emotiva?
Il dipinto L’urlo (1893),
tempera, pastello su cartone,
(91x73,5 cm), custodito presso il
Munch Museet di Oslo, è una delle
varie versioni dell’opera. Della
stessa esistono diverse varianti:
olio su tela, solo pastello,
litografia. L’artista si prodiga
nello sforzo di tenere insieme i
tasselli di ciò che crea per non
separarsene e la complessità
dell’io, contrassegnata da una
biografia tormentata.
Munch dipinge le propaggini della
psiche, trasformando i sostantivi
ansia e angoscia in aggettivi
cromatici per esprimere ciò che non
si vorrebbe sentire, ma che è parte
dell’anima. Sulla destra un’isola
pianeggiante emerge dalle acque
marine. In alto, si estende la linea
ondulata e increspata dell’orizzonte
e il cielo composto dalla
sovrapposizione di serpeggianti
linee orizzontali. Al centro della
raffigurazione una sagoma umana
dalla fattezze indefinite, porta le
mani sul volto ed emette un urlo
disperato. Dalla figura non traspare
identità sessuale e anagrafica. Le
stesse vesti sono opache e uniformi,
prive di particolari. Sulla strada,
due individui si allontanano. Forse
è il lutto dell’artista, ciò che ha
perduto irrimediabilmente o
quell’umanità, che allontanandosi,
causa l’urlo di dolore.
I colori sono distanti dalla
rappresentazione reale del
paesaggio. Il blu dell’acqua è
forte, mentre il marrone della
strada e del parapetto appare molto
saturo. Il cielo e le nubi vengono
dipinte con tratti curvilinei di
colore arancio e ocra. L’azzurro
emerge accanto al contrasto tra
colori complementari, come blu e
arancio, verde e rosso.
La scena presenta una profondità
resa dalla collocazione delle due
figure umane in lontananza lungo la
linea obliqua della strada. Il
paesaggio appare più schiacciato,
come la stessa figura umana in primo
piano. Angoscia, tormento e ansia
avvolgono lo spettatore in un
turbinio cromatico, ma la palette è
emotiva. Dal punto di vista
compositivo il dipinto presenta una
forma rettangolare con inquadratura
verticale, nel quale la linea
obliqua della strada che parte
dall’angolo in basso a destra divide
la tela in due triangoli dai vertici
opposti, generando una dinamicità
inquietante. Munch riesce a
dipingere una veduta esistenziale:
colora i segni dell’oppressione,
assegna profondità alle emozioni,
offre lo spazio per catturare i
rovesci della vita. Urla di fronte
alla catastrofe in procinto di
travolgere l’animo umano.
Conflitto e incomunicabilità
Con René Magritte è possibile
applicare la categoria del
surrealismo al conflitto
interpersonale.
Certe interazioni non presentano
contorni netti. Talvolta l’omissione
è una verità priva di coraggio: si
sta di fronte, ma si tace; si
rivolge il volto verso l’altro, ma
non lo si osserva; si parla, ma non
si ascolta.
Gli amanti
(1928), olio su tela (54x73 cm),
custodito presso il The Museum of
Modern Art di New York, ripercorre
il tema della relazione affettiva,
un tema ricorrente nella storia
dell’arte. Accostato dalla critica
all’Ettore e Andromaca (1917)
di Giorgio De Chirico, analoga
rappresentazione di un legame
impossibile, il dipinto dell’artista
belga ritrae due amanti dal volto
occultato dai loro sudari, con i
corpi vicini, ma privi di contatto
visivo. Si scambiano un bacio con la
bocca coperta dal lenzuolo bianco
che rivela un amore incapace di
comunicare.
Nella tela emerge un mutismo
emozionale, dove la solitudine
interiore diviene un panorama di
intima desolazione: la distanza tra
i due amanti è comunicativa,
l’angoscia non viene urlata come
nell’Urlo di Munch, ma trasmessa con
un silenzio inevitabile. Insiste una
claustrofobia del sentimento: si
desidera, ma l’impossibilità è una
sentenza. Le due figure sono
manichini: i sudari sono maschere di
un melodramma senza pubblico. Il
dipinto è occupato quasi interamente
dai protagonisti: una figura
femminile con abito rosso porpora e
una figura maschile vestita di nero
con cravatta e camicia bianca. Il
rosso delle vesti femminili riprende
le tonalità del muro sulla destra.
Lo sfondo di colore blu è sormontato
da una striscia di soffitto color
crema e da una cornice
classicheggiante.
Magritte, come Munch, attraversò
inquietudini personali causate da
drammi familiari, ma restò sempre a
distanza dalla pretesa di concepire
un legame fra psicoanalisi e
produzione artistica.
Aspirò ad esprimere una pittura
scevra da visioni di carattere
personale, concentrandosi sui
misteri del reale. Nel quadro Gli
amantii protagonisti nascondono
la propria identità: emerge una
paradossale inconsistenza
dell’essere dove la presenza è
onirica, ma la distanza rivela
l’unica verità.
I significati del conflitto
Bruegel il Vecchio evoca il
conflitto come forza motrice della
società: la differenza e la varietà
come condizione propria
dell’umanità, per natura imperfetta.
Il sangue e la terra sono la polvere
eterna attraversata dalle
generazioni.
Il pennello di Rubens disegna il
contrasto come estrema conseguenza:
il conflitto può condurre alla
catastrofe, dilania la speranza. La
pace diviene invocazione necessaria,
dove la salvezza è una continua
conquista di fronte alla violenza
del conflitto come distruzione
totale.
Nell’estetica di Munch l’urto
origina l’urlo. La lotta è
interiore, lacera l’Io e causa l’eco
del dolore e dell’angoscia come
riconoscimento di un’identità
sofferente, ma viva.
Con Magritte, dopo lo schianto, cala
il sipario: il sogno svela il
silenzio dell’incomunicabilità, dove
il conflitto non risuona, tace; non
si manifesta, si eclissa. Il
conflitto, nelle sue varie
accezioni, definisce l’umanità: luce
e oscurità, Fato e libero arbitrio,
torto e ragione. Al centro, il moto
perpetuo dell’esistenza.
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Metodo, analisi e interpretazione
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Di Stefano E., Edvard Munch - Scrivi
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ottobre 2024, Giunti Editore,
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Foucault M., Quaranta D.,
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Editore, Milano, 2018.