Anche in questo emerge un approccio
divino che non dimentica l’umanità,
ma che la guida, la redime o la
punisce.
D’altronde lo stesso mito di Apollo
e Dafne descritto da Ovidio nelle
Metamorfosi, nel quale il dio,
colpito da una freccia di Cupido, si
innamora, non corrisposto, della
ninfa Dafne, costituisce un momento
di tensione fra potere divino e
autonomia umana. Omero (Iliade,
Libro I, vv. 601-604) cita la
divinità con questi versi: “Allora
così tutto il giorno fino al
tramonto del sole banchettarono e
ognuno fu lieto del cibo abbondante,
dalla cetra bellissima che Febo
Apollo sonava e delle Muse che a
turno cantavano con bella voce”.
Così
l’atelier, come Apollo, protegge
l’arte: è la dimensione in cui la
creazione diventa vita e profezia.
In Jan Vermeer
(1632-1675), Gustave Courbet
(1819-1877), Édouard Manet
(1832-1883) e Amedeo
Modigliani
(1884-1920) è possibile concepire
l’atelier come declinazione
artistica di armonia, realtà, potere
e intimità. In questo spazio le
linee astratte del pensiero
divengono luce e colori su tela:
equilibrio, realtà, impressione ed
espressione come un’epifania.
Atelier e armonia
Jan Vermeer, uno dei più grandi
maestri del Barocco olandese,
dipinge la propria concezione
artistica nell’opera Allegoria
della Pittura (1666-1667), olio
su tela (120x100 cm) custodito
presso il Kunsthistorisches Museum
di Vienna.
Il dipinto raffigura la complessità
dell’universo
umano e artistico del pittore
mediante un’iconografia
che, filtrata dalla luce, irradia
differenti interpretazioni
allegoriche. L’atelier
presenta una serie di oggetti
esposti alla luce proveniente da
sinistra che illumina anche i due
protagonisti umani della scena: una
figura femminile con una corona d’alloro
sul capo, un libro sulla mano destra
e una tromba sulla mano sinistra.
Porta vesti dai colori marini e non
personifica la pittura, ma Clio, la
Musa della Storia.
Una tenda sollevata pare separare la
realtà dalla finzione, simboleggiata
dalla maschera in gesso sul tavolo.
Il pittore viene ripreso di spalle,
seduto su uno sgabello davanti al
cavalletto, nella porzione centrale
della tela, e dipinge un particolare
della corona portata dalla modella.
Non è possibile scorgerne il volto,
mentre lei abbassa lo sguardo sul
libro.
Una carta geografica copre la parete
frontale, in un richiamo presente
anche in altre opere di Vermeer, ma
qui traspare l’idea
del ruolo della pittura nel mondo:
si palesa una geografia dell’arte
come elemento storico che diventa
materia con l’intervento dell’artista.
La tenda pesante rivela la
luminosità, conferendo al tempo
stesso una dimensione domestica all’ambiente
e attribuendo profondità al
contesto, resa anche dal pavimento a
scacchi.
Un altro elemento decorativo è
costituito dal lampadario con l’aquila
a due teste, simbolo del Sacro
Romano Impero asburgico.
Il quadro non venne venduto fino al
1676, quando Catharina Bolnes, la
vedova del pittore, fu costretta a
separarsene a causa di alcuni debiti
da onorare.
Nella tela riemerge con forza lo
stile del Secolo d’oro
olandese, con interni pervasi da un’ordinata
discrezione.
Atelier e realtà
Gustave Courbet esprime attraverso
il Realismo un atto rivoluzionario
nel panorama artistico: la ricerca
di una spontaneità in maniche di
camicia, probabilmente invisa a un’idea
ostentata di rispettabilità, ma
pervasa da un’intransigente
ricerca di verità.
In una lettera del 1854 scrisse: “Spero
di guadagnarmi sempre da vivere con
la mia arte senza deviare mai di un
filo dai miei principi, senza
mentire mai alla mia coscienza un
solo istante, senza dipingere
nemmeno un palmo di tela per
compiacere qualcuno o per vendere
più facilmente”.
L’artista
si libera del pregiudizio per
seguire la propria coscienza
artistica.
Il dipinto La bottega del pittore
(1854-1855), olio su tela
(362x598 cm), custodito presso il
Museo d’Orsay
di Parigi è, sotto questo aspetto,
significativo in quanto si discosta
dalla rappresentazione della
ruralità domestica e paesaggistica
per descrivere allegoricamente
un’etica del vero. Il sottotitolo
che lo accompagna, “allegoria
reale che determina una fase di
sette anni nella mia vita artistica
e morale”, è
un testamento pittorico.
Nel 1855 l’opera
venne rifiutata dalla Giuria del
Salon di Parigi, portando l’artista
ad organizzare nello stesso anno una
mostra personale all’Esposizione
Universale di Parigi, denominata “Le
Realisme”, vero e proprio manifesto
artistico di critica contro l’accademismo.
Da quel rifiuto l’atelier
si trasforma in un affresco sociale.
Il dipinto trasuda vita vissuta,
diversità, complessità.
Luce e ombra invadono il palco del
teatro umano.
Da una parte si stagliano coloro che
vivono della morte, dall’altra
coloro che vivono della vita.
Tra i primi, gli adepti dei beni
materiali, tra i secondi chi cerca
spiritualità. Sulla sinistra, gli
ultimi, i derelitti, bracconieri,
ladri e malfattori, personaggi col
capo chino. Sulla destra, una
borghesia elitaria, tra cui spiccano
un uomo intento a leggere e una
donna vestita di bianco con il capo
reclinato.
Al centro il pittore, accompagnato
da un bambino, simbolo dell’innocenza,
che lo osserva con estatica
curiosità e un nudo femminile spesso
interpretato come allegoria della
verità.
I colori utilizzati sono soprattutto
cupi e scuri, mentre la disposizione
dei personaggi mette in risalto i
soggetti principali.
Dietro la tela si intravede un
manichino che riproduce una
crocifissione come critica all’accademismo
e un teschio su un giornale come
espressione di dissenso rispetto
alla stampa dell’epoca.
Le pennellate appaiono
alternativamente levigate e
increspate per conferire maggior
plasticità alla scena. Courbet
rappresenta se stesso nell’atto di
dipingere il reale.
Nella rappresentazione del corpo
femminile, secondo una delle
possibili interpretazioni, c’è
umana imperfezione e un luminoso
realismo. La verità accompagna
l’arte, ne è l’ancella.
Se, filologicamente, Courbet
rappresenta un luogo reale, la
natura come fonte primaria del vero
e un rifiuto dell’accademismo,
filosoficamente, riproduce l’umana
natura su uno sfondo paesaggistico
che racchiude il senso della vita.
Atelier e potere
Édouard Manet costituisce un ponte
tra Realismo e Impressionismo. La
sua importanza risiede in una soglia
dove la rappresentazione di fatti
storici ed eroi lascia spazio all’esposizione
di provocazione e marginalità.
I dipinti Olympia (1863-1865) e La
colazione sull’erba
(1863), custoditi
entrambi al Musée d’Orsay di Parigi,
creano una frattura rispetto alla
pittura tradizionale, suscitando
incomprensione nell’opinione
pubblica dell’epoca. In questo
senso, l’evocazione
dello scandalo riporta al potere
come uno dei temi rinvenibili nella
sua estetica.
Parlare di potere nel citare Manet
potrebbe apparire fuori luogo, ma il
termine non va inteso nel suo senso
più comune, quanto nel rovesciamento
della morale imperante o dell’imperio
dell’etica
dominante durante quel periodo. Il
potere in relazione a Manet non è
politico o istituzionale, ma
simbolico: il potere dello sguardo,
delle convenzioni sociali, delle
gerarchie borghesi e dei ruoli
imposti nell’ambito
della vita quotidiana. Non sono i
corpi messi a nudo in queste opere a
suscitare reazione, ma il coraggio
di un’arte
che non omette, mostra, che non
giudica, osserva.
In Colazione nell’atelier
(1868),
olio su tela (118x153 cm), custodito
presso la Neue Pinakothek di Monaco
di Baviera, emergono tre figure
umane all’interno di una sala nella
quale il potere aleggia silenzioso
in un’interazione sociale assente.
Un giovane in primo piano, Léon,
presumibilmente figlio dell’autore,
volge lo sguardo assorto fuori dal
dipinto, ma non verso lo spettatore.
Porta abiti eleganti, con una certa
sobrietà anche cromatica, un
cappello in testa e si appoggia sul
tavolo con una mano, portando in
tasca l’altra.
Incrocia le gambe e domina la parte
centrale della scena. L’uomo
con la tuba, a destra, fuma e appare
meditativo. La tavola contiene in
un’elegante
tovaglia bianca i resti di un
pranzo, con ostriche, vino, caffè e
le posate. A sinistra una cameriera
porta una caraffa. Anche lei guarda
nel vuoto, trasmette silenzio e un’aria
dimessa.
L’atmosfera
è pervasa da una gerarchia muta:
l’uomo seduto domina il proprio
spazio, il giovane manifesta
distacco e la signora un’umile
presenza.
Sulla poltrona un gatto nero,
probabile omaggio a Charles
Baudelaire, completa la schiera
degli esseri viventi protagonisti
del quadro. Il titolo rimanda a un
atelier, ma dello stesso, oltre al
vaso floreale e alle armi
orientaleggianti riposte sulla
poltrona, non compaiono altri
elementi.
Nella sala il potere rappresentato
descrive uno spazio domestico,
oppure un luogo di gerarchie
sociali, forse un ambiente in cui l’artista
non compare. Nessuno degli attori
guarda qualcuno. Léon scruta il
vuoto, l’uomo
che fuma guarda altrove, la
cameriera osserva l’assenza.
In questa composizione il potere non
si rivela attraverso azioni, ma
mediante la disposizione dei corpi,
la distanza, la mancata reciprocità
degli sguardi: una forma di potere
relazionale, silenzioso, tipica
della società borghese del tempo che
Manet rileva con lucidità. Mentre
in Olympia lo sguardo è
tutto, qui lo sguardo è negato. Ci
sono gerarchie percepite, ma
interazioni mancate. Il potere
emerge nel silenzio, nel non detto e
nella distanza. Non necessita di
forza, ma di percezione.
Il potere è distante dai sentimenti:
i protagonisti esprimono, infatti,
una sorta di isolamento emotivo che
traspare anche attraverso l’utilizzo
di colori freddi. È una forma di
controllo mai dichiarata che sfocia
in una tensione regolatrice dei
rapporti umani, attraverso l’incomunicabilità
e la ricerca del distacco.
Manet disegna così una veduta
sociale ordinaria: una gerarchia
muta in cui lo spettatore trova
facilmente la propria collocazione.
Atelier e intimità
Amedeo Modigliani, figura chiave
della Scuola di Parigi, dell’Espressionismo
europeo, ma profondamente fuori
dagli schemi, costituisce una sorta
di sincretismo artistico, dove
trovano spazio anche un simbolismo
nella ricerca dell’interiorità
e certe forme ascrivibili a un
primitivismo di matrice africana e
arcaica.
Nelle immagini si intravedono
elementi totemici di derivazione
ancestrale.
L’atelier
in questo caso mette al centro
un’intimità viscerale. L’umanità non
esibita, ma sentita diviene
manifesto dell’anima.
Quando si pensa a Modigliani vengono
in mente gli oli su tela come Nudo
sdraiato a braccia aperte (1917) oppure
il Grande nudo (1917). Le sue
creazioni, però, portano un tratto
comune, rinvenibile nell’unicità
dell’essere;
il tratteggio dei classici volti
dalla forma ovale, gli occhi minuti,
il collo allungato e reclinato.
Un’opera
come Jeanne Hébuterne seduta con
il braccio sulla spalliera (1918),
olio su tela (101x65,7 cm),
custodito presso il Norton Simon
Museum of Art, a Pasadena, trasuda
vita.
La modella, compagna dell’artista,
è seduta su una comune sedia
domestica. Presenta una posa
disinvolta con la posizione delle
braccia che dipinge un equilibrio:
il braccio sinistro si appoggia alla
spalliera con la mano delicatamente
protesa sul davanti, l’altro
braccio pare disegnare un arco
mentre la mano si adagia sulle
gambe.
La donna attende la nascita della
loro figlia, Jeanne.
L’abito
indossato è stretto, con le maniche
corte e la resa cromatica evidenzia
in modo più marcato la tonalità
della pelle e il chiarore degli
occhi. I colori sono caldi, il muro
è grigio e azzurro, mentre la
restante porzione della tela si
accorda col rosso scuro delle vesti
e con il marrone del pavimento e
dell’alto
armadio sulla destra. I capelli,
raccolti in un’acconciatura
sobria e ordinata, adornano il capo
inclinato a sinistra, dal quale, a
dispetto dell’apparente
senso di vuoto trasmesso dagli
occhi, emerge una grazia discreta.
La composizione trasmette profondità
attraverso il tracciato obliquo del
pavimento, al quale si oppone la
verticalità curvilinea della figura
femminile.
Modigliani non prescinde dall’umanità.
La sua biografia narra eccessi,
sofferenza e un senso del tragico
che descrivono una poetica dell’esistenza.
Talvolta sono i cosiddetti “artisti
maledetti” a
guardare oltre. Modigliani lo fa: i
suoi ritratti sono una delle tante
verità. Non esalta la bellezza, la
lascia intuire. Non c’è
un’esternazione
del sentimento, ma una pudica
imperfezione. Nella sua arte c’è
poesia; nei ritratti una solitudine
necessaria.