SUL PARAKLAUSITHYRON
"NON LASCIARMI QUI SOLO DAVANTI ALLA
PORTA” / IV
di Teresa
Nicolangelo
Alla
categoria degli ostacoli fisici a
separare innamorati che si
consumano, sospirando dinanzi a essi
e comunicando attraverso
di essi, e quindi a quella – si è
detto – del paraklausithyron latu
sensu inteso, possono
agevolmente essere ricondotti anche
balconi e finestre. Sarebbe lecito e
immaginabile per il comune sentire
leggere come un paraklausithyron l’iconico
dialogo shakespeariano di Romeo e
Giulietta (1595) oppure la
dichiarazione di Cyrano-Cristiano
sotto il balcone di Rossana? I
entrambi i casi, una schermaglia
amorosa doppia tra i due innamorati
divisi e che culmina, al termine del
celebre monologo di Giulietta “Romeo,
Romeo! Perché sei
tu Romeo?” (atto II scena II, nella
cornice del verziere dei Capuleti),
in una dichiarazione d’amore nel
primo, nell’altrettanto celeberrimo
“apostrofo rosa” in richiesta di un
bacio a suggello d’amore nell’altro
caso (Cyrano de Bergerac,
atto III scena X).
Nel dramma
shakespeariano, la faida tra le
famiglie non ferma lo sbocciare del
sentimento tra i due giovani eredi
di casate rivali e che insieme a
esse pagheranno lo scotto della
stupidità umana:
GIULIETTA appare a una finestra
ROMEO
Oh, quale
luce vedo sprigionarsi
lassù, dal vano di quella finestra?
È l’oriente, lassù, e Giulietta è il
sole! Sorgi, bel sole, e l’invidiosa
luna
già pallida di rabbia ed ammalata
uccidi, perché tu,
che sei sua ancella, sei di gran
lunga di lei più splendente. Non
restare sua ancella, se invidiosa
essa è di te; la verginal sua veste
s’è fatta ormai d’un color verde
scialbo e non l’indossano altre che
le sciocche. Gettala via!... Oh, sì,
è la mia donna, l’amore mio. Ah,
s’ella lo sapesse!
Ella mi parla, senza dir parola.
Come mai?... È il suo occhio
che mi discorre, ed io risponderò.
Oh, ma che sto dicendo...
Presuntuoso ch’io sono! Non è a me,
ch’ella discorre. Due luminose
stelle,
tra le più fulgide del firmamento
avendo da sbrigar qualcosa altrove,
si son partite dalle loro sfere
e han pregato i suoi occhi di
brillarvi fino al loro ritorno... E
se quegli occhi fossero invece al
posto delle stelle,
e quelle stelle infisse alla sua
fronte? Allora sì, la luce del suo
viso
farebbe impallidire quelle stelle,
come il sole la luce d’una lampada;
e tanto brillerebbero i suoi occhi
su pei campi del cielo, che gli
uccelli
si metterebbero tutti a cantare
credendo fosse finita la notte.
Guarda com’ella poggia la sua gota
[...]
Tra sé
Dice
qualcosa... Parla ancora,
angelo
luminoso, sei sì bella,
e da lassù tu spandi sul mio capo
tanta luce stanotte
quanta più non potrebbe riversare
sulle pupille volte verso il cielo
degli sguardi stupiti di mortali
un alato celeste messaggero
che, cavalcando sopra pigre nuvole,
veleggiasse per l’infinito azzurro!
[...]
Mia
signora, per questa sacra luna che
inargenta
le cime di
questi alberi, ti giuro…
GIULIETTA
Ah, Romeo,
non giurare sulla luna, questa
incostante che muta di faccia ogni
mese nel suo rotondo andare, ché l’amor
tuo potrebbe al par di lei
dimostrarsi volubile e mutevole.
ROMEO
Su che
vuoi tu ch’io giuri?
GIULIETTA
Non
giurare; o, se ti piace, giura su te
stesso,
su codesta
graziosa tua persona, l’idolo della
mia venerazione,
e tanto basterà perch’io ti creda.
ROMEO
Se l’amor
del mio cuore...
GIULIETTA
Non
giurare, ho detto: benché tu
sia la mia gioia,
gioia non
mi riesce di trovare nell’impegno
scambiatoci stanotte: troppo
improvviso, troppo irriflessivo,
rapido, come il fulmine, che passa
prima che uno possa dir “Lampeggia!”.
Buona notte, dolcezza.
Questo bocciolo d’amore,
schiudendosi all’alito fecondo dell’estate,
potrà, al nostro prossimo
incontrarci, dimostrarsi un bel
fiore profumato. Buona notte. La
pace ed il riposo discendano soavi
sul tuo cuore,
come soave è tutto nel mio petto.
Oh, vuoi
lasciarmi così insoddisfatto?
Insoddisfatto? E qual soddisfazione
pensavi tu d’aver da me stasera?
Sentirmi
ricambiar dalla tua bocca il mio
voto d’amore.
ROMEO
Te l’ho
dato, ancor prima che tu me lo
chiedessi;
se pur
vorrei che fosse ancor da dare.
Vorresti ritirarlo? E perché,
amore?
GIULIETTA
Per
potermi mostrare generosa,
e dartelo di nuovo, a piene mani.
Io non desidero che quel che ho.
La mia voglia di dare è come il
mare, sconfinata, e profondo come il
mare è l’amor mio: più ne
concedo a te, più
ne possiedo io stessa,
perché infiniti
sono l’una e l’altro.
Il
dipinto Romeo e Giulietta nel
giardino dei Capuleti del
francese Charles
Édouard
Edmond Delort (1841-1895) cattura in
una vivida immagine proprio
l’iconica scena, attualizzandola
attraverso personalizzazioni e
aggiunte avulse dal testo
shakespeariano: dal particolare del
gruppo di volatili a terra, al
mandolino evocante una serenata tra
le mani del giovane Romeo, fino
all’ambientazione diurna della
scena, dettagli tutti che
contribuiscono al gusto narrativo
della rappresentazione, ove revival medievale
si mescola a gusto accademico e
romantico vicino all’estetica
preraffaellita, sottolineata
dall’intensa cromia che avvolge i
protagonisti, facendoli emergere dai
toni neutri dell’ambientazione.
Revival medievale
romantico che si ritrova, questa
volta fuso ad una vena verista di
gusto tardo ottocentesco – che
unisce dettagli suggestivi tratti da
un’ambientazione storica (il
parapetto che si intuisce decorato
da un motivo a trifore, il costume
di Romeo e l’affresco campeggiante
al di sopra dell’architrave del
portone, dai tratti stilistici
tipicamente medioevali) ad altri
desunti da un gusto più moderno che
investe l’abbigliamento di Giulietta
(dal corpetto stretto in vita agli
sbuffi delle maniche al candido
grembiule di corredo) –, nella
tavola dell’austriaco Heinrich
von Angeli (1840-1925).
Un’atmosfera sognante, soffusa,
quasi fiabesca anima, invece, le
illustrazioni di William Hatherell (1855-1928)
per il Romeo e Giulietta del
1912 targato Hodder
& Stoughton,
all’interno della prima edizione
impreziosita da 22 tavole a colori,
perfetto specchio – nelladelicata e
pastellata tavolozza cromatica –
dell’intonazione sentimentale della
scena e ulteriormente movimentate da
un vivace gusto del dettaglio
ambientale in bilico tra estetica
preraffaellita e Art Nouveau.
Un luminismo dai toni quasi
monocromi, accompagnato a
un’intonazione elegiaca e a uno
stile descrittivo e accademico – che
si diletta nell’indugiare sui
dettagli –, caratterizza il bozzetto
a olio preparatorio di Sir Frank
Diksee (1853-1928) per un’altra
illustrazione, quella dell’edizione
a stampa di un Romeo e Giulietta per
Cassel & Co., ove una Giulietta
tutta protesa verso l’amato al di
sotto della balaustra affida le
proprie emozioni e attese ai
sussurri che ordiscono il piano del
successivo incontro, quasi a voler
colmare in un soffio la distanza
fisica che divide i corpi.
Il balcone-ostacolo assiste e
compartecipa, inoltre, anche alla
separazione degli amanti, tanto
nella scena dell’addio che prelude
al triste epilogo (atto III, scena
V), quanto nella sua resa per
immagini realizzata agli inizi
dell’Ottocento da Johann Heinrich
Füssli (1741-1825).
Nella tela
dell’inquieto e tormentato artista
elvetico, il momento in cui Romeo
saluta Giulietta, colta da funesto
presagio, si fa carne dai versi
all’immagine attraverso una cromia
bruna e chiaroscurata; un’immagine
che per la sua complessa struttura
ha creato non poche perplessità e
difficoltà all’autore, in special
modo a causa del punto di vista
rialzato ideato come coincidente con
quello dell’eroina, con l’intento di
generare quasi un inghiottimento, un
risucchiamento del protagonista nel
buio preconizzante l’epilogo,
complice anche il moto spiraliforme
del tessuto che lo congiunge
idealmente all’amata: “Dannazione a
quel piccoletto – pare abbia
esclamato l’autore per l’ostica
realizzazione di un personaggio
credibile nella resa della sua
concezione originaria – assomiglierà
a Pollicino!”
Ma il
balcone che separa gli amanti è
nuovamente protagonista – e lo si è
già accennato – nell’altrettanto
celebre scena del Cyrano de
Bergerac (1897) di Edmond
Rostand, in una ulteriore variatio che
presenta un triangolo amoroso,
protagonisti Rossana,
Cyrano-Cristiano e l’iconico
‘apostrofo rosa tra le parole t’amo’
a designare il bacio quale suggello
e pegno d’amore arditamente
richiesto da Cristiano:
ROSSANA
sporgendosi sul balcone
Siete voi?
Parlavamo
di... di... di un...
CYRANO
Bacio. La
parola è dolce.
Non
capisco perché la
vostra bocca non osa;
se già
brucia, come sarà quando si tradurrà
in cosa?
Non ve ne
spaventate:
non avete,
poco fa, quasi inavvertitamente
abbandonato lo scherzo, scivolando
impavidamente
dal
sorriso al sospiro, e dal sospiro
alle lacrime!
Scivolate
ancora un po’ con fare candido:
dalle
lacrime al bacio non v’è che un
attimo!
ROSSANA
Tacete!
CYRANO
Un bacio,
dopo tutto cos’è?
Un
giuramento fatto un po’ più da
vicino, una promessa
più
precisa, il sì ad un assenso,
un punto
rosa sulla i di amor
mio;
un segreto
confidato alla bocca invece che
all’orecchio,
un istante
d’infinito che fa il ronzio d’ape,
una
comunione che ha il gusto del fiore,
un modo
per respirarsi un poco il cuore,
e un po’
gustarsi, a fior di labbra, l’anima!
ROSSANA
Tacete!
CYRANO
Un bacio è
così nobile, signora,
che la
regina di Francia, al più fortunato
dei lord,
ne ha
lasciato prendere uno, la stessa
regina!
ROSSANA
O, allora!
CYRANO
Ho avuto
anch’io mute sofferenze, come
Buckingham,
come lui,
adoro la regina che siete voi, Madame,
come lui
sono triste e fedele…
ROSSANA
E tu sei
bello come lui!
CYRANO, a
parte, disilluso.
È vero,
dimenticavo, son bello!
ROSSANA
Ebbene!
Salite a cogliere questo fiore senza
pari...
CYRANO, Spingendo
Cristiano verso il balcone.
Sali!
ROSSANA
Quel gusto
di cuore…
CYRANO
Sali!
ROSSANA
Quel
ronzio d’ape…
CYRANO
Sali!
CRISTIANO, esitando.
Ma adesso
mi sembra che sia male!
ROSSANA
Quell’istante
d’infinito…
CYRANO, spingendolo.
Insomma,
sali, animale!
Cristiano si lancia e, grazie alla
panca, il fogliame e le colonne
raggiunge la balaustra, che
scavalca.
CRISTIANO
Ah! Rossana...
L’abbraccia
e si sporge verso le sue labbra.
CYRANO
Ahi! Che strano pizzicore al cuore!
– Bacio, io sono Lazzaro al tuo
banchetto d’amore!
In
quest’ombra mi spetta una briciola
di te –
Ma sì, sento un po’ del mio cuore
che ti riceve dentro di sé,
poiché sulla
bocca sulla quale s’inganna già
Rossana bacia le parole che io ho
detto poco fa.
Un dialogo
tra i due innamorati (e terzo
incomodo) divisi dalla balconata
(atto III scena X) tanto celebre e
citato, quanto assente in riprese
iconografiche avulse dal testo: le
uniche raffigurazioni del tema si
svelano, infatti, agli occhi
dell’osservatore – direttamente e
strettamente collegate all’opera
letteraria quali sono – all’interno
di edizioni illustrate o libretti
teatrali, attraverso immagini
abbastanza stereotipate e ripetitive
sia nell’impaginato iconografico,
sia – tranne rare eccezioni – nelle
modalità rappresentative e
stilistiche che si collocano
nell’alveo della più tipica
tradizione illustrativa collegata
alla produzione libraria e al gusto
dell’epoca.
Esemplificative a tal proposito le
due incisioni a guache all’interno
del libretto di una rappresentazione
teatrale, datata 1817, illustranti i
due momenti salienti della scena, –
schermaglia e bacio –, immagini
declinate con un gusto tipicamente e
pienamente ottocentesco, ben
ravvisabile in acconciatura e
abbigliamento femminile alla moda
dell’epoca e non secondo
l’ambientazione storica – seppur
tentata – di metà Seicento, come
invece accade per i personaggi
maschili sfoggianti moustaches e
gorgiera.
La
notorietà che investe l’opera di
Rostand (e in particolare la scena
del balcone) risulta, poi,
ampiamente attestata dai suoi
utilizzo e diffusione in prodotti di
consumo, quali i calendarietti
profumati da barbiere, in parte
riproducenti moduli iconografici
tradizionali e al limite della
stereotipizzazione, in parte
denuncianti nelle illustrazioni
l’influsso dello stile grafico
pubblicitario dell’epoca.
Eccezione
in questo quadro di non
particolarmente fertile e fervida
creatività, l’edizione a tiratura
limitata dell’opera, pubblicata nel
1936 dal Limited Editions Club di
New York, con apparato illustrativo
affidato alla felice mano di Sylvain
Sauvage (1888-1948): immagini
fresche e vitali che innovano scena
e personaggi attraverso uno stile
raffinato e peculiare,
caratterizzato da silhouette dalle
proporzioni allungate e dalle pose
enfatiche, aggiornamento grafico al
più moderno e raffinato gusto Déco;
immagini al tempo stesso sofisticate
– grazie alla soffusa atmosfera,
generata dal sapiente utilizzo della
tecnica dell’acquarello – e cariche
di brio, cui non manca neppure un
ammiccamento ironico-grottesco, che
ben si addice all’essenza
dell’opera, nell’unificazione dei
due innamorati maschili sotto la
stessa lente della (bonaria)
deformazione, che di fatto si
ritrova a equiparare
belloccio di turno e infelice,
complessato innamorato
nell’impietoso confronto con
l’eterea grazia di Rossana.