[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 219 / MARZO 2026 (CCL)


arte

SUL PARAKLAUSITHYRON
"NON LASCIARMI QUI SOLO DAVANTI ALLA PORTA” / III
di Teresa Nicolangelo

 

Evocato in precedenza dal verso mutilo a commento del graffito pompeiano CIL 4.5296 (cfr. parte prima), il paraklausithyron parte della triste vicenda di Piramo e Tisbe, i giovani e infelici amanti di Babilonia resi celebri da Ovidio (40 a.C.-17/18 d.C.), si trova a occupare grosso modo l’incipit del libro IV delle Metamorfosi; narra infatti l’autore ai versi 55-80:

 

Pìramo e Tisbe, lui di tutti i giovani il più bello,
lei unica fra tutte le fanciulle che ha avuto l’Oriente,
abitavano in case contigue, là dove dicono che cinse
Semiramide con mura di cotto la sua superba città.
Grazie alla vicinanza si conobbero e nacquero i primi vincoli:
col tempo crebbe l’amore. E si sarebbero uniti in matrimonio,
se i genitori non l’avessero impedito; ma impedire
non poterono che perdutamente ardessero l’uno dell’altra.
Nessuno ne è al corrente, si parlano a cenni, a gesti,
e quel fuoco nascosto più lo si nasconde, più divampa.
Da una sottile fessura, formatasi già al tempo
della costruzione, era solcato il muro comune alle due case.
Quel difetto, ignoto a tutti per centinaia d’anni (cosa mai
non scopre l’amore?), voi, innamorati, per primi lo scorgeste
e l’usaste come via per parlarvi: di lì ben protette
passavano giorno per giorno in un sussurro le vostre effusioni.
Spesso, immobili, Tisbe da una parte, Pìramo dall’altra,
dopo aver spiato a vicenda i propri aneliti:
“Muro invidioso”, dicevano, “perché ti frapponi al nostro amore?
Quanto ti costerebbe lasciarci unire con tutto il corpo
o, se questo è troppo, aprirti perché potessimo baciarci?
Non siamo degli ingrati: sappiamo di doverti già molto,
se a orecchie amiche permetti che giungano le nostre voci”.
Pronunciate invano, l’uno dall’altra divisi, queste parole,
a notte si salutarono e ognuno alla sua parte
di muro impresse baci senza speranza che s’incontrassero.

 
Non mancano dell’episodio mitologico – alla base anche di sviluppi successivi di libestod, storie cioè che mescolano, indistricabili, amore e morte – raffigurazioni per immagini, a partire dalle illustrazioni miniate a corredo e commento figurativo del testo ovidiano oppure entro opere che al passo ovidiano s’ispirano.
 
Tra le più antiche rappresentazioni grafiche complete dell’episodio figura l’illustrazione all’interno del foglio 47r del Ms. lat. 15158, appartenente non già alle Metamorfosi, ma all’altrettanto ovidiano De remediis amoris, parte di una Psychomachia datata 1289 e attualmente custodita presso la Biblioteca Nazionale di Francia, ove su due registri sovrapposti si snoda in forma di narrazione continua l’intera vicenda degli sfortunati mancati amanti: in quello superiore il piano concepito dagli amanti attraverso il foro nella parete, con Piramo e Tisbe che comunicano attraverso un foro nella parete; in quello inferiore la giovane in attesa all’appuntamento, assisa presso la tomba di Nino, mentre sul lato opposto la leonessa gradiente prelude e al contempo innesca gli eventi culminanti nel tristo epilogo.
 
Altro esempio tratto dalla ricca tradizione miniata rinascimentale è restituito dall’illustrazione a tempera e foglia oro su pergamena attribuita a un collaboratore del Maître François e tratta da una copia del De mulieribus claris di Giovanni Boccaccio (Ms. Spencer 33, f. 11v), databile intorno al 1450 e ora alla New York Public Library. Attraverso l’espediente della narrazione continua, vivificata da una vivace cromia e da una dovizia descrittiva affidata alla ricchezza di dettagli, è riassunta in scena l’intera vicenda: dal paraklausithyron, questa volta mediante una breccia fenestrata nel muro, all’imminente suicidio di Tisbe alla scoperta del corpo, ormai esanime, dell’amato Piramo presso la tomba di Nino.
 
L’iscrizione entro cartiglio – idealmente retto da una colonna e ulteriormente sottolineato dal puntale di freccia dell’arco teso e rivolto verso il basso di un discinto cupido sormontante il capitello –, a indicare, nella versione inglese del passo ovidiano, la sintesi della storia e introdurla per immagini, occupa il registro inferiore del pannello centrale di un trittico ad acquarello su pergamena, realizzato tra il 1872 e il 1876 da Edward Burne-Jones. La cromia delicata – quasi evanida – e pastellata, evocativa di una dimensione onirica, al limite del fantastico, sottolinea l’avvenuta maturazione artistica dell’autore, che nella sua fase più compiuta lascia alle spalle il misticismo preraffaellita per virare verso una sempre maggiore sublimazione formale e concettuale che sposa la sacertà e il culto della bellezza tipiche dell’Estetismo. Interessante la variatio iconografica: la crepa della parete non si limita più al ruolo di amplificatore acustico di sospiri e tramite di scambi dialogici tra i due giovani, ma diviene vera e propria complice nel raccogliere e celare nei propri segreti anfratti “pizzini” con promesse d’amore e lo sventurato piano che gli infelici innamorati vanno concependo.
 
La parete si conferma protagonista della scena, occupandone la sezione centrale, anche nella seconda tavola ad acquaforte e acquatinta che il simbolista tedesco Max Klinger (1857-1920) include all’interno della serie di 13 fogli del ciclo incisorio intitolato Salvataggi di vittime Ovidiane, Opus II, profondendovi – lui, “artista moderno per eccellenza”, ma consapevole della secolare eredità culturale del passato (De Chirico) – tutto l’amore per la classicità, a partire dal titolo, Opus, in omaggio a musicisti e poeti. Un amore per la classicità trattata, però, dall’artista da pari a pari, al punto da correggere – in un’ideale tenzone con l’autore originario – in lieto fine gli infausti epiloghi delle vicende ovidiane: ecco allora che la leonessa delle Metamorfosi diviene un leone che vero leone non è, bensì un rivale che concretizzerà l’incontro al posto di Piramo, restituito sarcasticamente dall’autore “cornuto e mazziato”, solo e dolente (nello spirito e nel fisico) nel proprio letto, all’interno della tavola di chiusura del ciclo.
 
Klinger, dunque, accompagna a una raffinata e perita tecnica incisoria temi e contenuti innovativi, fantastici e visionari, in qualche modo antesignani del Surrealismo; geniale l’inventio, l’espediente grafico narrativo del telefono senza fili escogitato dai due giovani, con una conversazione cifrata che si snoda attraverso il registro superiore della composizione; telefono senza fili, inoltre, il cui tracciato passa e si identifica nella sua sezione centrale con l’arco del Cupido con berretto frigio, nota che contribuisce alla contestualizzazione geografica della vicenda: un rebus iconografico, dunque, fatto di simboli e racchiudente l’intera pianificazione del complotto, con Piramo che ordisce il piano (il profilo dalla bocca dischiusa) e Tisbe che lo accoglie (il padiglione auricolare), pregustando lo sbocciare (la rosa) del sentimento a ora e luogo stabiliti (la falce lunare intrecciata al plinto di colonna) e il divampare della passione (le fiaccole accese, le cui fiamme si congiungono), mentre la piramide di topolini sormontanti il pilastro di sinistra apre il rebus, fornendone anche la chiave di lettura, indicando simbolicamente la condizione di clandestinità cui i due giovani sono costretti e sottolineando al contempo la miseria umana che – in una sorta di profezia post eventum – prelude all’infelice epilogo.
 
Maggiormente convenzionale risulta, invece, essere la restituzione iconografica dell’episodio concepita dal ceco Heinrich Jakesch (1867-1909) per l’acquaforte e acquatinta a due colori riassumente in un ideale trittico l’intera vicenda e in cui il tratto di modernità è affidato agli stilemi Art Nouveau della cornice a simbolici motivi fitomorfi (edera) e zoomorfi (pipistrelli dalle ali spiegate), oltre che a una connotazione fisionomica dei personaggi, non idealizzati e tipizzati – se non nelle posture di stampo classicista –, facenti forse presumere – suggestione personale – ispirazione da rappresentazioni teatrali o cinematografiche, generando un’illustrazione dal sapore quasi di una locandina di spettacolo reale, con fattezze di altrettanto reali attori.
 
L’episodio risulta poi evocato anche attraverso la presenza della sola Tisbe sulla scena, e non soltanto nella versione-bozzetto preparatorio realizzata da Burne-Jones per il suo già precedentemente esaminato trittico e costituente la probabile fonte d’ispirazione per la Thisbe in ascolto nei pressi della parete nella doppia versione del soggetto realizzata dal britannico Edwin Long (1829-1891). La medesima postura di base, con eguale scorcio delle spalle – di tre quarti rispetto alla quasi perfetta frontalità di busto e gambe – si ritrova infatti comune sia alla prima, più esplicita e discinta versione dipinta nel 1875, con una Tisbe assisa sul gradone maiolicato con fregio istoriato a motivi babilonesi, sia in una seconda variazione, datata 1878, di una sensualità più temperata, con la giovane stante nei pressi della parete egualmente impreziosita da motivi orientalizzanti tratti dallo studio dal vero di manufatti e da approfondimenti di natura archeologica e storica condotti dall’artista nelle stanze del British Museum: tra le precise citazioni archeologiche, il leone, riferimento ai celebri pannelli di caccia del Palazzo di Assurbanipal a Ninive esposti proprio nel museo londinese.
 
Un orientalismo antichizzante non filologico – costruito, cioè, attraverso una rete di suggestioni e citazioni geograficamente e temporalmente trasversali combinate tra loro a ricreare il fascino dell’esotico e dell’antico – si ritrova invece nella tela, dipinta nel 1909 dal preraffaellita John William Waterhouse (1849-1917), a medesimo soggetto, ove elementi antichi, egizi (lo sgabello a protomi leonine in primo piano e i fiori di loto ad ornamento della veste della ragazza) e romani (l’opus sectile pavimentale), si mescolano a dettagli cronologicamente più tardi, islamici e ottomani (rispettivamente il motivo a graticcio punteggiante la finestra sullo sfondo e le piastrelle policrome incastonate nella parete destra).
 
È, tuttavia, la veste dalla vivace cromia e dai pigmenti laccati tanto cari all’artista, ad attrarre lo sguardo e convogliarlo verso il volto di Tisbe, lungo una direttrice triangolare disegnata dal braccio e dal volto della giovane, il quale, vivificato dai sussurri dell’amato, avvampa, riprendendo con il suo rossore il vermiglio dell’abito e rendendo al contempo l’incarnato eburneo di Tisbe ulteriormente accentuato e seducente.
 
La vicenda dei due giovani e infelici innamorati di Babilonia si adatta perfettamente alle corde di Waterhouse non soltanto per il gusto romantico e melanconico proprio dell’artista e per il tema dell’amore inappagato, ma anche e soprattutto per la metamorfosi botanica che la chiude: la coppia perduta sopravvive nella nuova vita del gelso vermiglio, in una sorta di mistica analogia tra lo sbocciare di una pianta attraverso il nutrimento della terra e quello dell’anima attraverso la sofferenza.
La familiarità del pubblico anglofono con la mitologica vicenda è assicurata nel corso dei secoli attraverso la versione tardotrecentesca chauceriaana (La leggenda delle donne eccellenti) e le rielaborazioni, datate entrambe 1595, shakespeariane (Sogno di una notte di mezza estateRomeo e Giulietta).
 
Tra le riprese letterarie accennate, dunque, solo una breve (ma indimenticabile e per questo da citare pressoché per esteso!) menzione, il dialogo grottesco e caricaturale dei due amanti nella rappresentazione della vicenda presente in Sogno di una notte di mezza estate (atto V, scena I), con un tanto sconclusionato – a suon di strafalcioni e sdolcinature! – quanto metaletterario doppio (sono infatti entrambi i giovani a parlare) paraklausithyron, introdotto dal muro stesso e portato in scena – nella finzione shakespeariana – da un gruppo di bifolchi artigiani in occasione delle nozze di Teseo e Ippolita ad Atene:
 
MURO
In questo nostro dramma si dà il caso
ch’io – che Beccuccio ho nome – rappresenti un muro.
E dovreste pensar che questo muro
abbia in sé il buco d’una crepa – ovverosia fessura –
per il cui pertugio gl’innamorati Piramo e Tisbe
parlavano spesso in gran segreto.
Questa calce, quest’intonaco, e questa pietra,
mostran ch’io son quel muro – proprio così!
Ed è questa la crepa – a destra e a sinistra – attraverso la quale i paurosi amanti dovranno bisbigliare.

[...]
Entra Piramo
[...]
PIRAMO
O notte dal tetro sembiante! O notte che hai il viso tanto nero!
O notte che sempre ci sei quando il giorno non c’è!
O notte, o notte, ahimè, ahimè, ahimè,
temo che Tisbe abbia scordato la promessa!
E tu, o muro, o caro, leggiadro muro,
che ti ergi fra la terra di suo padre e questa mia,
tu, muro, o muro, o caro, amabil muro,
mostrami il buco, ch’io possa col mio sguardo penetrarti.
Il Muro diverge le dita a forma di “V”
Grazie, cortese muro. Che Giove per questo ti protegga!
Ma cosa vegg’io? Io Tisbe alcuna non vedo!
O perfido muro, la mia gioia per la tua crepa non veggo.
Maledette sian le tue pietre, per avermi ingannato!

[...]
Entra Tisbe
TISBE
O muro, che gemere mi senti tanto spesso,
perché dividi il mio bel Piramo da me!
Le mie ceràsee labbra hanno spesso baciato le tue pietre,
le pietre tue, in te murate con pelo e calce.

PIRAMO
Vedo una voce. Or m’approssimo al buco per vedere
se riesco a udire il volto di mia Tisbe adorata.
Tisbe?

TISBE
L’amante mio, penso tu sia. L’amante mio!

PIRAMO
Pensa pure ciò che vuoi, io son proprio Sua Grazia, l’amante tuo!
E sempre fido ti son come Limandro.

TISBE
Ed io com’Elena, finché non mi uccidano i Fati.

PIRAMO
Non Cefàl sì fedele fu a Procro.

TISBE
Come Scefalo a Procro, io a te.

PIRAMO
Deh baciami attraverso il buco del vil muro.

TISBE
Io bacio il buco del muro, e non le labbra tue.

PIRAMO
Vorrai immantinente incontrarmi di Ninnolo alla tomba?

TISBE
Per la vita, per la morte, a te verrò senz’altro!
Escono Piramo e Tisbe (lui da una parte, lei dall’altra)

MURO
Or dunque, io, il Muro, ho qui finito la mia parte.
E avendola finita, ecco che il Muro se ne va.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]