[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 218 / FEBBRAIO 2026 (CCXLIX)


arte

SUL PARAKLAUSITHYRON
"NON LASCIARMI QUI SOLO DAVANTI ALLA PORTA” / II
di Teresa Nicolangelo

 

Il topos poetico del paraklausithyron, estremamente – si è visto – diffuso e pervasivo, si presta favorevolmente anche a variazioni sul tema, trascendendo i limiti della poesia d’amore e dei rapporti uomo-donna mediante un’indagine trasversale dei sentimenti: ecco dunque inquadrabili e interpretabili sotto una nuova luce le variationes, entrambe novecentesche, restituite da due opere iconiche – l’una di Adolfo Wildt, l’altra di Jannis Kounellis – che fanno, rispettivamente, dell’exclusus amator una madre disperata e l’autore ribelle nei confronti dell’Arte-amata che ne ha tradita la fiducia, concedendosi al mercato.

 

Nel disegno a matita e tocchi a doratura Pianto sulla porta chiusa – dal quale si originano a partire dal 1919 una serie di incisioni ad acquaforte e acquatinta, anche a tiratura postuma –, opera del milanese Adolfo Wildt (1868-1931), l’autore (che così la descrive: “Dal selciato la cattiva madre ritorna alla casa che vide la vera sua felicità. Una cagna le abbaia la fiera sua rampogna. La porta è chiusa: nell’interno brilla la luce d’oro del bimbo”) combina uno stile fortemente sintetico di origine simbolista e caratterizzato da un minuto e sottile linearismo nel tratteggio della figura solo per contorni – con un’esasperata astrazione che abdica a ogni referente naturalistico in favore di un tracciato continuo che scorre sulla superficie senza interruzione alcuna, nel più totale rifiuto del gioco chiaroscurale, in una bidimensionalità in cui l’unica contestualizzazione spaziale è costituita dalla parete, all’interno di una composizione in cui i personaggi paiono galleggiare sospesi in una sorta di non luogo – a un quasi angoscioso misticismo affidato al segno asciutto, all’espressionismo gestuale, con l’intento di evocare e rinviare sempre a un evento “alto”, piuttosto riferibile a una dimensione magico-religiosa che alla tangibilità di un evento mondano “nel solitario meditare di un credente” (Suggi).

 

Una vera porta chiusa, murata a pietra, è invece l’assoluta protagonista di un’installazione che Jannis Kounellis (1936-2017) riproporrà a più riprese – facendone un vero e proprio leitmotiv – nel corso della propria carriera artistica a partire dal 1969, specchio metaforico del disincanto e della frustrazione derivanti dalla fagocitazione dell’Arte Povera – nata proprio per decostruire quei meccanismi e dunque in un tradimento dei propri assunti – dalle logiche di mercato, dalla società dei consumi e dagli spazi espositivi tradizionali, metafora al contempo di chiusura e rifiuto verso il tradimento dell’arte stessa, incapace di lasciare fuori il consumismo e la fruizione fine a sé stessa.

 

Tra le opere che consegneranno al Maestro maggiore fama presso il pubblico internazionale, la porta chiusa diviene particolarmente iconica e impattante sia nella versione della sua prima apparizione, a San Benedetto del Tronto, a sigillo dell’ingresso dello spazio espositivo – cui impedisce l’accesso, spezzando in tal modo il dialogo opera/fruitore/contesto –, che nell’ultima, postuma, nel corso della retrospettiva del 2019 presso la Fondazione Prada in Ca’ Corner della Regina a Venezia: l’artista mette in discussione l’idea della pittura intesa come arte gravida di senso, preferendo invece proporre una “non-tela” di sassi, una porta serrata, sigillata, che mura letteralmente lo spazio architettonico, chiusura simbolica alle dinamiche del proprio tempo.

 

Un paraklausithyron risuona, poi, anche nel più celebre dei poemi d’amore dell’antichità: il biblico Cantico dei Cantici (5,2), tradizionalmente attribuito a Salomone, nella realtà invece riferibile – nella versione nota e giunta sino ai nostri giorni –, per via dei riferimenti culturali al suo interno e dell’utilizzo dell’ebraico tardo – detto mishnaico – in cui è redatto, a età ellenistica e ambiente alessandrino:

 

Dormivo, ma il mio cuore vegliava.

Un rumore! È il mio diletto che bussa:

“Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba, splendore mio;

perché il mio capo è bagnato di rugiada,

i miei riccioli di gocce notturne”.

 

Eccolo dunque, il capo rorido di rugiada evocato in precedenza (parte prima), comparire nel registro superiore – reduplicato quale puntuale citazione nel cartiglio incorniciante i versi illustrati nella versione della Vulgata, prima traduzione biblica ufficiale in latino a opera di Girolamo (V sec.), e quale altrettanto puntuale elemento iconografico nel gesto del bussare dell’innamorato – nel bozzetto originariamente concepito, nel 1876, per un’opera di ricamo e successivamente confluito nella quarta delle tavole a corredo di The Song of Songs with Six illustrations and decorative border di Sir Edward Burne-Jones (1833-1898) del 1902. Nella sezione inferiore del disegno, la sposa appare mollemente abbandonata al sonno, avvolta in morbidi drappeggi a sottolinearne le muliebri forme, mani e piedi dolcemente sovrapposti, mentre nel registro mediano – simbolico collegamento tra le due scene – un cherubino dalle caratteristiche quattro ali siede su una sorta di plinto, la sinistra sollevata in un gesto di ascolto, la destra che sorregge una lampada accesa: la vigilanza dello spirito che fa sì che seppur dormienti si resti vigili e pronti al richiamo dell’Amato.:

 

Maggiormente aderente all’estetica e alla spiritualità preraffaellite – attraverso una dimensione onirica e simbolista meno accentuata rispetto a quella datata 1876 – risulta una seconda, ma cronologicamente antecedente, versione del soggetto realizzata dallo stesso Burne-Jones: il disegno acquerellato I Sleep, but my Heart waketh, ideato nel 1862 quale progetto di vetrata per il transetto sud della chiesa di St Helen a Darley Dale, nel Derbyshire. Nella realizzazione definitiva, nella vetrata vera e propria cioè, l’intricato motivo in vetro policromo evidenzia tutta la maestria coloristica e di inventio dell’artista, favorendo al contempo – in piena aderenza al concetto, tipico dell’estetismo, dell’opera artistica considerabile quasi alla stregua di un oggetto mistico e tuttavia in grado di stimolare un godimento sensuale – anelito contemplativo e coinvolgimento emotivo nell’osservatore.

 

Un linguaggio artistico più moderno utilizza invece il poliedrico e sensibile artista elvetico Hans Erni (1909-2015) – il cui nome è legato in particolare alla realizzazione di un affresco per la pace all’ingresso del Palazzo delle Nazioni Unite a Ginevra – per dare forma al versetto biblico, nell’edizione del Cantico curata da Robert Graves e datata 1973: sketchate sul foglio quasi fossero flash onirici, le immagini e le linee si rincorrono, reduplicano, intrecciano, pur mantenendo come punto focale la separazione degli amanti da parte dell’ostacolo fisico che, tuttavia, fondendosi con l’ambientazione spaziale essenziale tende a dilavare contorni e tratti caratterizzanti, in bilico tra porta e parete. L’influenza di Pablo Picasso – frequentato personalmente dall’autore nel corso del suo periodo parigino –, tale da far guadagnare all’artista l’appellativo di “Picasso elvetico”, trova la sua più evidente espressione nel tratto grafico fondato sul nitore della linea continua che, libera e sicura, campisce lo spazio, mentre lo stile conserva, ammantato da un’aura di ammodernamento di motivi e tematiche, andamento e tono narrativo di stampo classicheggiante.

 

Alla categoria dei precedenti evocati a proposito della produzione greca può essere ricondotto con una certa agilità un esempio tratto dal celebre papiro egizio noto come Papiro Harris, risalente alla XIX-XX Dinastia (1292-1077 a.C.) e attualmente custodito al British Museum:

 

Passavo, di notte, vicino a casa sua.

Bussai, non mi fu aperto.

Una bella notte, per il portinaio!

O porta, apriti!

O chiavistello, sei il mio destino!

 

La fortuna del topos letterario perdura, salda, animando a distanza di secoli la “parabola” in versi del poeta, medico e mistico persiano Farid al-Din Attar Neishabouri (1145-1221): un paraklausithyron che, scaturendo dal dialogo tra gli amanti, conduce alla scoperta dell’Altro attraverso l’annientamento del sé (fanā’) per generare la fusione con Esso, il tawhid sufico:

 

L’innamorato bussò alla porta dell’amata.

“Chi è? disse l’amata da dentro.

“Sono io” rispose l’innamorato.

“Allora vattene. Questa casa non può contenere te e me”.

L’innamorato respinto se ne andò nel deserto. Là meditò per mesi, ponderando le parole dell’amata. Alla fine ritornò e bussò di nuovo alla porta.

“Chi è?”.

“Sei tu”.

La porta si aprì all’istante.

 

Una dimensione mistica sottesa che pervade, seppur velata da un’ambientazione quotidiana, anche la lirica del premio Nobel alla Letteratura del 1913, il bengalese Rabindranath Thakur (più familiare nella forma onomastica italianizzata di Tagore, 1861-1941), la XVIII della raccolta Gitanjali, “Offerta di canti”:

 

Nubi su nubi si addensano

si fa buio

amor mio perché mi lasci qui solo

davanti alla tua porta?

Il lavoro quotidiano tra la folla

mi sgomenta

attendo solo te

tu mi lasci qui solo

davanti alla tua porta

 

Nonostante la storia dell’arte figurativa mediorientale, che in quelle culture coincide essenzialmente con quella miniata, e segnatamente di area persiana – la più lontana dalla tendenza iconoclasta islamica –, risulti strettamente connessa alle tematiche letterarie, delle quali spesso si fa contrappunto iconografico attraverso topoi tratti da epopee mitologiche e da scene – definibili come di genere – di coppie illustranti, per esempio, i celebri versi di Omar Khayyam (1048-1131) tra ode al vino e carpe diem, non compaiono in essa specifiche raffigurazioni della tematica, che si appoggia alla simbologia e al linguaggio metaforico della lirica amorosa per esprimere in maniera maggiormente comprensibile all’animo umano concetti complessi di stampo speculativo-filosofico e mistico: ecco allora che è la stessa porta chiusa, come quella di epoca Qajar (1794-1925) densamente istoriata conservata a Baltimora, a parlare attraverso un ricco apparato decorativo che unisce, nei riquadri dei registri superiori e inferiori delle ante, tradizione mitologica – con centauri ed esseri ibridati non soltanto nella doppia natura umana-ferina, ma anche nella realizzazione pittorica, insieme figurativa e decorativo-ornamentale – ad accenni storicizzanti, nella presenza delle scene di genere e di corte, ma anche del personaggio abbigliato all’europea presente in entrambi i profili sinistri dei battenti, con una precisa volontà di revival storico nella ripresa di stilemi del periodo safavide (1501-1736) a testimonianza del rinnovato contatto tra Persia ed Europa, come nel corso del XVII secolo.

 

Una porta “narrante”, dunque, dietro la quale resistere alla suggestione di una storia di ascolto di sospiri d’amore costituisce impresa ardua.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]