[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 217 / GENNAIO 2026 (CCXLVIII)


arte

SUL PARAKLAUSITHYRON
"NON LASCIARMI QUI SOLO DAVANTI ALLA PORTA” / PARTE I
di Teresa Nicolangelo

 

In letteratura, e a volte anche nella vita, ricorda Luca Graverini – latinista che al tema un’interessante serie di studi ha dedicato – c’è spesso qualcosa a frapporsi tra gli amanti, ostacolandone l’unione e rendendone al contempo maggiormente movimentate e intriganti le vicende. E quel qualcosa viene talora a configurarsi come un impedimento propriamente fisico: talvolta un muro o una finestra chiusa, più comunemente una porta, naturalmente serrata. Ed è proprio dinanzi a quest’ostacolo, che impedisce l’unione o più semplicemente ne cela alla vista l’oggetto del proprio desiderio, che “l’innamorato si dispera, fantastica, si adira – insomma, sfoga tutte le emozioni che, se maneggiate da un buon poeta, possono generare la migliore poesia d’amore” (Graverini).

 

Senza addentrarsi in disquisizioni di stampo filologico circa la stringente etimologia del termine, basti in questa sede sottolineare come il paraklausíthyronhapax legomenonunicum cioè la cui sola attestazione figura in Plutarco, Moralia, 4 –, letteralmente “lamento presso la porta” (dal sostantivo greco kleio, lamento – e non invece dal verbo klaio, chiudere, con una confusione generata anche dalla similarità fonetica con il participio latino clausus, chiuso appunto – e con caratteristica peculiare, inclusa o meno che si voglia nell’etimologia, la porta in questione sempre sbarrata), viene a configurarsi e codificarsi nel tempo quale denominazione di una situazione divenuta topica, innalzata al contempo a motivo letterario caratteristico della poesia elegiaca d’amore greca e romana prima – con interessanti precedenti nella poesia di area orientale, come si vedrà in seguito –, della lirica trubadorica e medioevale poi, fino alla rielaborazione del topos stesso dell’ostacolo, estendendolo – latu sensu – oltre la stretta casistica della porta, attraverso l’inclusione di altre tipologie di elementi architettonici (e anche questo si vedrà in seguito): un amante (exclusus amator, a volte identificabile e coincidente con l’io poetico dell’autore), talora fradicio di alcool e di pioggia, in veglia notturna dinanzi alla porta chiusa dell’anelata e sospirata amata – spesso sotto sorveglianza di un custos o ianitor, custode della porta –, in preda a una lamentosa e più o meno veemente disperazione derivante dalla separazione. Un topos poetico spesso accompagnato da espedienti narrativi, quali il dialogo con la porta, che rifiuta di spalancarsi all’amante e alle delizie d’amore, come in Catullo, o il monologo della porta stessa, divenuta protagonista della scena in Properzio (Elegia I, 16).

 

La celebrità letteraria del paraklausithyron, tema come si è detto analizzato in questa sede proprio con l’assunto, anche se forse filologicamente non perfettamente corretto, dell’estensione semantica ad altre tipologie di ostacoli fisici – se è vero che ciò che incide nella fortuna di un tema, impattando nell’immaginario collettivo, più che la correttezza filologica è l’interpretazione che nel tempo di quel tema ne si è data –, pur investendo anche il repertorio figurativo e in esso riverberandosi, non trova tuttavia eguale rispondenza in ambito iconografico, se non in una delle sue declinazioni e variazioni, resa celebre e immortale dai versi e dalla fama imperitura di un insuperato poeta (e non solo) e della quale ci si occuperà più oltre.

 

Tornando alla questione e partendo dalle origini, se la prima (e unica in questa forma) attestazione del paraklausithyron – come anticipato – risale a Plutarco, e quindi al pieno II sec. d.C., del topos letterario si rintracciano in ambito greco precedenti già in Asclepiade, Callimaco, Teocrito, per poi migrare in ambito latino con differenti sfumature in Plauto, Catullo, Orazio, Ovidio, Tibullo, Properzio… L’exclusus amator dell’epigramma contenuto in Antologia palatina 5.189 e opera di Asclepiade di Samo (IV-III secolo a.C.) intona, ardente di desiderio, il suo lamevole e disperato canto sullo sfondo un paesaggio quasi romantico, connotato di accenti cupi, invernali e notturni, perfetto pendant al proprio stato d’animo: È una lunga notte e c’è tempesta; nel mezzo della notte le Pleiadi tramontano e io giungo presso lo spiazzo davanti alla porta, bagnato di pioggia, atterrito dal desiderio per quell’ingannatrice: infatti non d’amore Cipride, ma doloroso, di fuoco, ha scagliato un dardo.

 

Sempre in Asclepiade e sempre in Antologia Palatina 5.145, poi, si legge: Rimanete qui, mie ghirlande, ove vi appendo, a questa porta, e non scuotete via in fretta le vostre foglie, perché vi ho innaffiato con le mie lacrime: piovosi sono gli occhi degli amanti. Ma quando la porta si apre e la vedete, versate la mia pioggia sul suo capo, affinché possano, almeno i suoi bei capelli, bere le mie lacrime.

 

Versi ove torna a far capolino, seppur in maniera speculare rispetto al più tradizionale abbinamento con l’exclusus amator – in questo caso cioè con la donna amata –, il tema del capo rorido, non già di rugiada come in contesto ben più noto (e si vedrà), ma di una pioggia metaforica di lacrime stillante dagli occhi degli amanti. E se nel lirico greco il lamento è ancora davanti alla porta, il tema si trasforma e si innova attraverso un’irriverente serenata che è rivolta alla porta stessa nei versi della plautiana Serenata ai Pessuli – atto I scena III del Curculio –, versi di seguito riportati nella traduzione libera di L. Graverini: Chiavistelli, o Chiavistelli, vi saluto festante, vi amo, vi bramo, vi prego e vi supplico, soccorrete al mio amore, o dolcissimi, diventate per me saltellanti ballerini! Saltate su, vi supplico, e fatela uscire dalla porta, colei che a me, disperatamente innamorato, sta succhiando la vita! Ma guardali come dormono, Chiavistelli Cattivelli, non ci pensano proprio a smuoversi per me!

 

È infatti la comicità di Plauto, celeberrimo commediografo latino di II sec. a.C., a consegnare inaspettatamente al pubblico e all’immortalità – in una prima variazione sul tema – due personaggi d’eccezione, una coppia di indolenti chiavistelli, insensibili e sordi alle suppliche dell’innamorato che, folle d’amore, li implora – alla stregua di esseri animati –, di saltare via per lasciare che la porta si apra e, chissà, con essa forse anche il cuore della fatale domina della quale lo sventurato è vittima.

 

Il tema – si è detto – ha goduto nei secoli di una immensa fortuna, ampiamente in uso specialmente tra gli elegiaci: ne fornisce prova esemplare il secondo carme del I libro del Corpus Tibullianum, raccolta poetica del latino Tibullo (metà I sec. a.C.), il quale si profonde ed esibisce in virtuosistico saggio di bravura che da invettiva alla porta, colpevole di essere d’impaccio agli incontri adulterini con l’amata Delia, finisce per virare verso una supplice invocazione alla stessa: Mesci vino, e col vino placa i nuovi affanni, che il sonno vinca e prema i miei occhi d’innamorato affranto, né alcuno mi desti mentre il mio capo è stordito dal copioso Bacco e l’amore infelice riposa. Infatti un feroce custode vigila sulla mia fanciulla, e la dura porta è chiusa da un’inflessibile sbarra. Porta d’un terribile padrone, ti flagelli la pioggia, ti colpiscano i fulmini scagliati per ordine di Giove! O porta, ormai apriti a me solo, vinta da miei lamenti, e nel dischiuderti furtivamente non stridere al volgere dei cardini. E se talvolta per mia follia ti rivolsi qualche insolenza, perdonami: prego che essa ricada sul mio capo. Meglio ti si addice ricordare le numerose preghiere che ti ho rivolto con voce supplichevole, mentre appendevo al tuo stipite ghirlande di fiori. E anche tu, o Delia, non essere timida nell’ingannare i custodi.

 

I 16 versi di incipit dell’elegia fanno dunque propri altri due topoi cari agli amanti: la volontà di sciogliere e lenire nel vino e nell’ebbrezza i propri tormenti (chi altri, infatti, potrebbe rivolgersi a una porta chiusa, se non un triste e deluso innamorato ubriaco?!) e il sonno come ulteriore farmaco e rimedio d’oblio al mal d’amore (Leonardi). “Ma quello che si può ormai definire un luogo comune non resta chiuso nelle biblioteche di letterati aristocratici, e riverbera nelle strade delle città e nelle pareti delle case antiche” (Graverini): lo testimoniano, ad esempio, svariati graffiti pompeiani, che vengono così a configurarsi come una vera e propria antologia poetica popolare che alterna anonimi componimenti originali a colte citazioni di celebri poeti, quali Properzio e Ovidio.

 

La grande popolarità di tema e modulo letterario può, tuttavia, anche indurre a fraintendimenti, connotando come tali versi che in realtà non lo sono: è il caso di un componimento anonimo – originariamente graffito su di una parete pompeiana e attualmente conservato all’interno del Museo Archeologico Nazionale di Napoli – (erroneamente) noto come “il paraklausithyron di Pompei”, il n. 5296 del IV volume del Corpus Inscriptionum Latinarum, anche in questo caso nella libera traduzione di L. Graverini: Oh, se potessi avere le tue braccia al collo, e baciare teneramente le tue labbra! Ma vai, fanciulla, e affida al vento la tua gioia: credimi, fanciulla, incostante è la natura degli uomini. Spesso, sventurata, vegliavo a notte fonda tra me e me meditando così: “Molti che prima aveva esaltato, la sorte poi li ha gettati a terra e schiacciati: così, appena Venere ha congiunto i corpi degli amanti, il giorno viene a separarli, e... paries quid ama.

 

Il fraintendimento che ha condotto taluni (primo fra tutti Frank Olin Copley, autore di una raccolta di componimenti a tema) a ritenere tali versi un paraklausithyron deriva in parte dall’erroneo assunto che in origine il graffito si trovasse al di fuori della porta della cosiddetta “Casa del Dottore”, e non – come più attenti e recenti studi hanno dimostrato – all’interno (fattore che rende l’identificazione un insostenibile controsenso) di un’altra abitazione, probabile lupanare, dello stesso isolato.

 

Altro argomento a supporto della tesi del paraklausithyron è l’enigmatico e incompleto ultimo verso, lasciato e riportato non tradotto, menzionante una parete probabile ostacolo a due amanti, verso non pertinente al graffito originario, ma posto a commento del testo da una diversa mano… e quello sì, invece, riferibile a un paraklausithyron, citazione tanto puntuale quanto incompiuta di Ovidio (Metamorfosi 4.73) e della triste vicenda di Piramo e Tisbe, la celebre coppia di giovani, infelici e sfortunati innamorati, di cui ci si occuperà in seguito: paries, quid amantibus obstas?, parete, perché ti frapponi agli amanti?

 

Del paraklausithyron non vi è dunque traccia nel graffito, cui è semplicemente affidata la narrazione di due amanti separati dal sorgere del sole, mentre è invece evocato grazie alla connessione generatasi nella mente di chi, leggendo, ha pensato di commentare l’anonimo carme pompeiano attraverso una citazione di un verso ovidiano. E un vero e proprio flash, un’istantanea di realizzazione pratica di un graffito su di una parete nei pressi della porta di un’abitazione pompeiana è restituita dall’olio – perfettamente inscrivibile nella tendenza artistica ottocentesca di revival storico di gusto classicista, sviluppatasi parallelamente al filone orientalista – Pompei. In corrispondenza di una parete del polacco Stepan Vladislavovich Bakalowicz (1857-1947), ove il giovane di spalle, colto nel momento esatto in cui lo stilo nella destra scalfisce l’intonaco purpureo, è intento a incidere (chissà che non si tratti proprio di un paraklausithyron!) il proprio messaggio.

 

Di contro alla vivacità del dipinto di Bakalowicz, una certa tetra cromia, giocata prevalentemente sui toni degli ocra e in accordo al sentire del protagonista in primo piano sulla scena, anima il dipinto – vero e proprio paraklausithyron iconografico – di Nikolaj Abraham Abildgaard (1743-1809) dal titolo Tibullo che si lamenta presso la porta dell’amata, protagonista il cui struggimento è evocato dall’affranta gestualità – secondo una codifica già presente nell’arte antica – e dalla cetra ai piedi del poeta, che con il suo singultante canto nulla riesce a ottenere – e non senza una nota di una certa tragicomica ironia – se non la reazione infastidita del cane, mentre sullo sfondo il chiavistello s’impone alla vista, emergendo – anche simbolicamente, a guisa quasi di minacciosa presenza – dalla fosca oscurità che avvolge, fagocitandola, la porta.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]