N° 217
/ GENNAIO 2026 (CCXLVIII)
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arte
SUL PARAKLAUSITHYRON
"NON LASCIARMI QUI SOLO DAVANTI ALLA
PORTA” / PARTE I
di Teresa
Nicolangelo
In
letteratura, e a volte anche nella
vita, ricorda Luca Graverini – latinista che al tema
un’interessante serie di studi ha
dedicato – c’è spesso qualcosa a
frapporsi tra gli amanti,
ostacolandone l’unione e rendendone
al contempo maggiormente movimentate
e intriganti le vicende. E quel
qualcosa viene talora a configurarsi
come un impedimento propriamente
fisico: talvolta un muro o una
finestra chiusa, più comunemente una
porta, naturalmente serrata. Ed è
proprio dinanzi a quest’ostacolo,
che impedisce l’unione o più
semplicemente ne cela alla vista
l’oggetto del proprio desiderio, che
“l’innamorato si dispera,
fantastica, si adira – insomma,
sfoga tutte le emozioni che, se
maneggiate da un buon poeta, possono
generare la migliore poesia d’amore”
(Graverini).
Senza addentrarsi in disquisizioni
di stampo filologico circa la
stringente etimologia del termine,
basti in questa sede sottolineare
come il paraklausíthyron
– hapax
legomenon, unicum cioè
la cui sola attestazione figura in
Plutarco, Moralia,
4 –, letteralmente “lamento presso
la porta” (dal sostantivo greco kleio,
lamento – e non invece dal verbo klaio,
chiudere, con una confusione
generata anche dalla similarità
fonetica con il participio latino clausus,
chiuso appunto – e con
caratteristica peculiare, inclusa o
meno che si voglia nell’etimologia,
la porta in questione sempre
sbarrata), viene a configurarsi e
codificarsi nel tempo quale
denominazione di una situazione
divenuta topica, innalzata al
contempo a motivo letterario
caratteristico della poesia elegiaca
d’amore greca e romana prima – con
interessanti precedenti nella poesia
di area orientale, come si vedrà in
seguito –, della lirica trubadorica
e medioevale poi, fino alla
rielaborazione del topos stesso
dell’ostacolo, estendendolo – latu
sensu – oltre la stretta
casistica della porta, attraverso
l’inclusione di altre tipologie di
elementi architettonici (e anche
questo si vedrà in seguito): un
amante (exclusus
amator, a volte identificabile e
coincidente con l’io poetico
dell’autore), talora fradicio di
alcool e di pioggia, in veglia
notturna dinanzi alla porta chiusa
dell’anelata e sospirata amata – spesso sotto sorveglianza di un custos o ianitor,
custode della porta –, in preda a
una lamentosa e più o meno veemente
disperazione derivante dalla
separazione. Un topos poetico
spesso accompagnato da espedienti
narrativi, quali il dialogo con la
porta, che rifiuta di spalancarsi
all’amante e alle delizie d’amore,
come in Catullo, o il monologo della
porta stessa, divenuta protagonista
della scena in Properzio (Elegia I,
16).
La celebrità letteraria del paraklausithyron,
tema come si è detto analizzato in
questa sede proprio con l’assunto,
anche se forse filologicamente non
perfettamente corretto,
dell’estensione semantica ad altre
tipologie di ostacoli fisici – se è
vero che ciò che incide nella
fortuna di un tema, impattando
nell’immaginario collettivo, più che
la correttezza filologica è
l’interpretazione che nel tempo di
quel tema ne si è data –, pur
investendo anche il repertorio
figurativo e in esso riverberandosi,
non trova tuttavia eguale
rispondenza in ambito iconografico,
se non in una delle sue declinazioni
e variazioni, resa celebre e
immortale dai versi e dalla fama
imperitura di un insuperato poeta (e
non solo) e della quale ci si
occuperà più oltre.
Tornando alla questione e partendo
dalle origini, se la prima (e unica
in questa forma) attestazione del paraklausithyron
– come anticipato – risale a Plutarco,
e quindi al pieno II sec. d.C., del topos letterario
si rintracciano in ambito greco
precedenti già in Asclepiade,
Callimaco, Teocrito, per poi migrare
in ambito latino con differenti
sfumature in Plauto, Catullo,
Orazio, Ovidio, Tibullo, Properzio…
L’exclusus
amator dell’epigramma contenuto
in Antologia
palatina 5.189 e opera di
Asclepiade di Samo (IV-III secolo
a.C.) intona, ardente di desiderio,
il suo lamevole e disperato canto
sullo sfondo un paesaggio quasi
romantico, connotato di accenti
cupi, invernali e notturni,
perfetto pendant al
proprio stato d’animo: È
una lunga notte e c’è tempesta; nel
mezzo della notte le Pleiadi
tramontano e io giungo presso lo
spiazzo davanti alla porta, bagnato
di pioggia, atterrito dal desiderio
per quell’ingannatrice: infatti non
d’amore Cipride, ma doloroso, di
fuoco, ha scagliato un dardo.
Sempre in Asclepiade e sempre in Antologia
Palatina 5.145, poi, si legge: Rimanete
qui, mie ghirlande, ove vi appendo,
a questa porta, e non scuotete via
in fretta le vostre foglie, perché
vi ho innaffiato con le mie lacrime:
piovosi sono gli occhi degli amanti.
Ma quando la porta si apre e la
vedete, versate la mia pioggia sul
suo capo, affinché possano, almeno i
suoi bei capelli, bere le mie
lacrime.
Versi ove torna a far capolino,
seppur in maniera speculare rispetto
al più tradizionale abbinamento con
l’exclusus
amator – in questo caso cioè con
la donna amata –, il tema del capo
rorido, non già di rugiada come in
contesto ben più noto (e si vedrà),
ma di una pioggia metaforica di
lacrime stillante dagli occhi degli
amanti. E se nel lirico greco il
lamento è ancora davanti alla porta,
il tema si trasforma e si innova
attraverso un’irriverente serenata
che è rivolta alla porta stessa nei
versi della plautiana Serenata
ai Pessuli – atto I scena III
del Curculio –,
versi di seguito riportati nella
traduzione libera di L. Graverini: Chiavistelli,
o Chiavistelli, vi saluto festante,
vi amo, vi bramo, vi prego e vi
supplico, soccorrete al mio amore, o
dolcissimi, diventate per me
saltellanti ballerini! Saltate su,
vi supplico, e fatela uscire dalla
porta, colei che a me,
disperatamente innamorato, sta
succhiando la vita! Ma guardali come
dormono, Chiavistelli Cattivelli,
non ci pensano proprio a smuoversi
per me!
È infatti la comicità di Plauto,
celeberrimo commediografo latino di
II sec. a.C., a consegnare
inaspettatamente al pubblico e
all’immortalità – in una prima
variazione sul tema – due personaggi
d’eccezione, una coppia di indolenti
chiavistelli, insensibili e sordi
alle suppliche dell’innamorato che,
folle d’amore, li implora – alla
stregua di esseri animati –, di
saltare via per lasciare che la
porta si apra e, chissà, con essa
forse anche il cuore della fatale domina della
quale lo sventurato è vittima.
Il tema – si è detto – ha goduto nei
secoli di una immensa fortuna,
ampiamente in uso specialmente tra
gli elegiaci: ne fornisce prova
esemplare il secondo carme del I
libro del Corpus
Tibullianum, raccolta poetica
del latino Tibullo (metà I sec.
a.C.), il quale si profonde ed
esibisce in virtuosistico saggio di
bravura che da invettiva alla porta,
colpevole di essere d’impaccio agli
incontri adulterini con l’amata
Delia, finisce per virare verso una
supplice invocazione alla stessa: Mesci
vino, e col vino placa i nuovi
affanni, che il sonno vinca e prema
i miei occhi d’innamorato affranto,
né alcuno mi desti mentre il mio
capo è stordito dal copioso Bacco e
l’amore infelice riposa. Infatti un
feroce custode vigila sulla mia
fanciulla, e la
dura porta è chiusa da
un’inflessibile sbarra. Porta d’un
terribile padrone, ti flagelli la
pioggia, ti colpiscano i fulmini
scagliati per ordine di Giove! O
porta, ormai apriti a me solo, vinta
da miei lamenti, e nel dischiuderti
furtivamente non stridere al
volgere dei
cardini. E se talvolta per mia
follia ti rivolsi qualche insolenza,
perdonami: prego che essa ricada
sul mio
capo. Meglio ti si addice ricordare
le numerose preghiere che ti ho
rivolto con voce supplichevole,
mentre appendevo al tuo
stipite ghirlande di fiori. E anche
tu, o Delia, non essere timida
nell’ingannare i custodi.
I 16 versi di incipit dell’elegia
fanno dunque propri altri due topoi cari
agli amanti: la volontà di
sciogliere e lenire nel vino e
nell’ebbrezza i propri tormenti (chi
altri, infatti, potrebbe rivolgersi
a una porta chiusa, se non un triste
e deluso innamorato ubriaco?!) e il
sonno come ulteriore farmaco e
rimedio d’oblio al mal d’amore (Leonardi).
“Ma quello che si può ormai definire
un luogo comune non resta chiuso
nelle biblioteche di letterati
aristocratici, e riverbera nelle
strade delle città e nelle pareti
delle case antiche” (Graverini): lo
testimoniano, ad esempio, svariati
graffiti pompeiani, che vengono così
a configurarsi come una vera e
propria antologia poetica popolare
che alterna anonimi componimenti
originali a colte citazioni di
celebri poeti, quali Properzio e
Ovidio.
La grande popolarità di tema e
modulo letterario può, tuttavia,
anche indurre a fraintendimenti,
connotando come tali versi che in
realtà non lo sono: è il caso di un
componimento anonimo – originariamente graffito su di una
parete pompeiana e attualmente
conservato all’interno del Museo
Archeologico Nazionale di Napoli – (erroneamente) noto come “il paraklausithyron di
Pompei”, il n. 5296 del IV volume
del Corpus
Inscriptionum Latinarum, anche
in questo caso nella libera
traduzione di L. Graverini: Oh,
se potessi avere le tue braccia al
collo, e baciare teneramente le tue
labbra! Ma vai, fanciulla, e affida
al vento la tua gioia: credimi,
fanciulla, incostante è la natura
degli uomini. Spesso, sventurata,
vegliavo a notte fonda tra me e me
meditando così: “Molti che prima
aveva esaltato, la sorte poi li ha
gettati a terra e schiacciati: così,
appena Venere ha congiunto i corpi
degli amanti, il giorno viene a
separarli, e... paries quid ama.
Il fraintendimento che ha condotto
taluni (primo fra tutti Frank Olin
Copley, autore di una raccolta di
componimenti a tema) a ritenere tali
versi un paraklausithyron deriva
in parte dall’erroneo assunto che in
origine il graffito si trovasse al
di fuori della porta della
cosiddetta “Casa del Dottore”, e non
– come più attenti e recenti studi
hanno dimostrato – all’interno
(fattore che rende l’identificazione
un insostenibile controsenso) di
un’altra abitazione, probabile
lupanare, dello stesso isolato.
Altro argomento a supporto della
tesi del paraklausithyron è
l’enigmatico e incompleto ultimo
verso, lasciato e riportato non
tradotto, menzionante una parete
probabile ostacolo a due amanti,
verso non pertinente al graffito
originario, ma posto a commento del
testo da una diversa mano… e quello
sì, invece, riferibile a un paraklausithyron,
citazione tanto puntuale quanto
incompiuta di Ovidio (Metamorfosi 4.73)
e della triste vicenda di Piramo e
Tisbe, la celebre coppia di giovani,
infelici e sfortunati innamorati, di
cui ci si occuperà in seguito: paries,
quid amantibus obstas?, parete,
perché ti frapponi agli amanti?
Del paraklausithyron non
vi è dunque traccia nel graffito,
cui è semplicemente affidata la
narrazione di due amanti separati
dal sorgere del sole, mentre è
invece evocato grazie alla
connessione generatasi nella mente
di chi, leggendo, ha pensato di
commentare l’anonimo carme pompeiano
attraverso una citazione di un verso
ovidiano. E un vero e proprio flash,
un’istantanea di realizzazione
pratica di un graffito su di una
parete nei pressi della porta di
un’abitazione pompeiana è restituita
dall’olio – perfettamente
inscrivibile nella tendenza
artistica ottocentesca di revival
storico di gusto classicista,
sviluppatasi parallelamente al
filone orientalista – Pompei.
In corrispondenza di una parete del
polacco Stepan Vladislavovich
Bakalowicz (1857-1947), ove il
giovane di spalle, colto nel momento
esatto in cui lo stilo nella destra
scalfisce l’intonaco purpureo, è
intento a incidere (chissà che non
si tratti proprio di un paraklausithyron!)
il proprio messaggio.
Di contro alla vivacità del dipinto
di Bakalowicz, una certa tetra
cromia, giocata prevalentemente sui
toni degli ocra e in accordo al
sentire del protagonista in primo
piano sulla scena, anima il dipinto
– vero e proprio paraklausithyron iconografico
– di Nikolaj Abraham Abildgaard
(1743-1809) dal titolo Tibullo
che si lamenta presso la porta
dell’amata, protagonista il cui
struggimento è evocato dall’affranta
gestualità – secondo una codifica
già presente nell’arte antica – e
dalla cetra ai piedi del poeta, che
con il suo singultante canto nulla
riesce a ottenere – e non senza una
nota di una certa tragicomica ironia
– se non la reazione infastidita del
cane, mentre sullo sfondo il
chiavistello s’impone alla vista,
emergendo – anche simbolicamente, a
guisa quasi di minacciosa presenza – dalla fosca oscurità che avvolge,
fagocitandola, la porta.
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