[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 217 / GENNAIO 2026 (CCXLVIII)


arte

LA POESIA DI NORDBRANDT
UN TABLEAU VIVANT CHE SA DI MEDITERRANEO
di Marialuisa Dus

 

Il 31 gennaio 2023 il quotidiano Politiken annuncia la morte di Henrik Nordbrandt. Risale al 1966 il volume d’esordio Digte [Poesie] del celebre scrittore danese che ha pubblicato più di trenta raccolte poetiche, tradotte in diverse lingue, vincendo il “Premio per la letteratura” assegnato dal Consiglio Nordico nel 2000. A un anno dall’uscita della prima raccolta, lo scrittore danese viaggia in Grecia e Turchia; a Istanbul tornerà per vivere e studiare la lirica mistica antica. Mentre familiarizza con la cultura persiana e turca, tra gli anni Settanta e Novanta, compone riflettendo su se stesso con ironia e guardando all’universo dell’amore e della natura, influenzato dalla poesia di Gialal al-Din Rumi e di Junus Emre.

 

Nordbrandt nasce a Frediksberg il 21 marzo del 1945; la Royal Air Force poche ore dopo bombarda la Shell House di Copenaghen, allora sede della Gestapo. In un’intervista rilasciata nella sua abitazione, nell’isola di Møn sul Mar Baltico, Nordbrandt settantacinquenne ricorda l’infanzia e l’adolescenza come i momenti più difficili della sua vita, un’esistenza segnata da nervosismo. Lo stato di tensione, dovuto allo “shock da granate”, lo accompagnerà fino alla fine dei suoi giorni. A salvare Nordbrandt bambino, vittima di prepotenze fisiche e verbali da parte dei compagni di scuola, sofferente a sedici anni di anoressia, fu Joseph Welner, il suo psichiatra. Imparò tardi a leggere, preferiva disegnare. Di quel periodo il poeta ricorda Le Meravigliose avventure di Nils Holgersson che il padre gli leggeva ad alta voce.

 

A Copenaghen, dopo una giovinezza colma di dolore, Nordbrandt abbandona l’Università per studiare le lingue orientali. Si allontana dall’ambiente letterario danese per viaggiare in terre sconosciute alla ricerca di nuove suggestioni, mosso da un senso d’irrequietezza. Dagli anni Sessanta compie lunghi soggiorni in Grecia, Turchia e Spagna. Da uomo del Nord sente il fascino dei Paesi del Sole. Riscopre la Danimarca lontano dal rigido clima della Scandinavia, innamorato dell’Oriente mediterraneo, della civiltà greca e della fantastica Costantinopoli. Nella musica turca ritrova la malinconia scandinava. «Io sono Henrik Nordbrandt, nato in Danimarca»: esordisce nella poesia Inno patriottico. E pochi versi dopo, parlando dello “scheletro divoratore” che lo tiene aggrappato alla terra nativa, continua: «I fiumi dell’Africa non possono annegarlo né le cime / dell’Asia sollevarlo / e neppure i tramonti dell’Egeo sono forti abbastanza / da farlo luminoso, perché è fatto di fango, fitto di / penombra / di cristiani melliflui, di viscide mani grundtvigiane / che mai conobbero il piacere di sfiorare un marmoreo / viso sottomarino».

 

Come ricorda Uffe Harder nel testo introduttivo all’antologia edita da Giulio Einaudi nel 1979 Giovani poeti danesi la tradizione dei viaggi nella vita artistica danese va rafforzandosi dopo Hans Cristian Andersen. Nel 1840 lo scrittore di fiabe nato a Odense viaggia in Italia e in Grecia fino a Costantinopoli. Arrivato a Smirne, impressionato dalla fertilità delle coste asiatiche, nel diario appunta: «Vedevo il continente la cui vista fu concessa anche al Mosè dell’Egitto, il continente dove Cristo era nato, dove aveva imparato e sofferto, vedevo le coste dalle quali i canti di Omero erano riecheggiati nel mondo. Avrei messo piede in Oriente, la patria delle fiabe».

           

a quarta di copertina della prima opera pubblicata in volume in Italia su Nordbrandt, edita da Donzelli nel 2000 con il titolo Il nostro amore è come Bisanzio, propone la lirica Il fico della raccolta Apologia del vento sotto la porta (1980).

 

Come un fico purpureo e ben maturo

che si è aperto denudando

il suo rosato intimo dai semi lustri, carnosi,

e si disseca godendo del sole meridiano,

tu giaci accanto a me nel buio.

 

La poesia è un inno alla cultura classica mediterranea e all’amore, filo rosso dell’antologia italiana dedicata all’autore danese. Colori e forme rievocano l’universo dei piaceri. La morale classica rimane sullo sfondo di una scena che in primo piano mette l’appagamento. L’associazione tra la donna amata e il frutto biblico porta con sé i profumi e sapori del Vicino Oriente. Romolo e Remo furono allattati dalla Lupa sotto un fico selvatico. L’antica Roma, che nella leggenda rivede le proprie origini, attribuisce alla pianta di fico il significato di prosperità e salvezza. Adamo ed Eva si coprono le nudità, dopo aver gustato il frutto proibito, con le foglie di un fico, l’albero del bene e del male. La sacralità del fico, una delle sette piante della Terra promessa, unisce culture e religioni diverse, l’occidente e l’oriente. È l’ “albero del Cielo” nell’Islam.

           

La parola assoluta di Nordbrandt vive limpida nella sua rotondità e affida al mondo dei sensi le emozioni del cuore e i desideri dello sguardo. Si gusta con gli occhi l’immagine tutta al femminile del frutto carnoso nordbrandtiano la cui sensualità rievoca la pittura di Georgia O’Keeffe. L’artista dei fiori ingigantiti dai colori chiassosi dedica al frutto originario dell’Asia mediterranea uno splendido ritratto. Chiuso, solitario il Fico nero di O’Keeffe (1923) riposa sopra le pieghe di un tessuto bianco. Nella forma arrotondata del morbido frutto zuccherino è possibile riconoscere il corpo femminile di una Venere distesa. Al centro dell’ambientazione esotica ricreata dal poeta danese c’è la sensualità di un’odalisca che “denuda il suo rosato intimo dai semi lustri, carnosi”. Lo studioso italiano Bruno Berni, traduttore e saggista di numerosi volumi scandinavi, afferma che in Figen [Il fico] «la similitudine non è contenuta nella poesia, ma è la poesia».

           

Nordbrandt ricrea l’alcova dell’amore fondendo la luce del Nord e del Sud in un’immagine sobria e severa che lascia spazio al sogno. Dopo il godimento del “sole meridiano”, la passione chiude nel “buio” riposo, nell’oscurità della malinconica assenza. Il casto “accanto a me” posto alla fine del componimento porta, dopo il disseccamento, speranza non certezza. Risuona costante in Nordbrandt una tensione tra arrivi e partenze, l’addio aleggia come un fantasma. Il ritmo cambia bruscamente dalla prima alla seconda strofa del testo poetico che si svela tutta nell’ultimo verso, in quell’intimo e caldo “tu giaci”. Alla pienezza carica di purpurei entusiasmi si contrappone l’immobile silenzio, come alla vita succede la morte. Due estremi che si toccano: Cleopatra nella tragedia shakespeariana trova la morte in una cesta ‘dolce’ di fichi. Sono temi centrali nelle riflessioni dell’autore danese, colpito al primo incontro con il mondo della letteratura da I vermi alla porta del paradiso di Wallance Stevens, componimento poetico che definisce estetico e che apprezza per la maniera comica con cui è trattato l’argomento della morte e della resurrezione.  

           

Il frutto sacro dalle rilevanti proprietà mediche ritorna nella poesia esistenziale del classicista Nordbrandt. «I fichi sbadigliano / fosforei in una luce smorta che assorbe dall’interno / i contorni delle cose»: scrive il poeta danese nella lirica Frutta ritrovando conforto nella memoria della donna amata. «Presto ricorderò solo i tuoi capelli e le tue unghie»: il verso esalta il tema della rievocazione, dell’immagine che continua ad abitare la mente emozionando come in un lontano passato. Il tempo assottiglia i ricordi, raccoglie l’essenza delle cose lasciando svanire nel nulla il superfluo. Il piacere di una realtà proibita, paradisiaca è annaffiato da un sentimento di nostalgia, la mescolanza d’impressioni contrastanti sprigiona magia. Trionfano la lontananza dell’amore e la caducità della vita. Squillanti scenari orientali macchiati dei colori delle terre notturne: la poesia di Nordbradt è un tableau vivant che sa di Mediteranno.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]