LA POESIA DI NORDBRANDT
UN TABLEAU VIVANT CHE SA DI
MEDITERRANEO
di Marialuisa
Dus
Il 31
gennaio 2023 il quotidiano Politiken annuncia
la morte di Henrik Nordbrandt.
Risale al 1966 il volume d’esordio Digte [Poesie]
del celebre scrittore danese che ha
pubblicato più di trenta raccolte
poetiche, tradotte in diverse
lingue, vincendo il “Premio per la
letteratura” assegnato dal Consiglio
Nordico nel 2000. A un anno
dall’uscita della prima raccolta, lo
scrittore danese viaggia in Grecia e
Turchia; a Istanbul tornerà per
vivere e studiare la lirica mistica
antica. Mentre familiarizza con la
cultura persiana e turca, tra gli
anni Settanta e Novanta, compone
riflettendo su se stesso con ironia
e guardando all’universo dell’amore
e della natura, influenzato dalla
poesia di Gialal al-Din Rumi e di
Junus Emre.
Nordbrandt nasce a Frediksberg il 21
marzo del 1945; la Royal Air Force
poche ore dopo bombarda la Shell
House di Copenaghen, allora sede
della Gestapo. In un’intervista
rilasciata nella sua abitazione,
nell’isola di Møn sul Mar Baltico,
Nordbrandt settantacinquenne ricorda
l’infanzia e l’adolescenza come i
momenti più difficili della sua
vita, un’esistenza segnata da
nervosismo. Lo stato di tensione,
dovuto allo “shock da granate”, lo
accompagnerà fino alla fine dei suoi
giorni. A salvare Nordbrandt
bambino, vittima di prepotenze
fisiche e verbali da parte dei
compagni di scuola, sofferente a
sedici anni di anoressia, fu Joseph
Welner, il suo psichiatra. Imparò
tardi a leggere, preferiva
disegnare. Di quel periodo il poeta
ricorda Le Meravigliose avventure
di Nils Holgersson che il padre
gli leggeva ad alta voce.
A Copenaghen, dopo una giovinezza
colma di dolore, Nordbrandt
abbandona l’Università per studiare
le lingue orientali. Si allontana
dall’ambiente letterario danese per
viaggiare in terre sconosciute alla
ricerca di nuove suggestioni, mosso
da un senso d’irrequietezza. Dagli
anni Sessanta compie lunghi
soggiorni in Grecia, Turchia e
Spagna. Da uomo del Nord sente il
fascino dei Paesi del Sole. Riscopre
la Danimarca lontano dal rigido
clima della Scandinavia, innamorato
dell’Oriente mediterraneo, della
civiltà greca e della fantastica
Costantinopoli. Nella musica turca
ritrova la malinconia scandinava. «Io
sono Henrik Nordbrandt, nato in
Danimarca»: esordisce nella
poesia Inno patriottico. E
pochi versi dopo, parlando dello
“scheletro divoratore” che lo tiene
aggrappato alla terra nativa,
continua: «I fiumi dell’Africa
non possono annegarlo né le cime /
dell’Asia sollevarlo / e neppure i
tramonti dell’Egeo sono forti
abbastanza / da farlo luminoso,
perché è fatto di fango, fitto di /
penombra / di cristiani melliflui,
di viscide mani grundtvigiane / che
mai conobbero il piacere di sfiorare
un marmoreo / viso sottomarino».
Come ricorda Uffe Harder nel testo
introduttivo all’antologia edita da
Giulio Einaudi nel 1979 Giovani
poeti danesi la tradizione dei
viaggi nella vita artistica danese
va rafforzandosi dopo Hans Cristian
Andersen. Nel 1840 lo scrittore di
fiabe nato a Odense viaggia in
Italia e in Grecia fino a
Costantinopoli. Arrivato a Smirne,
impressionato dalla fertilità delle
coste asiatiche, nel diario appunta:
«Vedevo il continente la cui
vista fu concessa anche al Mosè
dell’Egitto, il continente dove
Cristo era nato, dove aveva imparato
e sofferto, vedevo le coste dalle
quali i canti di Omero erano
riecheggiati nel mondo. Avrei messo
piede in Oriente, la patria delle
fiabe».
a quarta di copertina della prima
opera pubblicata in volume in Italia
su Nordbrandt, edita da Donzelli nel
2000 con il titolo Il nostro
amore è come Bisanzio, propone
la lirica Il fico della
raccolta Apologia del vento sotto
la porta (1980).
Come un fico purpureo e ben maturo
che si è aperto denudando
il suo rosato intimo dai semi
lustri, carnosi,
e si disseca godendo del sole
meridiano,
tu giaci accanto a me nel buio.
La poesia è un inno alla cultura
classica mediterranea e all’amore,
filo rosso dell’antologia italiana
dedicata all’autore danese. Colori e
forme rievocano l’universo dei
piaceri. La morale classica rimane
sullo sfondo di una scena che in
primo piano mette l’appagamento.
L’associazione tra la donna amata e
il frutto biblico porta con sé i
profumi e sapori del Vicino Oriente.
Romolo e Remo furono allattati dalla
Lupa sotto un fico selvatico.
L’antica Roma, che nella leggenda
rivede le proprie origini,
attribuisce alla pianta di fico il
significato di prosperità e
salvezza. Adamo ed Eva si coprono le
nudità, dopo aver gustato il frutto
proibito, con le foglie di un fico,
l’albero del bene e del male. La
sacralità del fico, una delle sette
piante della Terra promessa, unisce
culture e religioni diverse,
l’occidente e l’oriente. È l’
“albero del Cielo” nell’Islam.
La parola assoluta di Nordbrandt
vive limpida nella sua rotondità e
affida al mondo dei sensi le
emozioni del cuore e i desideri
dello sguardo. Si gusta con gli
occhi l’immagine tutta al femminile
del frutto carnoso nordbrandtiano la
cui sensualità rievoca la pittura di
Georgia O’Keeffe. L’artista dei
fiori ingigantiti dai colori
chiassosi dedica al frutto
originario dell’Asia mediterranea
uno splendido ritratto. Chiuso,
solitario il Fico nero di O’Keeffe
(1923) riposa sopra le pieghe di un
tessuto bianco. Nella forma
arrotondata del morbido frutto
zuccherino è possibile riconoscere
il corpo femminile di una Venere
distesa. Al centro
dell’ambientazione esotica ricreata
dal poeta danese c’è la sensualità
di un’odalisca che “denuda il suo
rosato intimo dai semi lustri,
carnosi”. Lo studioso italiano Bruno
Berni, traduttore e saggista di
numerosi volumi scandinavi, afferma
che in Figen [Il fico] «la
similitudine non è contenuta nella
poesia, ma è la poesia».
Nordbrandt ricrea l’alcova
dell’amore fondendo la luce del Nord
e del Sud in un’immagine sobria e
severa che lascia spazio al sogno.
Dopo il godimento del “sole
meridiano”, la passione chiude nel
“buio” riposo, nell’oscurità della
malinconica assenza. Il casto
“accanto a me” posto alla fine del
componimento porta, dopo il
disseccamento, speranza non
certezza. Risuona costante in
Nordbrandt una tensione tra arrivi e
partenze, l’addio aleggia come un
fantasma. Il ritmo cambia
bruscamente dalla prima alla seconda
strofa del testo poetico che si
svela tutta nell’ultimo verso, in
quell’intimo e caldo “tu giaci”.
Alla pienezza carica di purpurei
entusiasmi si contrappone l’immobile
silenzio, come alla vita succede la
morte. Due estremi che si toccano:
Cleopatra nella tragedia
shakespeariana trova la morte in una
cesta ‘dolce’ di fichi. Sono temi
centrali nelle riflessioni
dell’autore danese, colpito al primo
incontro con il mondo della
letteratura da I vermi alla porta
del paradiso di Wallance
Stevens, componimento poetico che
definisce estetico e che apprezza
per la maniera comica con cui è
trattato l’argomento della morte e
della resurrezione.
Il frutto sacro dalle rilevanti
proprietà mediche ritorna nella
poesia esistenziale del classicista
Nordbrandt. «I fichi sbadigliano
/ fosforei in una luce smorta che
assorbe dall’interno / i contorni
delle cose»: scrive il poeta
danese nella lirica Frutta ritrovando
conforto nella memoria della donna
amata. «Presto ricorderò solo i
tuoi capelli e le tue unghie»:
il verso esalta il tema della
rievocazione, dell’immagine che
continua ad abitare la mente
emozionando come in un lontano
passato. Il tempo assottiglia i
ricordi, raccoglie l’essenza delle
cose lasciando svanire nel nulla il
superfluo. Il piacere di una realtà
proibita, paradisiaca è annaffiato
da un sentimento di nostalgia, la
mescolanza d’impressioni
contrastanti sprigiona magia.
Trionfano la lontananza dell’amore e
la caducità della vita. Squillanti
scenari orientali macchiati dei
colori delle terre notturne: la
poesia di Nordbradt è un tableau
vivant che sa di Mediteranno.