[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 150 / GIUGNO 2020 (CLXXXI)


moderna

La nascita degli Stati Uniti

Verso la Convenzione di Filadelfia

di Francesco Biscardi

 

Oggi si tende a considerare la Rivoluzione americana come scevra di caratteri sociali e come meno radicale rispetto a quella francese o a quella russa, riducendola superficialmente a mera rivolta contro un governo “lontano”, divenuto oppressivo e dispotico. In realtà non è così: essa ha avuto i suoi caratteri radicali e, anzi, per i suoi ideali e per la forma statuale cui diede vita, influenzò il corso della storia del mondo intero.

 

Nell’universo monarchico di ancien régime davvero pochi sognatori potevano dirsi così arditi da immaginare un futuro dove i re sarebbero stati deposti a favore di governi repubblicani. Anche il più fanatico e anacronistico ammiratore della Roma repubblicana o delle poleis greche difficilmente avrebbe avuto il coraggio di fomentare il rovesciamento della monarchia.

 

Del resto le repubbliche autoproclamate d’Europa, come i Cantoni svizzeri o le Province Unite, erano realtà statuali di piccole dimensioni, mentre il più recente precedente di governo repubblicano in un Paese di dimensioni estese era rappresentato dall’Inghilterra secentesca, uscita vittoriosa dalla guerra civile contro Carlo I Stuart, ma degenerato nella atroce dittatura di Cromwell, dando adito ai detrattori del sistema repubblicano per sottolinearne la fragilità.

 

È vero che il repubblicanesimo aveva un largo seguito sin dal Rinascimento, ma i più ritenevano che monarchia e repubblica si mescolassero e perfezionassero a vicenda: David Hume, ad esempio, reputava che la forma monarchica dovessàe tutta la sua perfezione a quella repubblicana, mentre altri, come Montesquieu, erano ammiratori del sistema monarchico inglese, basato sulla suddivisione dei poteri dove il re, “onnipotente per fare il bene”, precisava Voltaire, aveva “le mani legate per fare il male”.

 

Le idee repubblicane e illuministe avevano trovato terreno fertile in America, dove il conflitto con la madrepatria, cominciato nel 1775, si era chiuso positivamente nel 1783 con il Trattato di Parigi. Già durante lo scontro erano sorte delle discussioni sul futuro del nuovo Stato che sarebbe sorto sulle ceneri delle “vecchie” colonie inglesi. Il problema maggiore era che, dapprincipio, le colonie non avevano intenzione di attuare una secessione; per questo ai ceti dirigenti dei nuovi Stati indipendenti spettava un compito immane: quello di dare fondamenta solide al nuovo Stato nazionale.

 

Sebbene delle Costituzioni fossero state approvate dai singoli Stati sin dai primi anni di guerra, gli Articoli di Confederazione vennero ratificati solo nel 1781 (con essi si prevedeva la nascita di un’autorità centrale piuttosto debole a vantaggio dei singoli Stati, cui venivano assicurati ampi poteri). Tuttavia intricati nodi dovevano essere sciolti; il più spinoso riguardava la forma istituzionale: gli Stati Uniti sarebbero stati una Confederazione di Stati autonomi o una Repubblica federale con un forte potere centrale?

 

A partire da un Convegno in Virginia del 1786 prese piede la prospettiva di tenere una Convenzione a Filadelfia allo scopo di dirimere la questione. Essa inaugurò i suoi lavori nel maggio dell’anno seguente e fu presieduta da George Washington, eroe del conflitto contro gli inglesi, ritiratosi dopo di allora a vita privata.

 

Su di lui è giusto soffermarci un attimo: fieramente anti-tirannico ed esperto conoscitore dei valori repubblicani classici, questi appariva come la sola personalità in grado di trovare il consenso di tutte le forze politiche, vista la dedizione con cui aveva condotto la guerra indipendentistica (aveva persino rifiutato di essere stipendiato). L’atto che gli aveva guadagnato una ammirazione incomparabile era stato proprio il volontario ritiro: con gesto simbolico, il 23 dicembre 1783, aveva consegnato la spada al Congresso ed era tornato nella sua fattoria di Mount Vernon.

 

Mai era capitato nella storia recente che un capo carismatico, vincitore di un grande conflitto, avesse deposto volontariamente i poteri; correva addirittura voce che il re Giorgio III avesse affermato che se Washington si fosse realmente ritirato a vita privata come sembrava promettere, avrebbe meritato di essere considerato “il più grande uomo del mondo”. Così fece e non fu semplice persuaderlo a tornare in scena per presiedere i lavori di Filadelfia; alla fine accettò, preoccupato forse per il destino di smembramento che poteva paventare in un’assemblea scissa al suo interno.  

 

La Convenzione andò oltre il programma prefissato, arrivando a redigere la Costituzione, nonostante le discussioni che animarono le riunioni furono così aspre da rischiare in più occasioni di farne naufragare i lavori. Il principale dissidio verteva sulla forma istituzionale e vedeva contrapposti i “federalisti”, favorevoli alla formazione di un forte governo centrale, e gli antifederalisti, propensi a mantenere lo status quo. Altra spinosa questione riguardava i tre poteri fondamentali, il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario, se dovessero essere tenuti separati, in sostanziale autonomia l’uno dall’altro, o in una situazione di reciproco controllo.

 

Il modello storico a cui molti delegati si rifacevano era la Roma repubblicana, al punto da adottare spesso dei nomignoli ispirati ad alcuni suoi protagonisti: ad esempio l’antifederalista “Bruto”, contrario all’istituzione di un esercito nazionale permanente, ammoniva che la libertà romana era stata soppiantata dalle armate cesariane, mentre il collega “Catone” incitava a resistere contro qualsiasi deriva tirannica.

 

Ai dissidi ideologici si affiancavano quelli economici e sociali: gli Stati del Nord erano costituiti da una popolazione prevalentemente di origine europea e potevano vantare economie “moderne”, mentre quelli del Sud annoveravano un numero non indifferente di persone di origine africana ed erano fondati su un’economia di piantagione e sul lavoro degli schiavi. Ovviamente questi ultimi non erano disposti a vedere il peso del proprio Stato ridotto, ma mai avrebbero acconsentito a concedere la cittadinanza ai neri.

 

Il 16 luglio si giunse a un compromesso: venne accettata la nascita di un Parlamento bicamerale, diviso in un Senato, composto da due rappresentanti nominati dai singoli Stati (l’elezione diretta per i senatori verrà introdotta nel 1913), con poteri in materia di politica estera e di nomina dei funzionari federali, e da una Camera con competenze finanziarie, eletta a suffragio popolare e composta da un numero di rappresentanti proporzionati alla popolazione di ogni Stato (in riferimento alla schiavitù fu introdotto un meccanismo particolare: cinque schiavi erano conteggiati al pari di tre uomini liberi).

 

Riguardo all’esecutivo prevalse l’idea che dovesse essere nominato un supremo magistrato avente il compito di scegliere e dirigere la compagine governativa. Le maggiori discussioni, anche queste asprissime, ruotarono attorno alla durata del mandato, alla possibile rieleggibilità e al meccanismo della nomina. All’inizio si propendeva per una durata di sette anni senza possibilità di ulteriori mandati, mentre molti dubbi vi erano sull’affidarne l’elezione al popolo; gli Stati più grandi e popolosi erano per quest’ultima soluzione, mentre i più piccoli temevano che in questo modo i propri candidati non avrebbero avuto alcuna chance di vittoria.

 

Presto furono avanzati rilievi anche sul divieto di un secondo mandato: un rappresentante della Georgia sottolineò che negare al supremo magistrato la possibilità di una ricandidatura ne avrebbe potuto pregiudicare l’operato. Si optò anche in questo caso per un compromesso: il popolo avrebbe scelto dei delegati aventi il compito di eleggere il presidente, il quale sarebbe rimasto in carica quattro anni senza limiti di candidatura per futuri mandati.

 

Tuttavia, sin da Washington, unico caso nella storia di un commander in chief eletto unanimemente, è prevalsa la consuetudine, esistente ancora oggi, di ricandidarsi solo una seconda volta dopo il primo mandato (consuetudine infranta solo da Franklin Delano Roosevelt, candidatosi vittoriosamente per quattro mandati consecutivi fra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento).

 

Risolte queste annose questioni, si passò a decidere le funzioni e i poteri del presidente, che, sintetizzando molto, possiamo dire furono quelle di Capo di Stato e di Primo Ministro, con diritto di “veto” sulle decisioni del Congresso (annullabile però dalla maggioranza dei due terzi di ciascuna Camera), mentre a quest’ultimo fu riconosciuto il potere di destituire il supremo magistrato in caso di accertato impeachment. Infine fu regolato il potere giudiziario, affidato alla Corte Suprema e a corti “di grado inferiore” eventualmente istituite di volta in volta dal Congresso.

 

Chiusa la Convenzione e optatosi definitivamente per la soluzione repubblicana, la parola passò ai singoli Stati per la ratifica. Seguirono anche in questo caso indecisioni e dubbi, ma, alla fine, tutte le ex colonie approvarono la nuova Carta costituzionale. Tuttavia il processo di costruzione di una Repubblica federale unita ed esente da contraddizioni interne era tutt’altro che concluso: per poter parlare propriamente di “nazione” dovremo aspettare la conclusione della guerra civile del 1861-1865, a seguito della quale inizierà l’edificazione di un vero Stato-nazione destinato a concretizzarsi pienamente solo negli anni della Prima guerra mondiale.

 

Dunque la formazione degli Stati Uniti fu ben più complessa di quanto solitamente si crede, e non riducibile alla sola guerra d’indipendenza. Potremmo paragonare, con le debite differenze, il processo di nascita e di sviluppo degli States a quello del Regno d’Italia: anche nel nostro caso venne realizzata un’unificazione che non era inizialmente prevista nei progetti di Vittorio Emanuele II e di Cavour, i quali, d’accordo con Napoleone III, miravano solo a un ingrandimento dinastico, proprio come le colonie non volevano una secessione dalla madrepatria prima della rottura definitiva con Giorgio III.

 

Sia la Rivoluzione americana che l’unificazione italiana si verificarono a seguito di eventi in principio non previsti (come il sostegno francese alla causa delle colonie o l’impresa dei Mille), per cui simile era il compito che attendeva le classi dirigenti: edificare, partendo dalle basi, un nuovo Stato.

 

Oggi, complice il diffuso antiamericanismo e l’evidente fallimento delle millantate politiche di “esportazione della democrazia” nel mondo, si tende sempre più a enfatizzare gli errori compiuti dai Padri Costituenti e le contraddizioni che contrassegnarono già alla nascita gli Stati Uniti (pensiamo al mantenimento della schiavitù in spregio al principio, contenuto nella Dichiarazione d’Indipendenza del 1776, che “all men are created equal”), dimenticandosi della grande portata storica della Rivoluzione americana: da essa nacque il primo grande Stato repubblicano dell’era moderna, una terra di speranza, professatamente democratica, in contrapposizione alla gerarchica e classista società di ancien régime europea, una land of opportunity capace di far sognare milioni di persone nel mondo.

 

Inoltre, la stessa Rivoluzione francese, che siamo soliti ritenere la prima grande rivendicazione dei diritti umani dei tempi moderni, ebbe come autentico modello di riferimento proprio quella americana della decade precedente (non dimentichiamoci poi che fra le due fu la prima ad essere degenerata prima nel terrore giacobino e poi nell’impero napoleonico).

 

Già contemporanei come Benjamin Franklin, scomparso nel 1790 a meno di un anno dalla presa della Bastiglia, si chiedeva se le due rivoluzioni non fossero in qualche modo “gemelle”; forse è giusto ripartire da questo assunto per comprendere pienamente il retaggio di questi sommovimenti che hanno scritto una pagina fondamentale nella storia del mondo.

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

Abbattista G., La Rivoluzione americana, in Storia moderna, AA.VV., Donzelli, Roma 2014, pp. 525-552.

Borgognone G., Storia degli Stati Uniti. La democrazia americana dalla fondazione all’era globale, Feltrinelli, Bergamo 2016.

Sanfilippo M., Sogni, paure e presidenti. Politica e cultura da Washington a Bush jr, Cooper, Roma 2004.

Wood G.S., The Radicalism of the American Revolution, Vintage Books, New York 1993. 

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]