[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 223 / LUGLIO 2026 (CCLIV)


contemporanea

RICORDANDO Mother Jones

la nonna ribelle che sfidò l’America dei padroni
di Benedetto Asciuti
 

C’è un’immagine che attraversa come una lama la storia sociale degli Stati Uniti: una donna anziana, vestita di nero, minuta ma instancabile, che parla ai minatori, entra nei campi degli scioperanti, affronta sceriffi e giudici, sfida industriali potenti e non arretra davanti alla prigione. Quella donna era Mary Harris Jones (1837-1930), ma l’America operaia imparò a conoscerla con un altro nome: Mother Jones. Non fu soltanto una sindacalista, né semplicemente una militante. Fu una presenza quasi leggendaria nel cuore più duro del capitalismo industriale americano, una figura capace di trasformare la fragilità apparente dell’età avanzata in una delle armi politiche più efficaci del suo tempo.

 

Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, mentre gli Stati Uniti celebravano la propria ascesa industriale e raccontavano al mondo il mito delle opportunità illimitate, milioni di lavoratori vivevano una realtà molto diversa. Le miniere, le acciaierie, le ferrovie, le fabbriche tessili e i grandi cantieri erano il volto nascosto del progresso: luoghi di fatica estrema, salari bassi, giornate interminabili e incidenti frequenti. In quel paesaggio di carbone, ferro, polvere e sfruttamento, Mother Jones trovò la sua missione pubblica. Non arrivò alla militanza da giovane rivoluzionaria, ma dopo una vita già segnata da tragedie personali, lutti e perdite. Proprio per questo la sua voce assunse un timbro particolare: non quello dell’ideologa astratta, ma quello di una donna che aveva conosciuto il dolore e lo aveva trasformato in energia politica.

 

La sua forza stava anche in un paradosso. In un’epoca in cui la politica, il sindacato e la piazza erano considerati spazi maschili, Mother Jones scelse di occuparli senza chiedere permesso. E lo fece quando l’età avrebbe dovuto, secondo le convenzioni del tempo, relegarla al silenzio domestico. Invece viaggiò senza sosta, parlò nelle assemblee, organizzò scioperi, sostenne famiglie operaie, denunciò il lavoro minorile e incoraggiò i lavoratori a non piegarsi. La chiamavano “madre”, ma la sua maternità pubblica non aveva nulla di rassicurante o sentimentale: era una maternità combattiva, ruvida, costruita sul linguaggio della solidarietà di classe e della disobbedienza. Se era madre, lo era di un popolo di sfruttati che chiedeva pane, dignità e voce.

 

Il Paese del progresso e il volto nascosto dello sfruttamento

 

Per comprendere davvero la sua figura bisogna guardare all’America che aveva davanti. Era un Paese giovane e aggressivo, attraversato da migrazioni interne ed esterne, popolato da irlandesi, italiani, slavi, afroamericani, messicani, contadini sradicati e operai senza tutele. Era anche un Paese che amava raccontarsi come terra del successo industriale e individuale, ma che spesso trattava chi falliva, chi scioperava o chi chiedeva diritti come un nemico dell’ordine.

 

Gli industriali disponevano di enormi risorse economiche, di relazioni politiche influenti e, non di rado, di uomini armati pronti a spezzare le mobilitazioni. La repressione antisindacale non era un’eccezione: era parte del sistema. Gli scioperanti potevano essere licenziati, schedati, picchiati o arrestati. Le comunità minerarie vivevano sotto il controllo delle compagnie, che possedevano case, negozi, strumenti di lavoro e talvolta persino la vita quotidiana delle famiglie. In questo mondo chi parlava di organizzazione collettiva metteva in discussione non solo un padrone, ma un intero ordine sociale.

 

L’arte dell’agitazione: parlare agli ultimi, sfidare i potenti

 

Mother Jones seppe muoversi in questo scenario con un’intelligenza politica istintiva. Non aveva il profilo della dirigente sindacale da ufficio né quello della teorica chiusa nei libri. Era, prima di tutto, una grande agitatrice. Capiva il valore della presenza fisica, del discorso pronunciato davanti a una folla, del gesto simbolico capace di diventare racconto.

 

Andava dove il conflitto era più acceso: nelle miniere del West Virginia e della Pennsylvania, tra i lavoratori delle ferrovie, nelle comunità operaie soffocate dai debiti e dalla paura. Parlava con parole semplici, spesso dure, volutamente incendiarie. Non cercava di addolcire il conflitto sociale: lo nominava, lo rendeva visibile, lo trasformava in coscienza collettiva.

 

Dai Knights of Labor agli IWW: una vita dentro il movimento operaio

 

La sua biografia pubblica si intrecciò con alcune delle organizzazioni più importanti e controverse del movimento operaio americano. Frequentò l’ambiente dei Knights of Labor, sostenne la Western Federation of Miners e guardò con simpatia agli Industrial Workers of the World (i celebri Wobblies).

 

Gli IWW rappresentavano qualcosa di nuovo e radicale: un sindacato pensato per i lavoratori più instabili e marginali, per chi cambiava città seguendo il lavoro, per chi non possedeva nulla se non le proprie braccia. In un Paese diviso da lingue, razze, provenienze e mestieri, i Wobblies provarono a costruire un’idea semplice e potente: tutti i lavoratori appartenevano alla stessa lotta. Per Mother Jones, che aveva fatto della solidarietà concreta la sua bandiera, quella visione non poteva che apparire naturale.

 

La battaglia contro il lavoro minorile

 

Il suo nome, però, resta legato anche alle battaglie contro il lavoro minorile. In un’America che si arricchiva sulla produzione di massa, migliaia di bambini trascorrevano le giornate in fabbrica, nelle filande, nelle miniere o nei campi, pagando con la salute e con l’infanzia il prezzo della modernizzazione.

 

Mother Jones comprese prima di molti altri la forza morale e politica di quella denuncia. Portare i bambini lavoratori davanti all’opinione pubblica significava incrinare l’immagine trionfale del progresso industriale. Significava mostrare che dietro la ricchezza nazionale c’erano corpi piccoli, mani rovinate e vite consumate troppo presto. Anche in questo, il suo stile fu comunicativo prima ancora che sindacale: costruiva immagini, scene e racconti capaci di colpire la coscienza di chi leggeva o ascoltava.

 

Arresti, processi e la costruzione del mito

 

Naturalmente, un personaggio simile non poteva non attirare odio e paura. Gli industriali la consideravano una sobillatrice pericolosa, le autorità una minaccia all’ordine pubblico. Fu arrestata più volte, sorvegliata, insultata e trascinata in tribunale.

 

Ma ogni tentativo di ridurla al silenzio finiva spesso per rafforzarne il mito. Quando un giudice cercò di liquidarla chiamandola “nonna”, Mother Jones trasformò l’offesa in una maschera politica. Essere anziana non significava essere innocua; al contrario, le consentiva di parlare con una libertà che pochi altri possedevano. La sua età diventò una sfida vivente agli stereotipi: una donna vecchia, povera e senza potere istituzionale poteva ancora far tremare uomini ricchissimi e apparati dello Stato.

 

La guerra, la repressione e l’eredità delle lotte

 

La Prima guerra mondiale segnò una svolta cupa per l’intero movimento radicale americano. L’antimilitarismo degli IWW e di molti militanti socialisti venne bollato come tradimento. Il clima patriottico favorì arresti, processi, campagne di stampa e violenze private. L’idea stessa che i lavoratori potessero opporsi alla guerra o rifiutare di sacrificarsi per interessi economici superiori fu presentata come una minaccia alla nazione.

 

In quel passaggio, il movimento operaio più radicale subì colpi durissimi. Tuttavia, le sue parole d’ordine non scomparvero: rimasero come brace sotto la cenere, pronte a riemergere nelle grandi lotte sociali degli anni Trenta, quando la grande crisi economica avrebbe mostrato ancora una volta la fragilità del sogno americano.

 

Un’eredità ancora viva

 

Oggi Mother Jones appare come una figura più complessa di quanto suggerisca la semplice icona della “madre dei lavoratori”. Fu certamente una combattente sindacale, ma anche una narratrice politica del conflitto. Seppe dare volto e voce a un’America esclusa dal racconto ufficiale: quella dei minatori sepolti nelle gallerie, delle famiglie operaie affamate, dei bambini mandati al lavoro e degli immigrati trattati come manodopera usa e getta.

 

La sua grandezza sta forse proprio qui: nell’aver costretto il Paese a guardare ciò che preferiva non vedere. In una società fondata sul mito dell’ascesa individuale, Mother Jones ricordò che nessun riscatto è davvero possibile se resta isolato e che la dignità, quando diventa lotta comune, può trasformarsi in storia.

 

Oggi, il più diffuso periodico della sinistra statunitense – tra l’altro vincitore di premi prestigiosi per la sua qualità giornalistica – si intitola Mother Jones (www.motherjones.com), come omaggio che si perpetua a uno dei più formidabili personaggi che la storia del movimento operaio americano abbia mai conosciuto.

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

L'autobiografia di Mamma Jones. Vita di una agitatrice sindacale americana, a cura di P. Ortoleva, Torino, Einaudi, 1977.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]