RICORDANDO
Mother Jones
la nonna ribelle che sfidò l’America
dei padroni
di Benedetto Asciuti
C’è un’immagine che attraversa come
una lama la storia sociale degli
Stati Uniti: una donna anziana,
vestita di nero, minuta ma
instancabile, che parla ai minatori,
entra nei campi degli scioperanti,
affronta sceriffi e giudici, sfida
industriali potenti e non arretra
davanti alla prigione. Quella donna
era Mary Harris Jones (1837-1930),
ma l’America operaia imparò a
conoscerla con un altro nome: Mother
Jones. Non fu soltanto una
sindacalista, né semplicemente una
militante. Fu una presenza quasi
leggendaria nel cuore più duro del
capitalismo industriale americano,
una figura capace di trasformare la
fragilità apparente dell’età
avanzata in una delle armi politiche
più efficaci del suo tempo.
Tra la fine dell’Ottocento e i primi
decenni del Novecento, mentre gli
Stati Uniti celebravano la propria
ascesa industriale e raccontavano al
mondo il mito delle opportunità
illimitate, milioni di lavoratori
vivevano una realtà molto diversa.
Le miniere, le acciaierie, le
ferrovie, le fabbriche tessili e i
grandi cantieri erano il volto
nascosto del progresso: luoghi di
fatica estrema, salari bassi,
giornate interminabili e incidenti
frequenti. In quel paesaggio di
carbone, ferro, polvere e
sfruttamento, Mother Jones trovò la
sua missione pubblica. Non arrivò
alla militanza da giovane
rivoluzionaria, ma dopo una vita già
segnata da tragedie personali, lutti
e perdite. Proprio per questo la sua
voce assunse un timbro particolare:
non quello dell’ideologa astratta,
ma quello di una donna che aveva
conosciuto il dolore e lo aveva
trasformato in energia politica.
La sua forza stava anche in un
paradosso. In un’epoca in cui la
politica, il sindacato e la piazza
erano considerati spazi maschili,
Mother Jones scelse di occuparli
senza chiedere permesso. E lo fece
quando l’età avrebbe dovuto, secondo
le convenzioni del tempo, relegarla
al silenzio domestico. Invece
viaggiò senza sosta, parlò nelle
assemblee, organizzò scioperi,
sostenne famiglie operaie, denunciò
il lavoro minorile e incoraggiò i
lavoratori a non piegarsi. La
chiamavano “madre”, ma la sua
maternità pubblica non aveva nulla
di rassicurante o sentimentale: era
una maternità combattiva, ruvida,
costruita sul linguaggio della
solidarietà di classe e della
disobbedienza. Se era madre, lo era
di un popolo di sfruttati che
chiedeva pane, dignità e voce.
Il Paese del progresso e il volto
nascosto dello sfruttamento
Per comprendere davvero la sua
figura bisogna guardare all’America
che aveva davanti. Era un Paese
giovane e aggressivo, attraversato
da migrazioni interne ed esterne,
popolato da irlandesi, italiani,
slavi, afroamericani, messicani,
contadini sradicati e operai senza
tutele. Era anche un Paese che amava
raccontarsi come terra del successo
industriale e individuale, ma che
spesso trattava chi falliva, chi
scioperava o chi chiedeva diritti
come un nemico dell’ordine.
Gli industriali disponevano di
enormi risorse economiche, di
relazioni politiche influenti e, non
di rado, di uomini armati pronti a
spezzare le mobilitazioni. La
repressione antisindacale non era
un’eccezione: era parte del sistema.
Gli scioperanti potevano essere
licenziati, schedati, picchiati o
arrestati. Le comunità minerarie
vivevano sotto il controllo delle
compagnie, che possedevano case,
negozi, strumenti di lavoro e
talvolta persino la vita quotidiana
delle famiglie. In questo mondo chi
parlava di organizzazione collettiva
metteva in discussione non solo un
padrone, ma un intero ordine
sociale.
L’arte dell’agitazione: parlare agli
ultimi, sfidare i potenti
Mother Jones seppe muoversi in
questo scenario con un’intelligenza
politica istintiva. Non aveva il
profilo della dirigente sindacale da
ufficio né quello della teorica
chiusa nei libri. Era, prima di
tutto, una grande agitatrice. Capiva
il valore della presenza fisica, del
discorso pronunciato davanti a una
folla, del gesto simbolico capace di
diventare racconto.
Andava dove il conflitto era più
acceso: nelle miniere del West
Virginia e della Pennsylvania, tra i
lavoratori delle ferrovie, nelle
comunità operaie soffocate dai
debiti e dalla paura. Parlava con
parole semplici, spesso dure,
volutamente incendiarie. Non cercava
di addolcire il conflitto sociale:
lo nominava, lo rendeva visibile, lo
trasformava in coscienza collettiva.
Dai
Knights of Labor agli IWW:
una vita dentro il movimento operaio
La sua biografia pubblica si
intrecciò con alcune delle
organizzazioni più importanti e
controverse del movimento operaio
americano. Frequentò l’ambiente dei
Knights of Labor, sostenne la
Western Federation of Miners e
guardò con simpatia agli
Industrial Workers of the World
(i celebri
Wobblies).
Gli IWW rappresentavano qualcosa di
nuovo e radicale: un sindacato
pensato per i lavoratori più
instabili e marginali, per chi
cambiava città seguendo il lavoro,
per chi non possedeva nulla se non
le proprie braccia. In un Paese
diviso da lingue, razze, provenienze
e mestieri, i
Wobblies provarono a costruire
un’idea semplice e potente: tutti i
lavoratori appartenevano alla stessa
lotta. Per Mother Jones, che aveva
fatto della solidarietà concreta la
sua bandiera, quella visione non
poteva che apparire naturale.
La battaglia contro il lavoro
minorile
Il suo nome, però, resta legato
anche alle battaglie contro il
lavoro minorile. In un’America che
si arricchiva sulla produzione di
massa, migliaia di bambini
trascorrevano le giornate in
fabbrica, nelle filande, nelle
miniere o nei campi, pagando con la
salute e con l’infanzia il prezzo
della modernizzazione.
Mother Jones comprese prima di molti
altri la forza morale e politica di
quella denuncia. Portare i bambini
lavoratori davanti all’opinione
pubblica significava incrinare
l’immagine trionfale del progresso
industriale. Significava mostrare
che dietro la ricchezza nazionale
c’erano corpi piccoli, mani rovinate
e vite consumate troppo presto.
Anche in questo, il suo stile fu
comunicativo prima ancora che
sindacale: costruiva immagini, scene
e racconti capaci di colpire la
coscienza di chi leggeva o
ascoltava.
Arresti, processi e la costruzione
del mito
Naturalmente, un personaggio simile
non poteva non attirare odio e
paura. Gli industriali la
consideravano una sobillatrice
pericolosa, le autorità una minaccia
all’ordine pubblico. Fu arrestata
più volte, sorvegliata, insultata e
trascinata in tribunale.
Ma ogni tentativo di ridurla al
silenzio finiva spesso per
rafforzarne il mito. Quando un
giudice cercò di liquidarla
chiamandola “nonna”, Mother Jones
trasformò l’offesa in una maschera
politica. Essere anziana non
significava essere innocua; al
contrario, le consentiva di parlare
con una libertà che pochi altri
possedevano. La sua età diventò una
sfida vivente agli stereotipi: una
donna vecchia, povera e senza potere
istituzionale poteva ancora far
tremare uomini ricchissimi e
apparati dello Stato.
La guerra, la repressione e
l’eredità delle lotte
La Prima guerra mondiale segnò una
svolta cupa per l’intero movimento
radicale americano.
L’antimilitarismo degli IWW e di
molti militanti socialisti venne
bollato come tradimento. Il clima
patriottico favorì arresti,
processi, campagne di stampa e
violenze private. L’idea stessa che
i lavoratori potessero opporsi alla
guerra o rifiutare di sacrificarsi
per interessi economici superiori fu
presentata come una minaccia alla
nazione.
In quel passaggio, il movimento
operaio più radicale subì colpi
durissimi. Tuttavia, le sue parole
d’ordine non scomparvero: rimasero
come brace sotto la cenere, pronte a
riemergere nelle grandi lotte
sociali degli anni Trenta, quando la
grande crisi economica avrebbe
mostrato ancora una volta la
fragilità del sogno americano.
Un’eredità ancora viva
Oggi Mother Jones appare come una
figura più complessa di quanto
suggerisca la semplice icona della
“madre dei lavoratori”. Fu
certamente una combattente
sindacale, ma anche una narratrice
politica del conflitto. Seppe dare
volto e voce a un’America esclusa
dal racconto ufficiale: quella dei
minatori sepolti nelle gallerie,
delle famiglie operaie affamate, dei
bambini mandati al lavoro e degli
immigrati trattati come manodopera
usa e getta.
La sua grandezza sta forse proprio
qui: nell’aver costretto il Paese a
guardare ciò che preferiva non
vedere. In una società fondata sul
mito dell’ascesa individuale, Mother
Jones ricordò che nessun riscatto è
davvero possibile se resta isolato e
che la dignità, quando diventa lotta
comune, può trasformarsi in storia.
Oggi, il più diffuso periodico della
sinistra statunitense – tra l’altro
vincitore di premi prestigiosi per
la sua qualità giornalistica – si
intitola
Mother Jones (www.motherjones.com),
come omaggio che si perpetua a uno
dei più formidabili personaggi che
la storia del movimento operaio
americano abbia mai conosciuto.
Riferimenti bibliografici:
L'autobiografia di Mamma Jones. Vita
di una agitatrice sindacale
americana, a cura di P. Ortoleva,
Torino, Einaudi, 1977.