Effettivamente se pensiamo a
qualcuno che, seppur
involontariamente, consentì agli
occidentali la conoscenza di
un’alterità fino al XIII secolo
alquanto misteriosa, ben settecento
anni prima dell’invenzione di
internet; a qualcuno che “unì”
Europa ed Asia, che fu artefice di
una sorta di globalizzazione
ante litteram, allora Gengis
Khan risulta il candidato ideale: la
sua abilità militare, strategica e
amministrativa consentì
l’edificazione di un universo che
attrasse monaci, studiosi e
cavalieri, mossi sia dalla
prospettiva di un mondo diverso, dai
resoconti immaginato come
“fiabesco”, da “mille e una notte”,
sia dall’utopia di una
dilatatio Christianitatis, di
una estensione della Cristianità,
che stava fallendo in quelle
spedizioni militari che siamo soliti
definire “crociate”. Ma chi era
dunque costui e come avvenne questo
“incontro”?
Anno Domini 1221: a Damietta, allora
in mano cristiana, giunsero
documenti di mercanti, provenienti
dagli odierni India e Iraq, latori
di notizie di un potente sovrano,
“Davide, re delle Indie”, che si
stava facendo largo, con ferocia e
violenza, attraverso i regni
dell’Asia centrale. Si diceva che
avesse già sottomesso lo shah di
Persia e assoggettato città come
Samarcanda e Ghazna (in
Afghanistan). Un cronista lo
descriveva come inarrestabile ed
insaziabile di conquiste. L’uomo che
ricevette per primo tali resoconti
era Jacques de Vitry, vescovo di
Acri, il quale diffuse subito la
notizia a Roma e nelle principali
città europee. Una speranza animava
il prelato: “re Davide” stava
giungendo in soccorso dei cristiani
per colpire il sultano d’Egitto
(allora al-Kamil). Ma chi poteva
essere costui? Una risposta i
cristiani dell’epoca pensavano di
averla.
Anno Domini 1165: a Costantinopoli
era giunta una misteriosa lettera
indirizzata al
basilèus bizantino Manuele e al
re dei romani ed imperatore tedesco
Federico “Barbarossa”. Essa
favoleggiava di un mitico “prete
Gianni”, sovrano di un fantastico
regno ricchissimo, impermeabile a
quelle funeste epidemie che
falcidiavano il Vecchio continente,
lontano da quelle guerre che
dissanguavano la Cristianità, così
ricco da vedere «il miele scorrere a
fiumi e il latte abbondare ovunque»,
in un luogo dove non esisteva
«veleno che potesse arrecare danno».
Questo prete Gianni, riportava
sempre la missiva, si definiva
«monarca supremo», superiore «in
ricchezza, valore e potere su tutte
le creature viventi sotto il cielo»,
regnante su settantadue sovrani
contribuenti, indefesso cristiano e
protettore dei suoi fedeli, uniti
nella fede in Dio. Da allora si
cominciò a credere nell’esistenza di
questa enigmatica figura, che sarà
identificata ambiguamente in un
dominatore asiatico, come anche in
un regnante dell’Abissinia/Etiopia,
finanche, secondo il resoconto che
ne farà Marco Polo, in uno dei
grandi vinti dello stesso Gengis
Khan.
L’epistola sul prete Gianni era
probabilmente opera di monaci dalla
fervida immaginazione; tuttavia, la
storia circolò e, dopo l’episodio di
Damietta, fu materia di speculazione
su queste genti che, a suon di
battaglie e violenza, si stavano
aprendo la via verso il Vicino
Oriente. I mongoli erano in realtà
un popolo uralo-altaico, affine agli
avari e agli unni che gli europei
avevano già conosciuto nella Tarda
antichità, ma che, da quando si
riverseranno nelle terre della Rus’
di Kiev, faranno talmente paura da
essere immaginati come demoni usciti
dal Tartaro, dall’inferno, donde il
termine di tatari o tartari con cui
li ribattezzarono.
Colui che li guidava si chiamava
Temudjin ed era nato tra il 1155 e
il 1176 (l’anno più indicato è il
1162) in un villaggio presso le rive
del fiume Onon (non lontano
dall’attuale capitale mongola, Ulan
Bator). Secondo l’anonima
Storia segreta dei mongoli, il
futuro sovrano discendeva da un lupo
grigio-azzurro il cui destino era
stato scritto in cielo. A nove anni
avrebbe perso il padre, assassinato,
e sarebbe stato costretto, insieme
con la famiglia, a una vita di
stenti, basata su caccia e raccolta.
Presto sarebbe diventato esperto nel
cavalcare, cacciare e lottare.
Entrato nella maggiore età, sarebbe
stato reintegrato nel clan paterno e
avrebbe sposato Börte, la prima di
una dozzina di mogli e concubine che
ebbe in vita.
Fra le tribù mongole, arcaiche e
principalmente dedite alla
pastorizia, la guerra era endemica.
A circa venticinque anni, Temudjin
iniziò a mostrare le qualità di un
“khan”, di un “capo”, e venne
acclamato leader di una
confederazione nota come “Khamag
Mongol”. Iniziò così la sua ascesa:
dapprima sconfisse il clan rivale di
Jamukha e iniziò a distinguersi come
il principale signore della regione.
Come Maometto secoli prima in
Arabia, Temudjin comprese che i
legami fra le tribù delle steppe
asiatiche potevano essere sia causa
di potenziali conflitti, sia di
possibile unione. Così riorganizzò
la struttura societaria delle terre
sottomesse ed introdusse una riforma
militare meritocratica: alleati ed
ufficiali erano riconosciuti in base
al talento e alla fedeltà. Rese
inoltre stabile l’esercito, ponendo
alla base delle compagnie formate da
dieci uomini, dette “Arban”, formate
da sei arcieri a cavallo e quattro
lancieri con armatura pesante. Dieci
Arban davano poi vita alle divisioni
“Yagun”, le quali, a loro volta, in
numero di dieci costituivano le “Mingghan”.
In cima, diecimila uomini formavano
il “Tumen”. Varò poi un codice di
leggi noto come “Yasa”, che
obbligava i conquistatori ad
astenersi dal rubare o schiavizzare
i sottomessi, imponendo clemenza e
ospitalità in cambio dell’obbedienza
al khan. Severe pene punivano i
trasgressori.
La riorganizzazione delle
popolazioni tribali mongole
funzionò: ne nacque la più forte
macchina bellica dell’epoca, che
presto scardinò le strutture
politiche dell’Asia centrale e del
Medio Oriente. Longeve e potenti
dinastie quali i Jìn in Cina e i
Khawārazm in Persia furono travolte
dalle orde tataro-mongole, tanto che
Temudjin fu ribattezzato “Gengis
Khan”, “signore universale”.
I loro metodi erano brutali: non
esitavano a radere al suolo intere
città, a compiere atti di sterminio,
devastazioni di terre e regioni, ma,
una volta ultimate le loro
conquiste, secondo i precetti della
Yasa, mostravano clemenza e
tolleranza nei confronti di usi e
costumi, anche in ambito religioso,
purché i vinti si mostrassero fedeli
e pagassero i tributi.
L’ordine che venne istituito in
quell’immenso impero esteso dalle
estreme propaggini orientali
dell’Asia all’est Europa, determinò
un periodo che gli storici hanno
ribattezzato
Pax mongolica: commercio e
flussi mercantili conobbero un
grande sviluppo, mentre papi, teste
coronate, signorie e repubbliche
come Venezia inviarono i loro messi
sia allo scopo di fare affari (come
i Polo), sia nella speranza, presto
rivelatasi vana, di convertirli al
cristianesimo (come Giovanni del
Pian del Carpine), e di trovare
alleati contro gli islamici in Terra
Santa e in Nord Africa.
L’immenso impero di Gengis Khan
sopravvisse solo per alcuni decenni
alla sua morte, occorsa nel 1227,
conoscendo la massima espansione nel
1279 sotto Khubilai Khan, dopodiché
andò frantumandosi in khanati:
quello del Kipchak o dell’Orda
d’Oro, fra Asia centro-occidentale
ed est Europa, l'Ilkhanato in Asia
sud-occidentale, quello del Chagatai
in Asia Centrale, e il Gran khanato
fra Karakorum e Cina.
Sebbene non longevo come altri che
hanno costellato la storia umana,
pochi altri domini del passato hanno
offerto la possibilità ad
occidentali ed orientali di
conoscersi e di ampliare un universo
culturale ed economico che spesso,
in parte erroneamente, consideriamo
“chiuso” in quel Medioevo che,
sovente visto come “buio”,
rappresenta di contro la genesi
della modernità, della nostra
società e della nostra era globale.
Sul lungo cammino dello sviluppo
umano sicuramente Gengis Khan fu un
personaggio di rilievo, come
riconosciutogli dal
Washington Post un quarto di
secolo fa.
Riferimenti bibliografici: