[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 216 / DICEMBRE 2025 (CCXLVII)


medievale

SUI mongoli di Gengis Khan
Alle radici di una prima globalizzazione

di Francesco Biscardi

 

Anno Domini 2000: il Washington Post elegge Gengis Khan “uomo del millennio”. Una scelta apparentemente incomprensibile: cosa spinse un autorevole quotidiano di fama mondiale a optare per un feroce condottiero, assurto agli onori della celebrità per i massacri di cui si rese artefice, quale personaggio chiave del millennio che ci si lasciava alle spalle? Perché non si optò, ad esempio, per esploratori quali Colombo o Magellano, o per celeberrimi sovrani come Carlo V d’Asburgo o Napoleone? La decisione, in realtà, fu ponderata e, nei limiti che possono avere simili “nomine”, assolutamente sensata, come risposero i portavoce del periodico: «abbiamo cercato l’uomo del millennio fra quelli che hanno contribuito a rendere il mondo più piccolo, fra quelle persone che hanno smosso genti e tecnologie attraverso la terra, che hanno fatto progredire il cammino dell’uomo sul pianeta».

 

Effettivamente se pensiamo a qualcuno che, seppur involontariamente, consentì agli occidentali la conoscenza di un’alterità fino al XIII secolo alquanto misteriosa, ben settecento anni prima dell’invenzione di internet; a qualcuno che “unì” Europa ed Asia, che fu artefice di una sorta di globalizzazione ante litteram, allora Gengis Khan risulta il candidato ideale: la sua abilità militare, strategica e amministrativa consentì l’edificazione di un universo che attrasse monaci, studiosi e cavalieri, mossi sia dalla prospettiva di un mondo diverso, dai resoconti immaginato come “fiabesco”, da “mille e una notte”, sia dall’utopia di una dilatatio Christianitatis, di una estensione della Cristianità, che stava fallendo in quelle spedizioni militari che siamo soliti definire “crociate”. Ma chi era dunque costui e come avvenne questo “incontro”?

 

Anno Domini 1221: a Damietta, allora in mano cristiana, giunsero documenti di mercanti, provenienti dagli odierni India e Iraq, latori di notizie di un potente sovrano, “Davide, re delle Indie”, che si stava facendo largo, con ferocia e violenza, attraverso i regni dell’Asia centrale. Si diceva che avesse già sottomesso lo shah di Persia e assoggettato città come Samarcanda e Ghazna (in Afghanistan). Un cronista lo descriveva come inarrestabile ed insaziabile di conquiste. L’uomo che ricevette per primo tali resoconti era Jacques de Vitry, vescovo di Acri, il quale diffuse subito la notizia a Roma e nelle principali città europee. Una speranza animava il prelato: “re Davide” stava giungendo in soccorso dei cristiani per colpire il sultano d’Egitto (allora al-Kamil). Ma chi poteva essere costui? Una risposta i cristiani dell’epoca pensavano di averla.

 

Anno Domini 1165: a Costantinopoli era giunta una misteriosa lettera indirizzata al basilèus bizantino Manuele e al re dei romani ed imperatore tedesco Federico “Barbarossa”. Essa favoleggiava di un mitico “prete Gianni”, sovrano di un fantastico regno ricchissimo, impermeabile a quelle funeste epidemie che falcidiavano il Vecchio continente, lontano da quelle guerre che dissanguavano la Cristianità, così ricco da vedere «il miele scorrere a fiumi e il latte abbondare ovunque», in un luogo dove non esisteva «veleno che potesse arrecare danno». Questo prete Gianni, riportava sempre la missiva, si definiva «monarca supremo», superiore «in ricchezza, valore e potere su tutte le creature viventi sotto il cielo», regnante su settantadue sovrani contribuenti, indefesso cristiano e protettore dei suoi fedeli, uniti nella fede in Dio. Da allora si cominciò a credere nell’esistenza di questa enigmatica figura, che sarà identificata ambiguamente in un dominatore asiatico, come anche in un regnante dell’Abissinia/Etiopia, finanche, secondo il resoconto che ne farà Marco Polo, in uno dei grandi vinti dello stesso Gengis Khan.

 

L’epistola sul prete Gianni era probabilmente opera di monaci dalla fervida immaginazione; tuttavia, la storia circolò e, dopo l’episodio di Damietta, fu materia di speculazione su queste genti che, a suon di battaglie e violenza, si stavano aprendo la via verso il Vicino Oriente. I mongoli erano in realtà un popolo uralo-altaico, affine agli avari e agli unni che gli europei avevano già conosciuto nella Tarda antichità, ma che, da quando si riverseranno nelle terre della Rus’ di Kiev, faranno talmente paura da essere immaginati come demoni usciti dal Tartaro, dall’inferno, donde il termine di tatari o tartari con cui li ribattezzarono.

 

Colui che li guidava si chiamava Temudjin ed era nato tra il 1155 e il 1176 (l’anno più indicato è il 1162) in un villaggio presso le rive del fiume Onon (non lontano dall’attuale capitale mongola, Ulan Bator). Secondo l’anonima Storia segreta dei mongoli, il futuro sovrano discendeva da un lupo grigio-azzurro il cui destino era stato scritto in cielo. A nove anni avrebbe perso il padre, assassinato, e sarebbe stato costretto, insieme con la famiglia, a una vita di stenti, basata su caccia e raccolta. Presto sarebbe diventato esperto nel cavalcare, cacciare e lottare. Entrato nella maggiore età, sarebbe stato reintegrato nel clan paterno e avrebbe sposato Börte, la prima di una dozzina di mogli e concubine che ebbe in vita.

 

Fra le tribù mongole, arcaiche e principalmente dedite alla pastorizia, la guerra era endemica. A circa venticinque anni, Temudjin iniziò a mostrare le qualità di un “khan”, di un “capo”, e venne acclamato leader di una confederazione nota come “Khamag Mongol”. Iniziò così la sua ascesa: dapprima sconfisse il clan rivale di Jamukha e iniziò a distinguersi come il principale signore della regione.

 

Come Maometto secoli prima in Arabia, Temudjin comprese che i legami fra le tribù delle steppe asiatiche potevano essere sia causa di potenziali conflitti, sia di possibile unione. Così riorganizzò la struttura societaria delle terre sottomesse ed introdusse una riforma militare meritocratica: alleati ed ufficiali erano riconosciuti in base al talento e alla fedeltà. Rese inoltre stabile l’esercito, ponendo alla base delle compagnie formate da dieci uomini, dette “Arban”, formate da sei arcieri a cavallo e quattro lancieri con armatura pesante. Dieci Arban davano poi vita alle divisioni “Yagun”, le quali, a loro volta, in numero di dieci costituivano le “Mingghan”. In cima, diecimila uomini formavano il “Tumen”. Varò poi un codice di leggi noto come “Yasa”, che obbligava i conquistatori ad astenersi dal rubare o schiavizzare i sottomessi, imponendo clemenza e ospitalità in cambio dell’obbedienza al khan. Severe pene punivano i trasgressori.

 

La riorganizzazione delle popolazioni tribali mongole funzionò: ne nacque la più forte macchina bellica dell’epoca, che presto scardinò le strutture politiche dell’Asia centrale e del Medio Oriente. Longeve e potenti dinastie quali i Jìn in Cina e i Khawārazm in Persia furono travolte dalle orde tataro-mongole, tanto che Temudjin fu ribattezzato “Gengis Khan”, “signore universale”.

 

I loro metodi erano brutali: non esitavano a radere al suolo intere città, a compiere atti di sterminio, devastazioni di terre e regioni, ma, una volta ultimate le loro conquiste, secondo i precetti della Yasa, mostravano clemenza e tolleranza nei confronti di usi e costumi, anche in ambito religioso, purché i vinti si mostrassero fedeli e pagassero i tributi.

 

L’ordine che venne istituito in quell’immenso impero esteso dalle estreme propaggini orientali dell’Asia all’est Europa, determinò un periodo che gli storici hanno ribattezzato Pax mongolica: commercio e flussi mercantili conobbero un grande sviluppo, mentre papi, teste coronate, signorie e repubbliche come Venezia inviarono i loro messi sia allo scopo di fare affari (come i Polo), sia nella speranza, presto rivelatasi vana, di convertirli al cristianesimo (come Giovanni del Pian del Carpine), e di trovare alleati contro gli islamici in Terra Santa e in Nord Africa.

 

L’immenso impero di Gengis Khan sopravvisse solo per alcuni decenni alla sua morte, occorsa nel 1227, conoscendo la massima espansione nel 1279 sotto Khubilai Khan, dopodiché andò frantumandosi in khanati: quello del Kipchak o dell’Orda d’Oro, fra Asia centro-occidentale ed est Europa, l'Ilkhanato in Asia sud-occidentale, quello del Chagatai in Asia Centrale, e il Gran khanato fra Karakorum e Cina.

 

Sebbene non longevo come altri che hanno costellato la storia umana, pochi altri domini del passato hanno offerto la possibilità ad occidentali ed orientali di conoscersi e di ampliare un universo culturale ed economico che spesso, in parte erroneamente, consideriamo “chiuso” in quel Medioevo che, sovente visto come “buio”, rappresenta di contro la genesi della modernità, della nostra società e della nostra era globale. Sul lungo cammino dello sviluppo umano sicuramente Gengis Khan fu un personaggio di rilievo, come riconosciutogli dal Washington Post un quarto di secolo fa.

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

Cardini F., La scoperta dell’Asia, in La civiltà medievale, Jaca Book, Milano, 2012, pp. 217-226.

Jones D., Mongoli, in Troni e poteri, trad. it. di Guida E., Hoepli, Pioltello, 2025, pp. 293-326.

Staffa G., Gengis Khan, in I grandi imperatori, Newton Compton editori, Roma, 2015, pp. 497-532.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]