[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 221 / MAGGIO 2026 (CCLII)


attualità

SOGNANDO UN MONDO PACIFICATO
Uno scenario realizzabile?

di Giovanna D'Arbitrio

 

Sognando un mondo pacificato, ci vengono in mente molte frasi di personaggi famosi sulla pace, un traguardo forse raggiungibile mediante dialogo, pazienza e impegno quotidiano di molti Paesi sulla Terra. Ecco solo alcune citazioni: Mahatma Gandhi: “Non c’è via per la pace, la pace è la via”; Albert Einstein: “La pace non si conquista con la forza, ma solo con la comprensione”; Margherita Hack: “Rigettiamo con forza ogni forma di violenza e sopraffazione, la peggiore delle quali è la guerra”; Khalil Gibran: “Se ti sedessi su una nuvola non vedresti la linea di confine tra una nazione e l’altra”.

E poi, tra i numerosi libri che parlano di pace, ci sembra giusto citare Per una pace possibile. Responsabilità, giustizia e riparazione al tempo delle guerre, di Roberto Cornelli e Adolfo Ceretti, un libro che viene così presentato da Feltrinelli: “Un saggio rigoroso ma attraversato da immagini e casi concreti, che intreccia filosofia, criminologia, teoria sociale e riflessione etico-politica. Un libro necessario per comprendere il nostro presente e per riaprire, con lucidità, lo spazio di una pace non retorica, ma possibile. In un tempo in cui la guerra torna a essere linguaggio ordinario della politica e dell’immaginario collettivo, Ceretti e Cornelli propongono una riflessione radicale e controcorrente: è ancora pensabile la pace? E a quali condizioni? [...]. Ceretti e Cornelli analizzano la trasformazione contemporanea dei conflitti: società attraversate da fratture etiche, religiose e politiche sempre più difficili da ricondurre a sintesi; linguaggi che pretendono di imporsi come assoluti; identità che si irrigidiscono fino a rendere la convivenza impossibile. In questo scenario, guerra e pace non sono concetti univoci, ma parole moltiplicate, contese, spesso svuotate di significato. La tesi è esigente: la pace non è un’utopia ingenua né un semplice armistizio, ma un lavoro sul limite. Limite della forza, del potere, dell’odio, della pretesa di assolutezza. Solo riconoscendo questo limite – individuale e collettivo – è possibile sottrarre i conflitti alla deriva distruttiva e restituirli a una dimensiona politica”.

 

Interessante ciò che scrive sul libro Luigi Manconi – senatore, scrittore, sociologo e critico musicale – in una sua recensione su “La Repubblica”, in cui sottolinea che chi ha conosciuto il Male non riesce ad accontentarsi della giustizia dei tribunali e cerca, invece, di dare un senso ai “mostri” prodotti dalla violenza. E “i mostri” popolanti le nostre coscienze, con i quali impariamo a convivere, rivelano molto di noi non solo come individui, ma anche come membri di gruppi e di comunità.

 

Il saggio, inoltre, analizza come l’odio nasca e si rafforzi attraverso la creazione di “universali” contro cui diventa naturale scagliarsi. “Chi odia non vede mai l’altro ma la categoria a cui apparterrebbe, rendendo così possibile l’attacco al corpo non solo e non tanto del singolo, quanto di un nemico assoluto che in quell’istante si incarna e si materializza”. Seguendo il filosofo Emmanuel Lévinas, autore di L’Epifania del volto, il libro sottolinea che chi odia un universale non vede mai il volto dell’altro, perché “può anche vederlo in carne e ossa, ma non può incrociarne lo sguardo, riconoscerne l’umanità, perché la sua cosmologia - vale a dire quel modo, tra i tanti possibili, in cui costruisce il suo mondo interiore - è talmente intrisa di quell’universale da rendersi indifferente all’individualità”.

 

Una “pace possibile”, quindi, si potrà attuare forse solo nello scomporre quell’universale che ognuno di noi finisce per identificare con l’altro da sé, in una “un’epifania del volto”, ossia nell’incontro con gli occhi dell’altro, cioè con la sua umanità.

 

Senza dubbio molto interessante la recensione di Luigi Manconi, ma in questo difficile momento storico, forse il pericolo maior che corriamo nei paesi occidentali è quello di “abituarci” al Male e agli orrori delle guerre sperando che non ci coinvolgano, orrori rappresentati quasi come un video game giornaliero nei vari tg, seguiti perfino quando siamo a tavola, nelle nostre case. E ci viene in mente il film La Zona d’interesse, di Jonathan Glazer sul gerarca nazista Rudolf Höss e la sua famiglia che vivevano in una villa confinante con il campo di sterminio di Auschwitz, in una sconvolgente indifferenza a pochi metri dall’orrore.

 

E se molti si mostrano quasi indifferenti, altri invece si sentono impotenti e in balia di violenti venti di guerra, non più persone, ma simili alle povere “Formiche cieche” descritte nel libro di Ramiro Pinilla negli anni Sessanta, metafora della condizione umana e della lotta quotidiana in condizioni avverse ed oppressive.

 

Continuando comunque a sperare in un futuro migliore, concludiamo con La Pace è Urgente a cura del CeSI (Centro Studi Internazionali), un documento che analizza le cause della crisis della diplomazia in un mondo di guerre ibride in cui sarebbe consigliabile intervenire direttamente sul campo, affiancando gli interventi umanitari e promuovendo iniziative di stabilizzazione e dialogo.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]