SOGNANDO UN MONDO PACIFICATO
Uno scenario realizzabile?
di
Giovanna D'Arbitrio
Sognando un mondo pacificato, ci
vengono in mente molte frasi di
personaggi famosi sulla pace, un
traguardo forse raggiungibile
mediante dialogo, pazienza e impegno
quotidiano di molti Paesi sulla
Terra. Ecco solo alcune citazioni:
Mahatma Gandhi: “Non c’è via per la
pace, la pace è la via”; Albert
Einstein: “La pace non si conquista
con la forza, ma solo con la
comprensione”; Margherita Hack:
“Rigettiamo con forza ogni forma di
violenza e sopraffazione, la
peggiore delle quali è la guerra”;
Khalil Gibran: “Se ti sedessi su una
nuvola non vedresti la linea di
confine tra una nazione e l’altra”.
E poi, tra i numerosi libri che
parlano di pace, ci sembra giusto
citare
Per una pace possibile.
Responsabilità, giustizia e
riparazione al tempo delle guerre,
di Roberto Cornelli e Adolfo Ceretti,
un libro che viene così presentato
da Feltrinelli: “Un saggio
rigoroso ma attraversato da immagini
e casi concreti, che intreccia
filosofia, criminologia, teoria
sociale e riflessione etico-politica.
Un libro necessario per comprendere
il nostro presente e per riaprire,
con lucidità, lo spazio di una pace
non retorica, ma possibile. In un
tempo in cui la guerra torna a
essere linguaggio ordinario della
politica e dell’immaginario
collettivo, Ceretti e Cornelli
propongono una riflessione radicale
e controcorrente: è ancora pensabile
la pace? E a quali condizioni?
[...]. Ceretti e Cornelli analizzano
la trasformazione contemporanea dei
conflitti: società attraversate da
fratture etiche, religiose e
politiche sempre più difficili da
ricondurre a sintesi; linguaggi che
pretendono di imporsi come assoluti;
identità che si irrigidiscono fino a
rendere la convivenza impossibile.
In questo scenario, guerra e pace
non sono concetti univoci, ma parole
moltiplicate, contese, spesso
svuotate di significato. La tesi è
esigente: la pace non è un’utopia
ingenua né un semplice armistizio,
ma un lavoro sul limite. Limite
della forza, del potere, dell’odio,
della pretesa di assolutezza. Solo
riconoscendo questo limite –
individuale e collettivo – è
possibile sottrarre i conflitti alla
deriva distruttiva e restituirli a
una dimensiona politica”.
Interessante ciò che scrive sul
libro Luigi Manconi – senatore,
scrittore, sociologo e critico
musicale – in una sua recensione su
“La Repubblica”, in cui sottolinea
che chi ha conosciuto il Male non
riesce ad accontentarsi della
giustizia dei tribunali e cerca,
invece, di dare un senso ai “mostri”
prodotti dalla violenza. E “i
mostri” popolanti le nostre
coscienze, con i quali impariamo a
convivere, rivelano molto di noi non
solo come individui, ma anche come
membri di gruppi e di comunità.
Il saggio, inoltre, analizza come
l’odio nasca e si rafforzi
attraverso la creazione di
“universali” contro cui diventa
naturale scagliarsi. “Chi odia non
vede mai l’altro ma la categoria a
cui apparterrebbe, rendendo così
possibile l’attacco al corpo non
solo e non tanto del singolo, quanto
di un nemico assoluto che in
quell’istante si incarna e si
materializza”. Seguendo il filosofo
Emmanuel Lévinas, autore di
L’Epifania del volto, il libro
sottolinea che chi odia un
universale non vede mai il volto
dell’altro, perché “può anche
vederlo in carne e ossa, ma non può
incrociarne lo sguardo, riconoscerne
l’umanità, perché la sua cosmologia
- vale a dire quel modo, tra i tanti
possibili, in cui costruisce il suo
mondo interiore - è talmente intrisa
di quell’universale da rendersi
indifferente all’individualità”.
Una “pace possibile”, quindi, si
potrà attuare forse solo nello
scomporre quell’universale che
ognuno di noi finisce per
identificare con l’altro da sé, in
una “un’epifania del volto”, ossia
nell’incontro con gli occhi
dell’altro, cioè con la sua umanità.
Senza dubbio molto interessante la
recensione di Luigi Manconi, ma in
questo difficile momento storico,
forse il pericolo maior che corriamo
nei paesi occidentali è quello di
“abituarci” al Male e agli orrori
delle guerre sperando che non ci
coinvolgano, orrori rappresentati
quasi come un
video game giornaliero nei vari
tg, seguiti perfino quando siamo a
tavola, nelle nostre case. E ci
viene in mente il film
La Zona d’interesse, di Jonathan
Glazer sul gerarca nazista Rudolf
Höss e la sua famiglia che vivevano
in una villa confinante con il campo
di sterminio di Auschwitz, in una
sconvolgente indifferenza a pochi
metri dall’orrore.
E se molti si mostrano quasi
indifferenti, altri invece si
sentono impotenti e in balia di
violenti venti di guerra, non più
persone, ma simili alle povere
“Formiche cieche” descritte nel
libro di Ramiro Pinilla negli anni
Sessanta, metafora della condizione
umana e della lotta quotidiana in
condizioni avverse ed oppressive.
Continuando comunque a sperare in un
futuro migliore, concludiamo con
La Pace è Urgente a cura del
CeSI (Centro Studi Internazionali),
un documento che analizza le cause
della crisis della diplomazia in un
mondo di guerre ibride in cui
sarebbe consigliabile intervenire
direttamente sul campo, affiancando
gli interventi umanitari e
promuovendo iniziative di
stabilizzazione e dialogo.