[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 216 / DICEMBRE 2025 (CCXLVII)


arte

Miles Aldridge
tra femminilità, ambivalenza, glamour e alienazione
di Alessandra Olivares

 

«La donna è un mistero e ciò è interessante. Questo è il motivo per cui il mio lavoro non sarà mai finito, perché la donna per me è sempre misteriosa. Sono sicuro che il mio ultimo pensiero riguarderà una donna». Con queste parole Miles Aldridge sintetizza la complessità del suo surreale e patinato immaginario.

 

Nato a Londra nel 1964, è cresciuto in un ambiente familiare eccentrico, pop e glamorous. Miles è stato influenzato, innanzitutto, dalla figura del padre Alan Aldridge, famoso illustratore e art director che tra gli anni sessanta e settanta ha realizzato le copertine degli album e collaborato con numerose band musicali, tra cui i Beatles e i Rolling Stones. Per seguire le orme del padre decise di intraprendere gli studi alla Central Saint Martin School di Londra, dove si è specializzato proprio come illustratore. Tuttavia, ben presto comprende di avere altre aspirazioni e per tre anni produrrà video musicali, fino a quando negli anni novanta, per caso, arriva la svolta. Scattò, infatti, alcune fotografie alla sua fidanzata del momento, che era una modella. Queste foto piacquero così tanto che fu invitato a “Vogue UK” e così iniziò la sua carriera da autodidatta. Miles Aldridge è noto anche per essere uno dei pochi fotografi che scatta ancora su pellicola nella convinzione che «la pellicola ha una sua personalità, già a partire dal punto di vista del colore».

 

La moda è sempre stata familiare per Aldridge che è anche fratello di tre modelle, Saffron, Lily e Ruby e marito della top-model Kristen McMenamy. Tuttavia, la figura che ha significativamente condizionato il suo sguardo sul mondo è quella della madre, attraverso cui l’artista ha avuto modo di assimilare e comprendere l’aspetto ambivalente della femminilità, che da sempre fluttua tra l’eterno femminino che salva e il malefico femminino che distrugge. Per questo motivo, il femminile oggi risulta essere perfetta metafora della società contraddittoria in cui viviamo. La madre, infatti, donna attenta alla propria immagine, ma vittima del divorzio dal padre che ha segnato profondamente la sua esistenza, rivive in tutte le presenze femminili dell’universo dell’artista britannico, che rivela anche la sua grande passione per il cinema e i grandi maestri come Alfred Hitchcock, David Lynch, Federico Fellini e dei registi della Nouvelle Vague.

 

Come Aldridge stesso ha dichiarato in numerose interviste, le sue immagini nascono quasi sempre da una scena quotidiana molto banale che poi trasforma in un universo colorato, enigmatico, minaccioso, provocatorio, surreale e iperreale al tempo stesso. L’uso di colori vividi e psichedelici recupera uno “spirito Seventies”, ma le scene stranianti e per niente lineari, lasciate in sospeso come in un sogno, nel momento in cui sembrano condurci in un mondo parallelo, rivelano bellezze, ossessioni, paure e manie del nostro tempo. Questo universo è intrinsecamente femminile, non solo perché protagonista assoluta è la donna, ma soprattutto perché in esse l’artista riesce sorprendentemente a conciliare gli aspetti contraddittori della realtà quotidiana. Tutti i suoi scatti sono il frutto di un lavoro maniacale, che parte da un disegno dell’idea che vuole realizzare, in cui l’attenzione per ogni singolo dettaglio ci immerge in un mondo di perfezione assoluta. Le donne, gli abiti, i capelli e il trucco sono sempre impeccabili ed estremamente lussuosi, eppure l’immagine rivela sempre qualcosa di inatteso.

 

Le scenografie in cui sono presenti cucine, gatti, cibo, chitarre stonano in questo universo di perfezione che, tuttavia, si infrange nelle espressioni del viso di queste meravigliose donne-bambola, il cui sguardo fisso nel vuoto tradisce sentimenti di insoddisfazione, malinconia e confusione. E quindi, oltre la perfezione e la bellezza affiora l’inquietudine. Queste immagini ricordano vagamente la poetica di Ottonella Mocellin che lavora sulla ricognizione di questioni domestiche generalmente svolte dalle donne. E così possiamo vederla nei panni di una «casalinga che stramazza mentre pulisce il pavimento di casa; da mamma ambigua che nutre il figlio di ansiolin [...]; da miliardaria annoiata morta nella sua bella piscina illuminata anche di notte; da fidanzata “premurosa” che prepara la torta con la scritta Io sono l’inizio della tua fine». Ma in realtà, se l’artista italiana, attraverso le immagini e i titoli ironici e stranianti ad esse abbinati denota la volontà di mettere in discussione i ruoli stereotipati delle donne, nel caso di Aldridge emerge più chiaramente la dialettica interno/esterno che muove la sua poetica. L’interesse dell’artista è volto a stimolare una riflessione su due aspetti opposti della vita, edulcorando, solo in apparenza, con i colori accesi e lo stile pop, il messaggio tetro e sgradevole che si nasconde dietro le sue lucide visioni. L’artista stesso ha dichiarato: «io guardo le riviste di moda ed esse mi raccontano un mondo pieno di bellissime donne. Io leggo i quotidiani e essi mi raccontano che il mondo è così orribile, triste e strano».

 

Le immagini di Aldridge sono principalmente editoriali di moda pubblicati sulle più prestigiose riviste internazionali, tra cui “Vogue Italia”, “Teen Vogue”, “Numéro”, “Vogue Nippon” e “New York Times”, ma ha anche realizzato numerose campagne pubblicitarie per MAC Cosmetics, Sergio Rossi, Lavazza, Carolina Herrera, Paul Smith e altri. In questo mondo sommerso di immagini che spesso vengono ignorate o guardate solo superficialmente, l’artista realizza fotografie che ti costringono a soffermarti su di esse, perché nel lussuosissimo e patinato mondo del glamour, introducono l’inatteso. Lo sguardo perso nel vuoto delle algide creature dagli occhi di ghiaccio, in cui si riflettono le inquietudini del nostro tempo, contrastando con la loro superba bellezza e con il mondo apparentemente perfetto creato da Aldridge, trasformano lo spettatore in un voyeur contemporaneo, chiamato a lasciarsi avvolgere dalle emozioni che queste visioni fantastiche suscitano. Ma il voyeurismo che Aldridge stimola ha poco a che fare con il desiderio sessuale, nonostante le sue donne siano tutt’altro che ragazze della porta accanto. Sensuali, distanti, ieratiche nate da fantasie prettamente maschili, sembrano essersi affrancate da quel mondo e aver raggiunto il pieno controllo. In realtà, l’artista ha dichiarato: «le situazioni che metto in scena corrispondono a fantasie non solo maschili, ma anche femminili. È importante che ci sia corrispondenza tra i due sessi».

 

Ma le immagini cinefile di Aldridge, grande ammiratore di Richard Avedon e delle fotografie scattate sulla scena del crimine di Weegee, con le atmosfere inquietanti e pseudo-thriller che ricostruisce rappresentano, innanzitutto, una spietata critica alla società consumistica. Il suo immaginario sembra la visualizzazione di quello delineato dallo scrittore Ballard nelle sue opere e che Aldrige dichiara di aver letto e di esserne rimasto affascinato. I temi principali che l’autore britannico affronta sono prevalentemente legati al rapporto dell’uomo con la realtà che lo circonda. I suoi personaggi, inoltre, sono sempre insoddisfatti e tendono all’alienazione e alla disperazione a causa della situazione contemporanea che appare un «labirinto di fantasie, di propaganda massificata a sfondo politico […] di iconografie di beni di consumo che fluiscono intorno a noi». Inoltre nei racconti del ciclo Vermilion Sands, protagonista è proprio la donna, sempre presentata a metà tra un angelo e un demone, riproponendo la duplicità insita nel concetto stesso di femminilità. Le creature di Aldridge, tutte ricalcate sul modello della donna artificiale per eccellenza, il manichino, sembrano la personificazione delle eroine dei racconti di Ballard, che si somigliano tutte perché l’ambiente esterno in cui vivono si riflette sulla loro immagine. E così la realtà lussuosa e consumistica entro cui si muovono i diabolici angeli del fotografo britannico, con il loro inquietante sguardo perso nel vuoto, affermano l’impossibilità del consumismo di cancellare i dubbi esistenziali che tormentano l’umanità. Il desiderio e l’appagamento consumistico, spesso usato come antidoto ai malesseri dell’anima, risulta essere solo una pericolosa forma di auto-distruzione, che ci spinge a riconoscere il nostro valore in ciò che possediamo e non in ciò che siamo.

 

La donna, quindi, per la sua misteriosa capacità di scissione, di essere soggetto e oggetto della profonda indagine sulla natura del nostro mondo, è la figura dominante della cultura visuale contemporanea. Per molti autori, visivi e non, grazie al suo apparente squilibrio mentale, la femminilità, per la complessità che la caratterizza, sembra essere la qualità che meglio permette di affrancarsi dalla fenomenologia di un quotidiano sempre meno umano, interrogandosi su verità universali.

 

Il “doppio” tra glamour e spiritualità

 

La femminilità si veste di forme e simboli differenti – madre, Eva, cyborg, Amazzone e Madonna – e proprio quest’ultima è protagonista di tanti progetti artistici. L’iconografia religiosa ha ispirato tanti artisti e anche Aldridge, nel 2007, ha realizzato una serie di cinque fotografie ispirate alla figura della Madonna per la rivista “Numéro”, che sono anche alcune delle sue immagini preferite. In esse esplodono nuovamente il doppio, l’ambivalenza, gli opposti e le contraddizioni contemporanee. Immaculée, interpretata da Alana Zimmer nelle vesti della Vergine Maria, mescola estasi religiosa e estasi sessuale, sacro e profano, carne e spirito, moda e mitologia. I colori sempre brillanti e i tessuti lussuosi contrastano con il candore del volto che sembra di porcellana, sempre colto in atteggiamenti di pianto e disperazione, creando un audace mix di riverenza e provocazione. Lo stesso anno lo stilista Jean Paul Gautier creò una collezione interamente ispirata alla Vergine Maria e, guardando le immagini del fotografo britannico gli disse: «Le tue sono migliori». Nel 2010 anche il fotografo italiano Giovanni Squatriti ha realizzato una serie molto simile per “Kurv Magazine”, in cui il riferimento esplicito all’iconografia della Vergine è concepito come un omaggio audace e riverente nei confronti di una figura onnipresente. Anche in questo lavoro il dolore, il sangue, le lacrime e la passione si mescolano al glamour più lussuoso fatto di colori sgargianti, tessuti preziosi, accessori in oro e perle che, se da un lato restituiscono una rappresentazione regale della Madre Celeste, dall’altra rimandano alle miserie e ai travagli dell’umanità. Non sembra un caso che l’iconografia della Madonna sia diventata così “di moda” negli ultimi tempi, dal momento che la sua funzione da sempre è di umanizzare la creazione. Riproporre il suo volto significa offrire un simbolo di potenza immaginativa, creatrice e divina che, con il suo messaggio di trascendenza penetra nell’interiorità dell’essere umano, che immagina sempre realtà altre in cui rifugiarsi.

 

Un altro progetto di Aldridge che sembra sostenere il ragionamento sull’ambivalente complessità del femminile come metafora della società contemporanea è The artists and the model. Si tratta innanzitutto di una ricerca creativa nella quale l’artista ha coinvolto la moglie Kristen McMenamy e la pittrice Chantal Joffe. Un interessantissimo confronto tra due arti considerate inizialmente, anch’esse, agli antipodi, inconciliabili e in lotta tra loro. L’ormai riconosciuto “doppio valore” di queste due forme d’arte, rivive metaforicamente nella relazione osmotica e complementare tra lo sguardo maschile del fotografo e quello femminile della pittrice. Due artisti, due modi differenti di guardare il mondo, che concepiscono immaginari dai tratti decisi e intrisi di colore all’interno del quale si muovono le eroine del nostro tempo. Al centro, quindi, vi è sempre la femminilità incarnata, in questo caso, dalla donna-modella, Kristen. Il risultato di questo lavoro è eccezionale perché restituisce l’ambivalenza intrinseca della femminilità. La pittrice Joffe è riuscita a cogliere l’essenza della donna, oltre l’immagine della modella. Aldridge, al contrario, ha rappresentato Kristen come la donna che incarna fantasie tipicamente maschili, seducente e inquietante nella sua distanza dalla realtà. Sensualità e sensibilità vivono in queste immagini speculari concepite da una sorta di «mostro a due teste, (dove) replica il fotografo, [...] io rappresento la natura giovanile, erotica e violenta della creatura, Chantal il lato più poetico e contemplativo del mostro». E non stupisce che in questo caso non è la fotografia, che incarna le fantasie dell’artista, a essere oggettiva perché, quando il corpo della donna viene sempre più “usato” come un manichino senz’anima, c’è chi ha il coraggio di ritrarre bellezze e orrori del nostro tempo. «Del resto, diceva Picasso, l’arte è la menzogna che ci permette di conoscere la verità».

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

Ballard J. G., Science fiction Cannot be Immune from Change, 1969

Foschi G., Travestimenti e avvistamenti: i giochi delle identità negli autoritratti al femminile, in N. Leonardi (a cura di), L’altra metà dello sguardo: il contributo delle donne alla storia della fotografia, Agorà, Torino 2001.

Meda M. G., Technicolor dreams, in “Vogue Italia”, agosto 2013.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]