Miles Aldridge
tra femminilità, ambivalenza,
glamour e alienazione
di Alessandra
Olivares
«La donna è un mistero e ciò è
interessante. Questo è il motivo per
cui il mio lavoro non sarà mai
finito, perché la donna per me è
sempre misteriosa. Sono sicuro che
il mio ultimo pensiero riguarderà
una donna». Con queste parole Miles
Aldridge sintetizza la complessità
del suo surreale e patinato
immaginario.
Nato a Londra nel 1964, è cresciuto
in un ambiente familiare eccentrico,
pop e glamorous. Miles è
stato influenzato, innanzitutto,
dalla figura del padre Alan Aldridge,
famoso illustratore e art director
che tra gli anni sessanta e settanta
ha realizzato le copertine degli
album e collaborato con numerose
band musicali, tra cui i Beatles
e i Rolling Stones. Per seguire le
orme del padre decise di
intraprendere gli studi alla Central
Saint Martin School di Londra, dove
si è specializzato proprio come
illustratore. Tuttavia, ben presto
comprende di avere altre aspirazioni
e per tre anni produrrà video
musicali, fino a quando negli anni
novanta, per caso, arriva la svolta.
Scattò, infatti, alcune fotografie
alla sua fidanzata del momento, che
era una modella. Queste foto
piacquero così tanto che fu invitato
a “Vogue UK” e così iniziò la sua
carriera da autodidatta. Miles
Aldridge è noto anche per essere uno
dei pochi fotografi che scatta
ancora su pellicola nella
convinzione che «la pellicola ha una
sua personalità, già a partire dal
punto di vista del colore».
La moda è sempre stata familiare per
Aldridge che è anche fratello di tre
modelle, Saffron, Lily e Ruby e
marito della top-model Kristen
McMenamy. Tuttavia, la figura che ha
significativamente condizionato il
suo sguardo sul mondo è quella della
madre, attraverso cui l’artista ha
avuto modo di assimilare e
comprendere l’aspetto ambivalente
della femminilità, che da sempre
fluttua tra l’eterno femminino che
salva e il malefico femminino che
distrugge. Per questo motivo, il
femminile oggi risulta essere
perfetta metafora della società
contraddittoria in cui viviamo. La
madre, infatti, donna attenta alla
propria immagine, ma vittima del
divorzio dal padre che ha segnato
profondamente la sua esistenza,
rivive in tutte le presenze
femminili dell’universo dell’artista
britannico, che rivela anche la sua
grande passione per il cinema e i
grandi maestri come Alfred
Hitchcock, David Lynch, Federico
Fellini e dei registi della Nouvelle
Vague.
Come Aldridge stesso ha dichiarato
in numerose interviste, le sue
immagini nascono quasi sempre da una
scena quotidiana molto banale che
poi trasforma in un universo
colorato, enigmatico, minaccioso,
provocatorio, surreale e
iperreale al tempo stesso. L’uso
di colori vividi e psichedelici
recupera uno “spirito Seventies”,
ma le scene stranianti e per niente
lineari, lasciate in sospeso come in
un sogno, nel momento in cui
sembrano condurci in un mondo
parallelo, rivelano bellezze,
ossessioni, paure e manie del nostro
tempo. Questo universo è
intrinsecamente femminile, non solo
perché protagonista assoluta è la
donna, ma soprattutto perché in esse
l’artista riesce sorprendentemente a
conciliare gli aspetti
contraddittori della realtà
quotidiana. Tutti i suoi scatti sono
il frutto di un lavoro maniacale,
che parte da un disegno dell’idea
che vuole realizzare, in cui
l’attenzione per ogni singolo
dettaglio ci immerge in un mondo di
perfezione assoluta. Le donne, gli
abiti, i capelli e il trucco sono
sempre impeccabili ed estremamente
lussuosi, eppure l’immagine rivela
sempre qualcosa di inatteso.
Le scenografie in cui sono presenti
cucine, gatti, cibo, chitarre
stonano in questo universo di
perfezione che, tuttavia, si
infrange nelle espressioni del viso
di queste meravigliose
donne-bambola, il cui sguardo fisso
nel vuoto tradisce sentimenti di
insoddisfazione, malinconia e
confusione. E quindi, oltre la
perfezione e la bellezza affiora
l’inquietudine. Queste immagini
ricordano vagamente la poetica di
Ottonella Mocellin che lavora sulla
ricognizione di questioni domestiche
generalmente svolte dalle donne. E
così possiamo vederla nei panni di
una «casalinga che stramazza mentre
pulisce il pavimento di casa; da
mamma ambigua che nutre il figlio di
ansiolin [...]; da miliardaria
annoiata morta nella sua bella
piscina illuminata anche di notte;
da fidanzata “premurosa” che prepara
la torta con la scritta Io sono
l’inizio della tua fine». Ma in
realtà, se l’artista italiana,
attraverso le immagini e i titoli
ironici e stranianti ad esse
abbinati denota la volontà di
mettere in discussione i ruoli
stereotipati delle donne, nel caso
di Aldridge emerge più chiaramente
la dialettica interno/esterno che
muove la sua poetica. L’interesse
dell’artista è volto a stimolare una
riflessione su due aspetti opposti
della vita, edulcorando, solo in
apparenza, con i colori accesi e lo
stile pop, il messaggio tetro e
sgradevole che si nasconde dietro le
sue lucide visioni. L’artista stesso
ha dichiarato: «io guardo le riviste
di moda ed esse mi raccontano un
mondo pieno di bellissime donne. Io
leggo i quotidiani e essi mi
raccontano che il mondo è così
orribile, triste e strano».
Le immagini di Aldridge sono
principalmente editoriali di moda
pubblicati sulle più prestigiose
riviste internazionali, tra cui
“Vogue Italia”, “Teen Vogue”,
“Numéro”, “Vogue Nippon” e “New York
Times”, ma ha anche realizzato
numerose campagne pubblicitarie per
MAC Cosmetics, Sergio Rossi,
Lavazza, Carolina Herrera, Paul
Smith e altri. In questo mondo
sommerso di immagini che spesso
vengono ignorate o guardate solo
superficialmente, l’artista realizza
fotografie che ti costringono a
soffermarti su di esse, perché nel
lussuosissimo e patinato mondo del
glamour, introducono
l’inatteso. Lo sguardo perso nel
vuoto delle algide creature dagli
occhi di ghiaccio, in cui si
riflettono le inquietudini del
nostro tempo, contrastando con la
loro superba bellezza e con il mondo
apparentemente perfetto creato da
Aldridge, trasformano lo spettatore
in un voyeur contemporaneo, chiamato
a lasciarsi avvolgere dalle emozioni
che queste visioni fantastiche
suscitano. Ma il voyeurismo che
Aldridge stimola ha poco a che fare
con il desiderio sessuale,
nonostante le sue donne siano
tutt’altro che ragazze della porta
accanto. Sensuali, distanti,
ieratiche nate da fantasie
prettamente maschili, sembrano
essersi affrancate da quel mondo e
aver raggiunto il pieno controllo.
In realtà, l’artista ha dichiarato:
«le situazioni che metto in scena
corrispondono a fantasie non solo
maschili, ma anche femminili. È
importante che ci sia corrispondenza
tra i due sessi».
Ma le immagini cinefile di Aldridge,
grande ammiratore di Richard Avedon
e delle fotografie scattate sulla
scena del crimine di Weegee, con le
atmosfere inquietanti e
pseudo-thriller che ricostruisce
rappresentano, innanzitutto, una
spietata critica alla società
consumistica. Il suo immaginario
sembra la visualizzazione di quello
delineato dallo scrittore Ballard
nelle sue opere e che Aldrige
dichiara di aver letto e di esserne
rimasto affascinato. I temi
principali che l’autore britannico
affronta sono prevalentemente legati
al rapporto dell’uomo con la realtà
che lo circonda. I suoi personaggi,
inoltre, sono sempre insoddisfatti e
tendono all’alienazione e alla
disperazione a causa della
situazione contemporanea che appare
un «labirinto di fantasie, di
propaganda massificata a sfondo
politico […] di iconografie di beni
di consumo che fluiscono intorno a
noi». Inoltre nei racconti del ciclo
Vermilion Sands, protagonista
è proprio la donna, sempre
presentata a metà tra un angelo e un
demone, riproponendo la duplicità
insita nel concetto stesso di
femminilità. Le creature di Aldridge,
tutte ricalcate sul modello della
donna artificiale per eccellenza, il
manichino, sembrano la
personificazione delle eroine dei
racconti di Ballard, che si
somigliano tutte perché l’ambiente
esterno in cui vivono si riflette
sulla loro immagine. E così la
realtà lussuosa e consumistica entro
cui si muovono i diabolici angeli
del fotografo britannico, con il
loro inquietante sguardo perso nel
vuoto, affermano l’impossibilità del
consumismo di cancellare i dubbi
esistenziali che tormentano
l’umanità. Il desiderio e
l’appagamento consumistico, spesso
usato come antidoto ai malesseri
dell’anima, risulta essere solo una
pericolosa forma di
auto-distruzione, che ci spinge a
riconoscere il nostro valore in ciò
che possediamo e non in ciò che
siamo.
La donna, quindi, per la sua
misteriosa capacità di scissione, di
essere soggetto e oggetto della
profonda indagine sulla natura del
nostro mondo, è la figura dominante
della cultura visuale contemporanea.
Per molti autori, visivi e non,
grazie al suo apparente squilibrio
mentale, la femminilità, per la
complessità che la caratterizza,
sembra essere la qualità che meglio
permette di affrancarsi dalla
fenomenologia di un quotidiano
sempre meno umano, interrogandosi su
verità universali.
Il “doppio” tra glamour e
spiritualità
La femminilità si veste di forme e
simboli differenti – madre, Eva,
cyborg, Amazzone e Madonna – e
proprio quest’ultima è protagonista
di tanti progetti artistici.
L’iconografia religiosa ha ispirato
tanti artisti e anche Aldridge, nel
2007, ha realizzato una serie di
cinque fotografie ispirate alla
figura della Madonna per la rivista
“Numéro”, che sono anche alcune
delle sue immagini preferite. In
esse esplodono nuovamente il doppio,
l’ambivalenza, gli opposti e le
contraddizioni contemporanee.
Immaculée, interpretata da Alana
Zimmer nelle vesti della Vergine
Maria, mescola estasi religiosa e
estasi sessuale, sacro e profano,
carne e spirito, moda e mitologia. I
colori sempre brillanti e i tessuti
lussuosi contrastano con il candore
del volto che sembra di porcellana,
sempre colto in atteggiamenti di
pianto e disperazione, creando un
audace mix di riverenza e
provocazione. Lo stesso anno lo
stilista Jean Paul Gautier creò una
collezione interamente ispirata alla
Vergine Maria e, guardando le
immagini del fotografo britannico
gli disse: «Le tue sono migliori».
Nel 2010 anche il fotografo italiano
Giovanni Squatriti ha realizzato una
serie molto simile per “Kurv
Magazine”, in cui il riferimento
esplicito all’iconografia della
Vergine è concepito come un omaggio
audace e riverente nei confronti di
una figura onnipresente. Anche in
questo lavoro il dolore, il sangue,
le lacrime e la passione si
mescolano al glamour più
lussuoso fatto di colori sgargianti,
tessuti preziosi, accessori in oro e
perle che, se da un lato
restituiscono una rappresentazione
regale della Madre Celeste,
dall’altra rimandano alle miserie e
ai travagli dell’umanità. Non sembra
un caso che l’iconografia della
Madonna sia diventata così “di moda”
negli ultimi tempi, dal momento che
la sua funzione da sempre è di
umanizzare la creazione. Riproporre
il suo volto significa offrire un
simbolo di potenza immaginativa,
creatrice e divina che, con il suo
messaggio di trascendenza penetra
nell’interiorità dell’essere umano,
che immagina sempre realtà altre
in cui rifugiarsi.
Un altro progetto di Aldridge che
sembra sostenere il ragionamento
sull’ambivalente complessità del
femminile come metafora della
società contemporanea è The
artists and the model. Si tratta
innanzitutto di una ricerca creativa
nella quale l’artista ha coinvolto
la moglie Kristen McMenamy e la
pittrice Chantal Joffe. Un
interessantissimo confronto tra due
arti considerate inizialmente,
anch’esse, agli antipodi,
inconciliabili e in lotta tra loro.
L’ormai riconosciuto “doppio valore”
di queste due forme d’arte, rivive
metaforicamente nella relazione
osmotica e complementare tra lo
sguardo maschile del fotografo e
quello femminile della pittrice. Due
artisti, due modi differenti
di guardare il mondo, che
concepiscono immaginari dai tratti
decisi e intrisi di colore
all’interno del quale si muovono le
eroine del nostro tempo. Al centro,
quindi, vi è sempre la femminilità
incarnata, in questo caso, dalla
donna-modella, Kristen. Il risultato
di questo lavoro è eccezionale
perché restituisce l’ambivalenza
intrinseca della femminilità. La
pittrice Joffe è riuscita a cogliere
l’essenza della donna, oltre
l’immagine della modella. Aldridge,
al contrario, ha rappresentato
Kristen come la donna che incarna
fantasie tipicamente maschili,
seducente e inquietante nella sua
distanza dalla realtà. Sensualità e
sensibilità vivono in queste
immagini speculari concepite da una
sorta di «mostro a due teste, (dove)
replica il fotografo, [...] io
rappresento la natura giovanile,
erotica e violenta della creatura,
Chantal il lato più poetico e
contemplativo del mostro». E non
stupisce che in questo caso non è la
fotografia, che incarna le fantasie
dell’artista, a essere oggettiva
perché, quando il corpo della donna
viene sempre più “usato” come un
manichino senz’anima, c’è chi ha il
coraggio di ritrarre bellezze e
orrori del nostro tempo. «Del resto,
diceva Picasso, l’arte è la menzogna
che ci permette di conoscere la
verità».
Riferimenti bibliografici:
Ballard J. G., Science fiction
Cannot be Immune from Change,
1969
Foschi G., Travestimenti e
avvistamenti: i giochi delle
identità negli autoritratti al
femminile, in N. Leonardi (a
cura di), L’altra metà dello
sguardo: il contributo delle donne
alla storia della fotografia,
Agorà, Torino 2001.