[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 219 / MARZO 2026 (CCL)


sport

IL TRAGICO DESTINO DI GIGI MERONI E GIULIANO TACCOLA
STORIE DI CALCIO E DI CORDOGLIO

di Gaetano Cellura

 

Il ricordo più triste degli anni sessanta, per i tifosi italiani, non è la sconfitta della Nazionale con la Corea. Trauma sportivo sì, ma fino a un certo punto. Il bello del calcio è che basta poi una vittoria – l’Europeo del ‘68 soprattutto, il secondo posto al Mondiale del ‘70 – a medicare la precedente ferita. Il vero choc di quegli anni è la morte di Gigi Meroni, la “farfalla granata”, un poeta del calcio il cui nome non rimarrà scritto sull’acqua. Ancora oggi se vuoi vedere cos’è un dribbling devi rivedere le immagini dei filmati di allora, lui in movimento, iridescente farfalla sgusciante da un nugolo di avversari, lui scattante sulle fasce laterali.


L’incidente che gli costa la vita – Meroni aveva appena ventiquattro anni – avviene il 15 ottobre 1967. Una tragica domenica, dopo la partita Torino-Sampdoria, finita 4-2 per i granata. L’ultimo suo canto del flebile autunno, per citare un verso del poeta Seamus Heaney. In corso Re Umberto lui e il compagno di squadra Poletti vengono investiti da un’auto guidata dal giovane Attilio Romero, che trentatré anni dopo – guarda combinazione – diventa presidente dello stesso club. Poletti si salva e può continuare l’attività agonistica – giocherà i tempi supplementari della semifinale Italia-Germania (Messico ’70); per Meroni, trasportato in ospedale, non c’è nulla da fare. Il calcio, il campionato italiano perdono il fiore più bello.


L’estroso calciatore – un’ala destra – s’era formato calcisticamente al Como e al Genoa prima di essere ceduto al Torino guidato da paron Nereo Rocco. Il calciatore che oggi più gli somiglia è Kvaratskhelia, uno degli artefici del terzo scudetto del Napoli. Ora in forza al Paris Saint-Germain.
Farfalla prima che crisalide, anticonformista come solamente negli anni sessanta lo si poteva essere, un’idea di mondo messa in discussione, nuovi diritti da conquistare, maglietta fuori dai calzoncini, calzettoni abbassati quasi a coprire le scarpe scoprendo intere le caviglie, Gigi Meroni era l’essenza della poesia applicata al calcio.


I suoi dribbling colpivano la fantasia, non chiedevano che di essere imitati: per superare, chissà, anche gli ostacoli della vita. Quegli ostacoli che lui – orfano di padre ad appena due anni, la madre tessitrice – ha dovuto dribblare sin da piccolo. Poteva finire all’Inter, finì al Genoa e poi al Torino. Ovunque, idolo dei tifosi. Con i piedi, Meroni toccava la palla come un musicista, con le mani, tocca le sacre corde. Ci mise poco per diventare mito della nostra infanzia, la figurina più ricercata dell’Album Panini. Viveva in una mansarda di piazza Castello a Torino, suo nido d’amore, dove coltivava la passione per la pittura: amava disegnare cravatte e dipingere il proprio ritratto con la maglia granata. Provò a disegnare anche gli occhi della sua ragazza, ma erano così belli che non vi riuscì.


La domenica in cui un’auto lo travolge, il Torino e i suoi tifosi vivono l’appendice di Superga. Un’altra tragica e sfortunata pagina della loro grande storia. La grande storia granata. È una settimana di lutto per il capoluogo piemontese e per il calcio italiano. Addolorati e frastornati, non sappiamo come i giocatori granata abbiano trovato il tempo e la voglia di allenarsi. Sappiamo però che la domenica successiva c’era il derby della Mole. E che il Torino travolse la Juventus (4-0): il modo migliore di onorare il compagno scomparso. Altre farfalle volano. E altre stelle danzano in quegli anni, quella di George Best a cui Meroni viene paragonato. E altre ne vedremo danzare negli anni settanta e ottanta. Stelle come Claudio Sala, stessa maglia granata e stesso numero sette di Meroni. Stelle come il campione del mondo ’82 Bruno Conti. Rispetto alla “Farfalla”, Sala e Conti sono mancini, forse più vicini a Best di quanto non lo sia stato Meroni. Tutti giocatori di fantasia e di incancellabile memoria nei tifosi italiani, non solo nei tifosi dei club di appartenenza.


Stelle danzanti nel caos del mondo. Oggi è difficile trovare giocatori-simbolo, legati a vita alla maglia. Noi parliamo di un’altra epoca, in cui non c’era la Legge Bosman; non c’erano le attuali cinque sostituzioni e faceva impressione il giocatore infortunato spostato all’ala solo per far numero, per non lasciare i compagni in dieci. Il calcio non era soltanto profitto, come adesso.
Forse è la morte di Meroni che fa da spartiacque ideale alla storia del calcio italiano. Il segno che niente, dopo quell’incidente, sarebbe stato come prima. E per noi l’ultimo confine di un’infanzia che ancora credeva immortali i propri eroi.


Se la morte di Meroni fu causata da un incidente stradale, quella del centravanti della Roma Giuliano Taccola, il 16 marzo del 1969, nello spogliatoio dell’Amsicora, è ancora oggi, cinquantasette anni dopo, inspiegabile. Velocemente seppellita da quel mondo del calcio che anche allora pretendeva molto dai calciatori e li considerava “polli da batteria”. Taccola aveva venticinque anni: era sposato e aveva due figli. La sua è stata, crediamo, la prima morte sospetta del calcio italiano. Era stato Fulvio Bernardini a scoprirlo nelle serie inferiori, dove segnava a raffica. E anche alla Roma aveva cominciato alla grande segnando un gol all’Inter alla prima giornata del campionato 1967-68 (con un totale di diciotto nell’intera stagione); e sette gol in dodici partite l’anno successivo. Quello in cui il destino del calciatore si spezza.


Due mesi prima della trasferta a Cagliari il centravanti giallorosso non stava bene e viene sottoposto a una tonsillectomia da cui più non si riprende. Le forti emorragie procurate dall’intervento lo indeboliscono al punto da rendere necessario un mese di riposo. Alle tribolazioni di quel momento si aggiunge un infortunio al malleolo. Tornato agli allenamenti, Taccola patisce la stanchezza più del dovuto. E tutte le sere viene preso da una febbre curata soltanto con antipiretici. L’allenatore Helenio Herrera, venuto a Roma per far grande la squadra giallorossa, lo vuole in campo quella domenica contro il forte Cagliari dopo la lunga assenza.

 

Ma Taccola non è ancora pronto per disputare una partita e neppure per la ripresa degli allenamenti. Si sente debole, e verso mezzogiorno si distende sul lettino dello spogliatoio. Persino l’esigente don Helenio deve arrendersi. Forse già in quel momento il calciatore ha bisogno di un ricovero in ospedale. Ma va in tribuna per assistere alla partita (finita 0-0: un buon pari per la Roma) e alla fine scende negli spogliatoi per congratularsi con i compagni. Ed è lì che le sue condizioni si aggravano fino al punto di apparire disperate al medico sociale della Roma e a quello del Cagliari, corso anche lui a soccorrerlo. Di cosa morì Giuliano Taccola, il centravanti che correva i cento metri in undici secondi? Di più cause probabilmente – la fretta con cui gli viene chiesto di riprendere gli allenamenti, una reazione allergica alla penicillina iniettatagli negli spogliatoi, le cure sbagliate durante il periodo di riposo, lo stato non ancora avanzato della medicina sportiva, il ritardo (un’ora) con cui arriva l’ambulanza bloccata nel traffico, le difficoltà a trovare nello spogliatoio una bombola a ossigeno – tante cause e ipotesi, visto che l’autopsia (a lungo segretata) non ne accerta una in particolare.


Ma è verosimile che a stroncarlo sia stata una crisi cardiaca-respiratoria. Nel corso della stagione i medici gli avevano riscontrato un vizio cardiaco banalmente considerato “soffio d’atleta”. I compagni sono sconvolti: dalla tragedia e dall’avervi assistito impotenti. A vegliare la salma di Taccola all’ospedale di Cagliari restano Cordova, Sirena e D’Amato. Gli altri vengono fatti rientrare. Poi la comunicazione alla famiglia e l’incredulità e la disperazione della moglie, che non si rassegnerà facilmente alla perdita del marito e a una morte che poteva essere evitata.


Siamo quasi al capolinea terrificante degli anni sessanta. I tempi di una maggiore attenzione alla salute dei calciatori sono ancora molto lontani da venire. Il Milan quell’anno vince la sua seconda Coppa dei Campioni e la sua prima Intercontinentale. La Fiorentina “Ye-Ye” il suo secondo (e ultimo) scudetto. Quanto successo a Giuliano Taccola qualche mese prima – incredibilmente morto nel fiore della vita e della carriera – è già un incidente di percorso nel rutilante e spensierato mondo del calcio. E quel 1969 si chiuderà, per la cronaca e per la storia, con la strage nera di Piazza Fontana, che scuote le fondamenta della Repubblica.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]