IL TRAGICO DESTINO DI GIGI MERONI E
GIULIANO TACCOLA
STORIE DI CALCIO E DI CORDOGLIO
di Gaetano
Cellura
Il ricordo più triste degli anni
sessanta, per i tifosi italiani, non
è la sconfitta della Nazionale con
la Corea. Trauma sportivo sì, ma
fino a un certo punto. Il bello del
calcio è che basta poi una vittoria
– l’Europeo del ‘68 soprattutto, il
secondo posto al Mondiale del ‘70 –
a medicare la precedente ferita.
Il vero choc di quegli anni è
la morte di Gigi Meroni, la
“farfalla granata”, un poeta del
calcio il cui nome non rimarrà
scritto sull’acqua. Ancora oggi se
vuoi vedere cos’è un dribbling devi
rivedere le immagini dei filmati di
allora, lui in movimento,
iridescente farfalla sgusciante da
un nugolo di avversari, lui
scattante sulle fasce laterali.
L’incidente che gli costa la
vita – Meroni aveva appena
ventiquattro anni – avviene il 15
ottobre 1967. Una tragica domenica,
dopo la partita Torino-Sampdoria,
finita 4-2 per i granata. L’ultimo
suo canto del flebile autunno, per
citare un verso del poeta Seamus
Heaney.
In corso Re Umberto lui e il
compagno di squadra Poletti vengono
investiti da un’auto guidata dal
giovane Attilio Romero, che
trentatré anni dopo – guarda
combinazione – diventa presidente
dello stesso club. Poletti si salva
e può continuare l’attività
agonistica – giocherà i tempi
supplementari della semifinale
Italia-Germania (Messico ’70); per
Meroni, trasportato in ospedale, non
c’è nulla da fare. Il calcio, il
campionato italiano perdono il fiore
più bello.
L’estroso calciatore – un’ala
destra – s’era formato
calcisticamente al Como e al Genoa
prima di essere ceduto al Torino
guidato da paron Nereo Rocco. Il
calciatore che oggi più gli somiglia
è Kvaratskhelia, uno degli artefici
del terzo scudetto del Napoli. Ora
in forza al Paris Saint-Germain.
Farfalla prima che crisalide,
anticonformista come solamente negli
anni sessanta lo si poteva essere,
un’idea di mondo messa in
discussione, nuovi diritti da
conquistare, maglietta fuori dai
calzoncini, calzettoni abbassati
quasi a coprire le scarpe scoprendo
intere le caviglie, Gigi Meroni era
l’essenza della poesia applicata al
calcio.
I suoi dribbling colpivano la
fantasia, non chiedevano che di
essere imitati: per superare,
chissà, anche gli ostacoli della
vita. Quegli ostacoli che lui –
orfano di padre ad appena due anni,
la madre tessitrice – ha dovuto
dribblare sin da piccolo. Poteva
finire all’Inter, finì al Genoa e
poi al Torino. Ovunque, idolo dei
tifosi.
Con i piedi, Meroni toccava
la palla come un musicista, con le
mani, tocca le sacre corde. Ci mise
poco per diventare mito della nostra
infanzia, la figurina più ricercata
dell’Album Panini.
Viveva in una mansarda di
piazza Castello a Torino, suo nido
d’amore, dove coltivava la passione
per la pittura: amava disegnare
cravatte e dipingere il proprio
ritratto con la maglia granata.
Provò a disegnare anche gli occhi
della sua ragazza, ma erano così
belli che non vi riuscì.
La domenica in cui un’auto lo
travolge, il Torino e i suoi tifosi
vivono l’appendice di Superga.
Un’altra tragica e sfortunata pagina
della loro grande storia. La grande
storia granata. È una settimana di
lutto per il capoluogo piemontese e
per il calcio italiano.
Addolorati e frastornati, non
sappiamo come i giocatori granata
abbiano trovato il tempo e la voglia
di allenarsi. Sappiamo però che la
domenica successiva c’era il derby
della Mole. E che il Torino travolse
la Juventus (4-0): il modo migliore
di onorare il compagno scomparso.
Altre farfalle volano. E
altre stelle danzano in quegli anni,
quella di George Best a cui Meroni
viene paragonato. E altre ne vedremo
danzare negli anni settanta e
ottanta. Stelle come Claudio Sala,
stessa maglia granata e stesso
numero sette di Meroni. Stelle come
il campione del mondo ’82 Bruno
Conti. Rispetto alla “Farfalla”,
Sala e Conti sono mancini, forse più
vicini a Best di quanto non lo sia
stato Meroni. Tutti giocatori di
fantasia e di incancellabile memoria
nei tifosi italiani, non solo nei
tifosi dei club di appartenenza.
Stelle danzanti nel caos del
mondo. Oggi è difficile trovare
giocatori-simbolo, legati a vita
alla maglia. Noi parliamo di
un’altra epoca, in cui non c’era la
Legge Bosman; non c’erano le attuali
cinque sostituzioni e faceva
impressione il giocatore infortunato
spostato all’ala solo per far
numero, per non lasciare i compagni
in dieci. Il calcio non era soltanto
profitto, come adesso.
Forse è la morte di Meroni
che fa da spartiacque ideale alla
storia del calcio italiano. Il segno
che niente, dopo quell’incidente,
sarebbe stato come prima. E per noi
l’ultimo confine di un’infanzia che
ancora credeva immortali i propri
eroi.
Se la morte di Meroni fu
causata da un incidente stradale,
quella del centravanti della Roma
Giuliano Taccola, il 16 marzo del
1969, nello spogliatoio dell’Amsicora,
è ancora oggi, cinquantasette anni
dopo, inspiegabile. Velocemente
seppellita da quel mondo del calcio
che anche allora pretendeva molto
dai calciatori e li considerava
“polli da batteria”.
Taccola aveva venticinque
anni: era sposato e aveva due figli.
La sua è stata, crediamo, la prima
morte sospetta del calcio italiano.
Era stato Fulvio Bernardini a
scoprirlo nelle serie inferiori,
dove segnava a raffica. E anche alla
Roma aveva cominciato alla grande
segnando un gol all’Inter alla prima
giornata del campionato 1967-68 (con
un totale di diciotto nell’intera
stagione); e sette gol in dodici
partite l’anno successivo. Quello in
cui il destino del calciatore si
spezza.
Due mesi prima della
trasferta a Cagliari il centravanti
giallorosso non stava bene e viene
sottoposto a una tonsillectomia da
cui più non si riprende. Le forti
emorragie procurate dall’intervento
lo indeboliscono al punto da rendere
necessario un mese di riposo. Alle
tribolazioni di quel momento si
aggiunge un infortunio al malleolo.
Tornato agli allenamenti,
Taccola patisce la stanchezza più
del dovuto. E tutte le sere viene
preso da una febbre curata soltanto
con antipiretici. L’allenatore
Helenio Herrera, venuto a Roma per
far grande la squadra giallorossa,
lo vuole in campo quella domenica
contro il forte Cagliari dopo la
lunga assenza.
Ma Taccola non è ancora pronto per
disputare una partita e neppure per
la ripresa degli allenamenti. Si
sente debole, e verso mezzogiorno si
distende sul lettino dello
spogliatoio. Persino l’esigente don
Helenio deve arrendersi. Forse già
in quel momento il calciatore ha
bisogno di un ricovero in ospedale.
Ma va in tribuna per assistere alla
partita (finita 0-0: un buon pari
per la Roma) e alla fine scende
negli spogliatoi per congratularsi
con i compagni.
Ed è lì che le sue condizioni
si aggravano fino al punto di
apparire disperate al medico sociale
della Roma e a quello del Cagliari,
corso anche lui a soccorrerlo. Di
cosa morì Giuliano Taccola, il
centravanti che correva i cento
metri in undici secondi?
Di più cause probabilmente –
la fretta con cui gli viene chiesto
di riprendere gli allenamenti, una
reazione allergica alla penicillina
iniettatagli negli spogliatoi, le
cure sbagliate durante il periodo di
riposo, lo stato non ancora avanzato
della medicina sportiva, il ritardo
(un’ora) con cui arriva l’ambulanza
bloccata nel traffico, le difficoltà
a trovare nello spogliatoio una
bombola a ossigeno – tante cause e
ipotesi, visto che l’autopsia (a
lungo segretata) non ne accerta una
in particolare.
Ma è verosimile che a
stroncarlo sia stata una crisi
cardiaca-respiratoria. Nel corso
della stagione i medici gli avevano
riscontrato un vizio cardiaco
banalmente considerato “soffio
d’atleta”. I compagni sono
sconvolti: dalla tragedia e
dall’avervi assistito impotenti.
A vegliare la salma di
Taccola all’ospedale di Cagliari
restano Cordova, Sirena e D’Amato.
Gli altri vengono fatti rientrare.
Poi la comunicazione alla famiglia e
l’incredulità e la disperazione
della moglie, che non si rassegnerà
facilmente alla perdita del marito e
a una morte che poteva essere
evitata.
Siamo quasi al capolinea
terrificante degli anni sessanta. I
tempi di una maggiore attenzione
alla salute dei calciatori sono
ancora molto lontani da venire. Il
Milan quell’anno vince la sua
seconda Coppa dei Campioni e la sua
prima Intercontinentale. La
Fiorentina “Ye-Ye” il suo secondo (e
ultimo) scudetto.
Quanto successo a Giuliano
Taccola qualche mese prima –
incredibilmente morto nel fiore
della vita e della carriera – è già
un incidente di percorso nel
rutilante e spensierato mondo del
calcio. E quel 1969 si chiuderà, per
la cronaca e per la storia, con la
strage nera di Piazza Fontana, che
scuote le fondamenta della
Repubblica.