[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

183 / MARZO 2023 (CCXIV)


contemporanea

MARTIN LUTHER KING

IL SOGNO DI IERI E DI OGGI: RICORDO DI UN MILITANTE

di Francesco Perri

 

È necessario ricordare la figura di Martin Luther King nel nostro presente. Non solo necessario, ma soprattutto è un dovere porre l’attenzione su una pagina di storia militante e impegnata, scritta da un uomo che diventerà, non senza ostacoli e opposizioni, il principale leader del movimento per i diritti civili.

 

In questa sede, l’obiettivo è quello di individuare e capire quanto e come l’insegnamento, o meglio, gli insegnamenti di Martin Luther King possano essere ritenuti validi anche per la società odierna, quanto le sue parole siano divenute, nel tempo, pietre miliari di un’identità collettiva e globale.

 

Quel suo sogno, contenuto nel discorso del 1963, è stato realizzato?

 

Questo è, senza fronzoli, l’interrogativo da cui si deve partire per decifrare la complessità del fenomeno della segregazione razzale in modo consapevole e critico.

 

Il quadro all’interno del quale si inserisce la militanza del pastore battista è senz’altro quello dell’America opulenta, prospera e in forte crescita dopo la seconda Guerra mondiale. Eppure la crescita e lo sviluppo generale del benessere non andava a vantaggio di tutta la popolazione, non essendo affatto uniformemente e omogeneamente diffusa.

 

I due avverbi ‘uniformemente’ e ‘omogeneamente’ alludono a un tipo di società nella quale vige la logica dispregiativa e aggressiva contro il multiforme, il diverso e il disuguale. Termini che, trasportati nel fenomeno della segregazione razziale, conducono inevitabilmente verso il problema dell’ineguaglianza manifestata nel rapporto dei bianchi con i neri.

 

I neri americani avevano subito una violenza nel suo genere unica nell’età moderna, essendo stati sradicati dalla propria terra e deportati come schiavi. Essi costituiscono ora l’unica popolazione nel mondo e nella società contemporanea che non ha nessuna idea della propria provenienza, delle proprie lingue originarie, della propria storia, del proprio senso di appartenenza, in un’epoca che fa invece dell’identità nazionale uno dei punti fondamentali della socialità e della cittadinanza.

 

Il pregiudizio razzista non si è mai arreso, e i bianchi non riuscivano a percepire i neri come appartenenti alla stessa comunità di cittadini, a volte neppure appartenenti allo stesso genere umano. Soprattutto negli stati meridionali ex schiavisti, i neri venivano abbandonati e collocati in quartieri specifici, con le loro scuole, i loro servizi, e ogni contatto con la popolazione bianca era visto da questa come inaccettabile e ripugnante.

 

Il rapporto tra neri e bianchi era insomma molto simile a quello fra colonizzati e colonizzatori. Da un lato il regresso e dall’altro lato il progresso, il miglioramento e lo sviluppo. Da un lato il diverso e il disuguale, dall’altro il normale e il civilizzatore.

 

Quanta ipocrisia. Quanta falsità di affermazioni e di dichiarazioni per lungo divulgate e accettate. Soprattutto è bene sottolineare che tale pensiero dicotomico tra neri e bianchi non appartiene solo al passato, ma fa parte ancora oggi della nostra società. Il pregiudizio razzista costituisce ancora un pericolo per la costruzione di una società libera, giusta e scevra di ogni discriminazione.

 

Martin Luther King è diventato, e lo è tuttora, il simbolo senza tempo della lotta contro tale pericolo. Il suo discorso pronunciato nell’estate del 1963 di fronte a un corteo di oltre duecentomila persone a Washington è diventato nel tempo storia, e non solo.  È diventato il segno di quella pagina di storia militante e impegnata, di cui si è parlato all’inizio, scritta in difesa dell’identità e della libertà dell’uomo di tutti i tempi e di tutte le generazioni.

 

«Io vi dico, amici» – diceva il pastore battista – «anche se dovremo affrontare le difficoltà dell’oggi e del domani, che io ho ancora un sogno, profondamente radicato nel sogno americano. Ho un sogno: che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza. Io ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia. Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho un sogno, oggi! (…) Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud. Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza. Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. (…) Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York. Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania. Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve. Risuoni la libertà dai dolci pendii della California. Ma non soltanto. Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia. Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee. Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà. E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: “Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente”».

 

Le parole pronunciate sono immediate e pregne di un significato comune che riconduce all’audacia. «Io ho un sogno», frase che, reiterata nel corso del discorso, sottolinea l’urgenza e il bisogno di affermare l’identità di chi parla e il suo diritto di essere ascoltato senza limitazione alcuna. I valori espressi in queste righe non sono astratti, ma diventano, mediante un processo in divenire, concreti e tangibili, a tratti stridenti. Testimoniano e documentano il cammino difficile ma necessario da compiersi perché la giustizia fra gli uomini sia tutelata.

 

È importante riflettere su queste parole, anche oggi, soprattutto oggi,  È doveroso parlane, perché parlarne vuole dire mettersi in discussione e dunque ammettere la propria responsabilità, anche se non si è colpevoli, di un sistema che, oggi più di prima, etichetta e osserva la realtà attraverso una prospettiva pregiudicativa e lungamente stereotipata.

 

Ho un sogno. Abbiamo un sogno. Bisogna urlarlo e gridarlo, perché l’obiettivo possa essere pienamente e definitivamente raggiunto. L’obiettivo di una “sinfonia di fratellanza”, di cui ha parlato Martin Luther King. Nel tempo e nella storia.

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

A. Zitelmann, Non mi piegherete. Vita di Martin Luther King, Feltrinelli, Milano 2014.

P. Viola, Storia moderna e contemporanea, Einaudi, Torino 2000.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]