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CONTEMPORANEA


N. 13 - Gennaio 2009 (XLIV)

MARIA PASQUINELLI
PATRIOTA O ASSASSINA?

di Andrea Monaldi

 

Pola, 10 febbraio 1947, il brigadiere generale inglese Robert W. De Winton sta passando in rassegna i militari della guarnigione schierati davanti alla sede del comando: l’occasione è particolare, infatti è la giornata del passaggio dei poteri sulla città. Una piccola folla contrariata e preoccupata per l’imminente presa del potere da parte degli slavi titini presenzia all’evento, quando improvvisamente una donna staccatasi dal gruppo si avvicina al generale, estrae una pistola dalla borsetta e spara. Quattro colpi, tre di questi colpiscono a morte De Winton, il quarto ferisce un militare che probabilmente era intervenuto per prestare aiuto.


Subito dopo aver portato a termine il suo proposito la giovane donna si fa arrestare senza opporre resistenza, lasciando che fosse un biglietto - altre due lettere furono consegnate a uno sconosciuto che doveva spedirle: una per i Volontari Giuliani, l’altra per il Gruppo Esuli Istriani - a spiegare le ragioni del folle gesto:
 
« Seguendo l’esempio dei 600.000 Caduti nella guerra di redenzione 1915-18, sensibili come siamo all’appello di Oberdan, cui si aggiungono le invocazioni strazianti di migliaia di Giuliani infoibati dagli Jugoslavi, dal settembre 1943 a tutt’oggi, solo perché rei d’italianità, a Pola irrorata dal sangue di Sauro, capitale dell’Istria martire, riconfermo l’indissolubilità del vincolo che lega la Madre-Patria alle italianissime terre di Zara, di Fiume, della Venezia Giulia, eroici nostri baluardi contro il panslavismo minacciante tutta la civiltà occidentale. Mi ribello con il proposito fermo di colpire a morte chi ha la sventura di rappresentarli - ai Quattro Grandi, i quali, alla Conferenza di Parigi, in oltraggio ai sensi di giustizia, di umanità e di saggezza politica, hanno deciso di strappare una volta ancora dal grembo materno le terre più sacre all’Italia, condannandole o agli esperimenti di una novella Danzica o - con la più fredda consapevolezza, che è correità - al giogo jugoslavo, oggi sinonimo per le nostre genti, indomabilmente italiane, di morte in foiba, di deportazione, di esilio ».
 
Maria Pasquinelli era nata nel 1913 a Firenze da madre bergamasca e padre jesino, e, sebbene all’epoca dei fatti fosse piuttosto giovane, aveva vissuto una vita molto intensa. Dopo essersi diplomata maestra elementare a diciassette anni, aveva intrapreso la carriera dell’insegnamento e contemporaneamente aveva conseguito la laurea in Pedagogia.


Fu iscritta al Partito Nazionale Fascista dal 1933 al 25 luglio 1943 (non aderì alla R.S.I.) e dal 1939 frequentò la Scuola di Mistica Fascista. Allo scoppio della guerra, spinta dal desiderio di essere vicino ai nostri soldati, parte volontaria come crocerossina per il fronte dell’Africa settentrionale.


Nel 1941, a causa dell’andamento non favorevole del conflitto e della voglia di condividere le sofferenze dei combattenti, decide di tagliarsi i capelli e travestirsi da soldato per tentare di raggiungere la prima linea. Scoperta dopo 600 km fu rimpatriata e espulsa dalla Croce Rossa Italiana per indisciplina.


Su sua richiesta nel 1942 fu inviata come insegnante in Dalmazia, una zona molto calda soprattutto in questi anni in cui la comunità italiana deve subire le minacce jugoslave, sia dei rossi sia dei neri.


Dopo l’8 settembre ovviamente la situazione degenera, la lotta è un tutti contro tutti per diversi giorni. Ora i nemici erano diventati almeno tre: Titini, Ustascia e Tedeschi, con gli Alleati a guardare. Maria si impegnò nel documentare le violenze degli slavi, ma anche nel recupero delle salme dei militari uccisi e degli infoibati, e per questo fu prelevata dai partigiani di Tito.


La sua attività di denuncia fu ancor più forte dopo che si stabilì a Trieste, dove addirittura cercò di mettere in contatto la «Decima Mas» coi partigiani della «Franchi» (legati al Governo del Sud) e della «Osoppo» al solo scopo di mantenere intatti i confini italiani.

 

Proprio per il suo ruolo di collante tra opposte fazioni fu arrestata dai tedeschi e minacciata di deportazione, ma si salvò grazie all’intervento personale di Junio Valerio Borghese, il quale si era dimostrato molto interessato a raggiungere accordi per salvare l’italianità di quei territori. Questa intricata ragnatela di contatti è una delle cause che porterà alla tragedia di Porzus.


Nonostante la fine della guerra la situazione ai confini con la Jugloslavia non migliora, la politica si dimostra ancora una volta lontana dalla realtà e poco rispettosa della vita, le terre e le persone che vi abitano vengono usate come merce di scambio.


Ma torniamo al 10 febbraio 1947 e alle reazioni che destò quel fatto di sangue. Come sempre accade i fatti vennero interpretati in maniera molto diversa, mentre la stampa comunista parlò di «rigurgito fascista», l’Associated Press, per bocca dell’inviato Michael Goldsmith, preferì esprimersi in questo modo: «Molti sono i colpevoli, i polesani italiani non trovano nessuno che comprenda i loro sentimenti. Il governo di Roma è assente, gli slavi sono apertamente nemici in attesa di entrare in città per occupare le loro case, gli Alleati freddi ed estremamente guardinghi. A questi, specie agli inglesi, gli abitanti di Pola imputano di non avere mantenuto le promesse, di averli abbandonati».


Meno di due mesi dopo Maria viene processata dalla Corte Militare Alleata di Trieste. Alla richiesta di spiegare il suo atto risponde in modo fermo e sincero, senza cercare scusanti. Sostiene con forza che la sua idea non era quella di colpire l’uomo ma ciò che rappresentava, e cioè colui che in quel momento e in quel posto simboleggiava i Quattro Grandi che stavano firmando il Trattato di Pace che mutilava l’Italia.


Leggendo gli atti del processo emerge la figura di una persona che, sebbene nutra rispetto per gli altri popoli e per coloro che li rappresentano (soprattutto se si tratta di uomini in divisa), si sente obbligata a fare un’azione cruenta, che essa stessa reputa non giusta, pur di porre in atto un estremo tentativo di protesta.

 

Di quel mattino tanto sconvolgente Maria non ricorda alcuni importanti particolari, come quello di aver sparato quattro colpi e di aver ferito un soldato accorso in aiuto del generale, ma ricorda di aver voluto compiere un gesto altamente significativo per dare voce a un popolo sofferente, impotente e tradito.


La difesa dell’avvocato Luigi Giannini (medaglia d'argento al valor militare) è un’appassionata esaltazione dell’italianità e del patriottismo, ma purtroppo fa presa solo sull’uditorio e non ha successo con la Corte. Il 10 aprile la sentenza: è una condanna a morte.


Maria reagisce con lo stesso coraggio che aveva contraddistinto la sua vita: «Ringrazio la Corte per le cortesie usatemi; ma sin da ora dichiaro che mai firmerò la domanda di grazia agli oppressori della mia terra».


Il giorno seguente Trieste fu inondata da una pioggia di manifestini tricolori sui quali era scritto: «Dal pantano d'Italia è nato un fiore: Maria Pasquinelli».


Nel 1954 la pena capitale fu commutata in ergastolo, ma in totale Maria fece tre anni di carcere a Perugia, sei-sette mesi a Venezia e il resto dei diciassette anni, sette mesi e venti giorni a Santa Verdiana a Firenze.

 

Tornò libera del il 22 settembre del 1964.


Se ci fosse ancora bisogno di conferme sul carattere forte di questa donna, basti solamente ricordare ciò che rispondeva pochi anni fa a chi le chiedeva se avrebbe rifatto tutto: «A volte trovo qualcuno che mi chiede: se tornasse indietro? Io rispondo: se tornassi indietro avrei la stessa età, sarei ancora a quei tempi, sarei ancora quella».


Sono passati più di sessant’anni da quel 10 febbraio 1947 e la storia di Maria Pasquinelli rimane sconosciuta ai più, come colpita da una damnatio memoriae causata dal colpevole, vergognoso e interessato silenzio che avvolge molti fatti della storia italiana recente.

 

Credo sia giusto portare all’attenzione della “grande storia” tutte quelle persone comuni che hanno sacrificato la loro vita per un ideale.

 

Qui non si vuole giustificare la violenza, tantomeno un omicidio, si chiede soltanto una maggiore coerenza e onestà intellettuale al fine di rendere consapevoli del proprio passato non solo le generazioni future, ma anche quelle presenti.

 

 

 

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