Ascesa difficile
Tutto ebbe inizio il 22 aprile 1849,
quando i poverissimi antenati di JFK
sbarcarono a East Boston per
sfuggire alla fame e alla miseria
che stavano attanagliando l’Irlanda
nella metà del XIX secolo. Patrick –
così si chiamava il primo Kennedy
che mise piede negli Stati Uniti –
iniziò a lavorare come fabbricante
di barili di whisky e fece appena in
tempo a racimolare una piccola
fortuna quando morì di colera a soli
trentacinque anni, lasciando una
giovane moglie di nome Bridget e
quattro figli. L’ultimo della prole,
Patrick Joseph “PJ”, si ritrovò
quindi a dover sacrificare
l’istruzione scolastica e a lavorare
come scaricatore di porto a
quattordici anni per sostenere la
famiglia. Il ragazzo però aveva uno
spiccato senso degli affari e,
appena ne ebbe la possibilità,
iniziò a investire i suoi pochi
risparmi acquistando bar e saloon in
giro per Boston. Prima dei
trent’anni di età possedeva già il
capitale sufficiente a rilevare una
redditizia impresa che si occupava
d’importazione di whisky.
Dall’alcol alla politica
Il commercio degli alcolici non era
ben visto dall’alta borghesia
bostoniana, ma fece di PJ un
personaggio molto popolare tra i
compatrioti irlandesi, e questo gli
permise di entrare in politica nel
partito democratico, prima come
deputato alla Camera del
Massachusetts, poi come senatore. La
strada dei Kennedy era stata
segnata. Il maggiore dei figli di PJ,
l’ambizioso Joseph “Joe” Patrick,
padre del futuro presidente, sarà
infatti un imprenditore di gran
successo e un politico di primo
piano, grazie anche al matrimonio
con la figlia del potente sindaco di
Boston, Rose Fitzgerald. Il suo
principale cruccio era però quello
di essere ancora considerato un
“immigrato irlandese”: «Per Joseph
Patrick, condizionato in quasi tutte
le sue scelte da un forte desiderio
di approvazione sociale, essere
definito “irlandese” era motivo di
profonda collera», scrive il
giornalista Robert Dallek in JFK.
Una vita incompiuta
(Mondadori). «A chi lo definiva in
quel modo rispondeva: “Maledizione!
Sono nato in questo paese! I miei
figli sono nati in questo Paese!
Cosa diavolo bisogna fare per
diventare americano?”». Le
difficoltà non fecero altro che
rendere Joe ancor più determinato a
raggiungere il potere, anche a costo
di compiere scelte controverse: nel
1941 ebbe, per esempio, la
sciagurata idea di sottoporre la
figlia Rosemary a lobotomia nel
tentativo di curarla da un male
psichiatrico. La ragazza, come
prevedibile, fu ridotta a uno stato
vegetativo e trascorse il resto dei
suoi giorni in un istituto. La
notizia fu peraltro taciuta, perché
Joe stava orchestrando la scalata
sociale dei suoi eredi, e un membro
disabile ne avrebbe certamente
compromesso la reputazione:
«All’epoca i disturbi mentali erano
considerati un marchio di
inferiorità, una vergogna che era
meglio mantenere segreta», spiega
Robert Dallek. «E le difficoltà di
Rosemary erano particolarmente dure
da sopportare per una famiglia
preoccupata della propria immagine
dorata».
Sogni spezzati
Quella dei Kennedy era in effetti
un’immagine talmente dorata da
abbagliare la vista e far perdere il
contatto con la realtà. Già
all’inizio del XX secolo erano
diventati così ricchi che lo stesso
JFK avrebbe poi confessato, in
un’intervista al Times, di non
essersi nemmeno reso conto della
Grande Depressione del 1929: «La mia
famiglia possedeva una delle
maggiori fortune del mondo, che a
quell’epoca valeva ancora di più. In
pratica non ho mai saputo niente
della Depressione finché non ne ho
letto a Harvard». Le aspettative di
padre Joe non erano però proiettate
su di lui, bensì sul fratello
maggiore Joseph Patrick Jr. , classe
1915. Girava voce che i genitori
avessero programmato il suo futuro
nei minimi dettagli sin dalla sua
nascita, vivendo nella certezza che
un giorno avrebbe toccato le più
alte vette della politica. Ma il
destino beffardo aveva disposto
diversamente: Joseph infatti morì il
12 agosto 1944, sorvolando i cieli
di Suffolk, nel Regno Unito, mentre
partecipava a una missione militare
dell’aviazione statunitense. Quattro
anni dopo, anche la quarta figlia
Kennedy, Kathleen Agnes, di appena
28 anni, rimase uccisa in un altro
disastro aereo. Ebbe così inizio la
macabra leggenda passata alla storia
come Kennedy curse, “maledizione dei
Kennedy”.
Il
sogno americano
Joe aveva perduto il suo rampollo
prediletto, l’erede su cui aveva
riversato tutte le ambizioni, ma non
si perse d’animo e dirottò le
energie sul secondogenito John (nato
nel 1917) e su Robert “Bob” Francis,
di otto anni più giovane. Il resto è
storia: nel 1961, John Fitzgerald
Kennedy diventa il 35° presidente
degli Stati Uniti, e parallelamente
Bob riveste la carica di Capo del
Dipartimento della Giustizia. Con un
esponente alla Casa Bianca, i
Kennedy si confermano finalmente
come la famiglia più amata e
popolare d’America: «Erano una forza
nazionale ben riconoscibile, una
nuova generazione pronta a sfidare
il mondo», osserva Dallek.
«Rappresentavano un simbolo di
speranza per i milioni di persone
che costituivano le minoranze
etniche del Paese e per una classe
media che restava aggrappata alla
convinzione che chiunque avesse
talento e spirito d’iniziativa
avrebbe potuto raggiungere ricchezza
materiale e rilevanza sociale».
Inevitabilmente i Kennedy furono
anche al centro di numerosi scandali
e pettegolezzi più o meno gravi,
come le voci sul libertinaggio
sfrenato del presidente, su cui
l’FBI aprì addirittura un fascicolo.
Oppure i presunti legami con il boss
Frank Costello, che avrebbero
permesso al vecchio Joe, suo padre,
di arricchirsi importando alcolici
durante gli anni del proibizionismo.
Anche di JFK si diceva che avesse
loschi rapporti con la mafia
italoamericana, ma si tratta
solamente di una teoria mai davvero
comprovata, che peraltro ha spinto
non pochi giornalisti a fantasticare
sulle possibili cause dell’attentato
in cui rimase ucciso il 22 novembre
1963. A ogni modo, nel popolo
americano quel violento assassinio
ebbe solo l’effetto di amplificare
la popolarità del loro presidente:
la “maledizione dei Kennedy” si era
risvegliata e ora aveva colpito il
suo esponente più illustre nel fiore
degli anni, consegnandolo al mito.
Una catena di tragedie
Meno di un anno più tardi, il più
giovane dei fratelli Kennedy, Ted,
ebbe uno spaventoso incidente aereo
a cui sopravvisse per miracolo. Fu
allora che Bob pronunciò la famosa
frase «Somebody up there doesn’t
like us», «A qualcuno lassù non
piacciamo». Purtroppo non si
sbagliava: il 6 giugno 1968 venne
ferito mortalmente all’hotel
Ambassador di Los Angeles, mentre
era in corsa per la Casa Bianca, e
nel 1969 si spense anche Joe
Patrick, dopo aver visto morire ben
quattro dei suoi figli e averne
ridotta una allo stato vegetativo.
Insomma, alla fine degli anni
Sessanta metà della vecchia
generazione Kennedy era stata
spazzata via, e ai discendenti più
giovani non sarebbe andata affatto
meglio. John e Jacqueline Bouvier
avevano già perduto tragicamente due
bambini: la primogenita Arabella
nacque senza vita e il terzogenito
Patrick morì ancora in fasce, pochi
mesi prima dell’assassinio di suo
padre, per una malattia polmonare.
La coppia presidenziale non lo saprà
mai, ma nell’estate del 1999 avrebbe
perso anche “John John” Kennedy Jr.
, precipitato in aereo sulle acque
dell’Oceano Atlantico. Evento che
destò molto turbamento, perché tutti
ancora lo ricordavano piccino al
funerale del padre, quando si mise
sull’attenti per salutare il
feretro. Anche gli eredi di Bob sono
stati travolti da incredibili
disavventure: nel 1984 il
ventottenne David Anthony è stato
stroncato da un mix letale di droghe
e farmaci, nel 1997 ha perso la vita
sulle piste da sci un altro suo
figlio, Michael LeMoyne, e nel nuovo
millennio è toccato alla nipote
Saoirse Hill, vittima di un’overdose
a soli ventidue anni. L’ultimo
capitolo della “maledizione” è stato
scritto nel 2020, quando Maeve
Townsend McKean e il figlioletto
Gideon, di appena otto anni, muoiono
annegando nelle acque della baia di
Chesapeake. I Kennedy hanno avuto
proprio tutto nella vita – potere,
ricchezza, fama e successo – ma
anche tante lacrime e sofferenze.