[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 222 / GIUGNO 2026 (CCLIII)


contemporanea

LA MALEDIZIONE DEI KENNEDY
STORIA DI UNA FAMIGLIA RICCA, POTENTE E SVENTURATA

di Federica Campanelli

 

“Li vedevi e avevi la sensazione che vivessero al di fuori delle consuete leggi della natura, non c’era al mondo un altro gruppo di persone così belle e impegnate. Era molto semplice: i Kennedy avevano la sensazione d’essere superiori e questa sensazione si comunicava a quanti entravano in contatto con loro”. Sono le parole di Charles Spalding, ex sceneggiatore, consigliere politico e amico di lunga data del 35° presidente degli Stati Uniti d’America, JFK. Spalding conosceva bene l’alta società americana e non esagerava quando sosteneva che i Kennedy erano fuori del comune: più ricchi, più affascinanti e più spavaldi di qualsiasi altra famiglia allora in vista, in continuo movimento tra regate, partite di tennis, feste e viaggi d’affari. Ma dietro quella patina di dorata perfezione si nascondeva una realtà ben più complessa e dolorosa, fatta di pettegolezzi, segreti, tradimenti e soprattutto un’incredibile scia di disgrazie e assassinii iniziata durante la seconda guerra mondiale con l’improvvisa scomparsa del primo rampollo del clan, l’aviatore Joseph Patrick Jr. Senza dimenticare che i Kennedy erano in origine una famiglia di immigrati estremamente indigente, che ha dovuto destreggiarsi fra molte difficoltà prima di raggiungere la gloria.

 

Ascesa difficile

 

Tutto ebbe inizio il 22 aprile 1849, quando i poverissimi antenati di JFK sbarcarono a East Boston per sfuggire alla fame e alla miseria che stavano attanagliando l’Irlanda nella metà del XIX secolo. Patrick – così si chiamava il primo Kennedy che mise piede negli Stati Uniti – iniziò a lavorare come fabbricante di barili di whisky e fece appena in tempo a racimolare una piccola fortuna quando morì di colera a soli trentacinque anni, lasciando una giovane moglie di nome Bridget e quattro figli. L’ultimo della prole, Patrick Joseph “PJ”, si ritrovò quindi a dover sacrificare l’istruzione scolastica e a lavorare come scaricatore di porto a quattordici anni per sostenere la famiglia. Il ragazzo però aveva uno spiccato senso degli affari e, appena ne ebbe la possibilità, iniziò a investire i suoi pochi risparmi acquistando bar e saloon in giro per Boston. Prima dei trent’anni di età possedeva già il capitale sufficiente a rilevare una redditizia impresa che si occupava d’importazione di whisky.

 

Dall’alcol alla politica

 

Il commercio degli alcolici non era ben visto dall’alta borghesia bostoniana, ma fece di PJ un personaggio molto popolare tra i compatrioti irlandesi, e questo gli permise di entrare in politica nel partito democratico, prima come deputato alla Camera del Massachusetts, poi come senatore. La strada dei Kennedy era stata segnata. Il maggiore dei figli di PJ, l’ambizioso Joseph “Joe” Patrick, padre del futuro presidente, sarà infatti un imprenditore di gran successo e un politico di primo piano, grazie anche al matrimonio con la figlia del potente sindaco di Boston, Rose Fitzgerald. Il suo principale cruccio era però quello di essere ancora considerato un “immigrato irlandese”: «Per Joseph Patrick, condizionato in quasi tutte le sue scelte da un forte desiderio di approvazione sociale, essere definito “irlandese” era motivo di profonda collera», scrive il giornalista Robert Dallek in JFK. Una vita incompiuta (Mondadori). «A chi lo definiva in quel modo rispondeva: “Maledizione! Sono nato in questo paese! I miei figli sono nati in questo Paese! Cosa diavolo bisogna fare per diventare americano?”». Le difficoltà non fecero altro che rendere Joe ancor più determinato a raggiungere il potere, anche a costo di compiere scelte controverse: nel 1941 ebbe, per esempio, la sciagurata idea di sottoporre la figlia Rosemary a lobotomia nel tentativo di curarla da un male psichiatrico. La ragazza, come prevedibile, fu ridotta a uno stato vegetativo e trascorse il resto dei suoi giorni in un istituto. La notizia fu peraltro taciuta, perché Joe stava orchestrando la scalata sociale dei suoi eredi, e un membro disabile ne avrebbe certamente compromesso la reputazione: «All’epoca i disturbi mentali erano considerati un marchio di inferiorità, una vergogna che era meglio mantenere segreta», spiega Robert Dallek. «E le difficoltà di Rosemary erano particolarmente dure da sopportare per una famiglia preoccupata della propria immagine dorata».

 

Sogni spezzati

 

Quella dei Kennedy era in effetti un’immagine talmente dorata da abbagliare la vista e far perdere il contatto con la realtà. Già all’inizio del XX secolo erano diventati così ricchi che lo stesso JFK avrebbe poi confessato, in un’intervista al Times, di non essersi nemmeno reso conto della Grande Depressione del 1929: «La mia famiglia possedeva una delle maggiori fortune del mondo, che a quell’epoca valeva ancora di più. In pratica non ho mai saputo niente della Depressione finché non ne ho letto a Harvard». Le aspettative di padre Joe non erano però proiettate su di lui, bensì sul fratello maggiore Joseph Patrick Jr. , classe 1915. Girava voce che i genitori avessero programmato il suo futuro nei minimi dettagli sin dalla sua nascita, vivendo nella certezza che un giorno avrebbe toccato le più alte vette della politica. Ma il destino beffardo aveva disposto diversamente: Joseph infatti morì il 12 agosto 1944, sorvolando i cieli di Suffolk, nel Regno Unito, mentre partecipava a una missione militare dell’aviazione statunitense. Quattro anni dopo, anche la quarta figlia Kennedy, Kathleen Agnes, di appena 28 anni, rimase uccisa in un altro disastro aereo. Ebbe così inizio la macabra leggenda passata alla storia come Kennedy curse, “maledizione dei Kennedy”.

 

Il sogno americano

 

Joe aveva perduto il suo rampollo prediletto, l’erede su cui aveva riversato tutte le ambizioni, ma non si perse d’animo e dirottò le energie sul secondogenito John (nato nel 1917) e su Robert “Bob” Francis, di otto anni più giovane. Il resto è storia: nel 1961, John Fitzgerald Kennedy diventa il 35° presidente degli Stati Uniti, e parallelamente Bob riveste la carica di Capo del Dipartimento della Giustizia. Con un esponente alla Casa Bianca, i Kennedy si confermano finalmente come la famiglia più amata e popolare d’America: «Erano una forza nazionale ben riconoscibile, una nuova generazione pronta a sfidare il mondo», osserva Dallek. «Rappresentavano un simbolo di speranza per i milioni di persone che costituivano le minoranze etniche del Paese e per una classe media che restava aggrappata alla convinzione che chiunque avesse talento e spirito d’iniziativa avrebbe potuto raggiungere ricchezza materiale e rilevanza sociale». Inevitabilmente i Kennedy furono anche al centro di numerosi scandali e pettegolezzi più o meno gravi, come le voci sul libertinaggio sfrenato del presidente, su cui l’FBI aprì addirittura un fascicolo. Oppure i presunti legami con il boss Frank Costello, che avrebbero permesso al vecchio Joe, suo padre, di arricchirsi importando alcolici durante gli anni del proibizionismo. Anche di JFK si diceva che avesse loschi rapporti con la mafia italoamericana, ma si tratta solamente di una teoria mai davvero comprovata, che peraltro ha spinto non pochi giornalisti a fantasticare sulle possibili cause dell’attentato in cui rimase ucciso il 22 novembre 1963. A ogni modo, nel popolo americano quel violento assassinio ebbe solo l’effetto di amplificare la popolarità del loro presidente: la “maledizione dei Kennedy” si era risvegliata e ora aveva colpito il suo esponente più illustre nel fiore degli anni, consegnandolo al mito.

 

Una catena di tragedie

 

Meno di un anno più tardi, il più giovane dei fratelli Kennedy, Ted, ebbe uno spaventoso incidente aereo a cui sopravvisse per miracolo. Fu allora che Bob pronunciò la famosa frase «Somebody up there doesn’t like us», «A qualcuno lassù non piacciamo». Purtroppo non si sbagliava: il 6 giugno 1968 venne ferito mortalmente all’hotel Ambassador di Los Angeles, mentre era in corsa per la Casa Bianca, e nel 1969 si spense anche Joe Patrick, dopo aver visto morire ben quattro dei suoi figli e averne ridotta una allo stato vegetativo. Insomma, alla fine degli anni Sessanta metà della vecchia generazione Kennedy era stata spazzata via, e ai discendenti più giovani non sarebbe andata affatto meglio. John e Jacqueline Bouvier avevano già perduto tragicamente due bambini: la primogenita Arabella nacque senza vita e il terzogenito Patrick morì ancora in fasce, pochi mesi prima dell’assassinio di suo padre, per una malattia polmonare. La coppia presidenziale non lo saprà mai, ma nell’estate del 1999 avrebbe perso anche “John John” Kennedy Jr. , precipitato in aereo sulle acque dell’Oceano Atlantico. Evento che destò molto turbamento, perché tutti ancora lo ricordavano piccino al funerale del padre, quando si mise sull’attenti per salutare il feretro. Anche gli eredi di Bob sono stati travolti da incredibili disavventure: nel 1984 il ventottenne David Anthony è stato stroncato da un mix letale di droghe e farmaci, nel 1997 ha perso la vita sulle piste da sci un altro suo figlio, Michael LeMoyne, e nel nuovo millennio è toccato alla nipote Saoirse Hill, vittima di un’overdose a soli ventidue anni. L’ultimo capitolo della “maledizione” è stato scritto nel 2020, quando Maeve Townsend McKean e il figlioletto Gideon, di appena otto anni, muoiono annegando nelle acque della baia di Chesapeake. I Kennedy hanno avuto proprio tutto nella vita – potere, ricchezza, fama e successo – ma anche tante lacrime e sofferenze.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]