SUI SIGNIFICATI DI LIBERISMO E
LIBERALISMO
TRA PASSATO E PRESENTE
di Giovanna
D'Arbitrio
Il significato che si dà alle parole
è di fondamentale importanza, in
particolare se è legato a epoche
storiche e cambiamenti
socioculturali. In effetti, per
quanto riguarda i termini liberismo
e liberalismo, oggi si tende a dar
loro quasi lo stesso significato.
Cercheremo quindi di esaminare i due
termini dal punto di vista storico e
linguistico.
Famosa la "querelle Croce-Einaudi",
due grandi personaggi italiani; un
dibattito a alto livello avvenuto
nel dopoguerra sul rapporto tra
liberalismo e liberismo. Croce,
grande filosofo, sottolineava
l'aspetto etico-politico e storico
della libertà, l'autonomia dello
spirito, come ideale universale.
Einaudi, economista, nonché secondo
Presidente della Repubblica
Italiana, si concentrava sul libero
mercato e sul liberismo come
strumento di prosperità.
In un rapido excursus storico ci
proponiamo dunque di esaminare il
significato dei suddetti termini a
partire dal liberalismo nel '700,
quando non era ancora un movimento
politico, anche se le teorie
illuministiche già combattevano
contro l'assolutismo monarchico,
favorevoli allo Stato di diritto e
alla separazione dei poteri (Montesquieu,
Locke), gettando le basi per i
principi della Rivoluzione Americana
e Francese e preparando il futuro
liberalismo ottocentesco.
E in effetti nell’800 il liberalismo
lottò ancor più contro le monarchie
assolute, chiedendo costituzioni
(statuti) che limitassero il potere
regio e garantissero le libertà
individuali, come la libertà di
parola e stampa, ponendo le basi per
lo Stato di diritto e la democrazia
rappresentativa in parlamento: la
Costituzione (Statuto) definiva i
limiti del potere statale e i
diritti dei cittadini. Insomma, i
liberali chiedevano Costituzioni e
Parlamenti, con rivoluzioni ed eroi
disposti a morire, o in modo più
moderato, mentre avanzavano anche il
liberalismo democratico (suffragio
universale, repubblica) e le
ideologie socialiste che criticavano
i limiti della libertà borghese e
proponevano l'uguaglianza sociale.
Parallelamente il liberismo
diventava più forte con la prima
Rivoluzione Industriale (1760-1840),
iniziata in Inghilterra, con
innovazioni tecnologiche (macchina a
vapore, telaio meccanico), con
conseguenziale passaggio da economia
agricola a industriale,
urbanizzazione di massa, nascita del
proletariato urbano, sfruttamento
operaio e incremento del
colonialismo per il bisogno di
materie prime, preparando la società
moderna, il capitalismo e i primi
movimenti operai, sindacati e nuove
ideologie politiche.
Il cosiddetto “Victorian
Compromise”, ossia la prima fase
della Rivoluzione Industriale
inglese, consistette nel compromesso
utilitaristico di una società che
vide l’industrializzazione solo come
una fonte di prosperità e progresso,
una società che rifiutò rigidamente
di confrontarsi con i numerosi
conflitti e problemi sociali da essa
scaturiti. L’enorme sviluppo
industriale e l’incessante progresso
scientifico resero l’Inghilterra la
nazione più potente in Europa a
livello politico ed economico. Su
queste basi fu costruito il
Compromesso con il suo ottimismo e
la fiducia nel progresso, la sua
fede nella teoria del “laissez-faire
in economia” (Elio Chinol, A
Short Survey of English Literature).
“Quanti compromessi passati e
presenti!”, vien da pensare. Eppure
anche a quei tempi si levarono
diverse voci di protesta, tra le
quali ricordiamo quella di John
Morley che definì l’Inghilterra
della sua epoca come “un paradiso
per i ricchi, un purgatorio per i
capaci e un inferno per i poveri”,
per la feroce competizione
industriale, il disumano
sfruttamento degli operai (tra i
quali c’erano perfino bambini), la
spaventosa invivibilità e l’immensa
miseria dei bassifondi; aspetti più
aspramente denunciati in seguito
nella seconda fase della Rivoluzione
Industriale da autorevoli personaggi
come Thomas Carlyle, John Ruskin,
Matthew Arnold, nonché da vari
movimenti socialisti, come il
Cartismo, la Fabian Society e il
Labour Representation Committee che
misero le basi per lo sviluppo del
moderno Labour Party. Insomma, c’era
allora un movimento in ascesa per la
conquista di diritti in campo
lavorativo in Inghilterra e in tutta
Europa. Basti pensare al Capitale
di Karl Marx (1867).
Oggi invece non stiamo per caso
facendo il percorso inverso, con la
perdita del welfare state, con le
strategie del neocolonialismo, della
globalizzazione e ora con il ritorno
dei dazi trumpiani, interessi
geopolitici, terre rare, guerre e
minacce di armi atomiche, problemi
climatici e quant’altro? Non sono in
fondo sempre le stesse strategie,
divenute ora solo più raffinate,
efficaci e veloci grazie ai
progressi tecnologici e scientifici
(pensiamo all’intelligenza
artificiale e a come verrà usata),
sempre più distruttive se al
servizio di stati senza scrupoli?
Già da diversi anni Naomi Klein
critica il neoliberismo in libri
come No Logo, Shock
Economy, This Changes
Everything: Capitalism vs. The
Climate, facendoci riflettere su
infiniti pericoli attuali e sulla
necessità di lottare per scelte
sempre più responsabili.
Dobbiamo forse inventarci qualcosa
di nuovo e più costruttivo: le
ideologie del capitalismo, divenuto
ora estremo con il turbocapitalismo,
e lo stesso comunismo (pensiamo alla
Russia attuale o alla Cina), hanno
rivelato i loro punti deboli. Forse,
per girare pagina e salvarci tutti
dalla distruzione totale, dovremmo
cominciare a riscoprire i valori di
solidarietà, rispetto dei diritti
umani e civili, beni comuni e allora
forse
finalmente ci saranno vera Pace,
Democrazia e Libertà. Ne saremo
capaci? Questo è il vero problema.