[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 216 / DICEMBRE 2025 (CCXLVII)


attualità

SUI SIGNIFICATI DI LIBERISMO E LIBERALISMO
TRA PASSATO E PRESENTE
di Giovanna D'Arbitrio

 

Il significato che si dà alle parole è di fondamentale importanza, in particolare se è legato a epoche storiche e cambiamenti socioculturali. In effetti, per quanto riguarda i termini liberismo e liberalismo, oggi si tende a dar loro quasi lo stesso significato. Cercheremo quindi di esaminare i due termini dal punto di vista storico e linguistico.

 

Famosa la "querelle Croce-Einaudi", due grandi personaggi italiani; un dibattito a alto livello avvenuto nel dopoguerra sul rapporto tra liberalismo e liberismo. Croce, grande filosofo, sottolineava l'aspetto etico-politico e storico della libertà, l'autonomia dello spirito, come ideale universale. Einaudi, economista, nonché secondo Presidente della Repubblica Italiana, si concentrava sul libero mercato e sul liberismo come strumento di prosperità.

 

In un rapido excursus storico ci proponiamo dunque di esaminare il significato dei suddetti termini a partire dal liberalismo nel '700, quando non era ancora un movimento politico, anche se le teorie illuministiche già combattevano contro l'assolutismo monarchico, favorevoli allo Stato di diritto e alla separazione dei poteri (Montesquieu, Locke), gettando le basi per i principi della Rivoluzione Americana e Francese e preparando il futuro liberalismo ottocentesco.

 

E in effetti nell’800 il liberalismo lottò ancor più contro le monarchie assolute, chiedendo costituzioni (statuti) che limitassero il potere regio e garantissero le libertà individuali, come la libertà di parola e stampa, ponendo le basi per lo Stato di diritto e la democrazia rappresentativa in parlamento: la Costituzione (Statuto) definiva i limiti del potere statale e i diritti dei cittadini. Insomma, i liberali chiedevano Costituzioni e Parlamenti, con rivoluzioni ed eroi disposti a morire, o in modo più moderato, mentre avanzavano anche il liberalismo democratico (suffragio universale, repubblica) e le ideologie socialiste che criticavano i limiti della libertà borghese e proponevano l'uguaglianza sociale.

 

Parallelamente il liberismo diventava più forte con la prima Rivoluzione Industriale (1760-1840), iniziata in Inghilterra, con innovazioni tecnologiche (macchina a vapore, telaio meccanico), con conseguenziale passaggio da economia agricola a industriale, urbanizzazione di massa, nascita del proletariato urbano, sfruttamento operaio e incremento del colonialismo per il bisogno di materie prime, preparando la società moderna, il capitalismo e i primi movimenti operai, sindacati e nuove ideologie politiche.

 

Il cosiddetto “Victorian Compromise”, ossia la prima fase della Rivoluzione Industriale inglese, consistette nel compromesso utilitaristico di una società che vide l’industrializzazione solo come una fonte di prosperità e progresso, una società che rifiutò rigidamente di confrontarsi con i numerosi conflitti e problemi sociali da essa scaturiti. L’enorme sviluppo industriale e l’incessante progresso scientifico resero l’Inghilterra la nazione più potente in Europa a livello politico ed economico. Su queste basi fu costruito il Compromesso con il suo ottimismo e la fiducia nel progresso, la sua fede nella teoria del “laissez-faire in economia” (Elio Chinol, A Short Survey of English Literature).

 

“Quanti compromessi passati e presenti!”, vien da pensare. Eppure anche a quei tempi si levarono diverse voci di protesta, tra le quali ricordiamo quella di John Morley che definì l’Inghilterra della sua epoca come “un paradiso per i ricchi, un purgatorio per i capaci e un inferno per i poveri”, per la feroce competizione industriale, il disumano sfruttamento degli operai (tra i quali c’erano perfino bambini), la spaventosa invivibilità e l’immensa miseria dei bassifondi; aspetti più aspramente denunciati in seguito nella seconda fase della Rivoluzione Industriale da autorevoli personaggi come Thomas Carlyle, John Ruskin, Matthew Arnold, nonché da vari movimenti socialisti, come il Cartismo, la Fabian Society e il Labour Representation Committee che misero le basi per lo sviluppo del moderno Labour Party. Insomma, c’era allora un movimento in ascesa per la conquista di diritti in campo lavorativo in Inghilterra e in tutta Europa. Basti pensare al Capitale di Karl Marx (1867).

 

Oggi invece non stiamo per caso facendo il percorso inverso, con la perdita del welfare state, con le strategie del neocolonialismo, della globalizzazione e ora con il ritorno dei dazi trumpiani, interessi geopolitici, terre rare, guerre e minacce di armi atomiche, problemi climatici e quant’altro? Non sono in fondo sempre le stesse strategie, divenute ora solo più raffinate, efficaci e veloci grazie ai progressi tecnologici e scientifici (pensiamo all’intelligenza artificiale e a come verrà usata), sempre più distruttive se al servizio di stati senza scrupoli? Già da diversi anni Naomi Klein critica il neoliberismo in libri come No Logo, Shock Economy, This Changes Everything: Capitalism vs. The Climate, facendoci riflettere su infiniti pericoli attuali e sulla necessità di lottare per scelte sempre più responsabili.

 

Dobbiamo forse inventarci qualcosa di nuovo e più costruttivo: le ideologie del capitalismo, divenuto ora estremo con il turbocapitalismo, e lo stesso comunismo (pensiamo alla Russia attuale o alla Cina), hanno rivelato i loro punti deboli. Forse, per girare pagina e salvarci tutti dalla distruzione totale, dovremmo cominciare a riscoprire i valori di solidarietà, rispetto dei diritti umani e civili, beni comuni e allora forse finalmente ci saranno vera Pace, Democrazia e Libertà. Ne saremo capaci? Questo è il vero problema.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]