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STORIA & SPORT


N. 3 - Marzo 2008 (XXXIV)

La leggenda del sei nazioni

Dal fango alla storia

di Simone Valtieri

 

Il 15 gennaio 1998 è una data storica per lo sport italiano: la nazionale italiana di rugby viene ammessa, a partire dall’anno 2000, a partecipare al più prestigioso, elitario, tradizionale, antico, affascinante e leggendario torneo sportivo al mondo. Il Cinque, ora Sei, e in passato Quattro… Nazioni, o per meglio dire il “Championship”. Per capire l’importanza di tale data bisogna fare un piccolo passo indietro nel tempo, o meglio un balzo di oltre cento anni, fino al 27 marzo del 1871, data del primo incontro internazionale della storia.

 

Edimburgo, si gioca sul campo dell’Accademia, il Reaburn Place, davanti a quattromila persone. L’incontro è tra la Scozia padrona di casa in maglia blu, capitanata dal Francis Moncreiff, e l’Inghilterra, rigorosamente in bianco con la rosa rossa appuntata sul petto, guidata da Frederic Stokes, poi futuro presidente della federazione nazionale.

 

Le regole? Più vicine all’anarchia che a una codificazione. Il rugby di oggi, a discapito di quanto possa sembrare guardando distrattamente una partita, è disciplina, differenziazione di ruoli e commissioni, regole precise. Il rugby di allora, era una gigantesca "maul" tra quaranta giocatori pronti ad azzuffarsi in un lago di fango per spedire la palla in mezzo ai pali. L’arbitro come si regolava? “La squadra che fa più casino di solito è quella che sta dalla parte del torto”, queste le parole dello scozzese Almond che diresse quella partita e che concesse una dubbia meta proprio agli scozzesi in quanto a far “più casino” in quell’azione erano stati gli Inglesi. Finì 4-1 per chi giocava in casa, dopo il fischio finale comunque strette di mano, applausi sul campo, la promessa di rincontrarsi l’anno seguente.

 

Questo match è considerato il primo vero match della storia anche se in passato erano stati già disputati due incontri internazionali tra le medesime formazioni, ma con regole ancora più sregolate. Questo perché al tempo si giocava secondo i dettami delle diverse federazioni nazionali, e ognuna di queste seguiva percorsi che le altre ignoravano.

 

Parliamo dei punteggi, ad esempio: oggi il gioco è finalizzato alla meta, costruita dopo faticose e difficili azioni, che viene perciò premiata da cinque punti e dà poi il diritto di eseguire un calcio di trasformazione che ne vale altri due. Altre possibilità di rimpinguare il bottino sono i calci di punizione, da tirare in mezzo ai pali se si subisce un fallo, e i drop, da tirare sempre in mezzo ai pali ma stavolta durante l’azione di gioco. Entrambi danno diritto a tre punti. Al tempo il gioco era finalizzato al calcio. Le mete non erano il punteggio principale, o almeno c’erano diverse posizioni. Alcune federazioni sostenevano valesse solamente una meta trasformata, tre punti, altre che la meta già di per se ne valesse uno, e che desse diritto a un qualcosa di superiore, cioè calciare il pallone in mezzo ai pali portando a casa altri due punti. Per questo in inglese la meta si dice try, ossia tentativo, perché grazie ad essa si può “tentare” di trasformare un qualcosa di superiore.

 

Dopo quel match per altri quattro anni si andò avanti con partite tra queste due compagini, fino al 1874, quando l’Irlanda chiese di giocare. Da risolvere c’era però un problema: far convivere le due anime del Paese, cattolica e protestante, rispettivamente il sud e il nord. Soluzione: vengono convocati 10 giocatori per parte. I primi, quelli del sud, si presentarono ben rasati, mentre quelli del nord con una folta barba. Separati dalla storia ma insieme nel rugby, cosa che accade ancora oggi e solo in questo sport, dove nel Sei Nazioni non gioca una compagine irlandese e una nordirlandese, bensì un’unica Irlanda sotto un’unica bandiera, un’unica maglia, rigorosamente verde come i prati d’Irlanda, e con un unico inno, Ireland’s Call ("La chiamata dell'Irlanda", usato per la prima volta nel 1995). Il debutto irlandese avviene al Kennington Oval di Londra l’anno seguente.

 

Nel 1879 viene assegnata per la prima volta la Calcutta Cup. Un passo indietro. Al tempo del massimo splendore dell’impero britannico, in India, nel Gange, si trovava una guarnigione composta da molti ufficiali appartenenti all'aristocrazia inglese. Essi pensarono di costituire un club in cui ritrovarsi. Quattro anni dopo, al momento di tornare in patria e sciogliere il club, a qualcuno venne l'idea di fondere le monete della cassa sociale per destinarle a un oggetto d'arte atto a perpetuare il ricordo del soggiorno in India. Il 20 dicembre 1877 James Rothney, segretario del Calcutta Football Club, scrisse una lettera alla Rugby Union informandoli dello scioglimento della squadra e offrendo 60 sterline al fine di realizzare una coppa da mettere in palio annualmente. La coppa fu fabbricata da un artigiano locale e messa in palio annualmente solo tra Inghilterra e Scozia. Al trofeo venne fissata una base in legno sulla quale ogni anno, ancora oggi, vengono incisi i nomi della squadra vincitrice. Viene conservata per un anno dalla nazionale vincitrice del confronto e in caso di parità resta alla squadra detentrice. In realtà la coppa è custodita da un gioielliere di Abermale Street dopo che nel 1897 la Scozia, battuta dall'Inghilterra, si era presentata a Manchester senza il trofeo, avendolo lasciato a Edimburgo forse troppo sicura della propria vittoria che durava da quattro anni. Così solo nei giorni della sfida viene esposta in vetrina.

 

Ultima a debuttare tra le Home Nations, ossia le nazionali d'Oltremanica, fu il Galles, nel 1881. I Red Dragons, ancora cuccioli e senza zolfo tra le fauci, cedono all’esordio per sei mete, sette calci e un drop all’Inghilterra. Nel frattempo le regole di questo sport iniziano a stabilizzarsi: 15 contro 15, con nove avanti (I giocatori che giocano nella mischia più i due mediani) e sei indietro (quelli che corrono con la palla in mano). L’arbitro diventa figura importante, sembra strano a dirlo ma fino a che non si introdusse l’uso del fischietto, il direttore di gara era spesso ignorato dai giocatori e considerato alla stregua di un intruso sul campo da gioco.

 

E siamo al 1883, anno del primo torneo vero e proprio, il primo Home Nations Championship, o più volgarmente, il primo Quattro Nazioni. La prima classifica ufficiosa del torneo si ebbe proprio in quell’anno. E' bene sottolineare il termine "ufficioso", perché tale resterà a lungo. Infatti per centodieci anni (fino al 1993) non esisteva una classifica ufficiale della manifestazione né una coppa per la formazione vincitrice. Le partite si susseguivano regolarmente anno dopo anno nel periodo invernale alimentando miti, storie, leggende di trionfi e disfatte, personaggi e campioni, ma nessuna istituzione rugbistica stilava graduatorie. A esse pensavano i giornali. Il primo torneo se lo aggiudicò l'Inghilterra, con un neo: gli inglesi e gli scozzesi disputarono una gara in più, mentre Irlanda e Galles non si incontrarono tra loro.

 

L'anno successivo (1884) si disputò il primo torneo completo di tutti i match ed è ancora l'Inghilterra a primeggiare. Le acque però tornano agitate per i problemi sorti tra inglesi e scozzesi: la prossima edizione non "monca" si avrà nel 1887 e fu appannaggio della Scozia di McLagan, mentre l'Inghilterra per tre edizioni sprofonda all'ultimo posto, nel bel mezzo della diatriba per la questione dell'International Board. Era successo, infatti, che la Scozia aveva aderito alla proposta dell'Irlanda per la creazione di un organismo internazionale che unificasse le regole e gli inglesi avevano boicottato i rivali blu. Seguono altre edizioni incomplete: 1888 e 1889, e più avanti 1897 e 1898. Se si esclude l'exploit irlandese del 1888, questi anni vedono l'alternanza al vertice di Inghilterra e Scozia. Nel 1890 si arriva a un accordo sul regolamento e l'anno successivo la Scozia conquista la sua prima triplice corona.

 

Aperta parentesi. La Triple Crown, o Triplice Corona, era il trofeo assegnato a chi si aggiudicava il torneo battendo tutte e tre le altre squadre. E’ ancora assegnata, ma visto che del Championship fanno parte oggi anche Francia e Italia, resta un trofeo prestigioso, che ha valore però solo relativo e riguarda esclusivamente le nazionali anglosassoni che, come allora, se lo guadagnano battendo sul campo le altre tre. Chiusa parentesi.

 

Il 1893 segna il primo trionfo del Galles, grazie al nuovo sistema di gioco dei quattro "tre quarti", mentre l'Inghilterra entra in un declino con cui dovrà fare i conti fino al 1912, anno in cui gli uomini della Rosa torneranno al successo. Dal 1884 in poi le leggende si sprecano, troppe per entrare in uno solo articolo giornalistico, ma anche troppo affascinanti per essere tralasciate.

 

Come non ricordare il mitico esordio sul campo dell’Arms Park di Cardiff, datato 1893, dove Il Galles batte l'Inghilterra 12-11 con un drop di Billy Bancroft, negli ultimi istanti di una partita giocata nel fango? Infatti il giorno prima la coltre di neve e ghiaccio che ricopriva il terreno venne sciolta con bracieri, usando 18 tonnellate di carbone. Memorabile anche la sfida dei Dragoni con l'Inghilterra nel gennaio 1903 a Swansea. Piove a dirotto sul St. Helen's. Il capitano dei rossi è Tom Pearson che dopo dieci minuti va in meta, ma si infortuna e deve uscire. Con un uomo in meno, il Galles combatte e ne mette a segno addirittura altre tre con Jehoida Hodges: tripletta record, superato solo dopo sessant'anni.

 

Dal 1910 entra a far parte del prestigioso torneo anche la Francia. I primi anni sono però durissimi per la nuova arrivata, che il 1° gennaio tracolla all’esordio sotto i colpi del Galles per 49-14. Nel 1913 la Francia viene rimproverata per l'indisciplina del pubblico durante il match con la Scozia: la pace verrà fatta sette anni dopo. L'Inghilterra, battendo tutte le avversarie, ottiene il primo Grande Slam del torneo allargato a cinque partecipanti e si ripete nel 1914, ultima edizione prima del blocco dovuto alla Grande Guerra. Nel conflitto le Nazionali britanniche perderanno 76 giocatori, la Francia 23.

 

E' il giorno di capodanno del 1920 e al Parco dei Principi di Parigi, di fronte a 25 mila spettatori, va in scena il match inaugurale del Cinque Nazioni tra Francia e Scozia. Non è una partita come tutte le altre: sette anni prima, nel 1913, stesso giorno stesse contendenti, si era verificata un'incresciosa invasione di campo del pubblico casalingo, infuriato per l'inflessibile arbitraggio dell'inglese Baxter colpevole di aver favorito gli scozzesi (vittoriosi per 3-21). Di conseguenza, la Scozia aveva congelato qualsiasi rapporto con i francesi. Ora, in un contesto pressoché identico e con un risultato finale ancora arridente alla Scozia (0-5, una meta allo scadere), si temeva la stessa conclusione della volta precedente. Invece l'arbitro - anche lui inglese - Frank Potter-Irwin viene circondato minacciosamente dalla folla e poi... portato in trionfo!

 

E' un rugby d'altri tempi: il terza ala scozzese Jock Wemyss, colpevole di aver smarrito la vecchia maglia da gioco usata prima della guerra (gli altri erano tutti giocatori nuovi), non viene fornito della nuova uniforme e si presenta nel tunnel di ingresso al campo a torso nudo. Solo all'ultimo momento un dirigente - vista la giornata di intemperie - chiude un occhio e gli consegna la maglia, evitandogli qualche malanno. Nello stesso anno, il 17 gennaio, il Galles strapazza l'Inghilterra a Swansea 19-5. In uno stadio battuto da vento gelido e pioggia, protagonisti del primo tempo sono l'ala inglese Harold Day e il centro gallese Jerry Shea. Quest'ultimo porta i suoi sul 3-0 e nel secondo tempo dilaga, riuscendo nell'impresa della full house: meta, trasformazione, calcio e drop.

 

Nel 1921, sempre al St. Helen's di Swansea, il Galles perde partita (8-14) e faccia di fronte alla Scozia, in un match caratterizzato da continue invasioni di campo di un pubblico numericamente eccessivo e debordante rispetto alla capienza delle tribune. L'anno successivo la Scottish Football Union (dal 1924 Scottish Rugby Union) decide di costruire un nuovo stadio che sostituisse quello di Inverleith, ormai inadeguato alla popolarità del rugby scozzese e delle sue leggende MacGherron, Drysdale, Liddell. Vennero così acquistati diciannove acri di terreno a Murrayfield dal club di polo di Edimburgo e in tre anni innalzato il nuovo tempio. Il 31 marzo 1925 la partita inaugurale con l'Inghilterra, battuta 14-11, che consegnò alla Scozia il suo primo Grande Slam, interrompendo il predominio inglese. Sono anni eroici in cui il suono delle cornamuse riecheggia anche oltre il vallo di Adriano: nel 1926 la Scozia fu la prima britannica a violare Twickenham, lo storico tempio del rugby Inglese, superando 9-17 un'Inghilterra vincitrice dello Slam cinque volte nelle ultime otto edizioni. Rose rosse e Highlanders dominarono gli anni '20, con la felice parentesi dei gallesi del 1922. Dragoni che, però, non poterono far nulla, due anni dopo, di fronte a un'Irlanda forte di ben tre coppie di fratelli: Tom e Frank Hewitt (ala destra e mediano di apertura, entrambi di Belfast); George e Harry Stephenson (tra quarti, anch'essi dalla capitale nordirlandese); Dick e Billy Collopys, piloni dublinesi.

 

Nel 1929, l'Irlanda perderà in casa con la Scozia 7-16, nell'ultima partita in cui si proibirono mete per invasione di campo. Il tre quarti verde Jack Arigho era infatti pervenuto in area di meta, senza poter schiacciare a terra l'ovale perché l'area era intasata di tifosi festanti (ce n'erano quarantamila quel giorno a Lansdowne Road). Lo stesso accade poco dopo a Rowland Byers: meta annullata. Tempi di vacche magre per la Francia: l'apprendistato è dei più difficili per i whipping boys (più o meno "vittime predestinate"), come gli inglesi chiamano con disprezzo i francesi. Quattro cucchiai di legno e le perle del pareggio con l'Inghilterra nel 1922 (11-11) e la vittoria sui "maestri" per 3-0 nel 1927.

 

Seconda parentesi. Il cucchiaio di legno, o Wooden Spoon, è il simbolico riconoscimento che va a chi arriva ultimo in ogni torneo. Da non confondere con il Whitewash ("andare in bianco"), che va alla formazione che ha perso tutte le partite, totalizzando zero punti in classifica. Fino al 1904 l'utensile più temuto dal mondo ovale esisteva veramente: William Bolton, velocissimo tre quarti ala inglese, introdusse la tradizione per "gratificare" i nemici irlandesi, sempre sconfitti. Il cucchiaio, acquistato da Bolton durante una vacanza in Svizzera nel cantone dei Grigioni, era simile a quello che i produttori elvetici di formaggio utilizzavano per girare il caglio. Dal 1904, chissà per quali sconosciute vicende della vita, di quell'arnese non si ha più traccia.

 

L'edizione 1930 vide quattro delle cinque partecipanti giungere al traguardo ex aequo con due vittorie ciascuna. Cenerentola rimase la Scozia. Il tallonatore inglese Sam Tucker riuscì a scendere in campo per il rotto della cuffia in Galles-Inghilterra. Escluso dalla selezione della Rosa rossa, viene richiamato appena due ore prima del match per sostituire l'infortunato Henry Rew. A Bristol c'è pronto un aereo della federazione per lui, ma una volta atterrato nei pressi di Cardiff, il nostro Tucker deve affidarsi a un passaggio in un camion puzzolente fino al centro cittadino e deve districarsi nella ressa scatenatasi all'ingresso dell'Arms Park per l'acquisto dei biglietti. Entrerà nello spogliatoio cinque minuti prima del fischio d'inizio, il tempo di cambiarsi e imboccare il tunnel. I bianchi inglesi vincono 3-11: per Tucker il più classico dei veni, vidi, vici. Nel 1931 la Francia vince due gare (Irlanda e Inghilterra), ma non s'immagina certo quel che le sta per accadere: i Galletti sono esclusi dal torneo per professionismo. Saranno riammessi nel 1939, ma dovranno aspettare il 1947 per poter rigiocare una partita del Cinque Nazioni. Infatti dal 1940 al 1946 la seconda guerra mondiale impedisce lo svolgimento della competizione e si disputa solo qualche amichevole.

 

La bufera bellica si è placata, lasciando un po' ovunque sull'Europa i suoi cumuli di macerie, fisiche e morali. Lo spirito sportivo rinasce e si torna a giocare a rugby: l'edizione della ripresa, 1947, se l'aggiudica l'Inghilterra sul Galles, arriveranno poi gli anni d'oro dell'Irlanda e gli anni della Francia di Jean Prat, "Monsieur Rugby", nativo di Lourdes e celebrità cittadina secondo soltanto all'Immacolata Concezione, nonché promotore del rugby come gioco corale, una caratteristica che diventerà distintiva della palla ovale francese. Sono gli anni del delicato equilibrio sociale e politico che attraversa l’Irlanda. Nel 1954, a Belfast, i giocatori dell'Ulster non vogliono saperne di ascoltare l'inno britannico: la decisione avvelena ulteriormente il clima. Da allora le partite casalinghe dell'Irlanda si giocheranno stabilmente a Dublino. Sono gli anni di Terry Davies, estremo ed eroe dei Dragoni, e di Eric Evans tallonatore Inglese che guida i bianchi nel 1957 ad ottenere il Grande Slam dopo vent'anni, ma che diventano ventinove se si considera il torneo completo a cinque squadre (nel 1937 la Francia era esclusa).

 

Gli anni sessanta sono un decennio bicolore "bleu" e "red", con un’unica parentesi “bianca” nel 1963. Tra le curiosità di questo periodo, nel 1962 il match Irlanda-Galles slittò da marzo a novembre per un'epidemia di vaiolo e si concluse in parità (3-3). Pochi giorni dopo iniziò un inverno tra i più gelidi che la storia ricordi e che condizionerà l'edizione 1963 del torneo, vinta dagli inglesi. Galles-Inghlterra è a rischio rinvio, ma si fa di tutto per giocare: il campo dell'Arms Park viene ricoperto da 30 tonnellate di paglia, da togliere appena prima della partita, per evitare il formarsi di una lastra di ghiaccio. Ingenti quantità di sale sono cosparse su tribune e terrapieni. Addirittura, il rettangolo di gioco subisce una riduzione, perché alcune porzioni sono irrimediabilmente congelate. Per la cronaca vincono gli Inglesi tredici a sei, sei come i gradi sotto zero che segnava quel giorno il termometro. I Dragoni si rifanno in Scozia, stavolta su un campo decente grazie al sistema di riscaldamento del manto erboso ideato dai padroni di Murrayfield. Un bel "cappotto", e non è soltanto una "freddura": 0-6, con il capitano Clive Rowlands autore di un drop da posizione impossibile. Quel giorno fu stabilito anche il record di 111 touche.

 

Il 1965, seppur nel bel mezzo dell'età dell'oro gallese, è ricordato per la meta di Andy Hancock a Twickenham, il 20 marzo. Sotto di tre punti per quasi 80 minuti e con la Scozia sempre in attacco, l'ala inglese riceve l'ovale presso la propria area di meta e lo schiaccia dalla parte opposta dopo una corsa forsennata di novanta metri, placcato inutilmente sulla linea di meta. Praticamente l'unica azione dell'Inghilterra in tutto il match, capace di cogliere impreparati fotografi e cameramen. Le due rivali però chiusero il torneo in fondo alla classifica. In Galles-Inghilterra del 1967, emerge il tre quarti centro, riadattato a estremo, Keith Jarrett, capace di metter dentro sette calci e una meta a soli diciotto anni. Risultato finale: 34-21, unica vittoria gallese di quell'anno, ma quell'annata costituì solo una piccola parentesi negativa, preludio a una straordinaria serie di successi colorati di rosso.

 

Siamo all'anticamera di un grandissimo ciclo gallese, un'epopea tra le più significative della storia dello sport. Negli anni '70 una nazione arrivò a identificarsi nella sua squadra di rugby: il Galles. Sette titoli (1971, 1972, 1973, 1975, 1976, 1978, 1979) contro i due della pur quotatissima Francia (1970, 1977) e il successo solitario (1974) dell'Irlanda del leggendario capitano Willie John McBride che una volta aveva giocato alcuni minuti di un match contro la Francia, seppur avesse una frattura alla tibia sinistra.

 

Triste parentesi nel 1972: 30 gennaio, giornata nota come Bloody Sunday, domenica di sangue. Tredici pacifici manifestanti nordirlandesi sono uccisi dai soldati inglesi a Londonderry e la protesta divampa in tutto il Paese. Siamo nel bel mezzo del Cinque Nazioni: Scozia e Galles, data la situazione politica estremamente instabile, si rifiutano di andare in Irlanda e quasi un secolo dopo l'ultima volta si ha un torneo incompleto. A Dublino, per i successivi venticinque anni, non sarà più suonato l'inno God save the Queen.

 

Tornando al Galles. L'epopea dei Dragoni era iniziata con la vittoria del torneo nel 1969, anno in cui vennero introdotte le sostituzioni. Ma già dalla metà del decennio i gaelici avevano imposto la loro superiorità. "Nelle valli minerarie e lungo i cento chilometri che vanno da Newport a Llanelli - scrive Francesco Volpe - fiorisce una generazione di talenti paragonabile a quella dell'Olanda di Johann Cruyff". Barry John, Gareth Edwards, JPR Williams, Phil Bennett, Carwyn James, Raymond Gravell, Gerald Davis resero il Galles imbattibile. Nel 1971 espugna Murrayfield e i giornalisti dissero di aver visto "la migliore squadra di tutti i tempi". Quattro triplici corone consecutive (1976-1979) e sei in totale, partendo dal 1979; tre Grandi Slam (1971, 1976, 1978): solo la granitica Francia di Jacques Fouroux - detto "le Petit Caporal", mediano di mischia - e Jean Pierre Rives - "l'Angelo Biondo" - sembra poter tenere testa ai Dragoni nella seconda metà degli anni '70.

 

Chiudiamo il decennio con altre due memorie: nel 1978 si verificò la prima espulsione di un giocatore; l'edizione 1976 si apre in un Murrayfield battuto da un vento incredibilmente secco: la Francia vince 6-13 e l'arbitro inglese Ken Pattinson, reo di aver fischiato un fuorigioco inesistente, terminerà lì la sua carriera internazionale. Dagli anni '70 il Cinque Nazioni aumenta esponenzialmente la sua popolarità e visibilità. La televisione, per soddisfare le esigenze di sponsor e audience, impone un calendario più regolare, con cinque giornate non consecutive da gennaio a marzo e di sabato. Sulla tv italiana le partite sono commentate da Paolo Rosi, ex azzurro e primo italiano a segnare una meta a Twickenham. La sua conoscenza enciclopedica del rugby e la sua dote inesauribile di aneddoti contribuiscono alla diffusione dello sport ovale in Italia. E a proposito di quella partita a cui si è accennato, Scozia-Francia del 10 gennaio 1976, Rosi pronunciò la storica frase "mentre soffia il vento gelido delle Highlands...".

 

Nel 1979 si consuma l'ultimo successo del grande Galles: bisognerà attendere il 1988 per rivedere i Dragoni in cima alla classifica, e neanche da soli. C'era infatti la Francia, quella Francia che, liberatasi dell'ostacolo gallese, potrà finalmente dominare il decennio, insieme all'Irlanda. Nel mezzo del regno blu e verde c'è però spazio per due ritorni eccellenti: Inghilterra e Scozia. Nel 1980 la Rosa rossa del capitano Bill Beaumont e poi la Scozia che nel 1984 centra il Grande Slam. Erano 59 anni che non accadeva. In questa occasione, dopo Scozia-Francia 21-12, si ritira il transalpino Rives. Quattro i successi della Francia negli anni '80: 1981, 1986, 1987, 1989. Due gli Slam (1981 e 1987). Nel 1983 giunge pari con l'Irlanda, trionfatrice nel 1982 e 1985. L'allenatore dei Galletti è Jacques Fouroux, in campo a tradurre in pratica le sue direttive vanno tra gli altri Serge Blanco, talentuoso e spettacolare estremo di colore; Philippe Sella, il centro che stabilisce il record di 111 presenze in Nazionale; Pierre Berbizier, mediano di mischia e anima del gioco della Grande Francia; Laurent Rodriguez, potentissimo numero otto.

 

Ci si avvia così verso gli anni '90, che segneranno il riemergere dell'Inghilterra. Le vittorie della Rosa erano diventate così rare che fu considerato storico e degno di libagioni collettive il colpo parigino del 1982 (15-27). Il "terzo tempo" non fu trascorso al pub, ma all'ospedale per una lavanda gastrica. Il nuovo decennio comincia con una memorabile vittoria della Scozia sull'Inghilterra, partita decisiva che consegna agli Highlanders un altro Grande Slam dopo quello del 1984. E' la Scozia di David Sole, Gavin Hastings e John "The White Shark" Jeffrey, oltre al capitano Craig Chalmers. I blu avevano vinto tutte le partite, finora, e così gli inglesi, i quali però sembravano molto più uno schiacciasassi. A Murrayfield la gara della verità, che avrebbe consegnato al vincitore non solo titolo e Slam, ma anche la Calcutta Cup e la Triple Crown. All'intervallo la Scozia conduce 9-4, con tre calci di Chalmers e una meta non trasformata di Guscott (il punteggio per la meta era ancora 4+3 e non 5+2, come oggi). Nel secondo tempo, mentre tutti si aspettano la reazione dell'Inghilterra, la Scozia continua a spingere sull'acceleratore e va ancora in meta con Stanger. Finirà 13-7, dopo un calcio di Hodgkinson: tripudio finale scozzese con invasione pacifica di campo. L'astio verso gli inglesi era particolarmente avvertito in quegli anni, a causa della situazione politica: era il periodo del governo di Margaret Thatcher e della sua austerità economica e durezza fiscale.

 

Tre anni dopo, nel 1993, una grande svolta interessa il torneo: viene istituito il Championship Trophy e per la prima volta questa competizione assegnerà una coppa. Quindi, niente più vittorie a pari merito: in caso di parità in classifica, conterà, d'ora in poi, la differenza punti ed eventualmente la differenza mete. Ormai la tv e il professionismo sono entrati a pieno titolo nel Cinque Nazioni. Gli anni ’90, così come il successivo decennio, vedono l’alternarsi al vertice di Inghilterra e Francia, con sporadiche eccezioni. I bianchi vincono le edizioni 1991, 1992, 1995 e 1996, con tre Slam e sei triplici corone (in otto tornei). I Galletti hanno la meglio nel 1993, 1997 e 1998, gli ultimi due con tutte vittorie. Uno dei successi più straordinari della Francia fu quello del 1997 a Twickenham: in svantaggio 20-6 dopo i primi quaranta minuti e di fronte a un pubblico in delirio, Lamaison guida i francesi a un'incredibile rimonta fino al 20-20. A tre minuti dalla fine, lo stesso Lamaison centra i pali con un calcio: 20-23, il tempio è espugnato.

 

L'edizione 1999, ultima del Cinque Nazioni che dall'anno successivo diventerà Sei Nazioni, se l'aggiudica la Scozia, nonostante ancora una volta gli inglesi fossero arrivati a pari punti con i blu, tra l'altro battuti 24-21 nello scontro diretto. Da ricordare, in Scozia-Francia 33-20, la meta più veloce della storia del torneo: John Leslie va a schiacciare dopo nove secondi, uno in meno dell'inglese Leo Price in Inghilterra-Galles 7-3 a Twickenham nel 1923.

 

L'importanza dell'edizione 2000 è fondamentale: il torneo sbarca nel nuovo millennio presentando una nuova partecipante. Non accadeva dal 1910, quando fu ammessa la Francia. L'Italia ovale può esultare: è entrata in quello che forse è il club più esclusivo del pianeta. L'allenatore degli Azzurri è Brad Johnstone, neozelandese che ha raccolto l'eredità di Georges Coste, il tecnico francese che ha fatto compiere al rugby italiano il definitivo salto di qualità. La stella è Diego Dominguez, mediano di apertura che ha già 34 anni e ha atteso quel momento per tutta la carriera. Sono i suoi drop e calci a determinare il trionfo italiano nel match di esordio contro la Scozia, campione in carica. Al Flaminio di Roma, l'Italia vince 34-20 ed evita il cucchiaio di legno. Utensile che, però, sarà regolarmente recapitato nella cucina azzurra nel 2001 e 2002. Nel 2003, con il nuovo tecnico John Kirwan, l'Italia supera 30-22 il Galles e l'anno successivo 20-14 la Scozia: Lo Cicero e compagni sembrano in grado di poter vincere almeno due incontri, ma nel 2005 ripiomba l'oscurità e una sciagurata partita gettata al vento a Murrayfield, con un'infinità di calci falliti che avrebbero condotto indubbiamente al successo gli Azzurri, costa il posto al tecnico ex All Black che deve lasciare la panchina a Pierre Berbizier, leggenda francese che traghetta gli azzurri fino alle storiche affermazioni in terra di Scozia e a Roma contro il Galles del 2007.

 

Questa, in breve, l'evoluzione italiana nei primi anni di Sei Nazioni. Un bilancio magro, ma in linea con le aspettative e la storia di questo torneo, dove non si improvvisa niente e dove la tradizione conta moltissimo. Il Flaminio non è Twickenham e nemmeno l'avveniristico Millennium, non ha il fascino di Murrayfield o la storia di Lansdowne Road. Lo scudetto tricolore non è la Rosa rossa inglese o il trifoglio o il cardo, e neppure il galletto. Ma la tradizione non si inventa da un giorno all'altro, va coltivata, alimentata, costruita nel tempo, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Per l'Italia sportiva è un privilegio grandissimo disputare questo torneo e sembra che il pubblico lo stia comprendendo.

 

Questo è in estrema sintesi il resoconto di oltre centoventi anni di storia di questo leggendario torneo. Tra i grandi nomi del nuovo millennio si annoverano l’apertura inglese Jonny Wilkinson, uno dei migliori calciatori della storia del rugby, che con un già mitico drop ha portato la sua nazionale al trionfo nella Coppa del mondo 2003, e il centro Irlandese Brian O’Driscoll, che ha finora capitanato invano un’Irlanda bella ma eterna incompiuta, alla ricerca di un successo nel torneo che manca dal 1985, e che è sfuggita anche nell’ultima edizione a causa di una meta all’ultimo secondo della Francia. Accanto a loro, nelle rose delle squadre partecipanti ai tornei, tantissimi giocatori sempre più fisici, veloci e robusti rispetto al passato, al servizio sempre e comunque di una collettività che è caratteristica imprescindibile del gioco del rugby. Spero di aver ben reso per quale motivo il 15 gennaio 1998, giorno in cui l'Italia venne ammessa nel "Club", viene considerata una data storica.



 

 

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[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA  N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE]

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