KOLJADA
Canti d’inverno nella tradizione
slava
di Leila
Tavi
Ogni inverno, nelle campagne
dell'Europa orientale, echeggiano
canti arcaici, i koljadki (колядки),
come parte di un più ampio ciclo
rituale che precede il Natale e che,
un tempo, segnava la fine dell'anno
agrario, la Koljada (коляда),
un termine che deriva dalla lingua
slava ecclesiastica antica (Колѧда
– Kolęda). Questi rituali fondono
antichi miti solari con l'avvento
del Cristianesimo, rappresentando un
esempio straordinario di sincretismo
simbolico, musicale e comunitario,
custodito da secoli nelle pratiche
condivise di villaggi, famiglie e
gruppi contadini. Come sottolinea
Galina A. Nosova (1975), il ciclo
natalizio si intreccia con altri
riti stagionali di passaggio e
trasformazione, in particolare con i
rituali del Carnevale (Масленица,
Maslenica), che condividono temi
e strutture simboliche orientate
alla rinascita ciclica,
sottolineando il legame tra
ritualità invernale e rigenerazione
cosmica.
Le origini etimologiche del termine
derivano dal latino calendae,
che indicava il primo giorno del
mese, e furono assimilate in ambito
slavo per designare i riti del
solstizio d'inverno (Rjabchikov,
2001). La loro permanenza in culture
diverse del mondo slavo testimonia
un antico strato mitologico comune,
con molta probabilità
preindoeuropeo. Tali tradizioni
popolari rappresentano una sorta di
finestra cosmica, un momento in cui
il confine tra i vivi e i morti
diventa labile. In Ucraina, per
esempio, si credeva che durante la
Koljada anche gli animali
potessero parlare, portando messaggi
dagli antenati defunti (Михайлова et
al., 2024).
L’influsso cristiano ha sovrapposto
le figure di Gesù e Maria a simboli
più antichi come il Sole (il
Redentore), la Luna (la Madre) e le
Stelle (i figli). I canti, spesso in
forma di dialogo tra i cantori e il
padrone di casa, benedicono la
famiglia, il raccolto, il bestiame e
i figli. La struttura musicale
riprende modalità arcaiche: scale
pentatoniche, ritmi irregolari,
responsorialità tra solista e coro (Helbig,
2020). Come osserva Svetlana A.
Myasnikova (2019), le formule
poetiche delle koljadki
bielorusse evidenziano una
trasmissione attraverso linee
matrilineari e sono spesso legate a
tradizioni migratorie antiche
пре-Иртыш (pre-Irtyš), che
rafforzano la dimensione memoriale e
familiare dei canti rituali. Si
tratta di un’area geografica ricca
di testimonianze antiche situata a
monte del fiume Иртыш (Irtyš), uno
dei principali affluenti dell’Ob in
Siberia.
I canti rituali della Koljada
rappresentano la versione slava dei
carolers anglosassoni, che si
svilupparono in un’epoca successiva,
con la diffusione dei canti
liturgici nel Medioevo. Nella
tradizione slava i canti di Natale
sono eseguiti all’interno di cornici
ben precise: una visita notturna da
parte di gruppi di cantori, spesso
adolescenti maschi, il passaggio
rituale attraverso la soglia della
casa e l’offerta simbolica di pane o
cibo da parte dei proprietari. In
contesti ucraini e russi i gruppi
sono chiamati колядники (koljadniki),
guidati da un capo rituale, custode
delle formule cantate (Moysey et
al., 2022). Tale capo è indicato
nelle fonti etnografiche come отаман
(otaman), дедац (dedac)
o старешина (starešina). In
Bulgaria il capo dei коледари (koledari)
è detto станеник (stanenik) e
i canti natalizi dei koledari
sono eseguiti da giovani uomini in
processione. Il gruppo visita le
abitazioni portando doni simbolici e
ricevendo in cambio pane rituale, in
un gesto di reciprocità che auspica
la prosperità per la comunità (Михайлова
et al., 2024).
Nella tradizione slovacca,
particolarmente viva nelle zone
montane, si registra ancora oggi una
pratica affine: nella notte della
Vigilia di Natale, cantori
accompagnati dalla cornamusa (gajdy)
visitano le chalúpky, le
tipiche baite della regione dei
Tatra. Questi cantori sono detti
koledníci, e la loro performance
è parte di una più ampia cultura
delle cornamuse slovacca,
riconosciuta nel 2015 dall’UNESCO
come patrimonio immateriale.
In Siberia la tradizione mordvina
conserva rituali invernali di
origine precristiana legati al ciclo
solstiziale. Tra questi spiccano i
canti con ritornello distintivo
“Каляда, Каляда! (Kaljada, Kaljada!)”,
che testimoniano l’influenza delle
celebrazioni slavo-pagane. La
particolarità è la struttura
responsoriale che alterna cori delle
due comunità etniche: Erzja (Эрзя) e
Mokša (Мокша), ciascuna con lingua e
stile musicale propri, creando un
dialogo rituale tra i gruppi (Шахов,
2019). Anche Galina Soldatova (2023)
conferma che le pratiche rituali
invernali tra i Mordvini della
Siberia rappresentano una forma
resiliente di trasmissione
culturale, nonostante le migrazioni
forzate del XX secolo. In
particolare, sottolinea il ruolo
delle donne anziane portatrici della
memoria rituale (вещуньи, vešunʹi),
che custodiscono i testi delle
koljadki e dei canti solstiziali
in lingua erzja. Tali canti,
raccolti nelle aree di insediamento
secondario come le regioni di Томск
(Tomsk) e Омск (Omsk), sono
caratterizzati da ritmi sillabici
fortemente cadenzati e da una
formula dialogica che coinvolge
attivamente i membri della comunità.
Secondo Galina Soldatova le
performance mordvine in contesto
siberiano non si riducono a repliche
passive delle tradizioni originarie,
ma mostrano adattamenti creativi,
con l’inclusione di simboli legati
all’ambiente naturale siberiano e
riferimenti alle difficoltà storiche
vissute dalla comunità.
Come evidenzia Mikhail I. Vasiliev
(2017), le varianti regionali della
ritualità festiva russa
costituiscono un sistema articolato
e resistente, che ha saputo
adattarsi alle trasformazioni
storiche mantenendo una pluralità di
forme in contesti locali molto
diversi tra loro. Nel suo studio
sulle feste del popolo russo, Ivan
Mihajlovič Snegirëv afferma:
«Rivolgendosi alle divinità, i
fedeli esprimevano la loro devozione
prostrandosi e inchinandosi. Nei
canti sacrificali russi del periodo
della festa di Koljada i
supplicanti sedevano su panche
attorno al fuoco con il sacerdote
anziano al centro» (Снегирёв, 1837,
p. 43). Una di queste scene rituali
arcaiche è esattamente conservata e
rappresentata in un’antica
koljadka, pubblicata per la
prima volta da Izmail Evseevič
Sreznevskij nel 1817 e, un ventennio
più tardi, in forma più completa da
Ivan Petrovič Saharov nella sua
raccolta Pesni russkogo naroda
(Срезневский, 1817; Сахаров, 1838).
Questa ricostruzione è discussa
anche in History of Music in
Russia from Antiquity to 1800, (Maes,
2002, pp. 112–113).
La Koljada rappresenta una
riattualizzazione ciclica del tempo:
ciò che è vecchio muore e il nuovo è
invocato a nascere. In molti canti
ricorre il motivo della “capra” o
dell’“orso”, animali totemici legati
a fertilità e protezione, in una
sorta di rito magico. In
particolare, la simbologia legata
alla capra è ricorrente nel ciclo
invernale e trova un preciso
ancoraggio nelle pratiche di
“вождение козы / козла” (voždenie
kozy / kozla, condurre la
capra”), dove l’animale è messo in
scena, talora “ucciso” e poi
riportato in vita in chiave
augurale. In questo quadro, la scena
dei fuochi, delle panche e
dell’anziano che affila il coltello
affiora già nel frammento pubblicato
da I. E. Sreznevskij citato sopra.
Il testo di Saharov, che è il
prodotto di un montaggio pseudo‑folklorico,
innesta sul canovaccio della
koljadka il dialogo favolistico
di Иванушка (Ivanuška) e Алёнушка (Alënuška),
figure del folklore, trasformando
l’allusione alla capra in una scena
di sacrificio vero e proprio. Tale
contaminazione è stata poi ripresa e
letta come prova di rituali pagani
da vari autori ottocenteschi (fra
cui Snegirëv), ma la ricerca
contemporanea ha chiarito la
presunta non autenticità della
versione di Saharov e il suo impatto
sulla ricezione successiva (Toporkov,
2021).
Le varianti di koljadki
raccolte nella regione di Брянск (Brjansk),
nella Russia occidentale, rivelano
una notevole ricchezza
drammaturgica, legata soprattutto
all’
обход (obchod, processione,
rito propiziatorio) “della capra” (voždenie
kozy), che prevede uno schema
narrativo articolato in apertura,
sviluppo e conclusione.
“Иде коза ходить, там жито родить;
иде коза рогом, там жито стогом…”
(Ide koza hodit’, tam žito rodit’;
ide koza rogom, tam žito stogom…Dove
passa la capra, lì cresce il grano;
dove passa la capra con il corno, lì
il grano si raccoglie a covoni).
Questi versi ribadiscono la
centralità dell’animale simbolico
come mediatore tra natura e società,
portatore di fertilità e abbondanza.
Il motivo della “capra
propiziatoria”, che trasforma lo
spazio attraversato in campi
produttivi, è ricorrente nelle
koljadki raccolte nella regione
di Brjansk e rivela l’intima
connessione tra ritualità agraria e
mitologia arcaica (Гаврищук, 2007,
p. 122). Secondo Marita L. Gavriščuk,
si tratta di un
gioco-drammatizzazione con elementi
performativi complessi, in cui la
figura della capra simboleggia
fertilità, ciclicità agraria e
rinascita. In molte versioni, la
morte simbolica dell’animale,
seguita dalla sua resurrezione
grazie alle offerte dei padroni di
casa, è interpretata come rito
propiziatorio per l’abbondanza
agricola e la prosperità familiare (Гаврищук
2007, p. 123).
In epoca premoderna la funzione
della Koljada non si limitava
alla dimensione cosmologica, ma era
strettamente connessa all’ordine
sociale. I canti rituali
contribuivano a rafforzare i legami
comunitari e, al tempo stesso, a
mettere in discussione le gerarchie
attraverso pratiche di rovesciamento
rituale, ovvero inversioni
temporanee dei ruoli sociali che
sospendevano l’assetto normativo,
consentendo forme di trasgressione
controllata. Tali inversioni,
analoghe ai fenomeni descritti da
Mihail Baxtin nel concetto di “mondo
alla rovescia” e da Victor Turner
nella teoria della liminalità,
permettevano di gestire tensioni
interne mediante ironia e satira,
senza compromettere la stabilità del
sistema (Prokhorov 2002; Baxtin
1965; Turner 1969).
Uno dei primi tentativi sistematici
di classificare le koljadki è
stato compiuto da Viktor I. Čičerov
(1948), che ne individuò diverse
tipologie tematiche, tra cui le
koljadki con contenuto
mitologico, quelle augurali e le
cosiddette koljadki
satiriche. Sebbene condizionato
dall’approccio ideologico sovietico,
il lavoro di Viktor Čičerov ha il
merito di riconoscere nel canto
rituale una funzione sociale
polivalente, capace di unire
elementi cosmogonici, domestici e
comunitari all’interno di una forma
poetico-musicale dinamica e
ricorrente. Viktor Čičerov ha
indagato la forma dialogica dei
canti tra gruppo dei koljadniki
e il padrone di casa come elemento
ricorrente e simbolico, in cui si
negozia la “buona sorte” attraverso
la parola rituale. Tale struttura
narrativa consente di unire funzione
augurale e drammatizzazione mitica.
Il concetto di buon auspicio non è
espresso con una formula univoca, ma
attraverso una costellazione
lessicale ricorrente nelle
koljadki, che comprende termini
positivi come счастье (sčastʹje,
felicità), удача (udača,
fortuna), доля (dolja,
parte/destino), добро (dobro,
bene), богатство (bogatstvo,
ricchezza), доброе здоровье (dobroe
zdorovʹe,
buona salute) e плодородие (plodorodie,
fertilità). L’intento propiziatorio
dei canti emerge dalla reiterazione
di questi lemmi nelle formule
conclusive e nei passaggi
indirizzati alla famiglia ospitante,
dove si auspica abbondanza,
benessere e protezione divina per
l’anno a venire.
Anche nelle fonti rinvenute nella
regione di Brjansk, le koljadki
appaiono come formule magico-rituali,
dove la parola ha una valenza
performativa. I canti, considerati
заклинания (zaklinanija, formule
magiche, incantesimi), mirano a
evocare la realtà desiderata:
raccolti abbondanti, salute,
incremento del bestiame e nascite
nella famiglia. Come osserva Marita
Gavriščuk, “la magia dell’azione e
quella della parola si fondono” in
questi canti, mostrando quanto fosse
radicata la fiducia nella forza
creatrice del verbo (Гаврищук 2007,
p. 120). L’analisi comparativa dei
testi raccolti da Marita Gavriščuk
evidenzia, oltre alla vitalità delle
koljadki della regione del
Brjansk nel XX secolo, il processo
di semplificazione e di perdita
della struttura drammatica
originaria in alcune varianti
recenti. Le versioni più antiche,
ancora in uso a inizio Novecento,
mostrano una narrazione articolata
(esposizione, sviluppo, climax,
risoluzione), mentre quelle più
tarde tendono a evidenziare e
testimoniare il solo momento finale
della richiesta di doni, perdendo i
significati rituali più profondi (Gavriščuk
2007, pp. 123–124).
Dopo la dissoluzione dell’Unione
Sovietica numerose comunità
dell’Europa orientale hanno avviato
processi di recupero e
valorizzazione di pratiche rituali
che, nel periodo socialista, erano
state marginalizzate o
reinterpretate in chiave ideologica.
In Bielorussia tale dinamica si è
manifestata in modo significativo
attraverso la riscoperta della
Koljada, che è stata oggetto di
una sistematica rivalutazione
etnografica e performativa a partire
dall’inizio del XXI secolo. Studi
come quello di Tryfanenkava (2001)
evidenziano come questa rinascita
non si limiti alla dimensione
folklorica, ma possa essere inserita
in un più ampio processo di
ricostruzione identitaria e di
riappropriazione del patrimonio
immateriale, in risposta alla crisi
dei modelli culturali uniformanti
dell’epoca sovietica.
Una delle analisi più approfondite
delle коляди (koliadi)
ucraine si deve a Olena Pčilka,
pioniera della folkloristica slava,
che già nel 1903 tentò una
classificazione dettagliata dei
canti rituali in base al contenuto
simbolico e strutturale. Olena
Pčilka distingue, ad esempio, tra
коляди-легенди (koljadi-legendy,
con elementi mitico-cristiani),
коляди-веснянки (koljadi-vesnânky,
legate alla rinascita solare e alla
primavera), e коляди-пісні (koljadi-pisni),
con struttura poetica variabile.
L’autrice propone inoltre una
derivazione etimologica del termine
Koljada dallo slavo коло (kolo,
dal significato cerchio, sole),
sottolineando il legame profondo con
il ciclo solare e i miti arcaici
della fertilità (Mikula, 1999). In
particolare, le koljadi-vesnânky
presentano spesso motivi di
corteggiamento e scene ideali di
matrimonio. In alcune versioni
raccolte nella regione della Volinia
(Волинь)
le protagoniste femminili assumono
un ruolo centrale e attivo nel
canto, rompendo la rappresentazione
passiva tipica della donna nei
modelli patriarcali. Questi
archetipi sono interpretati da Olena
Pčilka come eredità di una cultura
matriarcale e precristiana, in cui
le donne ricoprivano ruoli simbolici
centrali nei rituali di passaggio e
rinascita (Mikula, 1999: 149–150).
Come osservano Dmytro Trehubov e
Iryna Trehubova (2023), in molte
narrazioni rituali slave la donna è
rappresentata come agente liminale,
capace di incarnare temi di
seduzione, trasgressione e
inversione simbolica, in linea con
la logica del mondo alla rovescia
dei riti invernali.
In Ucraina l’esperienza della
diaspora ha favorito processi di
reinterpretazione creativa del
patrimonio rituale, come testimonia
l’oratorio Барбівська Коляда
(Barbivska Koliada) della
compositrice Anna Havrylecʹ (Анна
Гаврилець), analizzato da Iryna
Nyskohuz (2014). Tale fenomeno,
originato da migrazioni storiche e
culturali, si affianca oggi alle
dinamiche più recenti legate
all’esodo successivo all’invasione
russa del 2022, che ha ulteriormente
intensificato la necessità di
preservare e di rielaborare il canto
tradizionale in contesti
transnazionali. In un momento così
difficile la diffusione digitale dei
canti rituali ha conosciuto un
incremento straordinario.
Piattaforme come YouTube e TikTok
hanno registrato un proliferare di
versioni reinterpretate delle
koljadki, pubblicate da cori
scolastici, gruppi diasporici e
artisti indipendenti, contribuendo a
una sorta di rinascita digitale
della Koljada. I dati
raccolti da Jarina Zakalska e Olena
Ivanovska (2024) mostrano un
incremento della diffusione online
del repertorio tradizionale tra il
2022 e il 2023, con un’intensa
attività semantica che ha
trasformato i testi rituali in
strumenti di resistenza culturale e
di coesione identitaria collettiva (Закальська
& Івановська, 2024). Le analisi
evidenziano come i canti natalizi
siano stati caricati di nuovi
significati politici e spirituali,
diventando non solo rituali festivi
ma anche veicoli di narrazione
storica e solidarietà nazionale.
Inoltre, l’interazione tra memoria
orale e diffusione digitale ha
favorito la nascita di archivi
partecipativi, in cui famiglie e
comunità condividono le proprie
versioni delle koljadki,
contribuendo a una cartografia
collettiva della ritualità invernale
slava. Questo fenomeno, che alcuni
studiosi definiscono "etnografia
partecipativa online", rientra in
una più ampia tendenza alla
musealizzazione digitale del
folklore, che, pur assumendo
talvolta tratti conservativi, si
configura anche come luogo dinamico
di rielaborazione estetica e
risemantizzazione culturale (Tsvetkova
& Kononenko, 2024). Gli studi
recenti sottolineano con forza
l’urgenza di indagare la persistenza
e l’adattamento del repertorio
rituale tra comunità migranti, come
in Canada e in Kazakhstan,
evidenziando come la trasmissione
orale e la performatività rituale si
configurino non soltanto come
strumenti di conservazione
identitaria, ma anche come spazi di
innovazione estetica e negoziazione
interculturale (Tsvetkova &
Kononenko, 2024).
Secondo Antoniy Moysey, Antonina
Anistratenko e Tetyana Nykyforuk
(2022) i cicli natalizi in area
romena-slava mostrano
sovrapposizioni semantiche:
l’elemento agrario, l’omaggio agli
antenati, la performatività
collettiva. Quest’ultima va intesa
come la partecipazione attiva della
comunità alla messa in scena
rituale: non si tratta di un atto
individuale, ma di una performance
corale che integra canti, gesti
simbolici e mascheramenti,
trasformando il rito in un’azione
condivisa che rafforza coesione
sociale e memoria culturale. Simili
strutture sono documentate anche nei
Balcani (Михайлова et al., 2024).
La sopravvivenza della Koljada
dipende oggi dalla trasmissione
intergenerazionale. Tuttavia, come
osservano Elizabeth Warner (1990) e
Vadim Prokhorov (2002), il rischio è
che i canti siano “musealizzati”,
ossia trasformati in oggetti statici
di conservazione piuttosto che in
performance vive e partecipate. La
Koljada in un’accezione
contemporanea si configura pertanto
come un prisma attraverso cui
osservare le tensioni tra tradizione
e modernità, religione e laicità,
comunità e individuo. Più che un
residuo del passato, la Koljada
è una grammatica simbolica ancora
capace di articolare il presente,
rinnovando il proprio senso nei
cicli della vita, della memoria e
del tempo.
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