[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 224 / AGOSTO 2026 (CCLV)


arte

L’INVISIBILITÀ DEL SIMULACRO
IL DIFFICULT HERITAGE ITALIANO TRA AULE E PASSERELLE

di Sandro Trovò

 

Cosa vediamo quando attraversiamo gli spazi del nostro quotidiano? La domanda, apparentemente fenomenologica, si fa squisitamente politica quando viene applicata al contesto urbano italiano, dove il patrimonio monumentale del Ventennio fascista è capillarmente integrato nel tessuto delle città. Oggi oscilliamo pericolosamente tra due estremi: da un lato, il feticismo nostalgico di frange radicali; dall’altro, la ben più insidiosa rimozione inconscia del cittadino comune. È la sanzione della neutralizzazione estetica: il monumento di propaganda, assimilato nella routine, si trasforma in semplice sfondo o “arredo urbano”, perdendo la sua carica traumatica originale fino a diventare del tutto invisibile.

 

A scuotere questo torpore visivo e a stimolare un rinnovato dibattito sull’eredità materiale del regime è stato l’intervento, apparso sul New Yorker nel 2017, della storica Ruth Ben-Ghiat: Why are so many fascist monuments still standing in Italy?. Un’indagine che interroga la coscienza civile italiana con straordinaria limpidezza. Nella sua analisi, la studiosa contesta in primis la recezione pubblica di architetture iconiche come il Palazzo della Civiltà Italiana all’EUR – riconosciuto nel 2004 come monumento di interesse culturale – e, nello specifico, la decisione di concederne l’uso alla casa di moda Fendi.

 

Il cortocircuito critico si fa evidente se si considera che, sulla sommità di quel monumentale volume in travertino, campeggia l’iscrizione dedicatoria estratta dal discorso con cui Mussolini, nel 1935, annunciò l’invasione dell’Etiopia. L’intervento di Ben-Ghiat mette a nudo l’indifferenza con cui la società italiana convive con questi lasciti, un fenomeno strettamente legato a un processo di defascistizzazione storicamente parziale, che ha garantito una silenziosa continuità tra i monumenti eretti durante la dittatura e lo spazio pubblico contemporaneo.

 

Sebbene l’articolo abbia suscitato reazioni alterne e risposte indignate, la discussione che ne è scaturita ha offerto nuovi strumenti di lettura. Come evidenziato da Giulia Albanese nel volume I luoghi del fascismo, questa riflessione ha il merito di favorire un «avvio di riflessioni sul rapporto degli italiani con le vestigia materiali del loro passato dittatoriale e sulle valenze politiche di tale rapporto».

 

Attualmente, la relazione con questo specifico patrimonio culturale si configura come fortemente identitaria e storicamente stabilizzata, il che contribuisce a limitarne la percezione in quanto eredità problematica. L’ambiguità caratterizza ancora la memoria collettiva post-bellica: in Italia non esistono musei statali specificamente deputati alla rappresentazione storica del fascismo o della Seconda Guerra Mondiale. Di conseguenza, il dibattito pubblico rimane divisivo, frammentato in interpretazioni spesso soggettive, mentre la persistenza materiale delle opere nei loro luoghi d’origine ne impedisce una reale storicizzazione critica.

 

L’italiano contemporaneo risulta così anestetizzato rispetto alle connotazioni politiche dei monumenti che popola. La narrazione dominante tende, infatti, a presentare questo patrimonio attraverso un filtro culturale positivo, in cui prevalgono i valori estetici e formali rispetto alle dinamiche legate al conflitto e alla memoria controversa. L’architettura nata sotto il regime viene sistematicamente interpretata e assolta attraverso le categorie della modernità e del razionalismo, privilegiandone gli aspetti puramente tecnologici e progettuali a scapito dei contenuti ideologici originari.

 

L’Italia si riconferma, in definitiva, un caso unico nel panorama internazionale: un laboratorio in cui i simboli di un regime totalitario non sono stati abbattuti, ma ereditati e normalizzati all’interno di quella complessa e persistente “zona grigia” della memoria post-bellica.

 

Quello che dovrebbe fare la critica d’arte, la sfida di questa disciplina, sta nella capacità di attivare una pedagogia pubblica che trasformi il monumento-simbolo in documento storico, mantenendo lo spettatore in uno stato di vigilanza.

 

Riportando l’esempio della studiosa Ruth Ben-Ghiat, il Palazzo della Civiltà Italiana, progettato dagli architetti Guerrini, La Padula e Romano, è il simbolo più puro e metafisico dell’estetica fascista. Ad oggi, questo colosso è la sede globale, almeno fino al 2028, della casa di alta moda Fendi. Sotto i suoi archi – e la scritta – sfilano modelle, i riflettori del fashion system internazionale ne ridisegnano le ombre e le campagne pubblicitarie lo trasformano nel palcoscenico di un’eleganza patinata e cosmopolita. La moda ha indubbiamente salvato l’edificio dal degrado materiale, ma a quale prezzo culturale? L’estetizzazione assoluta e la patina glamour rischiano di anestetizzare del tutto la memoria storica dell’edificio.

 

Il “Colosseo Quadrato” cessa di essere il documento visivo di un totalitarismo e diventa un asset visivo, uno sfondo instagrammabile per il mercato del lusso globale. La forma sopravvive, ma la sua storia viene sterilizzata dall’algoritmo del consumo.

 

Ma sono i luoghi della formazione che offrono il terreno più scivoloso per questa assuefazione visiva. Si pensi alla Città Universitaria della Sapienza di Roma sotto la regia di Marcello Piacentini. Nell’Aula Magna il monumentale affresco di Mario Sironi, L’Italia tra le Arti e le Scienze, accoglie solennemente le cerimonie accademiche. Nonostante sull’affresco si sia scritto molto – e il recente restauro filologico del 2017 abbia giustamente rimosso le censure post-belliche per restituire l’opera nella sua integrità storica –, la quotidianità studentesca consuma questi spazi con distaccata indifferenza. L’iconografia del potere totalitario viene decontestualizzata dalla routine degli esami, rischiando di ridursi a un guscio formale svuotato di senso critico.

 

È il cortocircuito del difficult heritage: un luogo oggi deputato alla nascita del pensiero democratico e antifascista che abita, letteralmente, dentro la pelle visiva e architettonica del fascismo. L’opera di Sironi, concepita originariamente come manifesto del muralismo di regime e dispositivo di comunicazione di massa precocissimo, non può essere ridotta a un pezzo di antiquariato da ammirare acriticamente. Richiede una narrazione istituzionale costante, capace di spiegare come la cultura visiva degli anni Trenta fosse strutturata per legittimare culturalmente un progetto politico liberticida.

 

Conservare il difficult heritage nello spazio pubblico contemporaneo non può più ridursi a un’operazione di pura tutela monumentale o, peggio, a una cinica delega al miglior offerente del mercato globale. Le istituzioni – ministeri, università, amministrazioni locali – troppo spesso si trincerano dietro la neutralità tecnica del restauro filologico o la logica del rebranding commerciale per non dover gestire l’onere politico di questa memoria. Questo silenzio burocratico è, nei fatti, una forma di complicità con la rimozione storica. È necessario pretendere dalle istituzioni un cambio di paradigma radicale. I marmi dell’EUR e le aule della Sapienza devono essere strappati alla loro comoda, anestetizzata invisibilità quotidiana.

 

La sfida del presente è trasformare questi complessi monumentali: non più spazi di anacronistica celebrazione, né quinte sceniche dell’indifferenza consumistica, ma presidi di contestualizzazione attiva. Solo riattivando il trauma di quelle forme attraverso una pedagogia pubblica trasparente e implacabile, questi luoghi potranno finalmente smettere di essere simulacri di un regime e trasformarsi, autenticamente, in palestre quotidiane di democrazia e vigilanza critica.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]