A scuotere questo torpore visivo e a
stimolare un rinnovato dibattito
sull’eredità materiale del regime è
stato l’intervento, apparso sul
New Yorker nel 2017, della
storica Ruth Ben-Ghiat: Why are
so many fascist monuments still
standing in Italy?. Un’indagine
che interroga la coscienza civile
italiana con straordinaria
limpidezza. Nella sua analisi, la
studiosa contesta in primis la
recezione pubblica di architetture
iconiche come il Palazzo della
Civiltà Italiana all’EUR –
riconosciuto nel 2004 come monumento
di interesse culturale – e, nello
specifico, la decisione di
concederne l’uso alla casa di moda
Fendi.
Il cortocircuito critico si fa
evidente se si considera che, sulla
sommità di quel monumentale volume
in travertino, campeggia
l’iscrizione dedicatoria estratta
dal discorso con cui Mussolini, nel
1935, annunciò l’invasione
dell’Etiopia. L’intervento di
Ben-Ghiat mette a nudo
l’indifferenza con cui la società
italiana convive con questi lasciti,
un fenomeno strettamente legato a un
processo di defascistizzazione
storicamente parziale, che ha
garantito una silenziosa continuità
tra i monumenti eretti durante la
dittatura e lo spazio pubblico
contemporaneo.
Sebbene l’articolo abbia suscitato
reazioni alterne e risposte
indignate, la discussione che ne è
scaturita ha offerto nuovi strumenti
di lettura. Come evidenziato da
Giulia Albanese nel volume I
luoghi del fascismo, questa
riflessione ha il merito di favorire
un «avvio di riflessioni sul
rapporto degli italiani con le
vestigia materiali del loro passato
dittatoriale e sulle valenze
politiche di tale rapporto».
Attualmente, la relazione con questo
specifico patrimonio culturale si
configura come fortemente
identitaria e storicamente
stabilizzata, il che contribuisce a
limitarne la percezione in quanto
eredità problematica. L’ambiguità
caratterizza ancora la memoria
collettiva post-bellica: in Italia
non esistono musei statali
specificamente deputati alla
rappresentazione storica del
fascismo o della Seconda Guerra
Mondiale. Di conseguenza, il
dibattito pubblico rimane divisivo,
frammentato in interpretazioni
spesso soggettive, mentre la
persistenza materiale delle opere
nei loro luoghi d’origine ne
impedisce una reale storicizzazione
critica.
L’italiano contemporaneo risulta
così anestetizzato rispetto alle
connotazioni politiche dei monumenti
che popola. La narrazione dominante
tende, infatti, a presentare questo
patrimonio attraverso un filtro
culturale positivo, in cui
prevalgono i valori estetici e
formali rispetto alle dinamiche
legate al conflitto e alla memoria
controversa. L’architettura nata
sotto il regime viene
sistematicamente interpretata e
assolta attraverso le categorie
della modernità e del razionalismo,
privilegiandone gli aspetti
puramente tecnologici e progettuali
a scapito dei contenuti ideologici
originari.
L’Italia si riconferma, in
definitiva, un caso unico nel
panorama internazionale: un
laboratorio in cui i simboli di un
regime totalitario non sono stati
abbattuti, ma ereditati e
normalizzati all’interno di quella
complessa e persistente “zona
grigia” della memoria post-bellica.
Quello che dovrebbe fare la critica
d’arte, la sfida di questa
disciplina, sta nella capacità di
attivare una pedagogia pubblica che
trasformi il monumento-simbolo in
documento storico, mantenendo lo
spettatore in uno stato di
vigilanza.
Riportando l’esempio della studiosa
Ruth Ben-Ghiat, il Palazzo della
Civiltà Italiana, progettato dagli
architetti Guerrini, La Padula e
Romano, è il simbolo più puro e
metafisico dell’estetica fascista.
Ad oggi, questo colosso è la sede
globale, almeno fino al 2028, della
casa di alta moda Fendi. Sotto i
suoi archi – e la scritta – sfilano
modelle, i riflettori del fashion
system internazionale ne ridisegnano
le ombre e le campagne pubblicitarie
lo trasformano nel palcoscenico di
un’eleganza patinata e cosmopolita.
La moda ha indubbiamente salvato
l’edificio dal degrado materiale, ma
a quale prezzo culturale? L’estetizzazione
assoluta e la patina glamour
rischiano di anestetizzare del tutto
la memoria storica dell’edificio.
Il “Colosseo Quadrato” cessa di
essere il documento visivo di un
totalitarismo e diventa un asset
visivo, uno sfondo instagrammabile
per il mercato del lusso globale. La
forma sopravvive, ma la sua storia
viene sterilizzata dall’algoritmo
del consumo.
Ma sono i luoghi della formazione
che offrono il terreno più scivoloso
per questa assuefazione visiva. Si
pensi alla Città Universitaria della
Sapienza di Roma sotto la regia di
Marcello Piacentini. Nell’Aula Magna
il monumentale affresco di Mario
Sironi, L’Italia tra le Arti e le
Scienze, accoglie solennemente
le cerimonie accademiche. Nonostante
sull’affresco si sia scritto molto –
e il recente restauro filologico del
2017 abbia giustamente rimosso le
censure post-belliche per restituire
l’opera nella sua integrità storica
–, la quotidianità studentesca
consuma questi spazi con distaccata
indifferenza. L’iconografia del
potere totalitario viene
decontestualizzata dalla routine
degli esami, rischiando di ridursi a
un guscio formale svuotato di senso
critico.
È il cortocircuito del difficult
heritage: un luogo oggi deputato
alla nascita del pensiero
democratico e antifascista che
abita, letteralmente, dentro la
pelle visiva e architettonica del
fascismo. L’opera di Sironi,
concepita originariamente come
manifesto del muralismo di regime e
dispositivo di comunicazione di
massa precocissimo, non può essere
ridotta a un pezzo di antiquariato
da ammirare acriticamente. Richiede
una narrazione istituzionale
costante, capace di spiegare come la
cultura visiva degli anni Trenta
fosse strutturata per legittimare
culturalmente un progetto politico
liberticida.
Conservare il difficult heritage
nello spazio pubblico contemporaneo
non può più ridursi a un’operazione
di pura tutela monumentale o,
peggio, a una cinica delega al
miglior offerente del mercato
globale. Le istituzioni – ministeri,
università, amministrazioni locali –
troppo spesso si trincerano dietro
la neutralità tecnica del restauro
filologico o la logica del
rebranding commerciale per non dover
gestire l’onere politico di questa
memoria. Questo silenzio burocratico
è, nei fatti, una forma di
complicità con la rimozione storica.
È necessario pretendere dalle
istituzioni un cambio di paradigma
radicale. I marmi dell’EUR e le aule
della Sapienza devono essere
strappati alla loro comoda,
anestetizzata invisibilità
quotidiana.
La sfida del presente è trasformare
questi complessi monumentali: non
più spazi di anacronistica
celebrazione, né quinte sceniche
dell’indifferenza consumistica, ma
presidi di contestualizzazione
attiva. Solo riattivando il trauma
di quelle forme attraverso una
pedagogia pubblica trasparente e
implacabile, questi luoghi potranno
finalmente smettere di essere
simulacri di un regime e
trasformarsi, autenticamente, in
palestre quotidiane di democrazia e
vigilanza critica.