imperialismo statunitense e
conquista del Far West
SUL genocidio dei nativi
di Benedetto
Asciuti
La conquista del Far West è
tradizionalmente presentata nella
storiografia e nell’immaginario
collettivo come un processo
inevitabile di progresso e
modernizzazione, espressione del
cosiddetto
Destino Manifesto, espressione
coniata nel 1839 da John O'Sullivan
per giustificare l'espansione a
ovest degli Stati Uniti: “Dobbiamo
andare avanti e compiere la nostra
missione (...) libertà di coscienza,
libertà del commercio e degli
affari, universalità della libertà e
dell'uguaglianza. Questo è il nostro
destino supremo, ed è nell'ordine
naturale e inevitabile di causa e
effetto che dobbiamo realizzarlo”.
Tuttavia, a partire dalla seconda
metà del Novecento, numerosi storici
hanno messo in discussione questa
interpretazione, evidenziando come
l’espansione verso ovest rappresenti
una forma di imperialismo interno.
E la politica che gli Stati Uniti
hanno adottato nei confronti dei
nativi americani costituisce un
esempio emblematico di imperialismo
moderno, fondato sulla conquista
territoriale, sulla subordinazione
delle popolazioni indigene e sulla
distruzione sistematica delle loro
strutture sociali e culturali.
Secondo la storiografia più recente,
in particolare quella influenzata
dalla
New Western History (promossa da
storici come Frederick Jackson
Turner, superata poi da studiosi
quali Patricia Limerick),
l’espansione verso ovest non può
essere interpretata come una
semplice avanzata della civiltà, ma
come un processo violento di
colonizzazione. L’occupazione dei
territori occidentali rispondeva a
precise esigenze economiche e
strategiche: lo sfruttamento delle
risorse naturali, il controllo del
territorio e l’affermazione
dell’egemonia statunitense sul
continente nordamericano. In questo
contesto, le popolazioni native
furono percepite come un ostacolo
allo sviluppo e quindi
progressivamente eliminate o
marginalizzate.
Dopo le guerre di conquista, la
maggior parte dei nativi americani
sopravvissuti fu confinata nelle
riserve indiane, istituite a partire
dal 1851. Come sottolineano storici
quali Dee Brown (autore di
Seppellite il mio cuore a Wounded
Knee), queste riserve non furono
strumenti di protezione, ma mezzi di
controllo e segregazione.
Inizialmente veri e propri campi di
concentramento, esse si
trasformarono successivamente in
ghetti nei quali le comunità
indigene furono private
dell’autonomia politica ed
economica, pur tentando di
conservare la propria identità
culturale. Questo sistema richiama
dinamiche tipiche degli imperi
coloniali europei, basate sulla
separazione spaziale e sulla
subordinazione giuridica delle
popolazioni dominate.
L’integrazione dei nativi nella
società statunitense avvenne in modo
tardivo e profondamente diseguale.
Alcuni tentarono di migliorare la
propria condizione trasferendosi
nelle città, ma l’accesso a ruoli
socialmente rilevanti rimase
estremamente limitato. La
concessione della cittadinanza e del
diritto di voto nel 1924 rappresentò
più un riconoscimento formale che
una reale inclusione. Come evidenzia
la storiografia sul razzismo
istituzionale negli Stati Uniti,
fino al
Civil Rights Act del 1964 i
nativi americani continuarono a
subire la segregazione razziale che
colpiva tutti i non bianchi, a
dimostrazione del carattere
strutturale dell’esclusione prodotta
dall’imperialismo statunitense.
Accanto alla dominazione politica e
giuridica, gli Stati Uniti misero in
atto un sistematico controllo
demografico e culturale delle
popolazioni indigene. La
deportazione forzata dalle terre
originarie, la distruzione
dell’habitat tradizionale e la
caccia intensiva ai bisonti, risorsa
fondamentale per molte tribù,
avevano l’obiettivo di rendere
impossibile l’autosufficienza dei
nativi. A ciò si aggiunsero la
riduzione in schiavitù, lo
sfruttamento attraverso il lavoro
forzato e le stragi deliberate. Tali
pratiche, come sottolineano gli
studi sull’imperialismo, rientrano
pienamente nelle logiche di dominio
coloniale.
Un ulteriore elemento tipico
dell’imperialismo fu l’applicazione
della strategia del
divide et impera, attraverso la
quale i colonizzatori provocarono
intenzionalmente conflitti tra tribù
ed etnie diverse per indebolirne la
resistenza. Particolarmente
devastante fu anche l’impatto delle
malattie introdotte dagli europei,
contro le quali i nativi non
possedevano difese immunitarie.
Alcuni storici, come Alfred W.
Crosby, hanno parlato di
imperialismo biologico, evidenziando
come le epidemie abbiano avuto un
ruolo decisivo nel crollo
demografico delle popolazioni
indigene.
La conquista militare completò
questo processo imperialista. Le
guerre contro i nativi furono
condotte con l’uso delle tecnologie
belliche più avanzate dell’epoca e
accompagnate da omicidi mirati di
capi carismatici, violenze
sistematiche e uccisioni deliberate
di donne e bambini. Anche la
diffusione intenzionale
dell’alcolismo e delle droghe
contribuì alla disgregazione sociale
delle comunità indigene. Tra gli
episodi più drammatici si ricordano
infine le marce forzate di
trasferimento, simbolo estremo della
violenza coloniale esercitata dallo
Stato.
In conclusione, la conquista del Far
West dimostra come l’imperialismo
statunitense non si sia manifestato
solo oltremare, ma anche all’interno
del continente nordamericano.
L’espansione verso ovest non fu un
processo naturale o inevitabile,
bensì una scelta politica ed
economica consapevole, fondata sulla
violenza, sulla segregazione e sulla
negazione dei diritti di intere
popolazioni.
Una lettura critica della storia
degli Stati Uniti non può
prescindere dalla conoscenza di
questa dimensione imperialista
interna che ha generato il
“silenzioso” genocidio di nativi
americani che ad oggi ogni parte
concorda nella cifra di 10-12
milioni di individui: “la
negazione di questo olocausto è
molto più radicata di quella
dell’olocausto nazista. Così forte e
radicata è la mancanza di conoscenza
dell’olocausto americano […] che
coloro che lo negano non ne sono
nemmeno consapevoli. Eppure, alcuni
milioni di persone sono morte a
causa di questo olocausto”
(William Blum).
Riferimenti bibliografici:
Anders Stephanson,
Manifest Destiny: American
Expansionism and the Empire of Right,
Hill and Wang, New York 1995.
Dee Brown,
Seppellite il mio cuore a Wounded
Knee, Oscar Mondadori, Milano
2007.
William Blum,
Il libro nero degli Stati Uniti,
Fazi Editore, Roma 2005.