[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 218 / FEBBRAIO 2026 (CCXLIX)


contemporanea

imperialismo statunitense e conquista del Far West
SUL genocidio dei nativi
di Benedetto Asciuti

 

La conquista del Far West è tradizionalmente presentata nella storiografia e nell’immaginario collettivo come un processo inevitabile di progresso e modernizzazione, espressione del cosiddetto Destino Manifesto, espressione coniata nel 1839 da John O'Sullivan per giustificare l'espansione a ovest degli Stati Uniti: “Dobbiamo andare avanti e compiere la nostra missione (...) libertà di coscienza, libertà del commercio e degli affari, universalità della libertà e dell'uguaglianza. Questo è il nostro destino supremo, ed è nell'ordine naturale e inevitabile di causa e effetto che dobbiamo realizzarlo”.

Tuttavia, a partire dalla seconda metà del Novecento, numerosi storici hanno messo in discussione questa interpretazione, evidenziando come l’espansione verso ovest rappresenti una forma di imperialismo interno.

 

E la politica che gli Stati Uniti hanno adottato nei confronti dei nativi americani costituisce un esempio emblematico di imperialismo moderno, fondato sulla conquista territoriale, sulla subordinazione delle popolazioni indigene e sulla distruzione sistematica delle loro strutture sociali e culturali.

 

Secondo la storiografia più recente, in particolare quella influenzata dalla New Western History (promossa da storici come Frederick Jackson Turner, superata poi da studiosi quali Patricia Limerick), l’espansione verso ovest non può essere interpretata come una semplice avanzata della civiltà, ma come un processo violento di colonizzazione. L’occupazione dei territori occidentali rispondeva a precise esigenze economiche e strategiche: lo sfruttamento delle risorse naturali, il controllo del territorio e l’affermazione dell’egemonia statunitense sul continente nordamericano. In questo contesto, le popolazioni native furono percepite come un ostacolo allo sviluppo e quindi progressivamente eliminate o marginalizzate.

 

Dopo le guerre di conquista, la maggior parte dei nativi americani sopravvissuti fu confinata nelle riserve indiane, istituite a partire dal 1851. Come sottolineano storici quali Dee Brown (autore di Seppellite il mio cuore a Wounded Knee), queste riserve non furono strumenti di protezione, ma mezzi di controllo e segregazione. Inizialmente veri e propri campi di concentramento, esse si trasformarono successivamente in ghetti nei quali le comunità indigene furono private dell’autonomia politica ed economica, pur tentando di conservare la propria identità culturale. Questo sistema richiama dinamiche tipiche degli imperi coloniali europei, basate sulla separazione spaziale e sulla subordinazione giuridica delle popolazioni dominate.

 

L’integrazione dei nativi nella società statunitense avvenne in modo tardivo e profondamente diseguale. Alcuni tentarono di migliorare la propria condizione trasferendosi nelle città, ma l’accesso a ruoli socialmente rilevanti rimase estremamente limitato. La concessione della cittadinanza e del diritto di voto nel 1924 rappresentò più un riconoscimento formale che una reale inclusione. Come evidenzia la storiografia sul razzismo istituzionale negli Stati Uniti, fino al Civil Rights Act del 1964 i nativi americani continuarono a subire la segregazione razziale che colpiva tutti i non bianchi, a dimostrazione del carattere strutturale dell’esclusione prodotta dall’imperialismo statunitense.

 

Accanto alla dominazione politica e giuridica, gli Stati Uniti misero in atto un sistematico controllo demografico e culturale delle popolazioni indigene. La deportazione forzata dalle terre originarie, la distruzione dell’habitat tradizionale e la caccia intensiva ai bisonti, risorsa fondamentale per molte tribù, avevano l’obiettivo di rendere impossibile l’autosufficienza dei nativi. A ciò si aggiunsero la riduzione in schiavitù, lo sfruttamento attraverso il lavoro forzato e le stragi deliberate. Tali pratiche, come sottolineano gli studi sull’imperialismo, rientrano pienamente nelle logiche di dominio coloniale.

 

Un ulteriore elemento tipico dell’imperialismo fu l’applicazione della strategia del divide et impera, attraverso la quale i colonizzatori provocarono intenzionalmente conflitti tra tribù ed etnie diverse per indebolirne la resistenza. Particolarmente devastante fu anche l’impatto delle malattie introdotte dagli europei, contro le quali i nativi non possedevano difese immunitarie. Alcuni storici, come Alfred W. Crosby, hanno parlato di imperialismo biologico, evidenziando come le epidemie abbiano avuto un ruolo decisivo nel crollo demografico delle popolazioni indigene.

 

La conquista militare completò questo processo imperialista. Le guerre contro i nativi furono condotte con l’uso delle tecnologie belliche più avanzate dell’epoca e accompagnate da omicidi mirati di capi carismatici, violenze sistematiche e uccisioni deliberate di donne e bambini. Anche la diffusione intenzionale dell’alcolismo e delle droghe contribuì alla disgregazione sociale delle comunità indigene. Tra gli episodi più drammatici si ricordano infine le marce forzate di trasferimento, simbolo estremo della violenza coloniale esercitata dallo Stato.

 

In conclusione, la conquista del Far West dimostra come l’imperialismo statunitense non si sia manifestato solo oltremare, ma anche all’interno del continente nordamericano. L’espansione verso ovest non fu un processo naturale o inevitabile, bensì una scelta politica ed economica consapevole, fondata sulla violenza, sulla segregazione e sulla negazione dei diritti di intere popolazioni.

 

Una lettura critica della storia degli Stati Uniti non può prescindere dalla conoscenza di questa dimensione imperialista interna che ha generato il “silenzioso” genocidio di nativi americani che ad oggi ogni parte concorda nella cifra di 10-12 milioni di individui: “la negazione di questo olocausto è molto più radicata di quella dell’olocausto nazista. Così forte e radicata è la mancanza di conoscenza dell’olocausto americano […] che coloro che lo negano non ne sono nemmeno consapevoli. Eppure, alcuni milioni di persone sono morte a causa di questo olocausto” (William Blum).

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

Anders Stephanson, Manifest Destiny: American Expansionism and the Empire of Right, Hill and Wang, New York 1995.

Dee Brown, Seppellite il mio cuore a Wounded Knee, Oscar Mondadori, Milano 2007.

William Blum, Il libro nero degli Stati Uniti, Fazi Editore, Roma 2005.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]