N. 61 - Gennaio 2013
(XCII)
La riscoperta delle identità locali
sulle opere minori di Benedetto Croce
di Antonio Pisanti
Abbiamo
sottolineato
più
volte
il
ruolo
che
la
conoscenza
del
territorio
e
del
suo
patrimonio
culturale,
materiale
e
immateriale,
va
assumendo
per
il
recupero
delle
identità
locali,
soffocate
sempre
più
dalle
pulsioni
di
una
globalizzazione
invasiva
e
spersonalizzante.
Nella
ricorrenza
del
60°
anniversario
della
morte
di
Benedetto
Croce
ci è
piaciuto
ricordare
un
aspetto
della
sua
indagine
e
della
sua
produzione
“giovanile”
particolarmente
attenta
al
tema
della
memoria
storica
locale,
che
egli
stesso,
incamminatosi
nella
seconda
metà
del
suo
percorso
teoretico,
avrebbe
giudicato
con
severità,
in
quanto
caratterizzato
da
pure
e
semplici
“esercitazioni
erudite
e
letterarie”.
Le
esercitazioni
alle
quali
Croce
si
riferiva
erano
le
pagine
in
cui
aveva
narrato
fatti
e
personaggi
del
passato,
aneddoti
e
curiosità
legati
a
luoghi
e a
monumenti
la
cui
testimonianza,
in
alcuni
casi,
sopravvive
ancora
oggi
proprio
grazie
all’opera
sua
e di
quanti
ne
hanno
scritto,
tramandandone
il
ricordo
ai
contemporanei
e
alle
generazioni
successive.
Nelle
ultime
opere,
Croce
sarebbe
ritornato
con
maggiore
indulgenza
su
quelle
sue
attività,
talvolta
rivedendo
e
riproponendo
testi
e
ricerche,
sottolineando
ancor
più
il
valore
del
passato
e
della
sua
conoscenza,
indispensabile
per
assicurare
il
cammino
della
civiltà
verso
immancabili
seppur
sofferte
mete
di
progresso.
Nel
progresso
il
Filosofo
ha
sempre
mostrato
di
aver
fede,
considerando
i
periodi
bui
della
storia
come
interruzioni
paragonabili
agli
accadimenti
che
in
natura,
pur
nella
loro
drammaticità,
non
interrompono
il
corso
della
sua
evoluzione.
In
una
tale
visione
ottimistica
di
fondo,
“il
legame
sentimentale
con
il
passato
prepara
e
aiuta
l’intelligenza
storica,
condizione
di
ogni
vero
avanzamento
civile”,
purché,
ancor
più
nei
momenti
di
crisi,
ciascuno,
“quale
che
sia
il
suo
dovere”,
mostri
il
proprio
impegno,
“nella
sua
cerchia
e
con
i
suoi
mezzi”.
Le
speranze
di
progresso
e i
miti
di
opposti
razionalismi
non
bastano
per
alimentare
quella
fiducia
nel
futuro
che
ha
bisogno
di
essere
supportata
con
un
senso
di
identità
originato
dalla
coscienza
di
un
passato
comune
e
dall’appartenenza
al
territorio,
con
tutta
la
sua
storia,
le
sue
caratteristiche
e i
suoi
problemi.
Il
vincolo
identitario,
ricorda
l’insegnamento
della
storia,
se
male
interpretato
ed
esasperato,
può
dare
origine
a
teorie
prevaricatrici
e
fatti
di
violenza
e di
conflitto.
Talvolta
le
identità
originano
da
bisogni
di
resistenza,
magari
senza
progetto,
o
possono
essere
identità
anagrafiche
o di
genere
che
danno
per
scontata
la
positività
di
alcune
situazioni
e
condizioni,
non
sufficienti,
invece,
a
garantire
da
sole
la
bontà
delle
azioni.
In
una
realtà
globalizzata,
le
proprie
identità
ed
appartenenze
non
possono
ignorare
altre
identità
ed
altre
appartenenze,
a
meno
che
queste
non
esprimano
un
rifiuto
di
quei
principi
morali
che,
comunque,
trascendono
ogni
particolare
visione
culturale.
Le
testimonianze
che
si
possono
trarre
da
una
conoscenza
ormai
planetaria
delle
civiltà
e
delle
culture,
infatti,
evidenziano
la
sussistenza
di
ricorrenti
valori
comuni
mai
accantonati
nella
loro
essenzialità,
indipendentemente
dal
luogo
e
dal
tempo
in
cui
si
sono
manifestati.
La
volontà
di
ampliare
la
sfera
delle
conoscenze
e
della
tolleranza,
nella
ricerca
di
princìpi
comuni
sempre
più
ampiamente
diffusi
e
condivisi,
fa
pensare
ad
identità
concentriche,
comunque
comprensive
di
identità
minori
da
salvaguardare
in
quanto
indispensabili
per
assicurare
il
rispetto
del
territorio
e
delle
regole
comuni
in
cui
riconoscersi.
Le
testimonianze
storiche
del
territorio
e le
persistenze
paesaggistiche
sono
elemento
immediato,
essenziale
premessa
di
aggregazione
e
motivo
di
convivenza
per
la
comunità
locale.
In
questa
prospettiva,
la
stessa
erudizione
si
fa
cultura,
caricandosi
di
una
tensione
morale
che
trova
nella
scuola
e
nell’educazione
i
primi
strumenti
per
l’impegno
civile.
La
legge
Croce,
nel
1922,
fu
uno
dei
primi
provvedimenti
organici
per
la
salvaguardia
dei
beni
ambientali.
Nel
nostro
tempo,
le
fonti
della
conoscenza
e
dell’educazione
tendono
ad
uscire
dalle
loro
sedi
tradizionali,
le
aule
e le
stesse
biblioteche,
grazie
alla
disponibilità
di
nuovi
modelli
di
conservazione
e di
trasmissione
della
memoria
che,
pur
a
costo
di
rischi
e di
comprensibili
diffidenze,
estendono
e
democratizzano
le
possibilità
di
fruizione
e di
diffusione
del
sapere.
