[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 226 / OTTOBRE 2026 (CCLVII)


arte

HERMANN MAX  PECHSTEIN
PITTORE ECLETTICO, PESCATORE DI TEMI, PROFETA DELL’ECOLOGIA PITTORICA

di Giuseppe Moscatt

 

Con retorica spesso provocatoria, alcuni si chiedono se e quando la coscienza ambientalista sia entrata nel background di un artista o di un intellettuale. Per non risalire alle origini del mondo, ci basta partire dalla fine del secolo XIX, con la cosiddetta cultura europea di reazione al materialismo sociologico, quando i maestri del sospetto – Marx, Comte, Spencer – trovavano nella coscienza culturale il ritorno dello spiritualismo filosofico, storico e religioso, che andrà presto a canalizzarsi nelle correnti, forse in modo semplicistico, del cosiddetto fenomeno decadentista.

 

I due decenni antecedenti la prima guerra mondiale, classificati scolastically nella categoria predetta, vennero investiti dalla moda individualista e spiritualista di ritorno dalle ansie sociologiche e veriste, per accedere all’umanismo e all’espressionismo nelle arti e nelle letterature. Qui ci basti restringere il campo per ragione di spazio, non senza rivedere un pittore minore dell’espressionismo, poco conosciuto rispetto ai maggiori artisti francesi e tedeschi della scuola postimpressionista, cioè Hermann Max Pechstein. Sassone, erede in Germania del grande Van Gogh, pittore eccelso di transizione verso i nuovi orizzonti del Novecento, legato anche alla tradizione impressionista della Belle Époque, fu anche precursore delle scuole individualiste che nei loro temi si rifacevano chiaramente ai turbamenti dell’anima. Il suo percorso intellettuale, ci pare, sia stato esemplare per l’acquisizione di una coscienza ambientale interiorizzata e fonte primaria delle sue opere.

 

Sicuramente Pechstein non è stato un artista multiforme e classificarlo come aderente al gruppo del Ponte (Die Brücke), di chiara appartenenza all’espressionismo tedesco, non è sembrato piuttosto convincente. Invece, se è noto il fatto che i capiscuola di quella corrente – Heckel e Schmidt-Rottluff – guardavano con ardore al proprio Io, caratterizzato da forti colori e da un decorativismo molto pronunciato, Pechstein molto presto abbandonò l’esclusività di tali temi per dedicarsi di più allo stile figurativo. I suoi modelli rimasero Van Gogh e le scuole fauviste di fine secolo in Francia: un misto di ambiente e colori forti, ma con la persona al centro, non poche volte in movimento.

 

Max era nato nel 1881 a Zwickau – già patria del musicista Schumann – da una famiglia di piccoli imprenditori tessili e imparò da piccolo a dipingere da uno zio dilettante che gli parlò di Van Gogh. Nacque allora il primo interesse paesaggistico, dove la figura era presente, ma sempre più sfumata a favore dell’ambiente. Insofferente alle scuole artistiche locali, emigrò a Dresda e lì si iscrisse alle scuole superiori artistiche, dove vide e approfondì l’opera del maestro olandese.

 

Finalmente, a 25 anni, ottenne la fornitura di decorazioni sul tetto del museo locale. Qui risaltano i toni accesi e armoniosi su un tetto grigio scuro. Nel 1906 entrò in contatto diretto con Heckel e seguì gli incontri nel circolo del Ponte, perfezionando uno stile comprensivo espressionista e impressionista allo stesso tempo.

 

Infatti, scelse prima la ritrattistica (La giovinetta, 1908) e poi il paesaggio (I campi, 1909), dove riluceva un sole bronzeo, un terreno spazzato dal vento, un cielo carico di acqua pronto a piovere: elementi che ricordavano sempre di più l’olandese. Natura e persona, oggetti dai colori smaglianti e al vento, che riluccicano di luce terza nel vestito giallo del 1909. Qui appare però un certo senso di primitivismo figurativo, che ricorda l’ultimo Cézanne.

 

Intanto, col primo stipendio di assistente all’Accademia di Dresda, acquisita una certa pratica creativa su legno e su vetro, scese in Italia, visitando nel 1907 la Toscana etrusca, i mosaici di Ravenna e la Roma classica e rinascimentale. Nel 1908, a Berlino si avvicinò alla Secessione berlinese, una terza scuola, cominciando a seguire le forme di Matisse e il suo vestito giallo. Fu la sua prima vendita più ricca che lo svincolò dalla dipendenza economica dell’Accademia, evento che lo aveva da tempo afflitto insieme alla sua personale crisi economica e di affetti stabili, limiti che lo rendevano ufficialmente un discepolo della più volte citata scuola.

 

Poi la decisione di andare in luoghi lontani da quelle città borghesi che lo opprimevano. E come Vincent che si rifugiò in Provenza, a Max sembrò opportuno confinarsi a Nida, in Lituania, sulla costa baltica. Cominciò a fare la vita di pescatore e di paesaggista alla luce di quello che vedeva, sentiva e interiorizzava: diede cioè forma e colore al proprio spirito di uomo nel mondo naturale, un’esistenza a contatto col reale penetrato nel proprio Io. Ritiro e ritorno al mondo che Max provò e riprovò fino alla morte, anche da accademico, dal 1910 al 1955, anno della sua scomparsa.

 

Nel 1910 dipinge il mercato di cavalli, dove i colori diventano meno cupi, mentre la tecnica decorativa, che ancora richiama i Fauves, illumina frontalmente le figure meglio abbozzate mentre l’eccitazione dei soggetti è meno marcata. 1911: nel turbante rosso mantiene ancora il legame con i francesi, ma appare anche un tocco di sentimento interiore che tenta di analizzare l’oggetto centrale del dipinto.

 

L’ambiente marino di Nida lo spinge ad immaginare un disegno figurativo di donne al naturale, dove le dune, i promontori, le spiagge e le coste simboleggiavano un ponte dove le donne apparivano come sirene e fauni danzanti. Uno stile originale, di forte erotismo, che esprimeva un sentimento interiore aperto alla realtà quotidiana di coloro che ne guardavano le giovani bagnanti. Il paragone è con il Matisse di inizio secolo, che già questi aveva dipinto danzanti in mezzo a colori sgargianti sulle onde del mare.

 

Fra il 1910 e il 1913, alcuni eventi lo portarono a qualche salto di qualità pur nel mantenimento del suo essere un artista votato alla vita di mare: mentre avviava corrispondenze con Heckel, Marc, Kandinskij e Macke sulla corrente impressionista, non solo si sposò con la modella Charlotte Kaprolat, ma intraprese anche un viaggio nelle coste della Liguria, vivendo diversi mesi a Monterosso al Mare, fra Genova e La Spezia. In quel piccolo paese di pescatori, dove la luce solare e il cielo limpido scolpivano quei paesaggi marini, a lui molto più confacenti delle aride e scoscese coste baltiche di Nida, si dedicò a perfezionare lo spirito creativo che più fortemente emergeva nelle figure rappresentate, sempre meno abbozzate, ma disegnate con potenza ben più espressiva. Le case di Monterosso al Mare, in cima alle scogliere levigate che guardavano la spiaggia sottostante, sembravano sorvegliare amorevolmente le barche di pescatori attraccate e in transito. Sensazione di vitalità ambientale che Pechstein scoprirà anche a Nida, quando nello stesso anno ritrarrà il battello di soccorso, che gli sembrerà un nuotatore sulle onde del golfo un po' mosse nel vento del Baltico.

 

Ma la conversione a forme ben più particolari gli si sviluppò nel 1914, quando con la moglie e il figlioletto girò per la Nuova Guinea, colonia tedesca, vivendo a Palau, dove già Gauguin aveva trovato ispirazione. Solo che il francese aveva rappresentato una popolazione sana e rigogliosa con colori molto pesanti di donne alquanto formose; mentre Pechstein non solo riprese il metodo dell’incisione sul legno, ma adottò anche soggetti e linee più scarne di quelle tribù primitive. E non appena ritornò in Europa e alla sua casa rifugio di Nida, non mancò di scolpire una testa di pescatore che nella freddezza delle linee esprimeva la figura universale dell’uomo di mare.

 

Ma fu nel 1911 che Pechstein ebbe un terzo passaggio centrale del suo percorso artistico. La necessità di cambiare aria gli si fece più pressante. Era il suo spirito anarchico. Un nuovo stile, che quello stesso anno aveva praticato per breve tempo – per esempio la pittura sul legno delle barche pur con una certa vividezza e una immediatezza forzata ed eccessiva – gli sembrò una terza via che poteva veramente disvelare l’uomo naturale, appena sfiorato nelle sue gite in Liguria. In Guinea aveva imparato a guidare la canoa e con molta semplicità cominciò a fotografare animali, uomini e ambienti marini, allo scopo di riprodurli su tela, ma anche su legno, sia terre assolate, sia terre incontaminate.

 

Allo scoppio della prima guerra mondiale dovette ritornare in patria, non senza essere passato dalle Filippine, dal Giappone e dagli Stati Uniti, dove abbandonò la prima moglie e il primo figlio. Nel 1917, durante la guerra sul fronte orientale, aderì al Partito Comunista e nelle ore di riposo in trincea dipinse il trittico di Palau, dove espresse con molta rigidezza le preghiere dei primitivi. Spicca al centro la posizione delle donne, come marionette messe in fila per prendere acqua. Le forme furono volutamente grezze e allungate, mentre non era più presente alcun elemento decorativo, ma prevalevano linee plastiche e tridimensionali.

 

Pechstein insistette definitivamente sulla vita primitiva, al di fuori del valore simbolico, quanto piuttosto per esprimere una fotografia degli uomini e delle donne di quel tempo, per quello che erano nel contesto della natura all’epoca vergine, in armonia con quelle ricerche antropologiche che informavano la cultura scientifica europea prima della Grande Guerra.

 

Intanto, cresceva l’ondata espressionista e fra il 1917 e il 1921 la Germania fu terra di artisti votati al ritratto e all’autoritratto. Max fu fra quelli e anzi ottenne da Wolfgang Gurlitt, potente direttore di galleria a Berlino, una mostra di ritratti su legno e su vetro. Nel 1921 destò grande successo una serie di litografie sul Padre Nostro; quindi fra il 1926 e il 1927, fino al 1930, continuò su quella via, ma poi ritornò sul decorativo, e non si distanziò troppo dall’espressionismo, imprimendo e incidendo sul legno e sul vetro la sua notoria passione intimista che lo inseriva ancora nel gruppo del Ponte, come nel caso della testa del pescatore del 1921.

 

Nel decennio successivo si dedicò all’insegnamento entrando nell’Accademia d’Arte di Prussia, mantenendo le sue simpatie di sinistra nel turbolento periodo weimariano. Nel 1933 venne licenziato e nel 1937 le sue opere vennero esposte nella famosa mostra d’Arte degenerata che Joseph Goebbels aprì a Monaco. Fuggito in Messico, alla corte di Frida Kahlo, passò gli anni di guerra e poi nel 1945, dopo un rientro avventuroso in Pomerania, rientrò a Berlino Est, aderendo supinamente all'ideologia autoritaria del realismo sovietico. Comunque insegnò all’Accademia di Berlino e morì nel 1955.

 

Fu forse uno dei maggiori espressionisti del secolo, sconosciuto per decenni. Certamente il suo eclettismo stilistico, a cavallo fra impressionismo ed espressionismo, dovrebbe oggi essere rivalutato, specie nel suo chiaro senso di semplicità e di immersione nella natura. Un pittore ambientalista senza se e senza ma.

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

Apollonio Umbro, Die Brücke e la cultura dell’espressionismo, Edizioni della Conchiglia, Venezia 1952.

Dorfles Gillo, Vettese Angela, Storia dell’arte, vol. IV, Atlas, Bergamo 2008.

Myers Bernard Samuel, La pittura dell’espressionismo, Il Saggiatore, Milano 1960.

Salvini Roberto, La pittura tedesca, Martello, Milano 1959.

Le Muse, Enciclopedia di arti visive e decorative, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1967.

Grande Dizionario Enciclopedico, UTET, Torino 1970.

Hermann Max Pechstein, La giovinetta, 1908.

Hermann Max Pechstein, I campi, 1909.

Hermann Max Pechstein, Il Mercato dei Cavalli, 1910.

Hermann Max Pechstein, Passaggio prima del temporale, 1910.

Hermann Max Pechstein, Il Turbante rosso, 1911.

Hermann Max Pechstein, Il battello di soccorso, 1913.

Hermann Max Pechstein, Monterosso al mare, 1913.

Hermann Max Pechstein, Il trittico di Palau, 1917.

Hermann Max Pechstein, La fertilità, 1918.

Hermann Max Pechstein, La testa di pescatore, 1921.

Hermann Max Pechstein, Nostro Padre Quotidiano, 1921.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]