I due decenni antecedenti la prima
guerra mondiale, classificati
scolastically nella categoria
predetta, vennero investiti dalla
moda individualista e spiritualista
di ritorno dalle ansie sociologiche
e veriste, per accedere all’umanismo
e all’espressionismo nelle arti e
nelle letterature. Qui ci basti
restringere il campo per ragione di
spazio, non senza rivedere un
pittore minore dell’espressionismo,
poco conosciuto rispetto ai maggiori
artisti francesi e tedeschi della
scuola postimpressionista, cioè
Hermann Max Pechstein. Sassone,
erede in Germania del grande Van
Gogh, pittore eccelso di transizione
verso i nuovi orizzonti del
Novecento, legato anche alla
tradizione impressionista della
Belle Époque, fu anche precursore
delle scuole individualiste che nei
loro temi si rifacevano chiaramente
ai turbamenti dell’anima. Il suo
percorso intellettuale, ci pare, sia
stato esemplare per l’acquisizione
di una coscienza ambientale
interiorizzata e fonte primaria
delle sue opere.
Sicuramente Pechstein non è stato un
artista multiforme e classificarlo
come aderente al gruppo del Ponte (Die
Brücke), di chiara appartenenza
all’espressionismo tedesco, non è
sembrato piuttosto convincente.
Invece, se è noto il fatto che i
capiscuola di quella corrente –
Heckel e Schmidt-Rottluff –
guardavano con ardore al proprio Io,
caratterizzato da forti colori e da
un decorativismo molto pronunciato,
Pechstein molto presto abbandonò
l’esclusività di tali temi per
dedicarsi di più allo stile
figurativo. I suoi modelli rimasero
Van Gogh e le scuole fauviste di
fine secolo in Francia: un misto di
ambiente e colori forti, ma con la
persona al centro, non poche volte
in movimento.
Max era nato nel 1881 a Zwickau –
già patria del musicista Schumann –
da una famiglia di piccoli
imprenditori tessili e imparò da
piccolo a dipingere da uno zio
dilettante che gli parlò di Van
Gogh. Nacque allora il primo
interesse paesaggistico, dove la
figura era presente, ma sempre più
sfumata a favore dell’ambiente.
Insofferente alle scuole artistiche
locali, emigrò a Dresda e lì si
iscrisse alle scuole superiori
artistiche, dove vide e approfondì
l’opera del maestro olandese.
Finalmente, a 25 anni, ottenne la
fornitura di decorazioni sul tetto
del museo locale. Qui risaltano i
toni accesi e armoniosi su un tetto
grigio scuro. Nel 1906 entrò in
contatto diretto con Heckel e seguì
gli incontri nel circolo del Ponte,
perfezionando uno stile comprensivo
espressionista e impressionista allo
stesso tempo.
Infatti, scelse prima la
ritrattistica (La
giovinetta, 1908) e poi il
paesaggio (I
campi, 1909), dove riluceva un
sole bronzeo, un terreno spazzato
dal vento, un cielo carico di acqua
pronto a piovere: elementi che
ricordavano sempre di più
l’olandese. Natura e persona,
oggetti dai colori smaglianti e al
vento, che riluccicano di luce terza
nel vestito giallo del 1909. Qui
appare però un certo senso di
primitivismo figurativo, che ricorda
l’ultimo Cézanne.
Intanto, col primo stipendio di
assistente all’Accademia di Dresda,
acquisita una certa pratica creativa
su legno e su vetro, scese in
Italia, visitando nel 1907 la
Toscana etrusca, i mosaici di
Ravenna e la Roma classica e
rinascimentale. Nel 1908, a Berlino
si avvicinò alla Secessione
berlinese, una terza scuola,
cominciando a seguire le forme di
Matisse e il suo vestito giallo. Fu
la sua prima vendita più ricca che
lo svincolò dalla dipendenza
economica dell’Accademia, evento che
lo aveva da tempo afflitto insieme
alla sua personale crisi economica e
di affetti stabili, limiti che lo
rendevano ufficialmente un discepolo
della più volte citata scuola.
Poi la decisione di andare in luoghi
lontani da quelle città borghesi che
lo opprimevano. E come Vincent che
si rifugiò in Provenza, a Max sembrò
opportuno confinarsi a Nida, in
Lituania, sulla costa baltica.
Cominciò a fare la vita di pescatore
e di paesaggista alla luce di quello
che vedeva, sentiva e
interiorizzava: diede cioè forma e
colore al proprio spirito di uomo
nel mondo naturale, un’esistenza a
contatto col reale penetrato nel
proprio Io. Ritiro e ritorno al
mondo che Max provò e riprovò fino
alla morte, anche da accademico, dal
1910 al 1955, anno della sua
scomparsa.
Nel 1910 dipinge il mercato di
cavalli, dove i colori diventano
meno cupi, mentre la tecnica
decorativa, che ancora richiama i
Fauves, illumina frontalmente le
figure meglio abbozzate mentre
l’eccitazione dei soggetti è meno
marcata. 1911: nel turbante rosso
mantiene ancora il legame con i
francesi, ma appare anche un tocco
di sentimento interiore che tenta di
analizzare l’oggetto centrale del
dipinto.
L’ambiente marino di Nida lo spinge
ad immaginare un disegno figurativo
di donne al naturale, dove le dune,
i promontori, le spiagge e le coste
simboleggiavano un ponte dove le
donne apparivano come sirene e fauni
danzanti. Uno stile originale, di
forte erotismo, che esprimeva un
sentimento interiore aperto alla
realtà quotidiana di coloro che ne
guardavano le giovani bagnanti. Il
paragone è con il Matisse di inizio
secolo, che già questi aveva dipinto
danzanti in mezzo a colori
sgargianti sulle onde del mare.
Fra il 1910 e il 1913, alcuni eventi
lo portarono a qualche salto di
qualità pur nel mantenimento del suo
essere un artista votato alla vita
di mare: mentre avviava
corrispondenze con Heckel, Marc,
Kandinskij e Macke sulla corrente
impressionista, non solo si sposò
con la modella Charlotte Kaprolat,
ma intraprese anche un viaggio nelle
coste della Liguria, vivendo diversi
mesi a Monterosso al Mare, fra
Genova e La Spezia. In quel piccolo
paese di pescatori, dove la luce
solare e il cielo limpido scolpivano
quei paesaggi marini, a lui molto
più confacenti delle aride e
scoscese coste baltiche di Nida, si
dedicò a perfezionare lo spirito
creativo che più fortemente emergeva
nelle figure rappresentate, sempre
meno abbozzate, ma disegnate con
potenza ben più espressiva. Le case
di Monterosso al Mare, in cima alle
scogliere levigate che guardavano la
spiaggia sottostante, sembravano
sorvegliare amorevolmente le barche
di pescatori attraccate e in
transito. Sensazione di vitalità
ambientale che Pechstein scoprirà
anche a Nida, quando nello stesso
anno ritrarrà il battello di
soccorso, che gli sembrerà un
nuotatore sulle onde del golfo un
po' mosse nel vento del Baltico.
Ma la conversione a forme ben più
particolari gli si sviluppò nel
1914, quando con la moglie e il
figlioletto girò per la Nuova
Guinea, colonia tedesca, vivendo a
Palau, dove già Gauguin aveva
trovato ispirazione. Solo che il
francese aveva rappresentato una
popolazione sana e rigogliosa con
colori molto pesanti di donne
alquanto formose; mentre Pechstein
non solo riprese il metodo
dell’incisione sul legno, ma adottò
anche soggetti e linee più scarne di
quelle tribù primitive. E non appena
ritornò in Europa e alla sua casa
rifugio di Nida, non mancò di
scolpire una testa di pescatore che
nella freddezza delle linee
esprimeva la figura universale
dell’uomo di mare.
Ma fu nel 1911 che Pechstein ebbe un
terzo passaggio centrale del suo
percorso artistico. La necessità di
cambiare aria gli si fece più
pressante. Era il suo spirito
anarchico. Un nuovo stile, che
quello stesso anno aveva praticato
per breve tempo – per esempio la
pittura sul legno delle barche pur
con una certa vividezza e una
immediatezza forzata ed eccessiva –
gli sembrò una terza via che poteva
veramente disvelare l’uomo naturale,
appena sfiorato nelle sue gite in
Liguria. In Guinea aveva imparato a
guidare la canoa e con molta
semplicità cominciò a fotografare
animali, uomini e ambienti marini,
allo scopo di riprodurli su tela, ma
anche su legno, sia terre assolate,
sia terre incontaminate.
Allo scoppio della prima guerra
mondiale dovette ritornare in
patria, non senza essere passato
dalle Filippine, dal Giappone e
dagli Stati Uniti, dove abbandonò la
prima moglie e il primo figlio. Nel
1917, durante la guerra sul fronte
orientale, aderì al Partito
Comunista e nelle ore di riposo in
trincea dipinse il trittico di
Palau, dove espresse con molta
rigidezza le preghiere dei
primitivi. Spicca al centro la
posizione delle donne, come
marionette messe in fila per
prendere acqua. Le forme furono
volutamente grezze e allungate,
mentre non era più presente alcun
elemento decorativo, ma prevalevano
linee plastiche e tridimensionali.
Pechstein insistette definitivamente
sulla vita primitiva, al di fuori
del valore simbolico, quanto
piuttosto per esprimere una
fotografia degli uomini e delle
donne di quel tempo, per quello che
erano nel contesto della natura
all’epoca vergine, in armonia con
quelle ricerche antropologiche che
informavano la cultura scientifica
europea prima della Grande Guerra.
Intanto, cresceva l’ondata
espressionista e fra il 1917 e il
1921 la Germania fu terra di artisti
votati al ritratto e
all’autoritratto. Max fu fra quelli
e anzi ottenne da Wolfgang Gurlitt,
potente direttore di galleria a
Berlino, una mostra di ritratti su
legno e su vetro. Nel 1921 destò
grande successo una serie di
litografie sul Padre Nostro; quindi
fra il 1926 e il 1927, fino al 1930,
continuò su quella via, ma poi
ritornò sul decorativo, e non si
distanziò troppo
dall’espressionismo, imprimendo e
incidendo sul legno e sul vetro la
sua notoria passione intimista che
lo inseriva ancora nel gruppo del
Ponte, come nel caso della testa del
pescatore del 1921.
Nel decennio successivo si dedicò
all’insegnamento entrando
nell’Accademia d’Arte di Prussia,
mantenendo le sue simpatie di
sinistra nel turbolento periodo
weimariano. Nel 1933 venne
licenziato e nel 1937 le sue opere
vennero esposte nella famosa mostra
d’Arte degenerata che Joseph
Goebbels aprì a Monaco. Fuggito in
Messico, alla corte di Frida Kahlo,
passò gli anni di guerra e poi nel
1945, dopo un rientro avventuroso in
Pomerania, rientrò a Berlino Est,
aderendo supinamente all'ideologia
autoritaria del realismo sovietico.
Comunque insegnò all’Accademia di
Berlino e morì nel 1955.
Fu forse uno dei maggiori
espressionisti del secolo,
sconosciuto per decenni. Certamente
il suo eclettismo stilistico, a
cavallo fra impressionismo ed
espressionismo, dovrebbe oggi essere
rivalutato, specie nel suo chiaro
senso di semplicità e di immersione
nella natura. Un pittore
ambientalista senza se e senza ma.
Apollonio Umbro, Die Brücke e
la cultura dell’espressionismo,
Edizioni della Conchiglia, Venezia
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Dorfles Gillo, Vettese Angela,
Storia dell’arte, vol. IV, Atlas,
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Myers Bernard Samuel, La
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Salvini Roberto, La pittura
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Hermann Max Pechstein, Il Mercato
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Hermann Max Pechstein, Passaggio
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Hermann Max Pechstein, Il
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Hermann Max Pechstein, La testa
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Hermann Max Pechstein, Nostro
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