.

home

 

progetto

 

redazione

 

contatti

 

quaderni

 

gbeditoria


.

[ISSN 1974-028X]


RUBRICHE


attualità

.

ambiente

.

arte

.

filosofia & religione

.

storia & sport

.

turismo storico



 

PERIODI


contemporanea

.

moderna

.

medievale

.

antica



 

EXTEMPORANEA


cinema

.

documenti

.

multimedia



 

ARCHIVIO


.

moderna


N. 111 - Settembre 2017 (CXLVIII)

re gustavo adolfo
l'importanza deLle innovazioni militari del sovrano svedese - parte I

di Lorenzo Coppola

 

Niccolò Machiavelli nel suo trattato De principatibus, universalmente noto con il titolo Il Principe, dedica tre capitoli ai diversi tipi di esercito: mercenario, ausiliario, proprio e misto. I primi due tipi di eserciti sono fortemente criticati dall’autore e vengono definiti come disuniti, senza disciplina e infedeli, poiché non sentono propria la causa della guerra che stanno combattendo e l’unico interesse che hanno è per lo stipendio che spesso non è sufficiente a far sì che essi vogliano morire per il signore per cui stanno combattendo.

 

L’esercito misto, invece, pur essendo superiore al solo esercito mercenario o ausiliario, non è del tutto affidabile, poiché, dovendo far ricorso a truppe non solo proprie, il sovrano rischierebbe che i soldati non fedeli a lui lo abbandonino e lo tradiscano. Ecco perché, secondo Machiavelli, un sovrano saggio dovrebbe munirsi di un esercito proprio nazionale, composto da cittadini che appartengano allo Stato e che combatteranno con maggiore forza per difendere le proprie famiglie, la terra in cui vivono, gli stessi ideali; senza un tale esercito, continua l’autore fiorentino:

 

«nessun principato è sicuro, anzi è tutto obbligato alla fortuna, non avendo virtù che nelle avversità con fede lo difenda: e fu sempre opinione e sentenza degli uomini più savi quod nihil sit tam infirmum aut instabile quam fama potentiae non sua vi nixa» (nulla è più instabile nelle cose umane che la fama di potenza non fondata sulle forze proprie).

 

Questo genere di sovrano lo troviamo in Gustavo II Adolfo Vasa, re di Svezia. Costui fu il più insigne esponente della dinastia Vasa fondata dal nonno Gustavo. Nato il 19 dicembre 1594, successe al padre Carlo IX nel 1611, divenendo così a soli 17 anni re di Svezia; egli, tuttavia, affidò l’amministrazione dello Stato al suo primo ministro, per potersi concentrare a ciò che gli interessava realmente: la carriera militare.

 

Gustavo Adolfo per prima cosa creò un’armata professionale – che non aveva nulla a che fare con le truppe di mercenari indisciplinati con cui si combatteva in quel periodo in Europa – e che era formata da tutti i giovani svedesi, dai quali pretese una perfetta disciplina e un comportamento estraneo a ogni vizio, come ubriacarsi, bestemmiare, giocare d’azzardo ecc; le uniche donne, inoltre, a cui era consentito di seguire l’esercito, erano le mogli dei soldati. Fece in modo che i sui soldati fossero uomini rispettabili e durante il servizio furono equipaggiati di tutto il necessario, come vestiti adatti al clima in cui operavano, tende e cibo a sufficienza; concesse loro, inoltre, degli appezzamenti di terra nei territori conquistati dandogli, pertanto, anche mezzi economici per vivere.

 

L’esercito svedese si distingueva, quindi, da tutti gli altri eserciti dell’epoca in quanto si basava già durante il Cinquecento su una forma di costrizione selettiva, secondo cui ogni comunità doveva fornire un fante ogni dieci-venti uomini e che esentava dalle tasse coloro che potevano fornire un cavaliere.

 

Gustavo ritoccò questo sistema dal punto di vista del reclutamento aumentando il periodo di durata della ferma fino al raggiungimento dei vent’anni di servizio: il risultato fu che, come detto in precedenza, venne a crearsi un esercito di professionisti, che costavano poco rispetto ai mercenari ingaggiati dagli altri Stati europei e che, diversamente da quest’ultimi, erano mossi da un’ideologia patriottica. Tuttavia, c’era un grande limite che il sistema svedese dovette affrontare: tale struttura, infatti, rischiava, nel caso di un conflitto prolungato come la guerra dei Trent’anni, su cui farò un discorso più ampio in seguito, di provocare un drastico calo demografico, dal momento che la Svezia non era densamente popolata.

 

Di qui la necessità di assicurarsi l’appoggio di consistenti truppe alleate, ma anche di un dispiegamento accurato che puntasse a risparmiare, fintanto che gli scenari di guerra lo permettessero, il maggior numero possibile di soldati svedesi. Soldati svedesi che però furono protagonisti quando il giovane Gustavo Adolfo salì al trono, dovendo porre rimedio allo stato di belligeranza in cui il padre Carlo IX aveva lasciato il regno.

 

Il nuovo sovrano, infatti, dovette affrontare i regni più importanti dell’area baltica, come Danimarca, Russia e Polonia. In primo luogo, il nuovo re guerreggiò con i danesi, nella Guerra di Kalmar in cui, dovendo disporre di armate ancora non all’altezza, perse alcuni territori e dovette firmare la pace nel 1613; tuttavia, questa pace non fu del tutto negativa poiché fu il motivo di un’alleanza tra Svezia e Olanda, che a sua volta era preoccupata dell’espansionismo danese, e che permise al re svedese di saldare i propri debiti di guerra.

 

Per quanto riguarda la Russia, invece, l’ambizione di Gustavo Adolfo era quella di acquisire i territori tra Finlandia ed Estonia in modo tale da poter escludere dai territori del Mar Baltico i russi, garantendosi così la creazione di Stati cuscinetto per proteggersi dalle loro incursioni. Con un esercito adeguato il re riuscì a raggiungere i propri obiettivi fino a costringere la Russia alla pace di Stolbovo del 1617, ritardando così di quasi due secoli il dominio russo sul baltico.

 

Il conflitto che riguardò la Polonia fu essenzialmente un conflitto dinastico, dal momento che il re polacco Sigismondo III era anch’egli appartenente alla famiglia dei Vasa. Questo scontro tenne occupato Gustavo Adolfo dal 1621 al 1629, alla luce del fatto che i progressi fatti dagli svedesi non furono mai determinanti per una vittoria finale. Preoccupato anche dall’avvicinarsi del generale Wallestein alla zona baltica, nel 1629 il re svedese si affrettò a firmare la tregua di Altmark per i successivi sei anni. La Svezia, tuttavia, era riuscita ad ampliare i propri territori lungo le coste orientali e meridionali del Baltico, a superare le difficoltà dei primi anni di regno nonché a sviluppare un potente esercito, costantemente sottoposto ad addestramenti e manovre sul campo e suddiviso in diverse unità, la più piccola delle quali era la compagnia composta da 150 uomini; 600 uomini, inoltre, formavano un battaglione, due battaglioni un reggimento e due, tre o quattro reggimenti una brigata. Questo sarebbe divenuto il modello dei futuri eserciti europei.

 

Gustavo Adolfo può essere considerato come il promotore di una rivoluzione militare tra le più significative delle Storia.

 

Tra le innovazioni principali vanno ricordate: in primo luogo l’adozione di moschetti più leggeri; adottò, infatti, la cartuccia a carica fissa e con palla annessa in modo da accelerare e migliorare il tiro dei propri soldati e facendo sì che essi potessero sparare il doppio più veloce rispetto agli avversari. In secondo luogo bisogna menzionare il fatto che egli diminuì il numero delle file necessarie ad assicurare un fuoco continuo, migliorando il metodo già esistente e di cui abbiamo parlato nel primo capitolo di Maurizio di Nassau, reso ancora più efficace dalla “doppia salva”: in pratica, i moschettieri venivano disposti in tre file e sparavano contemporaneamente assumendo posizioni diverse, chi in piedi, chi in ginocchio e chi accovacciato, provocando nei nemici disorganizzazione e numerose perdite.

 

A differenza del modello olandese, bisogna anche dire che Gustavo Adolfo utilizzo la contromarcia in fase di attacco ovvero, mentre gli olandesi usavano questa tattica difensivamente contro il nemico che avanzava, egli la utilizzò per attaccare. Il re, quindi, faceva avanzare la prima fila di qualche passo prima di aprire il fuoco, mentre, i soldati della prima fila si fermavano per ricaricare quelli dietro si facevano avanti per sparare a loro volta e così via, sempre avanzando e creando scompiglio nelle file nemiche.

 

Il condottiero svedese, inoltre, fu lungimirante nel vedere la possibilità di migliorare la collaborazione tra moschettieri e picchieri, in unità miste già esistenti e in uso nei teatri di guerra, non solo per quanto concerne la difesa di chi sparava, ma anche negli assalti, con il dispiegamento delle proprie forze a diamante o a T, con il quale si venivano a creare veri e propri corridoi di fuoco grazie ai quali i moschettieri, protetti da formazioni di picchieri, incrociavano il tiro contro il nemico da più direzioni, creando, come già detto, caos nelle file nemiche, che diventavano facile bersaglio per i picchieri e, anche nel caso in cui l’attacco di quest’ultimi non avessero sfondato, i moschettieri avevano il tempo di ricaricare per sparare ancora e per permettere la preparazione di un nuovo attacco di coloro che portavano la picca, in modo tale che il nemico non avesse tempo e modo di reagire all’offensiva.

 

Importante fu anche il nuovo ruolo che Gustavo assegnò alla cavalleria in un periodo in cui quest’ultima era stata messa da parte. Sostanzialmente, il re svedese abbandonò la tattica del caracollo, con la quale i cavalieri ingaggiavano battaglia facendo fuoco con le pistole, per reintrodurre la carica a briglia sciolta con arma bianca, innovazione che sconvolse i vari scenari di guerra, riportando in auge le unità di cavalleria.

 

Questo nuovo ruolo delle unità a cavallo venne adottato da Gustavo Adolfo solo dopo la guerra con la Polonia, in cui aveva potuto constatare con i propri occhi l’efficacia della cavalleria polacca, che era rimasta una delle poche in Europa, se non l’unica, a non abbandonare la tradizionale carica dei cavalieri. Ecco, dunque, perché il re svedese rivalutò l’importanza dell’urto che questo reparto potesse avere sui nemici. In particolar modo, Gustavo Adolfo si servì della cavalleria, che addestrò a caricare al galoppo, per squadroni in linea o a scacchiera, facendo uso di sciabole durante la carica e di pistole in mischia (al contrario degli altri eserciti in campo in Europa in quel periodo), ed era anche solito schierarla sulle ali e dietro la fanteria.

 

Spesso il condottiero svedese faceva accompagnare i reparti a cavallo da speciali squadroni di moschettieri. Questo sistema di armi combinate sul campo di battaglia risultava estremamente efficace e, oltre a rappresentare un’importante innovazione dal punto di vista tattico, consentiva al re di massimizzare i punti di forza di ogni reparto del proprio esercito e, allo stesso tempo di compensare i difetti delle truppe, ottimizzandone complessivamente l’impatto bellico sul nemico.

 

A queste innovazioni, inoltre, va aggiunto il rinnovamento che Gustavo Adolfo applicò all’artiglieria, innovandola tecnologicamente e introducendo il concetto di fuoco mobile di massa, mai utilizzato prima.

 

Diminuirono, in particolare, peso e ingombro delle artiglierie standardizzando i cannoni in tre calibri da 24, 12 e 3 libbre, semplificando, e non di poco, i problemi logistici di trasporto. Le bocche da fuoco da 3 libbre, quattro per ogni reggimento, arrivavano ad avere una cadenza massima di 20 salve all’ora, di molto superiore a quella raggiunta in precedenza. Ecco, dunque, come l’artiglieria divenne il mezzo principale e decisivo delle battaglie di questo periodo e in quelle future e la combinazione delle varie armi consentì all’esercito svedese di affrontare e vincere nemici molto superiori di numero, approfittando anche del vantaggio strategico.



 

 

COLLABORA


scrivi per InStoria



 

EDITORIA


GBe edita e pubblica:

.

- Archeologia e Storia

.

- Architettura

.

- Edizioni d’Arte

.

- Libri fotografici

.

- Poesia

.

- Ristampe Anastatiche

.

- Saggi inediti

.

catalogo

.

pubblica con noi



 

links


 

pubblicità


 

InStoria.it

 


by FreeFind

 

 


[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE]


 

.