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N. 134 - Febbraio 2019 (CLXV)

La guerra sino-giapponese del 1894-1895

L’inizio del Periodo di Assoggettamento

di Emilio Paolo Delogu

 

"Chi conosce il suo nemico e conosce se stesso potrà affrontare senza timore cento battaglie. Colui che non conosce il nemico ma conosce se stesso a volte sarà vittorioso a volte incontrerà la sconfitta. Chi non conosce né il nemico né se stesso inevitabilmente verrà sconfitto in ogni scontro" (Sun Tzu).

 

Al declinare del secolo XIX, la Cina venne a trovarsi nella situazione più cupa che l’illustre stratega del V secolo a.C. aveva delineato: era assediata da un gran numero di nemici e aveva smarrito la coscienza di sé dopo aver ceduto ampie fette della propria sovranità a potenze straniere.


Dal 1895 e per svariati decenni del novecento, la guerra sul territorio cinese è stata combattuta da paesi terzi il cui intento era quello di accaparrarsi quanti più mercati di sbocco possibili limitando, in modo significativo, la mediazione con i rappresentanti politici cinesi; nulla, infatti, rese tanto evidente la degradazione della Cina a oggetto delle grandi potenze quanto la guerra russo-giapponese nel corso della quale, fra il 1904 e il 1905, più di due milioni di soldati stranieri si affrontarono in sanguinose battaglie sul territorio di uno stato neutrale (J. Osterhammel).


Analizzare il confronto di fine secolo fra Impero del Centro e Impero Nipponico è di rilevanza cruciale: non a caso il 1895 rappresenta un vero e proprio spartiacque storico fra due epoche, una contraddistinta da antiche tradizioni, ciclo dinastico e sistema burocratico imperiale, l’altra caratterizzata da rivoluzione culturale, monopartitismo e crescita economica. Nell’intervallo che si situa al centro, lo storico americano Hosea Ballou Morse individua, a giusto titolo, quello che sostiene essere un periodo di assoggettamento (H.B. Morse) in cui la sconfitta militare smaschera la debolezza e l’inettitudine dell’impero dei Qing nella gestione di un enorme stato ormai economicamente agonizzante e socialmente instabile.

 

Il conflitto del 1895, noto anche come I guerra sino-giapponese, è il principale responsabile di quel fenomeno di sfruttamento economico ai danni del Paese del Centro che noti studiosi quali P. Renouvin (La question d’Extrême Orient) e G. F. Hudson (The Far East in World Politics) hanno definito come la questione estremo – orientale; poche guerre ebbero un così gran numero di vincitori come quella del 1894-95, lo sconfitto era la Cina. La peculiarità della questione estremo – orientale risiedeva nel fatto che essa era stata provocata non da un paese europeo o da un vicino scomodo quale la Russia zarista, bensì da una nuova potenza regionale asiatica. La vittoria del Giappone sulla Cina nel 1895 fu un avvenimento gravido di conseguenze perché distrusse quanto restava del potere e del prestigio che avevano permesso all’impero dei Qing di condurre una politica di difesa attiva all’insegna della collaborazione (J. Osterhammel).


Oggetto del contendere era la penisola coreana, da sempre al centro delle manovre di politica internazionale di Tokyo e Pechino sia per le sue risorse naturali quali carbone e ferro, sia in misura maggiore, in virtù della sua posizione strategica tra le isole giapponesi e il continente asiatico.


Da secoli i sovrani coreani della dinastia Joseon erano parte importante di quella cintura tributaria cinese che aveva caratterizzato i rapporti internazionali del Paese di Mezzo fino al trattato di Nanchino e alla conseguente apertura a occidente del 1842.

 

Quantunque i monarchi cinesi considerassero la Corea come un feudo personale a cui accordare protezione militare e da cui prelevare risorse economiche, al giro di boa del XIX secolo, essi non erano più in grado di difendere il territorio coreano dalle mire espansionistiche dell’Impero del Sol Levante.

 

Sul limitare dell’Ottocento il Giappone possedeva la forza militare necessaria per espellere, una volta per tutte, i cinesi dal suolo coreano; i princìpi del fukoku-kyōhei (paese ricco/esercito forte) e del wakon-yōsai (spirito giapponese/tecnica occidentale) che erano alla base della restaurazione Meiji consentirono al Giappone di mettere in campo un arsenale bellico all’avanguardia composto da navi corazzate, cannoni a ripetizione e mitragliatrici. La strategia del governo di Tokyo mostrava un duplice intendimento: da una parte utilizzare la flotta come strumento di intimidazione per ottenere mercati di sbocco e privilegi economici, proprio come mezzo secolo addietro avevano fatto i britannici, dall’altra e in successione estendere il dominio politico sulla Corea e trasformarla effettivamente in una colonia.

 

Quest’ultimo punto è di rilevanza cruciale e deve essere esaminato alla luce di alcune dichiarazioni effettuate da alti funzionari giapponesi immediatamente prima e durante la guerra. Lo statista giapponese, conte Okuma, leader del fronte interventista, affermò che “finalmente è giunto il momento in cui il Giappone si liberi dalla disgrazia del 1884 […] utilizzando in modo assennato questa opportunità unica, sarà possibile per il governo rimediare agli errori passati e portare l’impero ad essere temuto e rispettato, non solamente in Corea, ma anche nel resto del mondo” (Okuma Shigenobu).


Anche un rappresentante diplomatico giapponese in Europa analizzò in questo modo l’impresa militare in Corea: “Infine questo è ciò che posso dirvi per certo, noi non possiamo né vogliamo perdere nuovamente la Corea fino a quando i nostri obiettivi non saranno raggiunti in un modo o nell’altro. In Corea combattiamo per il nostro futuro, potrei perfino dire per la nostra indipendenza. Quando la Corea dovesse cadere nelle grinfie di una potenza europea, la nostra indipendenza verrebbe minacciata” (H.B. Morse).


L’intervento giapponese nella penisola coreana, dunque, seguiva due direttrici geopolitiche di vitale importanza: acquistare un rinnovato prestigio in ambito internazionale e regionale, arginare l’imperialismo europeo e il pericolo di vedersi privare della possibilità di condurre una propria politica coloniale da una potenza straniera.


La prima operazione di intelligence in Corea ebbe luogo nel 1884, quando forze riformiste filo-nipponiche tentarono un putsch per rovesciare la monarchia e lo schieramento conservatore leale a Pechino. Tuttavia, grazie all’intervento militare cinese, la rivolta venne presto sedata.


In seguito a quell’episodio la tensione tra i due contendenti aumentò e, per quanto la convenzione firmata a Tianjin nel 1885 da ambo le parti sancisse il principio del non intervento nelle dispute interne al paese senza il consenso dell’altra parte, lo scontro divenne presto inevitabile.


Un primo segnale di ostilità fu l’assassinio, nel 1893, di Kim Ok-kyun, rivoluzionario coreano filo-nipponico, il cui cadavere, portato in Corea da navi militari cinesi e lì orribilmente mutilato, venne esposto pubblicamente come monito nei riguardi dei numerosi gruppi sedizionisti che operavano nel paese.


Un anno dopo, l’imperatore coreano Gojong, la cui autorità era stata messa in discussione da una serie di rivolte contadine che avevano l’obiettivo di riformare in senso progressista e sul modello giapponese lo stato, inviò una richiesta di soccorso al Celeste Impero che non tardò a dar sostegno all’alleato con un contingente armato di 2.800 uomini alla cui testa era stato posto il generale Yuan Shikai, che sarà primo presidente della Repubblica di Cina nonché dittatore.

 

In ottemperanza alla convenzione di Tianjin, il governo di Pechino informò quello giapponese del sostegno offerto a Seul ma Tokyo considerò comunque il gesto in sé come un atto d’aggressione e rispose con una spedizione di 8.000 soldati alla volta della capitale coreana.


L’8 giugno del 1894 l’esercito nipponico di concerto con alcuni gruppi rivoluzionari locali occupò il palazzo reale di Seul e mise agli arresti l’imperatore della famiglia Joseon. In poco tempo i miliziani, vittoriosi, rimpiazzarono i membri del governo con componenti della fazione pro-giapponese e imposero alla Cina di abbandonare il territorio coreano. Pechino, messa di fronte al fatto compiuto, rifiutò di cedere alle pressioni giapponesi per il riconoscimento del nuovo governo di Seul e tanto bastò come pretesto e casus belli della prima guerra sino-nipponica, dichiarata ufficialmente il primo giorno d’agosto dello stesso anno.


La principale forza militare cinese era in stato di riarmo presso Haiyang, città portuale nella provincia dello Shandong, con linee di rifornimento che collegavano Tatungkow nella provincia dello Liaoning confinante con la Corea del nord, all’estuario del fiume Yalu in territorio coreano. Il trasporto di truppe e razioni era garantito a stento dall’unica flotta cinese operativa, lo squadrone Peiyang, sotto il comando dell’ammiraglio Ting Ju-chang.

 

La flotta era composta da due corazzate e dieci incrociatori privi di cannoni (utilizzati come navi trasporto) in totale dodici navi per un peso complessivo di 35.000 tonnellate; indubbiamente troppo poco per tener testa, sul mare, alla potenza giapponese del dopo restaurazione Meiji. A mezzogiorno del 17 settembre 1894 l’ammiraglio Ito Sukenori, comandante in capo dell’armata navale nipponica, avvistò il naviglio cinese ammassato all’imboccatura del fiume Yalu intento nelle operazioni di spostamento dell’esercito terrestre: alle 12.45 ora locale i giapponesi diedero inizio all’attacco.


La forza cinese risiedeva nelle due navi da battaglia ma la flotta giapponese era più omogenea e aveva il vantaggio nella velocità e nel numero di cannoni a fuoco rapido (H. B. Morse); la battaglia ebbe termine soltanto nel pomeriggio inoltrato quando entrambe le flotte rimasero prive di munizioni.

 

Al termine della giornata di guerra il resoconto risultava negativamente sbilanciato da parte cinese: 600 morti, quattro navi affondate e centinaia di feriti fra cui lo stesso ammiraglio Ting a fronte di perdite misere fra le fila giapponesi (circa 240 morti) e la squadra navale praticamente intatta, eccezion fatta per la nave madre che era stata oggetto di un intenso cannoneggiamento perpetrato dalle due corazzate cinesi.


A seguito della battaglia del fiume Yalu la marina e l’esercito giapponese non trovarono grosse difficoltà nel conquistare la maggior parte dei porti, sia marittimi che fluviali, della parte orientale della Cina. Dopo l’occupazione di Pingyang (provincia di Zhejiang) l’esercito nipponico passò lo Yalu il 24 ottobre 1894 costringendo le truppe imperiali cinesi ad una rovinosa ritirata fino alla catena montuosa del Motienling; i due eserciti si diedero nuovamente battaglia l’11 dicembre a Hsümencheng, una località nei pressi della città di Haicheng, provincia di Liaoning. Gli scontri durarono due interi giorni e culminarono con la presa della città da parte delle forze del Giappone.


L’efficienza della macchina bellica nipponica era ormai una realtà assodata e incuteva timore in tutti i paesi dell’Asia orientale. L’esercito giapponese, infatti, oltre ad un perfetto uso delle tattiche militari occidentali, aveva dato dimostrazione di estrema spietatezza massacrando circa 20.000 civili nella città di Lüshunkou (in seguito ribattezzata Port Arthur) nel novembre 1894 (l’episodio è passato alla storia proprio come il massacro di Port Arthur).

 

La difesa di quella città era stata affidata al generale Wei Ju-Cheng che aveva la possibilità di manovrare una fra le migliori divisioni dell’esercito cinese, tuttavia come sentenzia Sun Tzu nel capitolo X (configurazioni del terreno) dell’Arte della guerra, quando l’esercito è indisciplinato (truppe forti, generali incompetenti) allora ecco che la sconfitta è inevitabile.

 

Il cosiddetto Tao della sconfitta che, assieme al Tao del generale e al Tao del terreno, costituisce il Tao della guerra: quando il Tao della guerra indica che la vittoria sarà certa, dovreste ingaggiare battaglia anche se il sovrano vi desse l’ordine di evitare lo scontro. Quando il Tao della guerra indica che non sarete vittoriosi, anche se il sovrano vi ordinasse di ingaggiare battaglia non dovreste combattere (Sun Tzu). Il generale Wei Ju-cheng si dimostrò particolarmente inadatto al ruolo di difensore di un’importante città portuale come Lüshunkou e non seppe resistere all’offensiva finale delle truppe giapponesi scagliata il 21 novembre.

 

La schiacciante superiorità bellica giapponese, grazie all’addestramento di molti comandanti nelle scuole militari europee e alle navi costruite nei cantieri francesi e tedeschi, determinò in brevissimo tempo la sconfitta dell’esercito di Yuan Shikai la cui unica forza consisteva nel numero di combattenti.


La guerra si concluse nell’aprile del 1895 con la firma del trattato di Shimonoseki, conosciuto in Cina anche come trattato di Maguan, in cui le inique disposizioni contenute strappavano definitivamente anche l’ultimo lembo di dignità ad un paese divenuto ormai luogo di banchetto per ogni potenza industriale che nutrisse appetiti imperialistici. Al suo interno infatti, si prevedeva il riconoscimento della piena autonomia della Corea; la cessione di Taiwan, delle isole Pescadores e della penisola di Liandong nella Manciuria meridonale; la possibilità accordata ai giapponesi di costruire fabbriche nei treaty ports cinesi (segnatamente Canton, Shanghai, Fuzhou, Ningbo, Xiamen) ed un’indennità di guerra di 200 milioni di taels (valuta in argento cinese).


Le ambizioni territoriali del Giappone incitarono le potenze occidentali a procedere loro volta ad annessioni di territori cinesi e a spartirsi la Cina in sfere d’influenza che altro non erano se non riserve di caccia per lo sfruttamento delle ricchezze dell’antico impero (Jacques Gernet).


In effetti la prima tangibile conseguenza della sconfitta militare del 1895 è rappresentata dal definitivo realizzarsi dello smembramento territoriale dell’impero mancese. Fino a quando, negli anni ‘30 del ‘900, il Giappone invade ed annette la Manciuria nella sua interezza, si assiste ad un susseguirsi di rapide acquisizioni e concessioni alle potenze straniere che estendono, in tal modo, la propria sovranità ad ampie zone della Cina costiera.

 

Alcuni esempi: 1897, annessione di Qingdao e Jiaozhou nella regione dello Shandong da parte della Germania, nello stesso periodo concessioni territoriali ai giapponesi nel Jiangsu e nel Zhejiang, 1898, gli Inglesi ottengono la regione di Weihai, i Russi le città di Dalian e Port Arthur, 1899 i Francesi annettono la regione di Zhanjiang, 1902, Belgi, Italiani e Austriaci riescono a strappare una concessione al governo cinese nella città di Tianjin.


La storiografia è solita definire il periodo successivo alla prima guerra sino-giapponese come Scramble for Concessions e Spheres of Interests con particolare riferimento alla politica francese e a quella russa: la prima interamente tesa all’ottenimento di concessioni ferroviarie e minerarie unitamente a promesse di non alienazione accompagnate da preferenza nell’assegnazione di crediti; la seconda in conflitto tra una penetrazione di tipo pacifico, di cui esponente di rilievo era il ministro delle finanze e sostenitore dell’industria ferroviaria conte Sergei Witte e una molto più assertiva dalle forme marcatamente imperialistiche sostenuta dal ministro degli esteri Michail Nikolaevic Muraviev.

 

La contrapposizione fu superata attraverso la sintesi dei due metodi proposti, d’altra parte era anche vero che la penetrazione pacifica avrebbe richiesto un’adeguata protezione militare dei propri investimenti altrimenti intesa quale pacificazione preventiva del territorio oggetto d’interesse.


Nello stesso lasso di tempo in cui Francia e Russia costituivano le basi per la loro pènetration pacifique all’esterno dei porti aperti, coadiuvate dall’impiego di una discreta forza militare, le vecchie potenze liberiste, Gran Bretagna e Stati Uniti, erano entrambe impegnate nella risoluzione di alcuni conflitti importanti: gli inglesi contro i Boeri in Sudafrica, gli statunitensi nella repressione dei moti rivoluzionari nelle Filippine. Entrambe erano abbastanza scettiche e preoccupate riguardo il ruolo che la Russia stava accingendosi ad esercitare in Asia Orientale e che, all’evenienza, non sarebbe potuto essere efficacemente arginato con la forza delle armi; per tale ragione, scrive Ostrehammel, all’espansione russa non vennero opposte armi bensì principi.

 

Intorno al 1900, il ministro degli Esteri statunitense John Hay in una serie di note sul regime della porta aperta aveva ribadito l’essenzialità di alcuni precetti stabiliti dal sistema dei trattati costituito dai britannici: il rispetto delle sfere di influenza economica assegnate ad ogni singola nazione, l’adempimento della clausola della nazione più favorita, la salvaguardia dell’integrità territoriale della Cina.

 

Sebbene le note di John Hay e l’atteggiamento americano avessero contribuito ad aprire la via agli interessi economici USA in Asia, di altrettanta fortuna non godette la Gran Bretagna, il cui ruolo di incontestata preminenza veniva messo in discussione da un impero territoriale di proporzioni e potenza enormi. una delle poche vittorie inglesi si situa nel settore della mobilità con l’ottenimento di concessioni ferroviarie per un totale di 2800 miglia di rotaie contro i 1530 della Russia. Risultano evidenti, in considerazione di quanto scritto, due punti chiave della politica internazionale in Estremo Oriente: da una parte la perdita di potere contrattuale della potenza marittima per eccellenza, la Gran Bretagna, e l’avanzata dell’impero russo, dall’altra l’estrema precarietà e la non vincolatività delle clausole contrattuali contenute nel sistema dei trattati britannico. In conclusione questo era dunque lo Scramble for Concessions, prezioso e caro agli storici della diplomazia perché mostra tutta una serie di potenze impegnate nella loro occupazione principale: il rivaleggiare. Esso iniziò con una guerra, quella del 1894-1895, e terminò con un conflitto molto più grande la guerra russo-giapponese del 1904-1905.

 

Tuttavia la drammaticità superficiale di questi anni non ci deve autorizzare a spostare lo sguardo dalle continuità. Lo Scramble non era un duello da selvaggio West, non era un gioco di carte tra grandi potenze in cui si vince con zero punti. Tutti gli acquisti delle potenze al di fuori della Manciuria avvenivano, come anche prima del 1895, a spese della Cina e non degli imperi o degli stati rivali (J. Ostrehammel).

 

In buona sostanza, il great game in Asia orientale fra le potenze europee era suscettibile, in ogni momento e per qualsiasi buona ragione concernente l’interesse collettivo delle nazioni, di variazioni anche sensibili dal tracciato originario attivando (o meglio riesumando) una fondamentale disponibilità alla collaborazione.
 

 

Riferimenti bibliografici:


G.F. Hudson, The Far East in World Politics, Oxford University Press, Oxford 1945.
H.B. Morse, The international relations of the Chinese empire, Cheng Wen Publishing Company, Taipei 1971.
J. Gernet, Il mondo cinese dalle prime civiltà alla repubblica popolare, Einaudi, Torino 1978.
J. Osterhammel, Storia della Cina moderna secoli XVIII-XX, Einaudi, Torino 1992.
Sun Tzu, Sun Pin, L’arte della guerra e I metodi militari, Neri-Pozza, Vicenza 2000.



 

 

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