A PROPOSITO DI GUERNICA
MITO E STORIA DI UN’ICONA DELLA
PITTURA
di Fabrizio Mastio
Pablo Picasso (1881-1973) non è un
vessillo di un irenismo da
consumismo liquido. Dietro l’artista
spagnolo c’è un cubismo che combina
mitologia, scomposizione formale e
un bianco e nero non come
semplificazione del vissuto, ma come
quella crudezza che solo la verità
mette a nudo.
Il celebre dipinto
Guernica, olio su tela (349 x
776 cm), custodito presso il Museo
Reina Sofia di Madrid, è l’opera più
celebre dell’artista andaluso,
probabilmente perché tratta il tema
della vita e della morte attraverso
la violenza della guerra. Ma il mito
può essere prodromico rispetto a una
cromia della catastrofe umanitaria.

Minosse, Re di Creta, è la figura
a cui è legata la narrazione del
labirinto e del Minotauro, essere
antropomorfo, metà uomo e metà toro,
nato dall’amore tra Pasifae, moglie
del sovrano cretese, e un toro.
Dante Alighieri nell’Inferno (Canto
XII, vv. 11-12) lo colloca nel VII
cerchio, quello dei violenti: "E in
su la punta della rotta lacca /
l’infamia di Creti era distesa, /
che fu concetta nella falsa vacca".
Se nel mito la creatura taurina
dimorava in un labirinto dove
divorava le vittime sacrificali
riservategli, nella
Divina Commedia diviene simbolo
di immane ferocia: "E quando vide
noi, sé stesso morse / sì come quei,
cui l’ira dentro fiacca". Dal
labirinto fuggirono tragicamente
Dedalo, che lo realizzò, e il figlio
Icaro, mentre l’eroe ateniese Teseo
ebbe scampo esclusivamente grazie
all’arguzia concepita con l’amata
Arianna. Quest’ultimo riuscì ad
uccidere il mostro e a trovare la
via d’uscita grazie a un filo che
permise di tracciare il percorso di
quel luogo nefasto.
Il Minotauro viene appunto rievocato
dal pittore nella
Guernica ed è significativo il
modo in cui viene rappresentato:
pare affacciarsi sulla scena con la
contraddizione di umano e ferale, di
razionalità e perdita della ragione.
La furia omicida del mostro proietta
l’insensatezza della devastazione
bellica. Qui, contrariamente alla
rievocazione della figura operata
nell’acquaforte (49,8 x 69,9 cm),
Minotauromachia, custodita
presso
The Museum of Modern Art di New
York e ascrivibile a una fase
difficile della vita personale del
maestro, il dipinto esprime una
denuncia universale, come monumento
al disincanto.
La tela raffigura, infatti, il
bombardamento della cittadina basca
di Guernica, avvenuto nel 1937 ad
opera dell'aviazione nazista. In
piena epoca di totalitarismi, il
nazifascismo è all’apice e allunga
la sua ombra distruttrice su
paesaggi inaspettati. Lo
sconvolgimento brutale di
bombardamenti in un attimo ammantato
di eternità ghermisce vite
annacquate dal pianto disperato di
una madre che perde il figlio o di
un marito che perde la moglie. Solo
chi attraversa certi deserti ne
riconosce il peso dell’arsura:
l'autore disegna la sete di vita di
fronte a una sofferenza in bianco e
nero.
L’opera, secondo alcune
interpretazioni, è leggibile da
destra a sinistra. La prima figura è
quella di una donna che appare in
trappola, forse avvolta dalle fiamme
o in una caduta tragica.
L’espressione è funesta: le braccia
invocano un aiuto negato dalla
crudeltà umana che lo spettatore non
può ignorare. Non è un dolore
urlato, è soffocato e opprimente:
chiede, ma non spera; soffre, ma non
supplica. È un precipizio senza
ritorno, dove il fumo intorno ha già
avvolto l’assenza di umanità. In
basso, una donna svestita si
trascina con le braccia rivolte
verso il suolo, forse in segno di
resa e rassegnazione; col capo
scruta il cielo che non dispensa più
luce, ma la fuliggine della
catastrofe. Le orecchie divengono
piccoli tratti grafici, il collo si
appiattisce, mentre, se si osservano
i piedi, emerge una sproporzione
anatomica che dipinge in realtà un
radicamento alla terra d’origine.
A sinistra appare il braccio di un
combattente sepolto dalle macerie:
nella mano, una spada spezzata
simboleggia forse la lotta perduta,
mentre accanto un fiore non rinuncia
alla speranza. Al centro, in alto,
una lampadina sovrasta con una luce
accecante un cavallo sofferente.
All’estrema sinistra, in alto, un
toro con gli occhi irrealmente
distanziati evoca il Minotauro,
metafora di bestialità e umanità, il
cui muso si sfiora col volto di una
madre dilaniata dal dolore per la
perdita del figlio tenuto in braccio
con lo strazio emulato dall’uccello
col becco rivolto verso l’etere,
sullo sfondo.
Lo stile del quadro rivela forme
aguzze, taglienti e deformate che
descrivono dramma, paura e
prostrazione. La morte qui non è la
fine del viaggio, ma lo scoglio
eterno di ciò che non conosce
ragione. La cromaticità scarna di
bianco, nero e tonalità di grigio
rappresenta una geometria del
patimento che non necessita di
perdono, ma di esplorazione della
coscienza. La composizione presenta
una scenografia narrativa con le
figure distribuite in primo piano
che, con la loro sovrapposizione,
conferiscono profondità al dipinto.
Ciò che emerge nell’opera è il
paesaggio di un’umanità soppressa
dalla banalità del male.
Riferimenti bibliografici:
Autori Vari,
Picasso 1915-1973, I Classici
dell’arte - Edizione speciale per il
Corriere della Sera, RCS Quotidiani
S.p.A. - Rizzoli libri illustrati
Società Editoria Artistica SpA /
Gruppo Skira, Milano, 2004.
Ernst Hans Gombrich,
La storia dell’arte, Phaidon,
2008.
Dante Alighieri,
La Divina Commedia,
Eurodiffusione Editoriale SAS,
Milano, 1975.
Stephen Farthing,
Arte. La storia completa,
Atlante Srl, Valsamoggia (BO), 2018.
Stephen Farthing,
1001 dipinti. Una guida completa ai
capolavori della pittura,
Atlante Srl, Valsamoggia (BO), 2021.
Anna Ferrari,
Dizionario di mitologia greca e
latina, UTET S.p.A., Torino,
1999.
Gianni Carlo Sciolla,
Studiare l’arte. Metodo, analisi e
interpretazione delle opere e degli
artisti, UTET, De Agostini
Editore SpA, Milano, 2025.