[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 221 / MAGGIO 2026 (CCLII)


arte

A PROPOSITO DI GUERNICA
MITO E STORIA DI UN’ICONA DELLA PITTURA

di Fabrizio Mastio

 

Pablo Picasso (1881-1973) non è un vessillo di un irenismo da consumismo liquido. Dietro l’artista spagnolo c’è un cubismo che combina mitologia, scomposizione formale e un bianco e nero non come semplificazione del vissuto, ma come quella crudezza che solo la verità mette a nudo.

 

Il celebre dipinto Guernica, olio su tela (349 x 776 cm), custodito presso il Museo Reina Sofia di Madrid, è l’opera più celebre dell’artista andaluso, probabilmente perché tratta il tema della vita e della morte attraverso la violenza della guerra. Ma il mito può essere prodromico rispetto a una cromia della catastrofe umanitaria.

 

 

Minosse, Re di Creta, è la figura a cui è legata la narrazione del labirinto e del Minotauro, essere antropomorfo, metà uomo e metà toro, nato dall’amore tra Pasifae, moglie del sovrano cretese, e un toro. Dante Alighieri nell’Inferno (Canto XII, vv. 11-12) lo colloca nel VII cerchio, quello dei violenti: "E in su la punta della rotta lacca / l’infamia di Creti era distesa, / che fu concetta nella falsa vacca". Se nel mito la creatura taurina dimorava in un labirinto dove divorava le vittime sacrificali riservategli, nella Divina Commedia diviene simbolo di immane ferocia: "E quando vide noi, sé stesso morse / sì come quei, cui l’ira dentro fiacca". Dal labirinto fuggirono tragicamente Dedalo, che lo realizzò, e il figlio Icaro, mentre l’eroe ateniese Teseo ebbe scampo esclusivamente grazie all’arguzia concepita con l’amata Arianna. Quest’ultimo riuscì ad uccidere il mostro e a trovare la via d’uscita grazie a un filo che permise di tracciare il percorso di quel luogo nefasto.

 

Il Minotauro viene appunto rievocato dal pittore nella Guernica ed è significativo il modo in cui viene rappresentato: pare affacciarsi sulla scena con la contraddizione di umano e ferale, di razionalità e perdita della ragione. La furia omicida del mostro proietta l’insensatezza della devastazione bellica. Qui, contrariamente alla rievocazione della figura operata nell’acquaforte (49,8 x 69,9 cm), Minotauromachia, custodita presso The Museum of Modern Art di New York e ascrivibile a una fase difficile della vita personale del maestro, il dipinto esprime una denuncia universale, come monumento al disincanto.

 

La tela raffigura, infatti, il bombardamento della cittadina basca di Guernica, avvenuto nel 1937 ad opera dell'aviazione nazista. In piena epoca di totalitarismi, il nazifascismo è all’apice e allunga la sua ombra distruttrice su paesaggi inaspettati. Lo sconvolgimento brutale di bombardamenti in un attimo ammantato di eternità ghermisce vite annacquate dal pianto disperato di una madre che perde il figlio o di un marito che perde la moglie. Solo chi attraversa certi deserti ne riconosce il peso dell’arsura: l'autore disegna la sete di vita di fronte a una sofferenza in bianco e nero.

 

L’opera, secondo alcune interpretazioni, è leggibile da destra a sinistra. La prima figura è quella di una donna che appare in trappola, forse avvolta dalle fiamme o in una caduta tragica. L’espressione è funesta: le braccia invocano un aiuto negato dalla crudeltà umana che lo spettatore non può ignorare. Non è un dolore urlato, è soffocato e opprimente: chiede, ma non spera; soffre, ma non supplica. È un precipizio senza ritorno, dove il fumo intorno ha già avvolto l’assenza di umanità. In basso, una donna svestita si trascina con le braccia rivolte verso il suolo, forse in segno di resa e rassegnazione; col capo scruta il cielo che non dispensa più luce, ma la fuliggine della catastrofe. Le orecchie divengono piccoli tratti grafici, il collo si appiattisce, mentre, se si osservano i piedi, emerge una sproporzione anatomica che dipinge in realtà un radicamento alla terra d’origine.

 

A sinistra appare il braccio di un combattente sepolto dalle macerie: nella mano, una spada spezzata simboleggia forse la lotta perduta, mentre accanto un fiore non rinuncia alla speranza. Al centro, in alto, una lampadina sovrasta con una luce accecante un cavallo sofferente. All’estrema sinistra, in alto, un toro con gli occhi irrealmente distanziati evoca il Minotauro, metafora di bestialità e umanità, il cui muso si sfiora col volto di una madre dilaniata dal dolore per la perdita del figlio tenuto in braccio con lo strazio emulato dall’uccello col becco rivolto verso l’etere, sullo sfondo.

 

Lo stile del quadro rivela forme aguzze, taglienti e deformate che descrivono dramma, paura e prostrazione. La morte qui non è la fine del viaggio, ma lo scoglio eterno di ciò che non conosce ragione. La cromaticità scarna di bianco, nero e tonalità di grigio rappresenta una geometria del patimento che non necessita di perdono, ma di esplorazione della coscienza. La composizione presenta una scenografia narrativa con le figure distribuite in primo piano che, con la loro sovrapposizione, conferiscono profondità al dipinto. Ciò che emerge nell’opera è il paesaggio di un’umanità soppressa dalla banalità del male.

 

Riferimenti bibliografici:

 

Autori Vari, Picasso 1915-1973, I Classici dell’arte - Edizione speciale per il Corriere della Sera, RCS Quotidiani S.p.A. - Rizzoli libri illustrati Società Editoria Artistica SpA / Gruppo Skira, Milano, 2004.

Ernst Hans Gombrich, La storia dell’arte, Phaidon, 2008.

Dante Alighieri, La Divina Commedia, Eurodiffusione Editoriale SAS, Milano, 1975.

Stephen Farthing, Arte. La storia completa, Atlante Srl, Valsamoggia (BO), 2018.

Stephen Farthing, 1001 dipinti. Una guida completa ai capolavori della pittura, Atlante Srl, Valsamoggia (BO), 2021.

Anna Ferrari, Dizionario di mitologia greca e latina, UTET S.p.A., Torino, 1999.

Gianni Carlo Sciolla, Studiare l’arte. Metodo, analisi e interpretazione delle opere e degli artisti, UTET, De Agostini Editore SpA, Milano, 2025.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]