Secondo il database OpenSanctions,
la Kairos e la Virat appartengono
alla cosiddetta shadow fleet russa,
una flotta poco regolamentata
impiegata per trasportare greggio
aggirando le sanzioni occidentali
imposte dopo l’invasione
dell’Ucraina nel 2022. La Virat risulta
inserita nelle liste nere di Stati
Uniti, Unione Europea, Regno Unito e
Svizzera. Si tratta di Paesi che, in
vario modo, rientrano nel gruppo di
alleati di Ankara, anche se il
governo turco non ha aderito in modo
ufficiale alle sanzioni e si muove
in una zona grigia, cercando di
evitare di diventare un canale di
elusione per Mosca, mantenendo al
contempo relazioni energetiche
vitali.
La Kairos è stata bloccata
dall’Unione Europea, insieme a Regno
Unito e Svizzera, per il trasporto
di petrolio russo. Le indagini
evidenziano una serie di attività
irregolari e ad alto rischio per le
due navi: frequenti cambi di
bandiera, utilizzo del registro
gambiano e periodi in cui i
transponder di localizzazione
automatica venivano disattivati nei
pressi dei porti russi.
Secondo le autorità turche le prime
indagini indicano un “impatto
esterno”, ipotizzando mine alla
deriva o attacchi con droni o
missili. Sebbene il traffico nello
stretto non sia stato interrotto,
l’episodio evidenzia la
vulnerabilità della strategia russa
basata sul controllo dei corridoi
energetici del Mar Nero, già al
centro delle tensioni geopolitiche
tra Mosca, Ankara e le potenze
occidentali.
Lo Stretto del Bosforo, lungo 32
chilometri, collega il Mar Nero al
Mar di Marmara e costituisce uno dei
principali chokepoint geopolitici
del pianeta. Con circa 55.000 navi
che lo attraversano ogni anno, il
traffico è tre volte superiore a
quello del Canale di Suez e quattro
volte quello del Canale di Panama (Pădureanu
& Oneașcă, 2024). La larghezza varia
da 750 metri, tra l’Anatolia e la
Fortezza Rumeli, fino a 3.700 metri
alla bocca del Mar Nero. Per la
Russia, il Bosforo rappresenta
l’unico accesso marittimo verso il
Mediterraneo, ma il suo transito è
regolato dalla Convenzione di
Montreux, firmata il 20 luglio 1936.
Questo accordo, tuttora in vigore,
stabilisce la libertà di passaggio
per le navi mercantili in tempo di
pace, ma impone restrizioni alle
unità militari di Paesi non
rivieraschi del Mar Nero, limitando
tonnellaggio e permanenza.
Secondo l’articolo 2 della
convenzione: «In tempo di pace, le
navi mercantili godranno della
completa libertà di passaggio e di
navigazione negli Stretti, di giorno
e di notte, sotto qualsiasi bandiera
e con qualsiasi carico». Gli Stati
firmatari originari sono: Turchia,
Unione Sovietica (oggi Federazione
Russa), Bulgaria, Romania, Grecia,
Francia, Regno Unito, Giappone e
Jugoslavia (oggi sostituita dagli
Stati successori). La Convenzione
nacque per garantire la sicurezza
della Turchia e l’equilibrio
strategico nella regione, in un
contesto di crescenti tensioni
prebelliche.
Il regime giuridico stabilito dalla
Convenzione di Montreux continua a
conferire alla Turchia un ruolo
cruciale nel controllo degli
Stretti, trasformando il Bosforo in
una leva geopolitica di primaria
importanza nelle relazioni tra
Mosca, Ankara e le potenze
occidentali. Sebbene il testo della
Convenzione non abbia subito
modifiche formali dall’inizio della
guerra russo-ucraina nel 2022, la
sua applicazione è divenuta oggetto
di una gestione più rigorosa da
parte della Turchia. Invocando
l’art. 19, Ankara ha qualificato il
conflitto come “stato di guerra” e
ha chiuso gli Stretti alle navi da
guerra russe, limitandone
significativamente la libertà di
movimento. Questa attivazione delle
clausole di Montreux ha avuto
effetti rilevanti sull’equilibrio
navale del Mar Nero: da un lato, ha
ridotto la capacità della
Federazione Russa di proiettare
potenza fuori dall’area; dall’altro,
ha confermato i limiti strutturali
imposti dalla Convenzione alla
presenza di navi da guerra di Stati
non rivieraschi, incluse quelle
della NATO. L’uso attento delle
disposizioni convenzionali da parte
della Turchia dimostra come Montreux,
nato per garantire sicurezza
regionale nel periodo interbellico,
continui oggi a funzionare come uno
strumento essenziale di gestione
delle tensioni geopolitiche, in
particolare nel contesto della
guerra in Ucraina e delle
trasformazioni strategiche del Mar
Nero (Eroglu, 2025).
Questa applicazione selettiva della
Convenzione di Montreux sottolinea
come il controllo degli Stretti sia
oggi una leva strategica per Ankara
e, indirettamente, una vulnerabilità
per Mosca. Tale fragilità si
inserisce in un quadro più ampio di
riduzione degli sbocchi marittimi
russi, iniziato con la dissoluzione
dell’Unione Sovietica nel 1991. Con
la dissoluzione dell’Unione
Sovietica nel 1991, Mosca ha perso
diversi porti di importanza
strategica. Riga e Tallinn, oggi
membri della NATO, hanno chiuso de
facto ogni accesso russo al Mar
Baltico, costringendo Mosca a fare
affidamento soltanto su Kaliningrad,
exclave priva di continuità
territoriale. Ancora più critica è
stata la perdita del porto di
Odessa, in Ucraina, considerato uno
sbocco storico verso il Mediterraneo
e i mercati globali. L’indipendenza
dell’ex repubblica ha rappresentato
per la Russia la rottura definitiva
con un passato imperiale che
garantiva accesso continuo e
strategico all’Europa meridionale.
Il rafforzamento delle misure
economiche adottate dagli Stati
Uniti nel luglio 2025 ha introdotto
un controllo più stringente sul
traffico marittimo legato al
petrolio russo, attraverso l’impiego
di sistemi avanzati di monitoraggio
e l’ampliamento delle verifiche su
navi sospette in acque
internazionali. A differenza delle
precedenti amministrazioni,
tuttavia, tali misure non si
configurano come un tentativo di
indebolire strutturalmente
l’economia russa: il documento National
Security Strategy 2025 pone
infatti come obiettivo primario la
rapida stabilizzazione del fronte
europeo e la ricostruzione di
condizioni di strategic stability con
Mosca, così da ridurre i rischi di
escalation e consentire una
cessazione delle ostilità in Ucraina
nel più breve tempo possibile.
In questo quadro la pressione
esercitata su alcuni Paesi terzi
come l’India, divenuta negli ultimi
anni un importante acquirente di
greggio russo, è stata orientata non
tanto alla punizione economica
quanto al riallineamento delle
pratiche commerciali e agli standard
di trasparenza richiesti dagli Stati
Uniti, evitando però misure che
potessero destabilizzare il sistema
energetico globale. Ne è derivata
una riduzione del traffico navale
russo nello Stretto tra agosto e
novembre 2025, accompagnata da un
incremento dei premi assicurativi e
da una maggiore cautela operativa,
senza tuttavia compromettere
l’obiettivo strategico delineato
dalla NSS: riequilibrare i rapporti
con la Russia entro un quadro
negoziale sostenibile, preservando
allo stesso tempo la sicurezza delle
rotte marittime internazionali.
Le recenti crisi geopolitiche e il
rafforzamento delle sanzioni
statunitensi nel luglio 2025 hanno
trasformato le rotte marittime
globali, con effetti significativi
sulle emissioni di carbonio
associate. In particolare, le
restrizioni sul commercio energetico
russo e il monitoraggio delle navi
sospette hanno ridotto il traffico
diretto verso l’Europa, determinando
una diminuzione incidentale delle
emissioni di CO₂ nello Stretto del
Bosforo. In particolar modo, la
guerra tra Russia e Ucraina ha
modificato in modo sostanziale i
flussi di navigazione nel Mar Nero
e, di conseguenza, nel Bosforo. Le
emissioni di CO₂ derivanti dal
traffico navale nella zona economica
esclusiva dell’Ucraina sono
diminuite in media del 17,88% annuo,
riflettendo il crollo delle
operazioni portuali e delle
esportazioni. Al contrario, le zone
economiche di Romania e Turchia
hanno registrato incrementi
rispettivamente del 36,30% e del
16,08% annuo, con Istanbul che ha
visto crescere il traffico di navi
cisterna e bulk carrier attraverso
il Bosforo, spesso in rotte più
lunghe e complesse per aggirare
restrizioni e sanzioni (Xu et al.,
2025). A livello di singola rotta,
il commercio marittimo tra Russia e
Unione Europea ha subito una
contrazione evidente, mentre sono
aumentati i flussi verso Paesi
asiatici e mediorientali, con
conseguente riallocazione delle
emissioni lungo corridoi che passano
quasi sempre per il Bosforo,
sollevando interrogativi sulla
sostenibilità ambientale e sulla
sicurezza energetica in un contesto
geopolitico instabile.
Queste dinamiche non si limitano
all’ambito ambientale: la
riallocazione dei flussi marittimi e
la riduzione incidentale delle
emissioni nello Stretto del Bosforo
riflettono un quadro strategico più
ampio. Le misure statunitensi di
monitoraggio e controllo del
traffico marittimo non sono più
orientate, come nelle precedenti
stagioni sanzionatorie, al
danneggiamento strutturale delle
entrate energetiche russe, bensì
alla prevenzione di rischi sistemici
e alla gestione degli effetti
indiretti della guerra. In questa
logica si inserisce l’incontro del 4
e il 5 dicembre scorsi, in occasione
del 23° Annual Summit
India–Russia a Nuova Delhi, dove
Vladimir Putin e Narendra Modi hanno
ribadito la volontà di proseguire la
partnership energetica: Modi ha
confermato l’intenzione di
continuare ad approvvigionarsi di
greggio russo, mentre Putin ha
garantito “spedizioni di carburante
ininterrotte”. Washington ha reagito
con cautela, senza ulteriori
sanzioni immediate, ma ha ribadito
tramite la Casa Bianca e analisti
ufficiali che “gli Stati Uniti non
vedranno favorevolmente” un
potenziamento del legame energetico
tra Mosca e Nuova Delhi. Il 7
dicembre 2025, il portavoce del
Cremlino Dmitrij Peskov ha accolto
con favore la National Security
Strategy 2025,
sottolineando a proposito del
documento «Там говорится о
необходимости диалога и выстраивания
конструктивных, добрых отношений. Это
не может не импонировать, и это
абсолютно соответствует нашему
видению» (Si parla della
necessità di dialogo e di
costruzione di relazioni costruttive
e positive. Questo non può che
essere apprezzato e corrisponde
pienamente alla nostra visione –
Fonte: RIA.ru).
Questo approccio mette in luce una
sorta di asse tacito tra USA e
Russia, che punta a ridimensionare
il ruolo dell’Unione Europea,
considerata sempre più frammentata e
poco autonoma, rispetto agli Stati
Uniti.
Parallelamente, la Turchia di
Erdoğan ha assunto un ruolo
centrale. Grazie alla Convenzione di
Montreux del 1936, controlla il
passaggio delle navi nei Dardanelli
e nel Bosforo e può limitarne
l’accesso in tempo di guerra. Dal
2022 ha investito nel rafforzamento
della propria marina e ha riattivato
il dibattito sul Canale di Istanbul,
una via artificiale alternativa
pensata per ridurre il rischio
ambientale e aggirare alcuni dei
vincoli della convenzione. Il Kanal
İstanbul è un canale artificiale in
costruzione nella parte europea di
Istanbul, progettato per collegare
il Mar Nero al Mar di Marmara. Lungo
circa 45 km, largo 275 metri e
profondo 20,75 metri, il canale mira
a ridurre la congestione del Bosforo
e a migliorare la sicurezza del
transito delle petroliere.
L’infrastruttura consentirà alla
Turchia di applicare tariffe di
transito non vincolate alla
Convenzione di Montreux, rafforzando
il ruolo geopolitico di Ankara come
hub energetico e logistico tra
Europa e Asia. Tuttavia, il progetto
solleva critiche per i rischi
ambientali e per le implicazioni
strategiche: potrebbe modificare gli
equilibri nel Mar Nero, incidere sul
commercio energetico russo e
aumentare la competizione tra
Turchia, UE e USA.
La Turchia si configura oggi,
quindi, come un attore di primo
piano nel Mar Nero, capace di
influenzare gli equilibri energetici
di tutta l’Eurasia, grazie alla sua
posizione strategica che le consente
di intermediare ogni flusso navale
in uscita dal bacino (Özdilek 2025).
La Russia, costretta a ristrutturare
la propria logistica marittima, ha
puntato su rotte alternative come il
corridoio meridionale via Iran e Mar
Caspio, ma con risultati limitati.
Le infrastrutture restano
insufficienti e le tratte meno
redditizie. I tentativi di
rafforzare la cooperazione con la
Cina sono ostacolati sia dalla
distanza geografica sia dalla
crescente competizione tra Mosca e
Pechino per il controllo delle vie
eurasiatiche (Gresh 2020). Anche nel
Mar Nero, la Russia deve
confrontarsi con la presenza
crescente di forze navali turche e
con l’attivismo geopolitico di
Ankara nei confronti di Moldavia e
Georgia, dove esercita un’influenza
economica sempre più marcata.
La situazione attuale restituisce
l’immagine di una Russia sempre più
isolata, compressa tra la necessità
di mantenere aperti i propri sbocchi
marittimi e una dipendenza crescente
dalla benevolenza turca. Il Bosforo
non è più soltanto un canale
commerciale: è il termometro del
disordine geopolitico contemporaneo.
La sua gestione, le sue interruzioni
e i suoi incidenti rivelano le nuove
fragilità del sistema internazionale
e l’impossibilità di separare
energia, commercio e politica
estera. L’esplosione delle
petroliere nel novembre 2025 ha
segnato un punto di svolta: più che
un evento isolato, rappresenta il
simbolo di una Russia alla ricerca
di spazi che non controlla più, in
un mondo che ha ristretto
sensibilmente i suoi margini di
manovra.
Riferimenti
bibliografici: