l’Impero di Giustiniano tra Peste e
Persiani
Leadership e resilienza nel VI
secolo
di Claudia
Pucci
Da sempre le più complesse sfide che
il potere deve affrontare sono i
conflitti armati e le epidemie e il
nostro recente vissuto sembra
corroborare questa affermazione.
Quando questi fenomeni si presentano
nello stesso momento si delinea un
quadro di estrema difficoltà in cui
è di massima importanza compiere
scelte ponderate e attente. È
proprio questa la situazione che si
presenta, nel VI secolo, dinanzi a
Giustiniano. Il celebre imperatore
romano è il primo (molto tempo più
tardi sarà Carlo Magno a nutrire una
simile speranza) a coltivare il
sogno della
restauratio imperii. Il primo
passo in questa direzione è
rappresentato dal tentativo di
creare un certo ordine sul piano
normativo: con la creazione del
Corpus Iuris Civilis si assiste
all’elaborazione di un grandioso
progetto di riordino delle norme
caotiche che si erano stratificate
nel tempo.
Il desiderio di Giustiniano di
recuperare gli sfarzi dell'impero lo
porta a una serie di conflitti,
iniziati con la guerra iberica e
proseguiti con il conflitto
greco-gotico contro gli ostrogoti.
Gli scontri armati proseguono in
Oriente, nel 540 d.C., quando le
forze sasanidi del re dei re Cosroe
I attraversano il confine romano e
invadono la Siria. I Romani non
possono contare su un numero di
militari sufficienti ad affrontare
degnamente gli avversari. Questo
permette a Cosroe non solo di
conquistare e razziare numerose
città, ma addirittura di prendere
Antiochia, la città simbolo della
regione, deportarne la popolazione e
darla alle fiamme. A quel punto
Giustiniano, convinto di non poter
resistere, cerca la pace; il sovrano
persiano però ne approfitta per
continuare la campagna, arrivando
persino ad assediare Dara, la
principale fortezza romana
dell’area. Nella primavera del 541,
i Romani decidono di riprendere
l’iniziativa. Giustiniano riesce
finalmente a convincere il generale
Belisario a trasferirsi dall’Italia
in Oriente per guidare l’esercito
contro i Sasanidi.
Proprio mentre Romani e Persiani si
preparano al secondo capitolo del
conflitto, un terzo attore irrompe
sulla scena: la peste. Si tratta
probabilmente della malattia
contagiosa per eccellenza della
storia, talmente temuta e famosa da
aver dato il nome stesso al termine
“pestilenza”. Questa malattia
infettiva, il cui batterio
responsabile è lo
Yersinia pestis, accompagna
l’uomo per secoli e la variante
giustinianea è probabilmente simile,
per mortalità e virulenza, alla
peste nera del XIV secolo.
La prima comparsa della peste di
Giustiniano avviene nel 541 nel
porto egiziano di Pelusio. Il fatto
che si manifesti inizialmente in un
porto e colpisca soprattutto città
costiere suggerisce che sia arrivata
via mare, attraverso i commerci.
Oggi la maggior parte degli storici
ritiene che l’origine della malattia
sia africana, plausibilmente nel
Corno d’Africa. Tra il 541 e gli
anni successivi la peste si diffonde
a macchia d’olio, seguendo le rotte
commerciali, le spedizioni di grano
dall’Egitto a Costantinopoli, i
movimenti delle truppe e delle
popolazioni. Quando raggiunge
Costantinopoli, durante la prima
ondata, uccide una percentuale
cospicua della popolazione, circa
mezzo milione di abitanti.
All’inizio dell’epidemia, lo stesso
imperatore Giustiniano contrae
l’infezione, manifestando una
linfoadenopatia inguinale. Tuttavia,
la malattia non si rivela fatale per
lui. Durante il breve periodo di
vuoto di potere che seguì, la moglie
Teodora, di cui ci è stata
tramandata l’immagine con gli
splendidi mosaici di Ravenna, assume
un ruolo centrale. Ciò accade in un
momento estremamente critico,
nell’estate del 541, in coincidenza
con la ripresa della guerra in
Oriente. Secondo quanto riportato
nella
Storia Segreta di Procopio di
Cesarea, Belisario, impegnato nella
campagna contro i Persiani, riceve
notizia della presunta morte
dell’imperatore a causa della peste.
Tale informazione si rivela falsa,
ma porta il comandante dell’esercito
e gli altri generali a riunirsi per
discutere chi debba succedere
all’imperatore. Contestualmente, si
diffonde a Costantinopoli il timore
di una possibile cospirazione
all’interno dei vertici militari.
Secondo Procopio, sia Giustiniano
che Teodora sono oggetto di molte
critiche che potrebbero costituire
una solida base per una congiura.
A differenza di altre epidemie, la
peste continua a tornare per secoli,
perché l’immunità acquisita risulta
trasmissibile ai figli. Secondo
alcune fonti, ondate di peste
continuano a mietere vittime fino
all’VIII secolo.
Nel marzo del 541 Belisario sbarca
in Oriente con un esercito non
particolarmente numeroso: i suoi
bucellarii, Ostrogoti e Vandali
reclutati come mercenari. Al suo
arrivo, Cosroe si è ritirato,
apparentemente per fronteggiare
un’invasione degli Unni dal Caucaso.
Belisario tenta allora un
contrattacco, puntando su Nisibi, la
principale fortezza sasanide in
Mesopotamia. Non avendo uomini
sufficienti per un assedio, escogita
uno stratagemma e si accampa a
distanza per attirare il nemico
fuori dalle mura. Il piano però non
ha l’esito sperato: a causa
dell’impreparazione dei comandanti
romani locali si dimostra fallace e
i Sasanidi riuscirono a rientrare in
città. Belisario ripiega allora su
Sisauranon, che dopo settimane di
assedio capitola.
Nonostante questa ultima vittoria,
il risultato complessivo per
l’esercito romano appare deludente.
Nel frattempo Cosroe apre un nuovo
fronte nel Caucaso, nella Lazica.
Qui, approfittando del malcontento
locale verso l’amministrazione
romana, riesce a conquistare la
fortezza di Petra nel 541. Nel 542
Cosroe riprende l’invasione della
Siria, ma questa volta Belisario
riesce a fermarlo con una mossa
indiretta, minacciando i territori
sasanidi. È probabile però che la
vera ragione della ritirata persiana
sia la diffusione dell’epidemia.
Poco dopo Belisario viene richiamato
a Costantinopoli per ragioni
politiche: il suo prestigio e quello
di altri generali destano la
preoccupazione dell’imperatrice.
Negli anni successivi, con la peste
che devasta entrambi gli imperi, le
operazioni militari perdono
intensità. Dopo vari scontri
inconcludenti, nel 545 si giunge a
una tregua: i Romani acconsentono a
pagare un tributo annuale, mentre
resta aperta la questione della
Lazica. La guerra riprende nel 549.
I Lazzi, stanchi dell’intolleranza
religiosa persiana, tornano a
schierarsi con Roma. Nel 551 la
fortezza di Petra viene
riconquistata dai Romani dopo un
assedio durissimo. Il conflitto si
trascina fino al 562, quando viene
firmata una pace che ristabilisce lo
status quo: la Lazica torna a
far parte dei possedimenti romani e
l’impero paga un tributo annuale ai
Sasanidi.
La pace dovrebbe durare
cinquant’anni, ma in realtà anche
questa previsione non si rivela
corretta. Entrambi gli imperi
iniziano subito a prepararsi a un
nuovo conflitto, che scoppierà
undici anni dopo, alla morte di
Giustiniano.