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N. 13 - Giugno 2006
POSITIVISMO
E NUOVE ATTRIBUZIONI PITTORICHE
Giovanni Morelli ed il
riconoscimento per stereotipi
di
Federica Campanelli
,
Nel corso del XIX° secolo l’Europa è progressivamente
attraversata da un’articolata e affascinante corrente
culturale che vedrà nascere i suoi frutti in ogni ramo
della conoscenza.
È la dottrina della fiducia nel progresso scientifico,
dell’osservazione e della sperimentazione, nel
continuo tentativo di applicare i suoi principi
ovunque fosse presente l’attività intellettiva umana e
ciascuno dei suoi campi. Le molte valenze del
Positivismo, il cui germe si colloca principalmente
con
Auguste Comte (1798-1857)
in Francia all’indomani dei tumulti rivoluzionari,
conducono al mutare delle forme più importanti di
comunicazione ed espressione in maniera più o meno
diretta, comunque radicale.
In questo clima rinnovato e fiducioso si forma una delle
personalità più importanti, preziose e determinanti
per lo studio e la critica d’arte del territorio
italiano e non solo: Giovanni Morelli.
Nato nel 1816 a Verona, da una famiglia di origini
francesi, Morelli si dedica inizialmente alla
Medicina, specializzandosi in anatomia comparata.
Abbandonerà ben presto la carriera medica per
dedicarsi completamente allo studio delle opere d’arte
e la politica, proclamandosi fervente sostenitore del
Risorgimento, diviene senatore del Regno Unito.
La carica rivestita gli permette di svolgere con
successo un notevole progetto di ricerca sul
patrimonio artistico italiano, impegnandosi nel
contempo contro la sua dispersione e le illegittime
alienazioni.
A questa attività, per cui Morelli si affianca allo
storico dell’arte Giovanni Battista Cavalcaselle
(Legnano 1819-1897) si deve, tra l’altro, il
censimento del patrimonio rinascimentale
marchigiano e umbro, svolto per incarico
governativo nella primavera del 1861 e le successive
fondazioni di raccolte pubbliche, destinate alle
amministrazioni comunali, comprendenti le opere d'arte
mobili più significative detenute o possedute dagli
ordini ecclesiastici soppressi e per ciò in pericolo
di dispersione.
I Taccuini manoscritti, anticipo del rapporto
ufficiale del 1861 e stilati da Morelli per
l’occasione, rappresentano a loro volta testimonianza
autentica del suo lavoro. Questi sono ricchi di
appunti e osservazioni tecniche affiancate da pochi ma
utili schizzi e informazioni sullo stato di
conservazione delle opere, la loro ubicazione e la
provenienza.
Ma l’elemento più significativo emergente proprio dal
tentativo di formulare una descrizione sistematica dei
dipinti del Rinascimento marchigiano e umbro, è il
mezzo stesso con cui tale ricerca viene effettuata: un
metodo di attribuzione innovativo e personale, per
tanto definito come morelliano.
Il testo formale in cui Morelli espone ufficialmente
il suo metodo di attribuzione è Della pittura
italiana, scritto in lingua tedesca e pubblicata
nel 1890 con lo pseudonimo Ivan Lermolieff.
Volendo dar fiducia a Giovanni Morelli e alla sua
teoria sui “motivi sigla”, l’identificazione
della paternità di una particolare opera dovrebbe
essere largamente facilitata, poiché effettivamente
tale teoria ha rappresentato un utile e schematico
sostegno agli studi artistici.
Se il problema “attribuzione” non dovesse trovare
alcuna soluzione in seguito ad ordinarie ricerche,
davvero basterebbe munirsi di lente d’ingrandimento e
focalizzare quella vastità di particolari quasi
insignificanti, piccoli, silenziosi, ignorati,
comunemente marginali? La natura positivista del
lavoro svolto da Morelli rende il suo metodo
apparentemente semplice e schematico, di fatto non lo
è: si tenta di giungere agli automatismi dell’
artista, l’antitesi della creatività. Pure forme,
prive di senso, costantemente proposte, eludendo ogni
sorta di speculazione iconografia e iconologica.
Dal primo capitolo del lavoro svolto dallo storico e
critico d'arte di origine russa Bernard
Berenson (Butremanz, Vilna 1865 - Settignano,
Firenze 1959) “Metodo e attribuzione”,
ispirato proprio al metodo attributivo di Giovanni
Morelli (strumento considerato da Berenson stesso“fondamentale”),
leggiamo che “…gli elementi necessari allo studio
storico dell’arte sono di tre specie:
-I documenti contemporanei all’opera o alle opere prese in
esame.
-La tradizione.
-Le opere in sé…”.
È in quest’ultima categoria che rientra l’analisi dei
motivi sigla morelliani.
Scrive ancora Berenson “i soli tipi dei
volti, le composizioni, i raggruppamenti, e il tono
complessivo classificano il quadro come appartenente
ad una particolare bottega” : dunque un certo
gruppo di pittori che presentano affinità,
rassomiglianze e il risultato ottenuto parrebbe
risolvere in parte la questione; invece la complica
proprio a causa delle analogie che in quanto tali sono
ingannatrici.
Se il fine ultimo è la precisa attribuzione, il
percorso da fare è esattamente l’inverso: guardare
l’opera ancora inattribuita e identificarne le
"idiosincrasie”, coglierne le differenze
rispetto al lavoro degli altri , gli elementi
discriminanti.
Tali elementi sono da ricercarsi nei particolari poco
o per nulla necessari alla resa espressiva e per tanto
eseguiti con meno coscienza. Non è la ragione, quale
supervisore, a guidare l’autore durante la loro
esecuzione, piuttosto il suo meccanicismo psichico, la
sua spontaneità.
I suoi modelli mentali, ormai sedimentati nella
memoria, vengono convertiti istintivamente in forme:
stereotipi.

Studio grafico di Giovanni Morelli su mani e dita di
alcuni celebri pittori italiani.
[Galleria Doria Pamphjli,
Roma].
.
Paradossalmente, sul piano psicanalitico e del
retroscena culturale questi particolari “secondari”
rappresenterebbero una rivelazione molto più
significativa e autentica di quanto non lo fosse una
meditata e impegnata struttura compositiva, o l’
altrettanto meditata realizzazione di uno specifico
volto, sentimento o moto dell’anima
dei personaggi.
Sigmund Freud ipotizza una
sorta di parallelismo fra il metodo morelliano e la
tecnica psicoanalitica.
A proposito della straordinaria unicità degli
stereotipi, particolari denominati in questa sede
morelliani, scrive ancora Berenson “… tanto più
essi appaiono caratteristici:
a) quanto meno servono come tramite di resa espressiva;
b) quanto meno attraggono l’attenzione;
c) quanto meno subiscono il controllo della moda;
d) quanto più concedono un formarsi d’abitudine nella
pratica esecutoria;
e) quanto più sfuggono all’imitazione e alla copia…”.
Non solo, Berenson presenta una sorta di gerarchia
dei motivi sigla:
“… meglio ci servono: le orecchie, le mani, le
pieghe, il paesaggio.
Meno bene: i capelli, gli occhi, il naso, la bocca…”.
È dunque soprattutto la figura umana a voler essere
indagata ( reminiscenza forse degli studi di
anatomia? ), esaminandone i particolari,
individuandone i dettagli "istintivi", caratteristici
della mano di un artista.
Tra le più celebri attribuzioni dovute a Giovanni
Morelli in prima persona, secondo il suo metodo,
ricordiamo alcuni ritratti di Raffaello,
numerose opere di Dosso Dossi e Piero di
Cosimo, la restituzione dell’ Apollo e
Dafne e della Venere a Giorgine e
altri dipinti, più di cinquanta, conservati nel
Gemaeldegallerie Alte Meister
nella città di Dresda. |