[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 212 / AGOSTO 2025 (CCXLIII)


filosofia & religione

A PROPOSITO DI GIAMBATTISTA VICO
LA STORIA COME SCIENZA
di Gaetano Cellura

 

Era un uomo di vita ordinaria, la più semplice. La vita d’uno studioso che per nove anni si chiude nella biblioteca di un convento del Cilento; e quando ne esce, dottissimo, stenta persino a riconoscere la sua città.

 

Ha lasciato Napoli “tutta fisica”, scrive Francesco De Sanctis nella Storia della letteratura italiana, e la ritrova “tutta metafisica”. Ne provò disgusto “e vi stette per alcun tempo straniero e sconosciuto”. Disgusto per una città che cambiava opinione da un giorno all’altro. A favore ora di questa ora di quella corrente.

 

Cos’era avvenuto? Perché Giambattista Vico (1668-1744) – filosofo, precettore e docente di retorica – ritrova un’altra Napoli?

 

Era avvenuto che nel contrasto tra Seicento e Settecento, peripatetici e gesuiti da una parte, progressisti e innovatori dall’altra, lui, difensore della cultura italica, rappresentava un terzo partito, stava nel mezzo, solo e senza seguaci.

 

Determinato per indole a disputare soltanto sui libri, mai contro gli uomini, non diede fastidio né agli uni né agli altri contendenti. Seguì la sua strada, ma studiò così bene le idee dei novatori da conoscerle meglio di chi le propugnava e nelle condizioni dunque di poterle confutare in nome dell’antica eloquentissima sapienza.

 

Al nuovo oppose l’antico in tutte le arti. La sua Scienza nuova pubblicata nel 1697, Vico aveva 29 anni, era l’argine alla nuova scienza. L’argine al razionalista Cartesio, che – con la sua fisica atomistica, la sua matematica, la sua metafisica sensitiva – vigorosamente gli era caduto addosso.

 

Per Vico la materia, l’Io e il cogito ergo sum non rappresentavano alcuna novità. Ne avevano già parlato Epicuro e Lucrezio. Come l’atomo, anche il cogito cartesiano gli pareva “principiato” e non il “principio”: “dava fenomeni, non dava la scienza”. Diceva questo, ma la risposta che riceveva era di mettersi da parte, di starsene ormai tra le proprie nuvole.

 

Con il suo de omnibus dubitandum Cartesio fa tabula rasa del passato e Vico sente minacciata la propria erudizione. Nonché la propria metafisica e il mondo antico. Cosa divenivano le idee divine di Platone e l’unum semplicissimum di Ficino? Il tutto viene da Dio e a Dio torna?

 

Per il filosofo napoletano il vero campo della scienza e della conoscenza era la Storia che è fatta dagli uomini e secondo i fatti accaduti ordinata: non il campo delle leggi della natura che sono dettate da Dio o il campo di chi prometteva scienza facile e sicura.

 

Verum et factum per lui sono uguali, la stessa cosa. E non principi astratti. L’uomo conosce la Storia perché la Storia è un suo prodotto. E Vico la concepisce come storia delle nazioni, intese non nel senso moderno ma come gruppi di uomini o di classi.

 

Questa sua storia ideale, preceduta dall’ingens sylva della terra, dalla sua sterminata antichità, e dall’uomo che vi si muoveva allo stato selvaggio, si sviluppa lungo tre età ragionevoli o socievoli. La prima è l’età divina, in cui l’umanità scopre l’agricoltura, i matrimoni, la libertà di contenere la concupiscenza ma dove ancora si umilia alla forza superiore degli dei.

 

Le succede l’età eroica, così chiamata perché agli eroi appartengono tutti i diritti e le ragioni civili, pure il governo della religione. La terza è l’età umana, quando anche i plebei reclamano i loro diritti e, grazie allo sviluppo delle menti, il diritto all’eguaglianza e all’esercizio del comando non per blasone di nascita ma per virtù. Questa, in sintesi ovviamente, è la “Storia ideale eterna” di Vico. Storia della mente che si fa riflessione e critica. La personale vastissima erudizione fornisce al filosofo napoletano tutti gli elementi per farne, come dice il De Sanctis, la Divina Commedia della scienza.

 

Della sua Scienza Nuova Vico fece tre edizioni, con sempre nuove correzioni e aggiunte. Ma viveva a Napoli, da dove non si era mai mosso e dove Cartesio era arrivato con settant’anni di ritardo. E rimase chiuso nel suo cerchio di solitudine.

 

Odiava i tempi nuovi e si rifiutò di accettarli perché vi coglieva tutti i presagi della decadenza. Ma poiché parlava più dei morti che dei vivi, i vivi presto lo dimenticarono. E la sua Scienza Nuova venne considerata “più una stranezza di erudito – scrive De Sanctis – che una profonda meditazione di filosofo, e non fu presa sul serio”.

 

Della Storia Vico ha fatto una scienza di costanti che si ripetono: i famosi “corsi” e “ricorsi”. Del passato ritornano fatti ed esperienze, glorie e rovine, odi e vendette, schiavitù e bisogni di libertà. L’Ulisse di Omero nell’Ulisse di Dante. La civiltà nell’illusione di farsi progresso ritorna al suo antico stato. E il destino umano è di vivere ogni presente in un perenne “ricorso”.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]