A PROPOSITO DI GIAMBATTISTA VICO
LA STORIA COME SCIENZA
di Gaetano
Cellura
Era un uomo di vita ordinaria, la
più semplice. La vita d’uno studioso
che per nove anni si chiude nella
biblioteca di un convento del
Cilento; e quando ne esce,
dottissimo, stenta persino a
riconoscere la sua città.
Ha lasciato Napoli “tutta fisica”,
scrive Francesco De Sanctis nella
Storia della letteratura italiana,
e la ritrova “tutta metafisica”. Ne
provò disgusto “e vi stette per
alcun tempo straniero e
sconosciuto”. Disgusto per una città
che cambiava opinione da un giorno
all’altro. A favore ora di questa
ora di quella corrente.
Cos’era avvenuto? Perché
Giambattista Vico (1668-1744) –
filosofo, precettore e docente di
retorica – ritrova un’altra Napoli?
Era avvenuto che nel contrasto tra
Seicento e Settecento, peripatetici
e gesuiti da una parte, progressisti
e innovatori dall’altra, lui,
difensore della cultura italica,
rappresentava un terzo partito,
stava nel mezzo, solo e senza
seguaci.
Determinato per indole a disputare
soltanto sui libri, mai contro gli
uomini, non diede fastidio né agli
uni né agli altri contendenti. Seguì
la sua strada, ma studiò così bene
le idee dei novatori da conoscerle
meglio di chi le propugnava e nelle
condizioni dunque di poterle
confutare in nome dell’antica
eloquentissima sapienza.
Al nuovo oppose l’antico in tutte le
arti. La sua Scienza nuova
pubblicata nel 1697, Vico aveva 29
anni, era l’argine alla nuova
scienza. L’argine al razionalista
Cartesio, che – con la sua fisica
atomistica, la sua matematica, la
sua metafisica sensitiva –
vigorosamente gli era caduto
addosso.
Per Vico la materia, l’Io e il
cogito ergo sum non
rappresentavano alcuna novità. Ne
avevano già parlato Epicuro e
Lucrezio. Come l’atomo, anche il
cogito cartesiano gli pareva
“principiato” e non il “principio”:
“dava fenomeni, non dava la
scienza”. Diceva questo, ma la
risposta che riceveva era di
mettersi da parte, di starsene ormai
tra le proprie nuvole.
Con il suo de omnibus dubitandum
Cartesio fa tabula rasa del
passato e Vico sente minacciata la
propria erudizione. Nonché la
propria metafisica e il mondo
antico. Cosa divenivano le idee
divine di Platone e l’unum
semplicissimum di Ficino? Il
tutto viene da Dio e a Dio torna?
Per il filosofo napoletano il vero
campo della scienza e della
conoscenza era la Storia che è fatta
dagli uomini e secondo i fatti
accaduti ordinata: non il campo
delle leggi della natura che sono
dettate da Dio o il campo di chi
prometteva scienza facile e sicura.
Verum et factum
per lui sono uguali, la stessa cosa.
E non principi astratti. L’uomo
conosce la Storia perché la Storia è
un suo prodotto. E Vico la
concepisce come storia delle
nazioni, intese non nel senso
moderno ma come gruppi di uomini o
di classi.
Questa sua storia ideale, preceduta
dall’ingens sylva della
terra, dalla sua sterminata
antichità, e dall’uomo che vi si
muoveva allo stato selvaggio, si
sviluppa lungo tre età ragionevoli o
socievoli. La prima è l’età divina,
in cui l’umanità scopre
l’agricoltura, i matrimoni, la
libertà di contenere la
concupiscenza ma dove ancora si
umilia alla forza superiore degli
dei.
Le succede l’età eroica, così
chiamata perché agli eroi
appartengono tutti i diritti e le
ragioni civili, pure il governo
della religione. La terza è l’età
umana, quando anche i plebei
reclamano i loro diritti e, grazie
allo sviluppo delle menti, il
diritto all’eguaglianza e
all’esercizio del comando non per
blasone di nascita ma per virtù.
Questa, in sintesi ovviamente, è la
“Storia ideale eterna” di Vico.
Storia della mente che si fa
riflessione e critica. La personale
vastissima erudizione fornisce al
filosofo napoletano tutti gli
elementi per farne, come dice il De
Sanctis, la Divina Commedia della
scienza.
Della sua Scienza Nuova Vico
fece tre edizioni, con sempre nuove
correzioni e aggiunte. Ma viveva a
Napoli, da dove non si era mai mosso
e dove Cartesio era arrivato con
settant’anni di ritardo. E rimase
chiuso nel suo cerchio di
solitudine.
Odiava i tempi nuovi e si rifiutò di
accettarli perché vi coglieva tutti
i presagi della decadenza. Ma poiché
parlava più dei morti che dei vivi,
i vivi presto lo dimenticarono. E la
sua Scienza Nuova venne
considerata “più una stranezza di
erudito – scrive De Sanctis – che
una profonda meditazione di
filosofo, e non fu presa sul serio”.
Della Storia Vico ha fatto una
scienza di costanti che si ripetono:
i famosi “corsi” e “ricorsi”. Del
passato ritornano fatti ed
esperienze, glorie e rovine, odi e
vendette, schiavitù e bisogni di
libertà. L’Ulisse di Omero
nell’Ulisse di Dante. La civiltà
nell’illusione di farsi progresso
ritorna al suo antico stato. E il
destino umano è di vivere ogni
presente in un perenne “ricorso”.