[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

178 / OTTOBRE 2022 (CCIX)


contemporanea

GERDA TARO, professione reporter
LA RAGAZZA CON LA LEICA

di Giovanna D'Arbitrio

  

Quante donne hanno sacrificato la loro vita per gli ideali di libertà e democrazia? Tante! Ancor oggi seguiamo con apprensione la coraggiosa rivolta delle donne iraniane, scatenata dalla morte della giovane Mahsa Amini, avvenuta dopo essere stata arrestata dalla polizia perché non portava il velo in modo corretto. Otterranno ciò che vogliono oppure la loro lotta sarà “macinata” dalla storia e poi dimenticata?

 

Purtroppo i vichiani corsi e ricorsi storici ci inducono a riflettere e ancor oggi a tener alta la guardia contro possibili tentativi di restaurare anche in occidente governi illiberali che credevamo ormai superati.

 

Mi è venuto in mente un lungo elenco di personaggi femminili, e mi sono chiesta come mai cada nell’oblio la memoria di donne coraggiose e ben note ai loro tempi, anche se hanno combattuto per i propri ideali fino a sacrificare la vita. Purtroppo ciò accade, se nessuno ne mantiene vivo il ricordo per i posteri. E mi è venuta in mente Gerda Taro, un personaggio femminile che visse in un tempo difficile, quei lontani anni Trenta del Novecento che per certi aspetti purtroppo ci ricordano quelli attuali per la grave crisi economica, l’ascesa di razzismo e governi illiberali, l’ostilità verso i rifugiati e quant’altro.

 

E anche Gerda Taro, come tante donne coraggiose del passato, è stata dimenticata per decenni, anche se al suo funerale, celebrato a Parigi il 1° Agosto 1937 tra sventolanti bandiere rosse, parteciparono importanti personalità politiche e grandi esponenti della cultura conosciuti a livello internazionale. Mentre una folla enorme seguiva il feretro insieme a una banda che suonava la marcia funebre di Chopin, perfino Pablo Neruda lesse un elogio funebre. E Alberto Giacometti abbellì la sua tomba con una scultura nel cimitero di Père Lachaise nella zona dedicata ai rivoluzionari.

 

Durante l’occupazione tedesca il suo sepolcro fu danneggiato e in seguito mai restaurato: ancor oggi forse trascurato, come inspiegabilmente si è verificato per la memoria di questa donna intelligente e coraggiosa.

 

Confesso che anch’io non conoscevo bene la sua storia, finché non ho letto il libro La Ragazza con la Leica, romanzo di Helena Janeczek, vincitore nel 2018 del Premio Strega e del Premio Bagutta, nonché finalista al Premio Campiello. Esso viene così descritto dalla casa editrice Guanda: “«Il 1° agosto 1937 una sfilata piena di bandiere rosse attraversa Parigi. È il corteo funebre per Gerda Taro, la prima fotografa caduta su un campo di battaglia. Proprio quel giorno avrebbe compiuto ventisette anni. Robert Capa, in prima fila, è distrutto: erano stati felici insieme, lui le aveva insegnato a usare la Leica e poi erano partiti tutti e due per la Guerra di Spagna. Nella folla seguono altri che sono legati a Gerda da molto prima che diventasse la ragazza di Capa: Ruth Cerf, l’amica di Lipsia, con cui ha vissuto i tempi più duri a Parigi dopo la fuga dalla Germania; Willy Chardack, che si è accontentato del ruolo di cavalier servente da quando l’irresistibile ragazza gli ha preferito Georg Kuritzkes, impegnato a combattere nelle Brigate Internazionali. Per tutti Gerda rimarrà una presenza più forte e viva della celebrata eroina antifascista: Gerda li ha spesso delusi e feriti, ma la sua gioia di vivere, la sua sete di libertà sono scintille capaci di riaccendersi anche a distanza di decenni. Basta una telefonata intercontinentale tra Willy e Georg, che si sentono per tutt’altro motivo, a dare l’avvio a un romanzo caleidoscopico, costruito sulle fonti originali, del quale Gerda è il cuore pulsante. È il suo battito a tenere insieme un flusso che allaccia epoche e luoghi lontani, restituendo vita alle istantanee di questi ragazzi degli anni Trenta alle prese con la crisi economica, l’ascesa del nazismo, l’ostilità verso i rifugiati che in Francia colpiva soprattutto chi era ebreo e di sinistra, come loro. Ma per chi l’ha amata, quella giovinezza resta il tempo in cui, finché Gerda è vissuta, tutto sembrava ancora possibile».

 

Chi era dunque Gerda? Il suo vero nome era Gerta Pohorylle: nata a Stoccarda nel 1910 da una buona famiglia della borghesia ebraica; crebbe a Lipsia, studentessa brillante, bella, estroversa, ribelle. Nel 1933 venne arrestata per aver distribuito volantini antinazisti. Decise in seguito di scappare con un amico a Parigi dove i primi tempi furono duri tra sistemazioni occasionali presso amici, piccoli lavori come ragazza alla pari, segretaria e modella.

 

A quei tempi Parigi era il centro di un’intensa vita culturale e politica. Nei Caffè che anche lei frequentava si potevano incontrare grandi personaggi, come Walter Benjamin, Joseph Roth, Ernest Hemingway e tanti altri. Nel 1934 Gerta incontrò un giovane fotografo ungherese, Endre Friedmann, anch’egli ebreo e comunista, che le insegnò a fotografare. Subito s’innamorò di lui, poi insieme inventarono il personaggio di “Robert Capa”, fantomatico fotografo americano giunto a Parigi per lavorare in Europa e anch’ella decise di adottare lo pseudonimo di “Gerda Taro”. Grazie a questo escamotage e alla loro indiscussa abilità, riuscirono ad avere successo. Nel 1936 entrambi decisero di seguire sul campo la guerra civile spagnola, diventando validi testimoni della guerra con molti reportage pubblicati su “Regards” e “Vu”.

 

Affascinante e temeraria, Gerda rischiò spesso la vita per realizzare i suoi reportage fotografici, tra i quali il più importante fu quello sulla battaglia di Brunete, una testimonianza dei pesanti bombardamenti dell’aviazione nazionalista.

 

Al ritorno da Brunete, il 26 luglio 1937, Gerda fu vittima di un terribile incidente nel quale fu travolta e schiacciata da un carro armato. Si racconta che dopo essere stata così gravemente ferita, durante il traporto in ospedale si preoccupasse della sua macchina fotografica e del reportage fotografico sulla battaglia più che della sua vita, mentre con le mani sulla pancia teneva premute le sue stesse viscere, mostrandosi incredibilmente forte. Sottoposta a trasfusione e operata, si spense all’alba del 26 luglio. Aveva solo 27 anni la prima donna reporter del mondo!

 

L’autrice del libro ne descrive il personaggio attraverso i ricordi di alcuni dei suoi più cari amici: Ruth Cerf, l’amica di Lipsia, con cui visse i tempi più duri a Parigi dopo la fuga dalla Germania; Willy Chardack, eterno cavalier servente innamorato di lei che gli preferì Georg Kuritzkes, impegnato a combattere nelle Brigate Internazionali, finché non lo lasciò dopo l’incontrò con Robert Capa.

 

Per loro Gerda fu per tutta la vita una presenza forte e viva, il cuore pulsante capace di rievocare gli ideali e le lotte, le utopie fallite, i ricordi individuali e collettivi di una generazione la cui giovinezza fu travolta da dittature, guerre, genocidio degli ebrei e quant’altro. Fin dalle prime pagine, foto d’epoca mostrano il bel volto sfrontato e malizioso di Gerda e via via emerge il ritratto della sua forte personalità, in particolare la sua “gioia di vivere. Qualcosa che esisteva, si rinnovava, accadeva ovunque”. 

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]