Sulla Francia coloniale
Decolonizzazione e nazionalità
di Matteo Orlando Buzzurro
Al culmine della Seconda guerra
mondiale, i territori africani erano
stati molto importanti per il
successo della Francia di De Gaulle.
Con questa motivazione il Primo
Ministro decise di organizzare una
conferenza a Brazzaville, nata con
l’esigenza di pianificare il
dopoguerra e di riconoscere il
sostegno fondamentale fornito dalle
colonie africane alla causa della
Francia Libera.
La conferenza, però, risultò un
appuntamento dai risvolti
contraddittori: se da un lato
introdusse aperture sociali ed
economiche rilevanti, come la
progressiva abolizione del lavoro
forzato e del discriminatorio regime
dell'Indigénat, insieme a
investimenti nella sanità,
nell'istruzione e a una prima
apertura verso la rappresentanza
politica delle popolazioni locali,
dall'altro mostrò un evidente limite
di fondo. Ai tavoli decisionali
sedettero esclusivamente i
governatori coloniali francesi,
senza alcun rappresentante africano.
Le richieste africane di autonomia,
dunque, andarono a cozzare
profondamente con la reale volontà
del governo francese, che mirava a
estendere il proprio controllo
sull’Africa; l'intento di De Gaulle
non era avviare una decolonizzazione
moderata, bensì rimodellare il
sistema per mantenere saldo il
dominio sull’Impero. Questa
politica, tuttavia, innescò un
effetto domino, favorendo la nascita
di una classe dirigente africana
che, nei due decenni successivi,
avrebbe guidato il continente verso
le indipendenze degli anni Sessanta.
La Costituzione del 1946, con la
quale ha inizio la Quarta Repubblica
francese, diede forza legislativa
agli esiti di Brazzaville,
ristrutturando l'impero coloniale e
istituendo l'Union Française (Unione
Francese). Sebbene non concedesse
l'indipendenza, il nuovo quadro
istituzionale portò all'abbattimento
dei meccanismi oppressivi del
colonialismo ottocentesco, gettando
le basi per la nascita di una
politica africana moderna. Le
elezioni per l'Assemblea Costituente
di Parigi videro per la prima volta
la partecipazione di deputati eletti
nelle colonie. Questa presenza fu di
vitale importanza per l'approvazione
di riforme storiche: prima fra tutte
la Legge Lamine Guèye, che estese la
cittadinanza francese ai sudditi
d'oltremare; seguirono la Legge
Houphouët-Boigny, che abolì
definitivamente il lavoro forzato, e
lo smantellamento del famigerato
regime dell'Indigénat, che fino ad
allora aveva consentito sanzioni
arbitrarie senza un regolare
processo. A consolidare il
riformismo all’interno dell'Unione
si istituirono le prime assemblee
territoriali locali e vennero
concessi seggi al Parlamento
francese per i rappresentanti
africani.
Anche se le riforme furono
imponenti, non mancarono le falle di
un sistema che continuava a essere
fortemente squilibrato: innanzitutto
il meccanismo del "doppio collegio
elettorale", che garantiva al voto
delle minoranze di coloni europei un
peso sproporzionato rispetto a
quello delle popolazioni locali. Ad
aggravare ulteriormente la
situazione vi era il potere
decisionale effettivo, rimasto
saldamente concentrato a Parigi,
mentre la Costituzione escludeva
categoricamente qualsiasi diritto
all'autodeterminazione o alla
secessione. Parallelamente
cominciarono a nascere le prime
aggregazioni politico-sociali
dell’Unione: nel 1946 nacque a
Bamako il Rassemblement Démocratique
Africain (RDA), una grande
federazione guidata da figure come
Félix Houphouët-Boigny e sostenuta
da intellettuali e politici del
calibro di Léopold Sédar Senghor.
Tale movimento non solo si batteva
per i diritti delle popolazioni
africane, ma, sfruttando le crepe
costituzionali, formava le menti
locali alla politica, acquisendo
quella maturità che sarebbe
risultata essenziale negli anni
Sessanta.
Dopo quattordici anni di
transizione, fu l’ONU a fare
esplodere la polveriera: con la
risoluzione 1514 del 1960,
l'Assemblea Generale dichiarò il
colonialismo una forma di
sfruttamento inaccettabile. A
rendere più efficace la presa di
posizione delle Nazioni Unite fu
l’appoggio alla decolonizzazione da
parte delle due superpotenze, Stati
Uniti e URSS, che, seppur per
motivazioni differenti, sostennero
le aspirazioni autonomistiche delle
popolazioni africane.
Il risultato fu che l’Africa
Occidentale (comprendente Senegal,
Costa d'Avorio, Guinea, Mali,
Mauritania, Niger, Benin e Burkina
Faso) e l’Africa Equatoriale (con
Repubblica del Congo, Gabon,
Repubblica Centrafricana e Ciad)
ottennero l'indipendenza per via
negoziale, aggiungendosi ai
protettorati di Marocco e Tunisia
che, dopo forti spinte nazionaliste,
erano riusciti a ottenerla già nel
1956. Anche il Madagascar, dopo il
fallimento dei moti del 1946, la
conquistò attraverso la via
diplomatica. Il nodo più complesso
fu quello dell’Algeria, non
considerata una semplice colonia
bensì un territorio metropolitano
francese, che riuscì a liberarsi
dopo una spietata guerra durata otto
anni (dal 1954 al 1962) e conclusasi
con gli storici Accordi di Évian.
Per quanto riguarda la politica
della nazionalità, la Francia non
riconobbe automatismi giuridici
generalizzati per gli ex sudditi. In
epoca coloniale la popolazione
africana era divisa in due
categorie: da un lato chi possedeva
lo status di diritto comune (coloni
europei e un'élite di africani
integrati), dotato di piena
cittadinanza; dall'altro la
maggioranza autoctona, rientrante
nello status civile locale, che
conservava consuetudini proprie ma
era priva di reali diritti politici.
Con il processo di indipendenza, tra
il 1956 e il 1962, la regola fu
netta: gli appartenenti allo status
locale persero automaticamente la
cittadinanza francese per acquisire
quella dei nuovi Stati sovrani,
mentre chi godeva del diritto comune
la mantenne. L'unica opzione per
conservare la cittadinanza francese
da parte della popolazione locale fu
la dichiarazione di riconoscimento,
che richiedeva il trasferimento in
madrepatria e la presentazione di
una formale richiesta entro i
termini previsti. Un percorso
analogo riguardò l'Algeria: i coloni
europei (pieds-noirs)
e gli ebrei mantennero la
nazionalità francese, mentre la
maggioranza araba e berbera la
perse, fatta eccezione per chi si
trasferì in Francia entro il 1967
(come nel caso degli Harkis).
Oggi non esistono automatismi per
chi risiede nelle ex colonie, ma si
applicano principalmente due canali:
il doppio diritto del suolo, in base
al quale un bambino nato in Francia
ottiene la cittadinanza alla nascita
se almeno un genitore è a sua volta
nato in un territorio all'epoca
sotto sovranità francese (come
l'Algeria prima del 1962); e la
reintegrazione, ovvero la facoltà di
richiedere la cittadinanza per
decreto dimostrando di avere
antenati in possesso del diritto
comune e un legame consolidato con
la Francia.
Riferimenti bibliografici:
Frederick Cooper,
Africa contemporanea. Dalla
decolonizzazione a oggi, Carocci,
2025.
Soumaila Diawara,
L'Africa martoriata. Colonizzazione
e decolonizzazione, Abrabooks,
2025.
Anna Maria Medici, Arrigo Pallotti,
Mario Zamponi,
L'Africa contemporanea,
Mondadori, 2017.
Benjamin Stora,
La gangrène et l'oubli: La mémoire
de la guerre d'Algérie, Éditions
La Découverte, 2005.