[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 223 / LUGLIO 2026 (CCLIV)


contemporanea

Sulla Francia coloniale
Decolonizzazione e nazionalità

di Matteo Orlando Buzzurro

 

Al culmine della Seconda guerra mondiale, i territori africani erano stati molto importanti per il successo della Francia di De Gaulle. Con questa motivazione il Primo Ministro decise di organizzare una conferenza a Brazzaville, nata con l’esigenza di pianificare il dopoguerra e di riconoscere il sostegno fondamentale fornito dalle colonie africane alla causa della Francia Libera.

 

La conferenza, però, risultò un appuntamento dai risvolti contraddittori: se da un lato introdusse aperture sociali ed economiche rilevanti, come la progressiva abolizione del lavoro forzato e del discriminatorio regime dell'Indigénat, insieme a investimenti nella sanità, nell'istruzione e a una prima apertura verso la rappresentanza politica delle popolazioni locali, dall'altro mostrò un evidente limite di fondo. Ai tavoli decisionali sedettero esclusivamente i governatori coloniali francesi, senza alcun rappresentante africano.

 

Le richieste africane di autonomia, dunque, andarono a cozzare profondamente con la reale volontà del governo francese, che mirava a estendere il proprio controllo sull’Africa; l'intento di De Gaulle non era avviare una decolonizzazione moderata, bensì rimodellare il sistema per mantenere saldo il dominio sull’Impero. Questa politica, tuttavia, innescò un effetto domino, favorendo la nascita di una classe dirigente africana che, nei due decenni successivi, avrebbe guidato il continente verso le indipendenze degli anni Sessanta.

 

La Costituzione del 1946, con la quale ha inizio la Quarta Repubblica francese, diede forza legislativa agli esiti di Brazzaville, ristrutturando l'impero coloniale e istituendo l'Union Française (Unione Francese). Sebbene non concedesse l'indipendenza, il nuovo quadro istituzionale portò all'abbattimento dei meccanismi oppressivi del colonialismo ottocentesco, gettando le basi per la nascita di una politica africana moderna. Le elezioni per l'Assemblea Costituente di Parigi videro per la prima volta la partecipazione di deputati eletti nelle colonie. Questa presenza fu di vitale importanza per l'approvazione di riforme storiche: prima fra tutte la Legge Lamine Guèye, che estese la cittadinanza francese ai sudditi d'oltremare; seguirono la Legge Houphouët-Boigny, che abolì definitivamente il lavoro forzato, e lo smantellamento del famigerato regime dell'Indigénat, che fino ad allora aveva consentito sanzioni arbitrarie senza un regolare processo. A consolidare il riformismo all’interno dell'Unione si istituirono le prime assemblee territoriali locali e vennero concessi seggi al Parlamento francese per i rappresentanti africani.

 

Anche se le riforme furono imponenti, non mancarono le falle di un sistema che continuava a essere fortemente squilibrato: innanzitutto il meccanismo del "doppio collegio elettorale", che garantiva al voto delle minoranze di coloni europei un peso sproporzionato rispetto a quello delle popolazioni locali. Ad aggravare ulteriormente la situazione vi era il potere decisionale effettivo, rimasto saldamente concentrato a Parigi, mentre la Costituzione escludeva categoricamente qualsiasi diritto all'autodeterminazione o alla secessione. Parallelamente cominciarono a nascere le prime aggregazioni politico-sociali dell’Unione: nel 1946 nacque a Bamako il Rassemblement Démocratique Africain (RDA), una grande federazione guidata da figure come Félix Houphouët-Boigny e sostenuta da intellettuali e politici del calibro di Léopold Sédar Senghor. Tale movimento non solo si batteva per i diritti delle popolazioni africane, ma, sfruttando le crepe costituzionali, formava le menti locali alla politica, acquisendo quella maturità che sarebbe risultata essenziale negli anni Sessanta.

 

Dopo quattordici anni di transizione, fu l’ONU a fare esplodere la polveriera: con la risoluzione 1514 del 1960, l'Assemblea Generale dichiarò il colonialismo una forma di sfruttamento inaccettabile. A rendere più efficace la presa di posizione delle Nazioni Unite fu l’appoggio alla decolonizzazione da parte delle due superpotenze, Stati Uniti e URSS, che, seppur per motivazioni differenti, sostennero le aspirazioni autonomistiche delle popolazioni africane.

 

Il risultato fu che l’Africa Occidentale (comprendente Senegal, Costa d'Avorio, Guinea, Mali, Mauritania, Niger, Benin e Burkina Faso) e l’Africa Equatoriale (con Repubblica del Congo, Gabon, Repubblica Centrafricana e Ciad) ottennero l'indipendenza per via negoziale, aggiungendosi ai protettorati di Marocco e Tunisia che, dopo forti spinte nazionaliste, erano riusciti a ottenerla già nel 1956. Anche il Madagascar, dopo il fallimento dei moti del 1946, la conquistò attraverso la via diplomatica. Il nodo più complesso fu quello dell’Algeria, non considerata una semplice colonia bensì un territorio metropolitano francese, che riuscì a liberarsi dopo una spietata guerra durata otto anni (dal 1954 al 1962) e conclusasi con gli storici Accordi di Évian.

 

Per quanto riguarda la politica della nazionalità, la Francia non riconobbe automatismi giuridici generalizzati per gli ex sudditi. In epoca coloniale la popolazione africana era divisa in due categorie: da un lato chi possedeva lo status di diritto comune (coloni europei e un'élite di africani integrati), dotato di piena cittadinanza; dall'altro la maggioranza autoctona, rientrante nello status civile locale, che conservava consuetudini proprie ma era priva di reali diritti politici. Con il processo di indipendenza, tra il 1956 e il 1962, la regola fu netta: gli appartenenti allo status locale persero automaticamente la cittadinanza francese per acquisire quella dei nuovi Stati sovrani, mentre chi godeva del diritto comune la mantenne. L'unica opzione per conservare la cittadinanza francese da parte della popolazione locale fu la dichiarazione di riconoscimento, che richiedeva il trasferimento in madrepatria e la presentazione di una formale richiesta entro i termini previsti. Un percorso analogo riguardò l'Algeria: i coloni europei (pieds-noirs) e gli ebrei mantennero la nazionalità francese, mentre la maggioranza araba e berbera la perse, fatta eccezione per chi si trasferì in Francia entro il 1967 (come nel caso degli Harkis).

 

Oggi non esistono automatismi per chi risiede nelle ex colonie, ma si applicano principalmente due canali: il doppio diritto del suolo, in base al quale un bambino nato in Francia ottiene la cittadinanza alla nascita se almeno un genitore è a sua volta nato in un territorio all'epoca sotto sovranità francese (come l'Algeria prima del 1962); e la reintegrazione, ovvero la facoltà di richiedere la cittadinanza per decreto dimostrando di avere antenati in possesso del diritto comune e un legame consolidato con la Francia.

 

Riferimenti bibliografici:

 

Frederick Cooper, Africa contemporanea. Dalla decolonizzazione a oggi, Carocci, 2025.

Soumaila Diawara, L'Africa martoriata. Colonizzazione e decolonizzazione, Abrabooks, 2025.

Anna Maria Medici, Arrigo Pallotti, Mario Zamponi, L'Africa contemporanea, Mondadori, 2017.

Benjamin Stora, La gangrène et l'oubli: La mémoire de la guerre d'Algérie, Éditions La Découverte, 2005.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]