Francesco De Pinedo e l’impresa del
Gennariello
un idrovolante, tre continenti
di Paolo
Pescucci
Il 7 novembre 1925 intorno alle ore
15:00, l’idrovolante con Francesco
De Pinedo ed Ernesto Campanelli, che
ha sorvolato tre continenti per
complessivi 55.000 chilometri,
ammara nel fiume Tevere nei pressi
di ponte Ripetta. La folla è immensa
e da allora quel luogo sarà chiamato
“Scalo De Pinedo”; si compie così
una delle più grandi imprese
dell’Aeronautica Italiana, un record
mondiale, un passo verso il
progresso e l’unione tra i popoli.
Francesco De Pinedo era partito da
Sesto Calende il 20 aprile 1925;
volarono per 370 ore
complessivamente, con 80 scali
nell’arco di 201 giorni, compiendo
un’impresa epica che è esempio di
coraggio, spirito d’avventura e
genialità dell’aviazione italiana.
L’impresa venne compiuta con un
aereo di serie costruito dalla SIAI
Marchetti, l’S.16ter,
che era un idrovolante a scafo
centrale, biplano, biposto a cabina
aperta, struttura in legno,
rivestimento in tela; lo scafo a
prua ospitava pilota ed equipaggio e
rimaneva spazio per rifornimenti e
mezzi di rispetto e soccorso,
compresi albero e vela d’emergenza
per trasformarlo in barca. Il
motore, che azionava un’elica
quadripala spingente, era il
Lorraine-Dietrich con una
potenza di 450 cavalli, fatto
installare e collaudato da Francesco
De Pinedo, che andava a sostituire
il
Fiat A12 che si era dimostrato
inaffidabile in precedenti imprese.
Francesco De Pinedo lo battezzò
Gennariello in onore a San
Gennaro, protettore di Napoli, e per
avere l’autorizzazione a partire si
offrì di ripagarlo (lui o i suoi
eredi) qualora l’impresa fosse
fallita.
Francesco De Pinedo era convinto che
viaggiare per il mondo in
idrovolante fosse più conveniente
rispetto all’aereo terrestre.
L’idrovolante, infatti, può volare
sopra terre e mari e ammarare in
qualsiasi lago, porto o foci di
fiumi, cosa impossibile per un aereo
terrestre. Francesco De Pinedo,
anche con l’aiuto del giovane
collaboratore Carlo Del Prete,
studiò mappe e portolani, disegnò le
rotte, preparò e predispose
rifornimenti e punti d’appoggio,
tutto con cura maniacale: nulla
doveva essere lasciato al caso.
La
Crociera Aerea
Italia-Australia-Giappone-Roma
era un immenso triangolo che
sorvolava tre continenti, regioni
della terra molto differenti fra
loro per clima e caratteristiche
geografiche. Francesco De Pinedo
divise il viaggio in tre parti
principali: da Sesto Calende
(Varese) a Melbourne, da Melbourne a
Tokyo e da Tokyo a Roma.
Poco dopo la partenza il primo
intoppo: una perdita di olio li
costrinse ad ammarare sul lago di
Varano in Puglia e ottenere dallo
stupito farmacista locale 10 kg di
olio di ricino per rabboccare il
motore. Poi via su Grecia e Medio
Oriente, ma mentre sorvolano Chahbar
(Iran) il serbatoio dell’olio ha una
nuova perdita e sono costretti a
fare scalo. Nella piccola base
inglese non c’è assistenza, ma
Ernesto Campanelli ruba una padella
in rame dalla cucina e, nonostante
le proteste del cuoco, la trasforma
in un manicotto per il serbatoio
dell’olio e così ripartono.
Intanto stanno diventando stelle
mondiali; i giornali del mondo
scrivono sull’avanzare della loro
impresa sull’India, la Thailandia,
poi giù verso la Malesia e
l’Indonesia. Anche nei momenti più
difficili Francesco De Pinedo non
perde il proprio sangue freddo e
trova anche il modo di canticchiare
qualche canzone napoletana.
Il 31 maggio gli aviatori
raggiungono l’Australia ammarando
nel piccolo porto di Broome; il
Primo Ministro australiano, Lord
Stanley Bruce, manda loro un
telegramma: «Vi diamo il benvenuto
nel nostro Paese e sentiamo che il
vostro successo contribuirà a
rafforzare l’amicizia esistente fra
l’Italia e l’Australia», ma più dei
saluti ufficiali è la folla, i tanti
migranti italiani in Australia che
si entusiasmano. Ricevono lettere da
sindaci e maestri di scuola che li
pregano di sorvolare le loro
comunità facendo vedere per la prima
volta un aereo.
Finalmente giungono a Melbourne,
dove si fermeranno per un mese onde
svolgere una manutenzione generale
dell’idrovolante, un mese di feste,
di onori, di riconoscimenti pari a
quelli che erano stati riservati al
Principe di Galles in una precedente
visita.
Il 16 luglio 1925 decollarono
nuovamente per percorrere la costa
est dell’Australia e spiccare il
volo verso Merauke (Nuova Guinea),
dove ammararono fra le urla
impaurite della tribù indigena dei
Kaia-Kaia. Poi le Molucche, la sosta
a Manila, la visita alla base
americana di Corregidor. Vicino a
Cebu la presa d’aria del carburatore
si allentò ed Ernesto Campanelli fu
costretto a salire sull’ala e
tenerla con la mano fino
all’ammaraggio.
Finalmente il 26 settembre
arrivarono a Tokyo, dove ricevettero
la decorazione imperiale del
Tesoro Sacro e Francesco De
Pinedo poté far sfoggio del suo
giapponese tenendo un discorso alla
radio di Tokyo.
Il 17 ottobre ripartirono per
l’Italia; con il motore sostituito
il
Gennariello riprese vigore e
volò con brevissime soste: il 5
novembre erano già a Taranto. Dopo
Taranto il 6 a Napoli e finalmente
il 7 novembre a Roma. Il popolo
romano e tutta l’Italia si unirono
nei festeggiamenti che si
prolungarono per mesi.
Il Re Vittorio Emanuele III gli
concesse il titolo di Marchese; fu
il primo aviatore al mondo a
ricevere la Medaglia d’Oro della
Fédération Aéronautique
Internationale (FAI), la più
importante entità mondiale per gli
sport aerei. La Francia gli concesse
la commenda della
Légion d'Honneur e tante altre
nazioni gli riconobbero decorazioni
e onori.
La Regia Aeronautica lo promosse a
colonnello, ma negli anni le sue
grandi capacità, il suo rapidissimo
salire ai vertici, suscitarono
invidie che gli costarono la
carriera, la vita e l’oblio.
Tutt’oggi, mentre al suo motorista
Ernesto Campanelli è dedicato
l’aeroporto di Oristano, per il
grande Francesco De Pinedo non c’è
una struttura dell’aeronautica a lui
dedicata, e la sua tomba è
dimenticata al cimitero del Verano.