L’attenzione per la realtà è infatti
un dato essenziale nelle opere
biamontiane. In un’intervista del
1998 affermava: «Per uno scrittore
si presentano sempre due orizzonti.
Uno, quello naturale, il paesaggio,
che subisce le trasformazioni nel
tempo; e uno, umano, permeato della
storia, delle sue distruzioni e
delle sue costruzioni. Lo scrittore
è come un sismografo che registra
questi cambiamenti. L’ultimo suo
sguardo è quello rivolto verso
l’eternità della natura». Ne deriva
un approccio alla scrittura quasi da
storico. I romanzi sembrano
svilupparsi da una tensione, se non
addirittura da un confronto
continuo, tra passato e presente.
Romanzi in gran parte ambientati
nell’estremo Ponente ligure, al
confine con la Francia: luoghi dove
Biamonti è nato e vissuto,
utilizzati sia per raccontare la
società contemporanea, sia per far
emergere il vecchio mondo, la
Liguria montana e contadina. Una
società tradizionale ormai quasi
scomparsa, residuo del passato, in
piena decadenza. In pratica uno
sfondo di rovine a cui l’autore fa
spesso riferimento durante la
narrazione.
Ad esempio, ne L’angelo di
Avrigue si può leggere: “Il
carruggio era ormai disabitato:
porte sbarrate, porte aperte sul
vuoto, finestre semi divelte, nulla
di male: nidi di miseria spariti!
Nidi di silenzio, ora, e di topi.
Avrigue (nome di fantasia del paese
dove è ambientato il racconto) era
decisamente in decadenza: vi regnava
la fame di sempre che ora pareva
insopportabile, e i giovani se ne
andavano”. Anche i luoghi di
Vento largo sembrano avere le
stesse caratteristiche: “La strada
carrozzabile non saliva da Luvaira
ma molto più lontano […] Le case
disabitate, andavano in rovina.
Dorate dal silice ferroso,
splendevano nella sera. Se Luvaira
era in decadenza, Aurno era morta.
[…] Se ne andavano anche i segni
cristiani: madonnette sbreccate e
ròse, e croci, sui bricchi,
inclinate dal vento”. Altro esempio
in Attesa sul mare: “Gli
sembrava d’essersi accostato a un
mondo morto, morto come l’anima del
suo paese. Pietrabruna manteneva il
suo involucro: l’erba parietaria
sulle muraglie, gerani e garofani
alle balaustre. Ma la vita dov’era,
[…] il grigioperla della chiesa
stava annerendo, il cornicione
cadeva. Nei vicoli passava qualche
persona, fugace come un’ombra. Se il
paese aveva ancora un’anima, era
un’anima stanca”.
Non si è però di fronte a un
semplice dato estetico, ovvero a un
espediente letterario e retorico.
Come già detto, per Biamonti la
decadenza è parte integrante della
realtà che lui osserva; trama e
personaggi vengono costruiti di
conseguenza.
Il primo romanzo (L’angelo di
Avrigue, pubblicato nel 1983) è
in pratica una specie di indagine
che il protagonista, Gregorio,
svolge intorno al suicidio di un suo
giovane amico, Jean Pierre; si
scopre che il ragazzo era
tossicodipendente e malato. Biamonti,
sullo sfondo di un mondo
tradizionale in pieno disfacimento,
tratteggia uno spaccato della
società contemporanea (la storia è
ambientata negli anni Settanta del
Novecento) con i relativi problemi:
l’inquietudine giovanile, il tema
delle dipendenze e del
disadattamento sociale, conseguenze
dello sviluppo di una società
consumistica di massa. La storia di
Jean Pierre, malato e suicida, è in
pratica una metafora della società
del tempo, anch’essa con le sue
rovine (nascoste dalla civiltà
dell’immagine e dell’effimero) che
si aggiungono, secondo l’autore, a
quelle più reali ed evidenti del
vecchio mondo contadino. In
un’intervista di qualche anno dopo
lo scrittore disse: «La rovina del
vecchio mondo contadino è
inarrestabile, perché la terra non
rende più: sono mutati i bisogni,
non ci si accontenta del necessario,
questo mondo ci impone il
superfluo».
Di conseguenza inizia a ragionare
sugli aspetti essenziali della vita
umana: i sentimenti, la pietà, la
solidarietà. E in Vento largo
(pubblicato nel 1991) lavora
maggiormente sull’introspezione; il
senso di decadenza coinvolge
soprattutto la coscienza dei
personaggi. Tant’è che la scrittura
assume tratti lirici, da
romanzo-poesia. Vari, il
protagonista, è un contadino che,
perduto il raccolto a causa di una
gelata straordinaria, si mette a
fare il passeur: la persona
che aiuta, illegalmente, i
clandestini ad attraversare la
frontiera. Ma tale mestiere non ha
più nulla di romantico (così come
Vari lo ricordava o lo idealizzava).
Se la società tradizionale stava s
disappearance, anche l’antica
consuetudine nei paesi di frontiera
di aiutare le persone a fuggire da
persecuzioni e miseria aveva
lasciato il posto a un mero traffico
di esseri umani, il quale nascondeva
— ed era spesso unito a — traffici e
contrabbandi ancora peggiori: armi,
droga e relative violenze. Molti dei
personaggi sono direttamente o
indirettamente coinvolti nei
passaggi clandestini o nei
contrabbandi, e pertanto scontano un
senso di disagio interiore.
Anche in questo romanzo la realtà
locale diviene uno specchio su cui
si riflette la società dell’epoca.
Infatti Biamonti, con la figura del
passeur, introduce il tema
delle migrazioni che tra la fine
degli anni Ottanta e i primi anni
Novanta del Novecento era ancora una
questione marginale, ma che a
partire dal decennio successivo
diventa un elemento centrale e
drammatico della società europea e
soprattutto mediterranea. Inoltre,
con Vento largo, lo scrittore
inizia a sviluppare il concetto di
frontiera: dal confine
italo-francese, terra di passaggi e
traffici, all’intero mare
Mediterraneo come luogo di contatto,
incontro-scontro tra civiltà diverse
e di stravolgimenti geopolitici.
Tutto ciò in Vento largo è
appena accennato, ma diventa
centrale nei romanzi successivi.
In Attesa sul mare,
pubblicato nel 1994, Biamonti punta
l’obiettivo oltre la sua Liguria e
ambienta parte del romanzo in
Bosnia, durante quella guerra che, a
partire dai primi anni Novanta a più
riprese, mandò di fatto in pezzi la
Jugoslavia. È quindi il racconto di
una guerra con le sue insensatezze e
la sua violenza, ma è anche il
racconto del viaggio di una nave e
del suo equipaggio che, dalle coste
atlantiche della Francia e
attraversando il Mediterraneo con un
carico d’armi, alimenta e guadagna
su tale conflitto. Il ligure
Edoardo, marinaio a fine carriera, è
il capitano dell’Hondurian Star,
la nave del racconto, e come il
protagonista di Vento largo
inizia ad avere forti dubbi morali
sul proprio lavoro. Biamonti qui non
si limita a descrivere e ragionare
solo sulla moralità dei personaggi.
Il lavoro di Edoardo e l’intera
storia diventano una
rappresentazione simbolica
dell’atteggiamento europeo nei
confronti delle guerre balcaniche
degli anni Novanta: l’aver fatto
poco per prevenire un conflitto ai
propri confini e soprattutto
l’averlo alimentato. Lo stesso
scrittore aveva più volte
manifestato tali critiche: «È uno
schifo! Nessuno si guarda intorno e
fa davvero qualcosa. Là, nella
Ex-Jugoslavia, si ammazzano da anni
e l’Europa rimane quasi del tutto
indifferente, colpevolmente
assente». Anni dopo, a proposito dei
conflitti in Kosovo (l’ultima fase
della dissoluzione jugoslava),
denunciò nuovamente le
responsabilità dell’Europa: «Carica
di retaggi, ma quasi priva di
memoria storica, non ha pensato in
tempo a elaborare una visione di
quelle terre affascinanti e paurose.
[…] Ricompare, e si pensava non
dovesse più accadere, il declino
della ragione nell’inferno della
Storia».
Proprio il riferimento all’inferno
della Storia è essenziale per capire
l’intera opera dello scrittore
ligure. Nato nel 1928, è stato un
testimone del Novecento, dei suoi
cambiamenti e delle sue distruzioni.
«Noi che abbiamo attraversato
l’avventura novecentesca, quindi con
alle spalle tutti i disastri
possibili: le guerre fratricide, le
tirannidi mostruose che vanno
dall’hitlerismo al fascismo, allo
stalinismo, non abbiamo niente da
rimpiangere, anche la memoria non ci
consola di niente». In Attesa sul
mare, attraverso i ricordi di un
personaggio (Giovanni), viene
menzionato l’autoaffondamento della
flotta francese durante la Seconda
Guerra Mondiale nel porto di Tolone.
Giovanni mostra anche una foto in
cui “Una donna guardava con occhi
lucenti un porto distrutto”. Un
riferimento al celebre dipinto del
pittore svizzero Paul Klee (Angelus
Novus del 1920), in cui è
raffigurato un angelo che contempla
delle rovine mentre il vento di una
tempesta lo porta verso il cielo, a
cui volge le spalle. Tale dipinto
venne utilizzato da Walter Benjamin
per spiegare il suo concetto di
Storia. Il filosofo tedesco lo
interpreta come la rappresentazione
simbolica del progresso (o l’angelo
della Storia) che lascia macerie nel
passato e spinge verso un futuro
ignoto. Tesi condivisa da Biamonti e
più volte riportata in scritti e
interventi; le descrizioni nei suoi
romanzi di paesaggi umani in rovina,
fisici e morali, sono una diretta
conseguenza di tale visione
filosofica.
D’altra parte, sempre in Attesa
sul mare, vi sono alcuni
passaggi che meritano attenzione, ad
esempio alcuni ragionamenti del
protagonista: “Era da un po’ che
tutto degenerava, a furia di
tentennamenti l’Europa andava alla
rovina; non c’era più né dignità né
dolore, planava l’angelo del
disordine anche sul mare”. E nei
dialoghi tra i personaggi: “– E
dell’Europa che ne dite? – François
chiese. – Che ne dite di questa
Guerra? Siamo di nuovo
all’avventura? – È solo una
malattia, – disse Edoardo, – È solo
un flagello”.
È chiaro come per lo scrittore
ligure la stessa Europa sia
coinvolta nell’inferno della Storia.
In un periodo (la fine del
Novecento) in cui si dava forma
istituzionale, con l’Unione Europea,
a quell’idea di Europa nata dalle
distruzioni dei conflitti mondiali —
ovvero luogo di pace e di difesa dei
diritti umani —, Biamonti prende una
posizione molto critica. Denuncia
come il Vecchio Continente stia
smarrendo la sua vocazione e i suoi
obiettivi. In un articolo del 1998,
dal titolo provocatorio (Addio
bei tempi quando c’erano le
frontiere), sul quotidiano la
Repubblica scrive: «Il confine,
il triste armamentario del confine
(sbarre, poliziotti, dogane,
finanzieri, gendarmi) ha cessato di
esistere. L’Europa è chiusa in una
specie di ottusa indifferenza.
Noi
Europei abbiamo dei privilegi. Ci
siamo creati una libera
circolazione, un salotto tra le
rovine. Sempre meglio di niente. Un
sogno si è avverato: l’Europa legale
e senza frontiere. Le tristi luci
dei posti di guardia si sono spente
sulla costa massacrata dal turismo
di massa e dalla speculazione
edilizia. Ma nei dirupi, che furono
dei pastori di capre, la vita
continua a far paura».
In pratica lo scrittore considerava
la possibilità di un fallimento
dell’Europa, come istituzione ma
soprattutto come idea. E se si volge
lo sguardo alla situazione
geopolitica attuale, con la guerra
in Ucraina, i massacri nel Vicino
Oriente, la pressione continua delle
migrazioni e una struttura
economico-sociale sempre più
obsoleta, ciò che Biamonti affermava
quasi trent’anni fa sembra ottenere
più di un riscontro.
Nell’ultimo romanzo, Le parole la
notte del 1998, Biamonti
affronterà tutti i temi che aveva
introdotto nei romanzi precedenti:
dal disfacimento della società
tradizionale con lo sviluppo di
quella capitalistica, alle vicende
geopolitiche, passando per gli
effetti di tutto ciò sulle giovani
generazioni e sull’animo umano in
generale. Un gruppo di conoscenti,
spostandosi in varie località
dell’estremo Ponente ligure e della
Provenza, si confronta su tali
argomenti. Ne nasce in pratica un
ragionamento sulla società
occidentale di fine millennio e
sulla condizione umana di fronte ai
mutamenti storici.
“Ormai
guerre non ce ne saranno più”,
disse Corbières, “almeno
in Europa. Germania e Francia sono
unite. È sul Mediterraneo che
occorre vigilare, tenere a bada le
forze periferiche. Sono tipi
che passano e vanno. Noi non
sappiamo chi c’è fra questi tipi. Ci
sono anche dei commandos
che
entrano in Francia per colpire,
gruppi decisi e carichi d’odio”.
“Dobbiamo
ripagarli della stessa moneta?”
chiese Alain. “Non
ci riesco”.
“E
fai bene. L’odio che non dimentica
cade goccia a goccia sul cuore e lo
rende simile a un deserto...
è un proverbio dell’Islam”.
In questo dialogo de Le parole la
notte (il cui oggetto sono le
migrazioni dal Mediterraneo
meridionale) viene raffigurata una
società assediata (l’Europa e
l’Occidente in generale), o così si
percepisce, e che rischia di
assecondare i suoi bassi istinti
(vendetta e odio), sebbene
deprecabili.
Sembrerebbe pertanto che tutta
l’opera di Biamonti (i romanzi
principalmente, ma pure i numerosi
articoli e scritti vari) sia
caratterizzata da un estremo
pessimismo: una visione tragica
dell’esistenza umana. Ciò è
sicuramente vero, ma c’è un altro
aspetto che non si può
sottovalutare. Come accennato, per
Biamonti lo scrittore ha due
orizzonti: quello umano e quello
della natura. Proprio il paesaggio
naturale dei suoi romanzi segue in
parallelo la storia raccontata; ne è
in pratica un contraltare. C’è una
costruzione quasi cinematografica
della narrazione, in cui l’autore
spesso sposta l’obiettivo dalla
narrazione e dai personaggi e lo
punta sul paesaggio circostante,
descrivendone alcune particolarità.
Ma non è un paesaggio interiorizzato
o funzionale alla trama. È piuttosto
un paesaggio reale (sebbene
immaginato), quasi estraneo:
tentativo appunto di rappresentare
l’eternità della natura e
soprattutto utile a far uscire per
un attimo il lettore dal racconto e
spesso dalla sua cupezza.
Per fare qualche esempio si può
citare un passo di Attesa sul
mare: “Edoardo chinò la testa.
Passava per la sua mente un vecchio
mondo di rovine. Poi lo sfiorò una
farfalla, che si posò sul tavolo,
ali screziate di madreperla”. Oppure
in Vento largo: “Si stupiva
di essere a Saint-Honorat, di poter
guardare il mare dal mattino alla
sera e lo stellato notturno. […] Più
in là d’un lentisco una fontana
gocciolava tra la capelvenere. I
frangenti, la luce, i colpi di mare
e di vento sul campo di lavanda;
tutto, dalla sabbia al cielo,
aiutava a cancellare ciò che era
stato”.
Biamonti sembra offrire la
possibilità di un sollievo alla,
secondo lui, tragicità della
condizione umana attraverso la
contemplazione della natura. Non a
caso il paesaggio, o meglio
l’ambiente, è l’altra chiave di
lettura per comprendere l’opera
dello scrittore ligure. La Liguria,
la Francia meridionale, soprattutto
il Mar Mediterraneo e il suo
ambiente. Proprio questo ecosistema
costituisce per Biamonti la base
della sua poetica. Un mare chiuso
che obbliga per forza di cose al
contatto tra popolazioni e società
diverse. L’incontro-scontro tra
diversi ha però creato nel corso dei
secoli un modo di vivere, una
cultura comune caratterizzata da
quell’equilibrio tra uomo e natura
che nei romanzi biamontiani assume
le forme della società contadina, su
cui domina la coltura dell’olivo e
che lo scrittore chiama civiltà
dell’olivo.
«Da noi
sta morendo l’antica civiltà greca e
fenicia dell’ulivo, e siamo in un
interregno; non si sa quale civiltà
verrà fuori dalla fine di quella
dell’ulivo, cui poi è anche legata
tutta la civiltà mediterranea.
Perché l’ulivo, visto in una certa
luce, non sembra nemmeno un albero,
ma un sogno d’albero,
un’incarnazione di Minerva»
(la dea romana della saggezza e
della ragione).
Il richiamo al passato costantemente
presente nei suoi romanzi non è però
nostalgia di una perduta età
dell’oro, che per Biamonti non è mai
esistita, ma il tentativo di
ricordare una società che, pur
vivendo nella fatica e nella
miseria, era in equilibrio con
l’ambiente circostante (in simbiosi)
e mediante ciò riusciva a mitigare o
sopportare meglio il dolore causato
dal passare del tempo e dalle
ineluttabili e spesso dolorose
trasformazioni storiche (l’inferno
della Storia). «Io credo che il
compito di un romanziere sia
bilanciare questa tragedia del
progresso attraverso un flusso di
apporti poetici e immergersi nella
bufera che trascina gli uomini col
senso della tragedia, del rimpianto
e della nostalgia».
C’è il tentativo di cercare un
possibile sollievo alla condizione
umana riprendendo, mediante la
letteratura, il ricordo, la
nostalgia, la contemplazione della
natura. La possibilità, pertanto, di
un equilibrio che attenua
notevolmente la visione pessimistica
dell’esistenza umana. E ciò trova
conferma in alcune dichiarazioni:
«[…] io non volevo fare della storia
o della politica. Volevo vedere se
questi eventi così drammatici erano
riconducibili sotto una sfera antica
del dolore umano e della morte. […]
Volevo vedere se si può secernere
l’umano in un mondo disumano».