[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 226 / OTTOBRE 2026 (CCLVII)


contemporanea

FRANCESCO BIAMONTI
L‘UOMO NELL’INFERNO DELLA STORIA

di Marco Fossati

 

«Mi piace non dire niente. Io sono da cancellare. La mia vita non conta nulla. I miei natali non hanno importanza. Il mio paese è da dimenticare. [...] Non credo nelle biografie. Scriva che sono stato abbandonato da degli Zingari di passaggio. [...] Montale ha scritto di aver vissuto al cinque per cento. Io ancora meno. Penso a un tre per cento, ma è una valutazione per eccesso». Tali frasi sono estrapolate da alcune interviste rilasciate dallo scrittore Francesco Biamonti (1928-2001), e in esse traspare, oltre a un pessimismo venato di sarcasmo tipico dei caratteri liguri, l’intento di sminuire la propria vita e soprattutto la propria opera.

 

In realtà Biamonti, nativo di San Biagio della Cima in provincia di Imperia, è stato uno dei narratori italiani più originali della fine del Novecento. Non a caso i suoi, seppur pochi, romanzi (L’angelo di Avrigue, Vento largo, Attesa sul mare, Le parole la notte), hanno goduto di un relativo successo di pubblico e soprattutto di critica. Inoltre, a venticinque anni dalla scomparsa e rileggendo la sua opera alla luce dell’attuale congiuntura socio-culturale e politica, bisogna riconoscergli una notevole capacità nell’anticipare temi e problemi: marginali o in embrione sul finire del secolo scorso, ma divenuti centrali nella società del XXI secolo.

 

L’attenzione per la realtà è infatti un dato essenziale nelle opere biamontiane. In un’intervista del 1998 affermava: «Per uno scrittore si presentano sempre due orizzonti. Uno, quello naturale, il paesaggio, che subisce le trasformazioni nel tempo; e uno, umano, permeato della storia, delle sue distruzioni e delle sue costruzioni. Lo scrittore è come un sismografo che registra questi cambiamenti. L’ultimo suo sguardo è quello rivolto verso l’eternità della natura». Ne deriva un approccio alla scrittura quasi da storico. I romanzi sembrano svilupparsi da una tensione, se non addirittura da un confronto continuo, tra passato e presente. Romanzi in gran parte ambientati nell’estremo Ponente ligure, al confine con la Francia: luoghi dove Biamonti è nato e vissuto, utilizzati sia per raccontare la società contemporanea, sia per far emergere il vecchio mondo, la Liguria montana e contadina. Una società tradizionale ormai quasi scomparsa, residuo del passato, in piena decadenza. In pratica uno sfondo di rovine a cui l’autore fa spesso riferimento durante la narrazione.

 

Ad esempio, ne L’angelo di Avrigue si può leggere: “Il carruggio era ormai disabitato: porte sbarrate, porte aperte sul vuoto, finestre semi divelte, nulla di male: nidi di miseria spariti! Nidi di silenzio, ora, e di topi. Avrigue (nome di fantasia del paese dove è ambientato il racconto) era decisamente in decadenza: vi regnava la fame di sempre che ora pareva insopportabile, e i giovani se ne andavano”. Anche i luoghi di Vento largo sembrano avere le stesse caratteristiche: “La strada carrozzabile non saliva da Luvaira ma molto più lontano […] Le case disabitate, andavano in rovina. Dorate dal silice ferroso, splendevano nella sera. Se Luvaira era in decadenza, Aurno era morta. […] Se ne andavano anche i segni cristiani: madonnette sbreccate e ròse, e croci, sui bricchi, inclinate dal vento”. Altro esempio in Attesa sul mare: “Gli sembrava d’essersi accostato a un mondo morto, morto come l’anima del suo paese. Pietrabruna manteneva il suo involucro: l’erba parietaria sulle muraglie, gerani e garofani alle balaustre. Ma la vita dov’era, […] il grigioperla della chiesa stava annerendo, il cornicione cadeva. Nei vicoli passava qualche persona, fugace come un’ombra. Se il paese aveva ancora un’anima, era un’anima stanca”.

 

Non si è però di fronte a un semplice dato estetico, ovvero a un espediente letterario e retorico. Come già detto, per Biamonti la decadenza è parte integrante della realtà che lui osserva; trama e personaggi vengono costruiti di conseguenza.

 

Il primo romanzo (L’angelo di Avrigue, pubblicato nel 1983) è in pratica una specie di indagine che il protagonista, Gregorio, svolge intorno al suicidio di un suo giovane amico, Jean Pierre; si scopre che il ragazzo era tossicodipendente e malato. Biamonti, sullo sfondo di un mondo tradizionale in pieno disfacimento, tratteggia uno spaccato della società contemporanea (la storia è ambientata negli anni Settanta del Novecento) con i relativi problemi: l’inquietudine giovanile, il tema delle dipendenze e del disadattamento sociale, conseguenze dello sviluppo di una società consumistica di massa. La storia di Jean Pierre, malato e suicida, è in pratica una metafora della società del tempo, anch’essa con le sue rovine (nascoste dalla civiltà dell’immagine e dell’effimero) che si aggiungono, secondo l’autore, a quelle più reali ed evidenti del vecchio mondo contadino. In un’intervista di qualche anno dopo lo scrittore disse: «La rovina del vecchio mondo contadino è inarrestabile, perché la terra non rende più: sono mutati i bisogni, non ci si accontenta del necessario, questo mondo ci impone il superfluo».

 

Di conseguenza inizia a ragionare sugli aspetti essenziali della vita umana: i sentimenti, la pietà, la solidarietà. E in Vento largo (pubblicato nel 1991) lavora maggiormente sull’introspezione; il senso di decadenza coinvolge soprattutto la coscienza dei personaggi. Tant’è che la scrittura assume tratti lirici, da romanzo-poesia. Vari, il protagonista, è un contadino che, perduto il raccolto a causa di una gelata straordinaria, si mette a fare il passeur: la persona che aiuta, illegalmente, i clandestini ad attraversare la frontiera. Ma tale mestiere non ha più nulla di romantico (così come Vari lo ricordava o lo idealizzava). Se la società tradizionale stava s disappearance, anche l’antica consuetudine nei paesi di frontiera di aiutare le persone a fuggire da persecuzioni e miseria aveva lasciato il posto a un mero traffico di esseri umani, il quale nascondeva — ed era spesso unito a — traffici e contrabbandi ancora peggiori: armi, droga e relative violenze. Molti dei personaggi sono direttamente o indirettamente coinvolti nei passaggi clandestini o nei contrabbandi, e pertanto scontano un senso di disagio interiore.

 

Anche in questo romanzo la realtà locale diviene uno specchio su cui si riflette la società dell’epoca. Infatti Biamonti, con la figura del passeur, introduce il tema delle migrazioni che tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta del Novecento era ancora una questione marginale, ma che a partire dal decennio successivo diventa un elemento centrale e drammatico della società europea e soprattutto mediterranea. Inoltre, con Vento largo, lo scrittore inizia a sviluppare il concetto di frontiera: dal confine italo-francese, terra di passaggi e traffici, all’intero mare Mediterraneo come luogo di contatto, incontro-scontro tra civiltà diverse e di stravolgimenti geopolitici. Tutto ciò in Vento largo è appena accennato, ma diventa centrale nei romanzi successivi.

 

In Attesa sul mare, pubblicato nel 1994, Biamonti punta l’obiettivo oltre la sua Liguria e ambienta parte del romanzo in Bosnia, durante quella guerra che, a partire dai primi anni Novanta a più riprese, mandò di fatto in pezzi la Jugoslavia. È quindi il racconto di una guerra con le sue insensatezze e la sua violenza, ma è anche il racconto del viaggio di una nave e del suo equipaggio che, dalle coste atlantiche della Francia e attraversando il Mediterraneo con un carico d’armi, alimenta e guadagna su tale conflitto. Il ligure Edoardo, marinaio a fine carriera, è il capitano dell’Hondurian Star, la nave del racconto, e come il protagonista di Vento largo inizia ad avere forti dubbi morali sul proprio lavoro. Biamonti qui non si limita a descrivere e ragionare solo sulla moralità dei personaggi. Il lavoro di Edoardo e l’intera storia diventano una rappresentazione simbolica dell’atteggiamento europeo nei confronti delle guerre balcaniche degli anni Novanta: l’aver fatto poco per prevenire un conflitto ai propri confini e soprattutto l’averlo alimentato. Lo stesso scrittore aveva più volte manifestato tali critiche: «È uno schifo! Nessuno si guarda intorno e fa davvero qualcosa. Là, nella Ex-Jugoslavia, si ammazzano da anni e l’Europa rimane quasi del tutto indifferente, colpevolmente assente». Anni dopo, a proposito dei conflitti in Kosovo (l’ultima fase della dissoluzione jugoslava), denunciò nuovamente le responsabilità dell’Europa: «Carica di retaggi, ma quasi priva di memoria storica, non ha pensato in tempo a elaborare una visione di quelle terre affascinanti e paurose. […] Ricompare, e si pensava non dovesse più accadere, il declino della ragione nell’inferno della Storia».

 

Proprio il riferimento all’inferno della Storia è essenziale per capire l’intera opera dello scrittore ligure. Nato nel 1928, è stato un testimone del Novecento, dei suoi cambiamenti e delle sue distruzioni. «Noi che abbiamo attraversato l’avventura novecentesca, quindi con alle spalle tutti i disastri possibili: le guerre fratricide, le tirannidi mostruose che vanno dall’hitlerismo al fascismo, allo stalinismo, non abbiamo niente da rimpiangere, anche la memoria non ci consola di niente». In Attesa sul mare, attraverso i ricordi di un personaggio (Giovanni), viene menzionato l’autoaffondamento della flotta francese durante la Seconda Guerra Mondiale nel porto di Tolone. Giovanni mostra anche una foto in cui “Una donna guardava con occhi lucenti un porto distrutto”. Un riferimento al celebre dipinto del pittore svizzero Paul Klee (Angelus Novus del 1920), in cui è raffigurato un angelo che contempla delle rovine mentre il vento di una tempesta lo porta verso il cielo, a cui volge le spalle. Tale dipinto venne utilizzato da Walter Benjamin per spiegare il suo concetto di Storia. Il filosofo tedesco lo interpreta come la rappresentazione simbolica del progresso (o l’angelo della Storia) che lascia macerie nel passato e spinge verso un futuro ignoto. Tesi condivisa da Biamonti e più volte riportata in scritti e interventi; le descrizioni nei suoi romanzi di paesaggi umani in rovina, fisici e morali, sono una diretta conseguenza di tale visione filosofica.

 

D’altra parte, sempre in Attesa sul mare, vi sono alcuni passaggi che meritano attenzione, ad esempio alcuni ragionamenti del protagonista: “Era da un po’ che tutto degenerava, a furia di tentennamenti l’Europa andava alla rovina; non c’era più né dignità né dolore, planava l’angelo del disordine anche sul mare”. E nei dialoghi tra i personaggi: “– E dell’Europa che ne dite? – François chiese. – Che ne dite di questa Guerra? Siamo di nuovo all’avventura? – È solo una malattia, – disse Edoardo, – È solo un flagello”.

 

È chiaro come per lo scrittore ligure la stessa Europa sia coinvolta nell’inferno della Storia. In un periodo (la fine del Novecento) in cui si dava forma istituzionale, con l’Unione Europea, a quell’idea di Europa nata dalle distruzioni dei conflitti mondiali — ovvero luogo di pace e di difesa dei diritti umani —, Biamonti prende una posizione molto critica. Denuncia come il Vecchio Continente stia smarrendo la sua vocazione e i suoi obiettivi. In un articolo del 1998, dal titolo provocatorio (Addio bei tempi quando c’erano le frontiere), sul quotidiano la Repubblica scrive: «Il confine, il triste armamentario del confine (sbarre, poliziotti, dogane, finanzieri, gendarmi) ha cessato di esistere. L’Europa è chiusa in una specie di ottusa indifferenza. Noi Europei abbiamo dei privilegi. Ci siamo creati una libera circolazione, un salotto tra le rovine. Sempre meglio di niente. Un sogno si è avverato: l’Europa legale e senza frontiere. Le tristi luci dei posti di guardia si sono spente sulla costa massacrata dal turismo di massa e dalla speculazione edilizia. Ma nei dirupi, che furono dei pastori di capre, la vita continua a far paura».

 

In pratica lo scrittore considerava la possibilità di un fallimento dell’Europa, come istituzione ma soprattutto come idea. E se si volge lo sguardo alla situazione geopolitica attuale, con la guerra in Ucraina, i massacri nel Vicino Oriente, la pressione continua delle migrazioni e una struttura economico-sociale sempre più obsoleta, ciò che Biamonti affermava quasi trent’anni fa sembra ottenere più di un riscontro.

 

Nell’ultimo romanzo, Le parole la notte del 1998, Biamonti affronterà tutti i temi che aveva introdotto nei romanzi precedenti: dal disfacimento della società tradizionale con lo sviluppo di quella capitalistica, alle vicende geopolitiche, passando per gli effetti di tutto ciò sulle giovani generazioni e sull’animo umano in generale. Un gruppo di conoscenti, spostandosi in varie località dell’estremo Ponente ligure e della Provenza, si confronta su tali argomenti. Ne nasce in pratica un ragionamento sulla società occidentale di fine millennio e sulla condizione umana di fronte ai mutamenti storici.

 

“Ormai guerre non ce ne saranno più”, disse Corbières, “almeno in Europa. Germania e Francia sono unite. È sul Mediterraneo che occorre vigilare, tenere a bada le forze periferiche.  Sono tipi che passano e vanno. Noi non sappiamo chi c’è fra questi tipi. Ci sono anche dei commandos che entrano in Francia per colpire, gruppi decisi e carichi d’odio”. “Dobbiamo ripagarli della stessa moneta?” chiese Alain. “Non ci riesco”. “E fai bene. L’odio che non dimentica cade goccia a goccia sul cuore e lo rende simile a un deserto... è un proverbio dell’Islam”.

 

In questo dialogo de Le parole la notte (il cui oggetto sono le migrazioni dal Mediterraneo meridionale) viene raffigurata una società assediata (l’Europa e l’Occidente in generale), o così si percepisce, e che rischia di assecondare i suoi bassi istinti (vendetta e odio), sebbene deprecabili.

 

Sembrerebbe pertanto che tutta l’opera di Biamonti (i romanzi principalmente, ma pure i numerosi articoli e scritti vari) sia caratterizzata da un estremo pessimismo: una visione tragica dell’esistenza umana. Ciò è sicuramente vero, ma c’è un altro aspetto che non si può sottovalutare. Come accennato, per Biamonti lo scrittore ha due orizzonti: quello umano e quello della natura. Proprio il paesaggio naturale dei suoi romanzi segue in parallelo la storia raccontata; ne è in pratica un contraltare. C’è una costruzione quasi cinematografica della narrazione, in cui l’autore spesso sposta l’obiettivo dalla narrazione e dai personaggi e lo punta sul paesaggio circostante, descrivendone alcune particolarità. Ma non è un paesaggio interiorizzato o funzionale alla trama. È piuttosto un paesaggio reale (sebbene immaginato), quasi estraneo: tentativo appunto di rappresentare l’eternità della natura e soprattutto utile a far uscire per un attimo il lettore dal racconto e spesso dalla sua cupezza.

 

Per fare qualche esempio si può citare un passo di Attesa sul mare: “Edoardo chinò la testa. Passava per la sua mente un vecchio mondo di rovine. Poi lo sfiorò una farfalla, che si posò sul tavolo, ali screziate di madreperla”. Oppure in Vento largo: “Si stupiva di essere a Saint-Honorat, di poter guardare il mare dal mattino alla sera e lo stellato notturno. […] Più in là d’un lentisco una fontana gocciolava tra la capelvenere. I frangenti, la luce, i colpi di mare e di vento sul campo di lavanda; tutto, dalla sabbia al cielo, aiutava a cancellare ciò che era stato”.

 

Biamonti sembra offrire la possibilità di un sollievo alla, secondo lui, tragicità della condizione umana attraverso la contemplazione della natura. Non a caso il paesaggio, o meglio l’ambiente, è l’altra chiave di lettura per comprendere l’opera dello scrittore ligure. La Liguria, la Francia meridionale, soprattutto il Mar Mediterraneo e il suo ambiente. Proprio questo ecosistema costituisce per Biamonti la base della sua poetica. Un mare chiuso che obbliga per forza di cose al contatto tra popolazioni e società diverse. L’incontro-scontro tra diversi ha però creato nel corso dei secoli un modo di vivere, una cultura comune caratterizzata da quell’equilibrio tra uomo e natura che nei romanzi biamontiani assume le forme della società contadina, su cui domina la coltura dell’olivo e che lo scrittore chiama civiltà dell’olivo.

 

«Da noi sta morendo l’antica civiltà greca e fenicia dell’ulivo, e siamo in un interregno; non si sa quale civiltà verrà fuori dalla fine di quella dell’ulivo, cui poi è anche legata tutta la civiltà mediterranea. Perché l’ulivo, visto in una certa luce, non sembra nemmeno un albero, ma un sogno d’albero, un’incarnazione di Minerva» (la dea romana della saggezza e della ragione).

Il richiamo al passato costantemente presente nei suoi romanzi non è però nostalgia di una perduta età dell’oro, che per Biamonti non è mai esistita, ma il tentativo di ricordare una società che, pur vivendo nella fatica e nella miseria, era in equilibrio con l’ambiente circostante (in simbiosi) e mediante ciò riusciva a mitigare o sopportare meglio il dolore causato dal passare del tempo e dalle ineluttabili e spesso dolorose trasformazioni storiche (l’inferno della Storia). «Io credo che il compito di un romanziere sia bilanciare questa tragedia del progresso attraverso un flusso di apporti poetici e immergersi nella bufera che trascina gli uomini col senso della tragedia, del rimpianto e della nostalgia».

 

C’è il tentativo di cercare un possibile sollievo alla condizione umana riprendendo, mediante la letteratura, il ricordo, la nostalgia, la contemplazione della natura. La possibilità, pertanto, di un equilibrio che attenua notevolmente la visione pessimistica dell’esistenza umana. E ciò trova conferma in alcune dichiarazioni: «[…] io non volevo fare della storia o della politica. Volevo vedere se questi eventi così drammatici erano riconducibili sotto una sfera antica del dolore umano e della morte. […] Volevo vedere se si può secernere l’umano in un mondo disumano».

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]