[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

177 / SETTEMBRE 2022 (CCVIII)


moderna

FOLLIE E DELIRI A CORTE

FILIPPO V DI SPAGNA, IL RE CHE SI CREDEVA UNA RANA

di Valeria La Donna

 

Nessuno ha mai affermato che essere un buon re fosse sinonimo di perfezione. Né un grande professionista o un grande politico si possono considerare tali perché ineccepibili. E quella notte del 9 luglio del 1746, quando un ictus pose fine alla vita di Filippo V, moriva quello che, per certi versi, era stato un grande sovrano, non un essere perfetto.

 

Colui che verrà ricordato dal mondo politico per essere stato il primo re di Spagna della dinastia dei Borbone nonché il sovrano più longevo nella storia del paese – con i suoi 45 anni di reggenza – si scoprirà essere anche uno dei più interessanti e peculiari dal punto di vista della Psicostoria. Di certo, fu quello più bizzarro e “svitato” che la monarchia spagnola abbia mai avuto in 12 secoli di regno.

 

Nato nella caotica corte di Versailles, figlio del Gran Delfino francese e di Maria Anna Vittoria di Baviera, nonché nipote di Maria Teresa d’Austria e di Luigi XIV – il famoso Re Sole – Filippo, duca d’Angiò, crebbe come un’anima spaurita all’ombra di tutti. Innanzitutto, di suo nonno, un personaggio che, per il prestigio della carica che ricopriva e per il suo carattere algido, gli sembrava distante anni luce. In secondo luogo, di suo padre, un edonista che amava godere dei piaceri della caccia e della carne e che rifuggiva quelli di genitore. Infine, di sua mamma, morta quando lui aveva appena sei anni, devastata dalla depressione.

 

In un ambiente familiare del genere, il giovane Filippo doveva sentirsi probabilmente invisibile. Ed effettivamente lo era. Tutti pensavano che non avrebbe mai governato e divenne un orfano timido e insicuro, quasi sottomesso, abbandonato alle cure di professionisti.

 

Malgrado ciò, seppe sfruttare bene la sua educazione. Aveva una mente intelligente e sensibile, rapida e riflessiva, che coesisteva con una personalità piuttosto imbronciata ma tranquilla. Lo psichiatra Francisco Alonso Fernández – che a Filippo V dedicò un’intera biografia – scoprì in lui un’autostima molto bassa. Descrive la mente di quel bambino come afflitta da sensi di colpa e scrupoli eccessivi, in cui sessuale e religioso si intrecciavano nei suoi rimorsi. Non dovevano essere facili da sopportare in una Versailles dove le storie di letto erano uno dei grandi divertimenti della corte. In quell’ambiente licenzioso e libertino, Filippo era un uccello raro.

 

Nonostante tutto, in età adulta ricordò sempre con nostalgia la Francia, paese che dovette abbandonare con dolore nel 1700, quando, appena diciassettenne, venne inaspettatamente nominato successore di Carlo II di Spagna, fratello della nonna Maria Teresa.

 

La scelta testamentaria dell’ultimo sovrano degli Asburgo, dettata dalla mancanza di eredi diretti, non solo cambiò per sempre la vita di Filippo, ma gettò anche nello scompiglio buona parte degli Stati europei, che ben avvertivano la figura ingombrante di Luigi XIV dietro quella del neoeletto sovrano. La sibillina frase «i Pirenei non esistono più» (Escribano 2011, p. 10), attribuita allo stesso Luigi e pronunciata in seguito all’incoronazione di Filippo come re di Spagna, arrivò a confermare le preoccupazioni di tutti. Consci delle difficoltà che avrebbero avuto nel fronteggiare l’unione dinastica dei Regni di Spagna e Francia sotto la figura di un unico monarca, Austria, Inghilterra e Paesi Bassi, seguite tra le altre dalla Prussia, si allearono con gli Asburgo d’Austria nella speranza di spodestare Filippo a favore dell’arciduca Carlo, anch’esso pretendente al trono iberico.

 

Questi problemi ereditari propiziarono la Guerra di Successione Spagnola, considerata da molti come il primo conflitto globale a carattere europeo, che si protrasse per oltre dieci anni – fino al 1714 – e che si concluse con la mantenuta separazione dei due rami dei Borbone e con il ridisegno degli equilibri politici internazionali. In seguito ad esso, la Spagna perse buona parte dei territori spagnoli europei ma evitò il destino della frammentazione territoriale in casa propria. Inoltre, riuscì, a mantenere sul trono il suo sovrano.

 

Paradossalmente, durante gli anni della guerra, Filippo spiccò per vitalità e entusiasmo. Stanco di essere considerato un debole e deciso a dimostrare le sue capacità e il suo valore, partecipò attivamente alle campagne e arrivò persino a dirigere l’esercito – a volte in maniera fin troppo temeraria –, guadagnandosi il soprannome di el Animoso, il Coraggioso.

 

Ciò che Filippo stava manifestando sul campo di battaglia, tuttavia, non era un carattere animado come molti pensavano, ma dei veri e propri tratti ipomaniacali. Comuni nelle persone con disturbo bipolare, gli episodi ipomaniacali sono momenti di grande eccitazione in cui i soggetti sperimentano una certa iperattività, perdendo anche il bisogno di dormire. Come ci spiega Alonso-Fernández, la guerra non fece altro che catalizzare i disturbi già presenti in Filippo, per poi far tornare in scena l’adolescente timido, abulico e insicuro dei tempi di Versailles, una volta terminati gli scontri.

 

Il suo incontrollato appetito sessuale, puntualmente soddisfatto dalla moglie Maria Luisa di Savoia, era forse l’unica cosa che riusciva a mantenere occupata la sua mente annoiata. Fin da giovane il re aveva avuto una sessualità sfrenata che, per i suoi scrupoli religiosi, era più un tormento che una benedizione, motivo per cui decise di imbrigliarla esclusivamente all’interno del matrimonio. Tuttavia, quando la regina morì di tubercolosi nel 1714, all’età di 25 anni, i disturbi mentali che gradualmente avrebbero consumato la salute del sovrano cominciarono a manifestarsi in maniera sempre più evidente.

 

Il 1717 fu l’anno in cui la sua malattia esplose in tutta la sua gravità. La mattina del 4 ottobre, mentre stava cavalcando placidamente, Filippo ebbe un attacco isterico: credeva che il sole lo stesse aggredendo. Sebbene il carattere del sovrano Borbone avesse sempre oscillato con rapidità dall’euforia alla depressione, nessuno avrebbe potuto prevedere l’assurdo comportamento di quel giorno.

 

Da quel momento in poi, il lungo e inesorabile viaggio di Filippo verso l’estrema follia ebbe inizio. I suoi attacchi di isteria in pubblico divennero sempre più frequenti e presto cominciarono a essere affiancati da incubi notturni, tra cui quello ricorrente in cui, terrorizzato, cercava di infilzare un fantasma con la spada. Incapace ormai di separare la realtà dalla depressione che stava prendendo il sopravvento, la mente di Filippo si ritrovò in balia di manie e pensieri ossessivi, con pesanti ripercussioni sulla sua vita sociale e personale.

 

Celebre è il suo assoluto rifiuto di tagliarsi i capelli e le unghie poiché, secondo il sovrano, avrebbe comportato un peggioramento dei disturbi fisici – quali mal di testa, stanchezza cronica e problemi gastrici – che lo affliggevano da tempo. Così, a un certo punto, le unghie dei piedi gli crebbero talmente tanto da rendergli difficoltoso anche soltanto camminare.

 

Come poteva, un uomo in questo stato, dirigere un intero paese? Per delega. Con il peggioramento delle sue condizioni, il peso del governo cominciò a ricadere su persone di sua fiducia. Soprattutto, su Elisabetta Farnese, l’italiana che Filippo sposò in seconde nozze appena sette mesi dopo la morte di Maria Luisa.

 

Complice il suo carattere ferreo e autoritario, la donna divenne, fin dai primi istanti di matrimonio, il polo attrattivo della vita di Filippo, che sviluppò una vera e propria dipendenza sessuale e affettiva nei suoi confronti. Questo fece sì che Elisabetta ottenesse sempre più potere, al punto di firmare spesso i documenti ufficiali con “il Re e io”.

 

Di contro, la donna dovette subire la fase più critica della malattia del marito, che toccò il suo apice dopo la morte del figlio Luigi I – avuto da Maria Luisa –, a favore del quale Filippo era riuscito ad abdicare nel 1724, all’età di 40 anni. All’epoca, molti pensarono che lo avesse fatto con la speranza di ottenere il trono di Francia di fronte a una possibile dipartita di Luigi XV, ma ciò che desiderava in realtà era soltanto ritirarsi dalla vita pubblica.

 

Come spiega Marina Alonso Mola – docente di Storia Moderna –, Filippo era molto responsabile, ma sentiva un’insicurezza assoluta che lo paralizzava e che lo induceva a pensare di sbagliare costantemente nelle sue decisioni. Il monarca fu sopraffatto da pressioni per le quali nessuno in Francia lo aveva preparato e non sognava altro che abdicare in favore del figlio per ritirarsi presso La Granja de San Ildenfonso, “la piccola Versailles” che aveva fatto costruire nel 1721 a due passi da Segovia. «Sarebbe stato felice di essere un nobile senza ambizioni politiche», riconosce Mola (Navas 2021).

 

Dopo essere finalmente riuscito a ritirarsi dalla corona per vivere il suo sogno, fu brusco il suo risveglio quando seppe che, a distanza di soli otto mesi dalla sua abdicazione, Luigi era morto di vaiolo. Addolorato per la perdita e amareggiato perché costretto a rivestire nuovamente gli odiati panni di sovrano, Filippo perse del tutto la sanità mentale. Fu allora che si cominciarono a scrivere le pagine più tristi della sua biografia.

 

A partire dal 1731, una volta trasferitosi nell’Alcazar di Siviglia, divenne un fantasma che la maggior parte dei cortigiani non rivide mai più. Dai corridoi del palazzo si sentivano solo le sue urla in lontananza, dietro le porte che sua moglie aveva ordinato di sorvegliare per impedirgli di scappare. A quel tempo il suo disturbo era grave e si era completamente staccato dalla realtà. Com’è tipico dei pazienti affetti dalla Sindrome di Cotard, negava di avere braccia e gambe, o di essere ancora in vita, o di preservare la sua identità umana.

 

Come ci spiega la scrittrice storica Sara Navas, «Tra gli episodi grotteschi di cui fu protagonista nella reggia, spicca quello in cui una mattina volle cavalcare uno dei cavalli disegnati sugli arazzi che adornavano la sua residenza perché li credeva reali come lui. Arrivò anche a trascorrere 15 giorni nel suo letto senza smettere di urlare di essere morto. In un’altra occasione, Filippo ebbe allucinazioni tali da credersi una rana e come tale si comportò, gracchiando e saltando per il palazzo negando la sua condizione umana, poiché era certo di non avere braccia e gambe» (Navas 2021).

 

Trascorse 30 anni assicurando a tutti coloro che avevano la pazienza di ascoltare le sue farneticazioni che sarebbe morto presto: «È triste non essere creduto, ma non tarderò a morire e si vedrà che avevo ragione» (Navas 2021) ripeteva spesso al cardinale Alberoni. «Il re è sempre triste» – scrisse invece il marchese di Louville, amico e confidente di Filippo V, in una lettera destinata al cancelliere Torcy – «Dice che pensa sempre di essere sul punto di morire, che la sua testa è vuota e che sta per cadere. […] Vorrebbe stare sempre rinchiuso e non vedere nessuno se non le pochissime persone a cui è abituato. Ogni tanto mi manda a chiamare padre Daubenton o il suo dottore, perché dice che questo gli dà sollievo» (Navas 2021).

 

A un certo punto, Filippo si ossessionò con l’idea che i suoi indumenti e quelli di Elisabetta irradiassero una luce magica. Credendo che fosse opera del diavolo, fece confezionare nuovi abiti alle monache e, per timore che qualcuno volesse avvelenarne i tessuti, prese l’abitudine di indossarli solo dopo averli fatti provare alla moglie, evitando poi di cambiarsi per mesi interi.

 

Morì a 60 anni tra alienazioni, deliri e una mancanza di igiene tale che, quando dovettero vestirlo per la sepoltura, non riuscirono a staccare gli indumenti che indossava – e che per tanto tempo si era rifiutato di togliere – se non levandogli via anche tutta la pelle. «Dovettero mummificarlo. È l’unico re mummificato di Spagna, ma era impossibile agire in altra maniera con lui» (Navas 2021) riconosce lo scrittore e storico Eduardo Juárez.

 

Secondo Juárez, la cosa più sorprendente del caso di Filippo V è che “la sua follia” sia rimasta totalmente sconosciuta alla storia ufficiale, contrariamente a ciò che accadde, e con minore ragione, con Giovanna I di Castiglia, popolarmente conosciuta come Giovanna la Pazza. «Per ragioni politiche e dinastiche, nel caso di Giovanna, era necessario che venisse presa per matta. Con Filippo, invece, non conveniva» afferma Juárez. «Si dice a malapena che Filippo fosse pazzo – continua –, così come nessuno sottolinea il fatto che nel Trattato di Utrecht perse tutti i territori spagnoli europei» (Navas 2021).

 

Essendo, infatti, Filippo in prima linea in un processo di riforma borbonica, era assolutamente impensabile diffondere tra il popolo e ai posteri l’immagine di un sovrano debole e squilibrato. Da qui, la tendenza a ricordare el Animoso come un sovrano illuminista, riformatore dello Stato spagnolo, sotto il cui regno vennero rinnovati la Marina e l’Esercito e vennero promosse le Arti e le Scienze.

 

Ma questa è solo la facciata ufficiale. Il vero Filippo altri non era che un uomo malato, incapace di governare, probabilmente incompreso, che la medicina del suo tempo non seppe aiutare.

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

F. Alonso-Fernández, Felipe V. El rey fantasma, Editorial Almuzara, 2020.

C. Cervera, La melancolía de «El Rey Loco»: Felipe V sufría un trastorno bipolar, ABC España, 2015.

H. Kamen, El rey loco y otros misterios de la España imperial, La Esfera de los Libros, 2012.

I. Martín Escribano, La plaga de los Borbones, Vision Libros, 2011.

S. Navas, La monarquía al desnudo: Del rey que nació en un retrete al soberano playboy, Los Libros de la Catarata, 2021.

S. Navas, Felipe V “se creía rana” y “apenas se aseaba”: cómo el rey español más trastornado pasó a la historia como un gran monarca, El País, 2021.

F.J. Urbiola, Felipe V, el primer Borbón en España: reformista, escrupuloso, extravagante y ‘loco’ por abdicar, Vanitatis, 2021.

X. Vilaltella-Ortiz, Las locuras de Felipe V, el rey que se creía rana, La Vanguardia, 2022.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]