IL FENICOTTERO E LA SUA SIMBOLOGIA
CREDENZE, TRADIZIONI E USI
di Giulia Cesarini Argiroffo
“Fenicottero” (Phoenicopterus)
è il nome comune di un grande
uccello acquatico della famiglia dei
Phoenicopteridae. Se ne riconoscono
più specie, ognuna con le proprie
peculiarità. Attualmente
quest’animale è considerato quasi a
rischio
d’estinzione, a causa dell’eccessiva
raccolta illegale delle sue uova e
della perdita del suo habitat. Si
tratta di animali piuttosto longevi
e di solito dal carattere mite e
timido, risalenti a
al periodo Cretaceo, circa tra i 135
e i 63 milioni di anni fa.
Il fenicottero appare come un
trampoliere: zampe lunghissime dalle
dita palmate sostengono un corpo
longilineo e anserino, con cui è
solito camminare in acque basse e
fangose. Ha una coda breve e in
prossimità di essa si trova una
ghiandola uropigia che secerne una
sostanza oleosa ricca di carotenoidi;
tale secrezione si spalma sul
piumaggio e gli permette di
conservare in buono stato le proprie
piume, oltre a renderle molto più
colorate. Presenta un becco
massiccio, allungato e ricurvo verso
il basso, che a metà lunghezza è
dentellato sui margini con tante
lamelle cornee che gli consentono di
filtrare le acque e trattenere
minuscoli organismi vegetali e
animali (come piccoli crostacei,
larve d’insetti, alghe
microscopiche), di cui si nutre.
Beve soprattutto l’acqua che si
trova in pozze del terreno o l’acqua
piovana, flettendo il collo mentre
la testa si raccoglie sulle ali. Il
collo lunghissimo si piega in tutte
le direzioni.
Questi pennuti vivono di solito in
gruppi di consimili. Volano e sono
grandi migratori, amano i luoghi
caldi e hanno abitudini
esclusivamente acquatiche.
Frequentano acque poco profonde, si
riuniscono in enormi branchi e gli
esemplari comunicano tra loro
tramite diverse vocalizzazioni. I
fenicotteri hanno attività
soprattutto diurna, ma nel periodo
delle grandi migrazioni, per
raggiungere luoghi più caldi, volano
di notte e durante il viaggio
compiono alcune soste in zone
selezionate. Tali uccelli tendono ad
avere relazioni positive e durature
con alcuni individui del proprio
gruppo, instaurando una sorta di
“amicizia” che serve loro per
aiutarsi vicendevolmente e
facilitare così la propria
sopravvivenza.
Dopo un periodo di corteggiamento,
in cui i maschi conquistano una
femmina, i fenicotteri formano
coppie monogame, durature, stabili
per tutta la vita, e insieme
allevano ogni anno i piccoli. La
nidificazione di questi uccelli
avviene di solito in colonie
fittissime: la femmina, con l’aiuto
del maschio, costruisce il nido a
brevissima distanza dagli altri e vi
depone un solo uovo l’anno. La
coppia lo cova nel nido, che di
solito è un grosso tumulo
troncoconico di fango e altri
materiali, posto in aree fangose
emergenti in acque poco profonde.
Gli uccelli in questione tendono a
dormire su una zampa sola,
nascondendo l’altra sotto il corpo e
alternandola quasi senza rendersene
conto mentre riposano: pare che così
riescano a risparmiare molte più
energie rispetto alla postura
bipede. Le dimensioni dell’animale
cambiano da una specie all’altra.
I fenicotteri vivono in zone umide,
lungo le coste, presso aree
deltizie, in distese fangose, in
lagune salmastre e in alcuni laghi.
Alcune specie popolano anche habitat
con acque melmose dalle alte
percentuali di sostanze tossiche per
la maggior parte degli esseri
viventi, ma che per loro sono invece
ottime per prosperare: ad esempio,
le acque in prossimità di vulcani,
che infatti sono lontano dalla
maggior parte dei predatori. Questi
animali si trovano in Africa, in
America, in Asia e in Europa (anche
in Italia).
Inoltre, il grosso del piumaggio
degli esemplari adulti è di solito
di color rosato (dal bianco al rosa
più o meno intenso), con una
sfumatura che varia a seconda della
specie. Ciò è dovuto principalmente
alla loro dieta: si cibano infatti
soprattutto di piccoli crostacei e
alghe ricchi di carotenoidi,
pigmenti rosso-arancio che si
depositano nelle penne – altrimenti
grigie.
In particolare, la specie del
“fenicottero rosso” (Phoenicopterus
ruber),
chiamato anche fiammante o
fiammingo, sembra un’apparizione
aurorale. Presenta infatti la testa,
il collo, il tronco e i piedi di
color roseo, mentre il becco è roseo
con l’apice nero; di color rosso
fuoco sono invece le copritrici
delle ali, e nere le remiganti. È un
uccello imponente, che può giungere
a poco meno di un metro e mezzo di
lunghezza. Ama pescare in acque non
profonde, restando dove l’acqua non
supera l’altezza del tarso.
Non casualmente, nell’Induismo
questo grande uccello rosato
simboleggia colui che conosce il
mondo della luce, ed è anche uno dei
simboli dell’anima migrante dalle
tenebre alla luce. Ad esempio, ci si
era soliti rivolgere a lui durante
la preghiera del mattino (Śaṅkhayana
Gṛhya-Sūtra),
come segue: “Fenicottero nel cielo
chiaro, il buon Dio nello spazio,
così un sacerdote all’altare, un
ospite nella sua dimora, abita in
noi, nell’ordine e nel cielo,
l’estensione! Egli è l’ordine nato
dalle acque, dalle vacche, dai
monti!”.
In Europa, in particolare durante il
Neolitico, l’intera cosmogonia
ruotava intorno alla Grande Dea
Madre, Dispensatrice-di-Vita. Nello
specifico, secondo Rao, una delle
connessioni simboliche più frequenti
tra questa divinità e gli animali
era quella della rappresentazione
degli uccelli acquatici, come ad
esempio i fenicotteri. I volatili
d’acqua, infatti, per la loro natura
simboleggiavano il punto di
congiunzione tra le acque, sorgenti
di vita, e i cieli divini. Di
conseguenza questi animali si
collegavano a tale divinità, che era
insieme acquatica – quindi fonte di
vita – e madre celeste. Per questa
ragione la dea si raffigurava con
sembianze ornitomorfe.
Il nome di questo uccello deriva dal
greco antico phôinix, “rosso,
porpora”, e pterón, “ala”:
significa quindi “dalle ali rosse”.
Nella mitologia dell’Antica Grecia
si narrava – secondo una versione,
ma ce ne sono più di una in
proposito – che Ceneo, il quale
aveva per padre il lapita Elato, fu
all’inizio una donna chiamata Cenide.
Dopo che Poseidone la possedette,
ella chiese al dio di trasformarla
in un uomo invulnerabile, e
Poseidone glielo accordò. Sotto il
suo nuovo aspetto, Ceneo partecipò
alla lotta contro i Centauri. Poiché
questi non potevano ucciderlo, lo
colpirono con tronchi di abete e
finirono col seppellirlo vivo. Si
dice che, dopo la morte, Ceneo
ridiventasse donna, oppure – secondo
altre versioni del mito – si
trasformasse in un uccello dalle ali
splendenti, ossia il fenicottero.
Secondo un’altra tradizione, Ceneo,
diventato uomo, si riempì
d’orgoglio. Così piantò una lancia
di abete nella piazza pubblica e
pretese che si rendesse un culto
alla sua arma come a una divinità.
Zeus, sdegnato della sua
presunzione, decise di punirlo
istigando contro di lui i Centauri,
che finirono per ucciderlo.
In particolare, questo mito, secondo
la versione latina di Ovidio,
narrava che Cenide fosse una bella
fanciulla tessala, famosa per la sua
grazia e desiderata invano da molti
pretendenti che lei continuava a
respingere. Un giorno, mentre
camminava sulla riva del mare, fu
violentata da Nettuno che,
soddisfatte le sue voglie, volle in
qualche modo compensarla esaudendo
qualsiasi suo desiderio. Dopo
l’oltraggio appena subito, ella
chiese di non essere più donna ma
uomo. E così fu: il dio le concesse
anche il privilegio di non poter
essere ferita. Il nuovo maschio se
ne andò soddisfatto del suo dono,
prendendo ormai il nome di Ceneo.
Un giorno questi partecipò alla
lotta dei Lapiti contro i Centauri.
Siccome non lo si poteva ferire e il
suo corpo rimaneva illeso,
esasperato, il centauro Monico
propose di rovesciargli addosso
macigni e tronchi per soffocarlo
sotto una valanga di piante; trovato
per caso un tronco abbattuto, lo
scagliò addosso al nemico, e subito
lo imitarono gli altri Centauri.
Sepolto da quella catasta, Ceneo
tentava invano di scuoterla,
cercando di non essere schiacciato
dal peso immane, ma quando la mole
gli crebbe sulla testa fino a
togliergli il respiro, cominciò a
perdere le forze. Alla fine si
trasformò in un fenicottero.
Nello specifico, nelle Metamorfosi di
Ovidio, Nestore di Pilo narrava
quanto segue:
“Quale fine facesse è dubbio: chi
dice che sotto il cumulo il corpo
dalla mole distrutto fosse caduto
nel Tartaro dove tutto è vano. Lo
negava Mopso, figlio di Ampice, che
da quel cumulo vide levarsi nel
cielo limpido un uccello dalle ali
fulve, un uccello ch’io vidi per la
prima e l’ultima volta. Mopso,
seguendolo insieme con gli occhi e
col cuore. «Salve» disse «gloria del
popolo dei Lapiti, grandissimo eroe
prima e ora uccello unico, Ceneo»“.
Ciò nonostante, presso gli Antichi
Romani il fenicottero non suscitò
particolare interesse, se non per la
sua carne, grassa e oleosa, che
anche molti altri popoli
dell’Antichità apprezzavano. I
Romani amavano soprattutto mangiare
le lingue di questi uccelli, grosse,
carnose e larghe. Plinio il Vecchio,
riportando un passo di Apicio – a
noi non pervenuto –, diceva: “il più
grande ghiottone fra gli
scialacquatori ci ha informati che
la lingua del fenicottero è dotata
di un sapore squisito”. Nel De
re coquinaria di
Apicio vi sono due ricette per
cucinare il fenicottero. D’altronde
la bontà delle carni di
quest’uccello era attestata da vari
altri scrittori latini.
L’animale non acquisì invece
significati simbolici nell’Antica
Roma, e nemmeno nel Cristianesimo e
nel Medioevo europeo, tanto che non
venne inserito nei bestiari
medievali. Eppure, come notava
Cattabiani, ciò è strano poiché esso
si prestava molto bene a una
simbologia cristiana, principalmente
per due motivi. Il primo: quando è
in volo, è inconfondibile, in
quanto, diversamente dagli altri
uccelli, distende in linea retta non
soltanto le zampe affusolate ma
anche il collo, apparendo
lunghissimo e sottile; e siccome le
ali vengono a trovarsi nel mezzo del
corpo, durante il volo assume
l’aspetto di una croce. Il secondo:
questi uccelli sono molto raramente
isolati. Vivono infatti in schiere
numerose, vanno a caccia insieme e
nei luoghi in cui nidificano formano
enormi colonie costituite spesso da
parecchie migliaia di individui,
sicché avrebbero potuto evocare
anche il simbolo della comunione dei
santi.
Ciò nonostante, Jean Campbell
Cooper, nel suo Dizionario
degli animali simbolici e mitologici del
1997, sosteneva che: “Al tempo di
Giustiniano i fenicotteri
rappresentavano i beati in
paradiso”.
Inoltre, c’è chi sostiene che la
fenice, il favoloso uccello che
risorgeva dalle sue ceneri, si fosse
ispirata per la sua immagine
classica e cristiana al fenicottero.
Non è un’ipotesi del tutto
infondata, se John Mandeville
scriveva sul finire del Medioevo che
la fenice era molto bella da
vedersi, specie quando risplendeva
“dei raggi dorati del sole” – anche
se poteva riferirsi pure al fagiano
dorato delle Indie. Resta comunque
il fatto che si tratta di
congetture, dal momento che la
fenice è un animale immaginario. Attualmente,
il fenicottero simboleggia
positività, eleganza, equilibrio,
fascino, sincerità, altruismo,
amicizia, amore, sensibilità e
rinascita.
Riferimenti bibliografici:
Cattabiani, Alfredo, Volario,
Mondadori Editore, Milano 2022.
Peterson Tory Roger e Redattori di
Life, Gli Uccelli, Mondadori
Editore, Milano 1965.
Pastoureau, Michel, Rosa. Storia
di un colore, Ponte alle Grazie
Editore, Milano 2024.
D’Ancona, Umberto, Zoologia,
Scienze UTET Editore, Torino 1978.
Grimal, Pierre, Enciclopedia
della Mitologia Greca e Romana,
Garzanti Editore, Milano 1999.
Rao, Milena, Animali magici di
potere. Viaggio attraverso i
bestiari magico-religiosi delle
culture antiche, Psiche 2
Editore, Torino 2014.
Zimmeri, Heinrich, Miti e simboli
dell’India, Gli Adelphi Editore,
Milano 1993.