[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 222 / GIUGNO 2026 (CCLIII)


ambiente

IL FENICOTTERO E LA SUA SIMBOLOGIA
CREDENZE, TRADIZIONI E USI

di Giulia Cesarini Argiroffo

 

“Fenicottero” (Phoenicopterus) è il nome comune di un grande uccello acquatico della famiglia dei Phoenicopteridae. Se ne riconoscono più specie, ognuna con le proprie peculiarità. Attualmente quest’animale è considerato quasi a rischio d’estinzione, a causa dell’eccessiva raccolta illegale delle sue uova e della perdita del suo habitat. Si tratta di animali piuttosto longevi e di solito dal carattere mite e timido, risalenti a al periodo Cretaceo, circa tra i 135 e i 63 milioni di anni fa.

 

Il fenicottero appare come un trampoliere: zampe lunghissime dalle dita palmate sostengono un corpo longilineo e anserino, con cui è solito camminare in acque basse e fangose. Ha una coda breve e in prossimità di essa si trova una ghiandola uropigia che secerne una sostanza oleosa ricca di carotenoidi; tale secrezione si spalma sul piumaggio e gli permette di conservare in buono stato le proprie piume, oltre a renderle molto più colorate. Presenta un becco massiccio, allungato e ricurvo verso il basso, che a metà lunghezza è dentellato sui margini con tante lamelle cornee che gli consentono di filtrare le acque e trattenere minuscoli organismi vegetali e animali (come piccoli crostacei, larve d’insetti, alghe microscopiche), di cui si nutre. Beve soprattutto l’acqua che si trova in pozze del terreno o l’acqua piovana, flettendo il collo mentre la testa si raccoglie sulle ali. Il collo lunghissimo si piega in tutte le direzioni.

 

Questi pennuti vivono di solito in gruppi di consimili. Volano e sono grandi migratori, amano i luoghi caldi e hanno abitudini esclusivamente acquatiche. Frequentano acque poco profonde, si riuniscono in enormi branchi e gli esemplari comunicano tra loro tramite diverse vocalizzazioni. I fenicotteri hanno attività soprattutto diurna, ma nel periodo delle grandi migrazioni, per raggiungere luoghi più caldi, volano di notte e durante il viaggio compiono alcune soste in zone selezionate. Tali uccelli tendono ad avere relazioni positive e durature con alcuni individui del proprio gruppo, instaurando una sorta di “amicizia” che serve loro per aiutarsi vicendevolmente e facilitare così la propria sopravvivenza.

 

Dopo un periodo di corteggiamento, in cui i maschi conquistano una femmina, i fenicotteri formano coppie monogame, durature, stabili per tutta la vita, e insieme allevano ogni anno i piccoli. La nidificazione di questi uccelli avviene di solito in colonie fittissime: la femmina, con l’aiuto del maschio, costruisce il nido a brevissima distanza dagli altri e vi depone un solo uovo l’anno. La coppia lo cova nel nido, che di solito è un grosso tumulo troncoconico di fango e altri materiali, posto in aree fangose emergenti in acque poco profonde.

 

Gli uccelli in questione tendono a dormire su una zampa sola, nascondendo l’altra sotto il corpo e alternandola quasi senza rendersene conto mentre riposano: pare che così riescano a risparmiare molte più energie rispetto alla postura bipede. Le dimensioni dell’animale cambiano da una specie all’altra.

 

I fenicotteri vivono in zone umide, lungo le coste, presso aree deltizie, in distese fangose, in lagune salmastre e in alcuni laghi. Alcune specie popolano anche habitat con acque melmose dalle alte percentuali di sostanze tossiche per la maggior parte degli esseri viventi, ma che per loro sono invece ottime per prosperare: ad esempio, le acque in prossimità di vulcani, che infatti sono lontano dalla maggior parte dei predatori. Questi animali si trovano in Africa, in America, in Asia e in Europa (anche in Italia).

 

Inoltre, il grosso del piumaggio degli esemplari adulti è di solito di color rosato (dal bianco al rosa più o meno intenso), con una sfumatura che varia a seconda della specie. Ciò è dovuto principalmente alla loro dieta: si cibano infatti soprattutto di piccoli crostacei e alghe ricchi di carotenoidi, pigmenti rosso-arancio che si depositano nelle penne – altrimenti grigie.

 

In particolare, la specie del “fenicottero rosso” (Phoenicopterus ruber), chiamato anche fiammante o fiammingo, sembra un’apparizione aurorale. Presenta infatti la testa, il collo, il tronco e i piedi di color roseo, mentre il becco è roseo con l’apice nero; di color rosso fuoco sono invece le copritrici delle ali, e nere le remiganti. È un uccello imponente, che può giungere a poco meno di un metro e mezzo di lunghezza. Ama pescare in acque non profonde, restando dove l’acqua non supera l’altezza del tarso.

 

Non casualmente, nell’Induismo questo grande uccello rosato simboleggia colui che conosce il mondo della luce, ed è anche uno dei simboli dell’anima migrante dalle tenebre alla luce. Ad esempio, ci si era soliti rivolgere a lui durante la preghiera del mattino (Śaṅkhayana Gṛhya-Sūtra), come segue: “Fenicottero nel cielo chiaro, il buon Dio nello spazio, così un sacerdote all’altare, un ospite nella sua dimora, abita in noi, nell’ordine e nel cielo, l’estensione! Egli è l’ordine nato dalle acque, dalle vacche, dai monti!”.

 

In Europa, in particolare durante il Neolitico, l’intera cosmogonia ruotava intorno alla Grande Dea Madre, Dispensatrice-di-Vita. Nello specifico, secondo Rao, una delle connessioni simboliche più frequenti tra questa divinità e gli animali era quella della rappresentazione degli uccelli acquatici, come ad esempio i fenicotteri. I volatili d’acqua, infatti, per la loro natura simboleggiavano il punto di congiunzione tra le acque, sorgenti di vita, e i cieli divini. Di conseguenza questi animali si collegavano a tale divinità, che era insieme acquatica – quindi fonte di vita – e madre celeste. Per questa ragione la dea si raffigurava con sembianze ornitomorfe.

 

Il nome di questo uccello deriva dal greco antico phôinix, “rosso, porpora”, e pterón, “ala”: significa quindi “dalle ali rosse”. Nella mitologia dell’Antica Grecia si narrava – secondo una versione, ma ce ne sono più di una in proposito – che Ceneo, il quale aveva per padre il lapita Elato, fu all’inizio una donna chiamata Cenide. Dopo che Poseidone la possedette, ella chiese al dio di trasformarla in un uomo invulnerabile, e Poseidone glielo accordò. Sotto il suo nuovo aspetto, Ceneo partecipò alla lotta contro i Centauri. Poiché questi non potevano ucciderlo, lo colpirono con tronchi di abete e finirono col seppellirlo vivo. Si dice che, dopo la morte, Ceneo ridiventasse donna, oppure – secondo altre versioni del mito – si trasformasse in un uccello dalle ali splendenti, ossia il fenicottero. Secondo un’altra tradizione, Ceneo, diventato uomo, si riempì d’orgoglio. Così piantò una lancia di abete nella piazza pubblica e pretese che si rendesse un culto alla sua arma come a una divinità. Zeus, sdegnato della sua presunzione, decise di punirlo istigando contro di lui i Centauri, che finirono per ucciderlo.

 

In particolare, questo mito, secondo la versione latina di Ovidio, narrava che Cenide fosse una bella fanciulla tessala, famosa per la sua grazia e desiderata invano da molti pretendenti che lei continuava a respingere. Un giorno, mentre camminava sulla riva del mare, fu violentata da Nettuno che, soddisfatte le sue voglie, volle in qualche modo compensarla esaudendo qualsiasi suo desiderio. Dopo l’oltraggio appena subito, ella chiese di non essere più donna ma uomo. E così fu: il dio le concesse anche il privilegio di non poter essere ferita. Il nuovo maschio se ne andò soddisfatto del suo dono, prendendo ormai il nome di Ceneo.

 

Un giorno questi partecipò alla lotta dei Lapiti contro i Centauri. Siccome non lo si poteva ferire e il suo corpo rimaneva illeso, esasperato, il centauro Monico propose di rovesciargli addosso macigni e tronchi per soffocarlo sotto una valanga di piante; trovato per caso un tronco abbattuto, lo scagliò addosso al nemico, e subito lo imitarono gli altri Centauri. Sepolto da quella catasta, Ceneo tentava invano di scuoterla, cercando di non essere schiacciato dal peso immane, ma quando la mole gli crebbe sulla testa fino a togliergli il respiro, cominciò a perdere le forze. Alla fine si trasformò in un fenicottero.

 

Nello specifico, nelle Metamorfosi di Ovidio, Nestore di Pilo narrava quanto segue:

“Quale fine facesse è dubbio: chi dice che sotto il cumulo il corpo dalla mole distrutto fosse caduto nel Tartaro dove tutto è vano. Lo negava Mopso, figlio di Ampice, che da quel cumulo vide levarsi nel cielo limpido un uccello dalle ali fulve, un uccello ch’io vidi per la prima e l’ultima volta. Mopso, seguendolo insieme con gli occhi e col cuore. «Salve» disse «gloria del popolo dei Lapiti, grandissimo eroe prima e ora uccello unico, Ceneo»“.

 

Ciò nonostante, presso gli Antichi Romani il fenicottero non suscitò particolare interesse, se non per la sua carne, grassa e oleosa, che anche molti altri popoli dell’Antichità apprezzavano. I Romani amavano soprattutto mangiare le lingue di questi uccelli, grosse, carnose e larghe. Plinio il Vecchio, riportando un passo di Apicio – a noi non pervenuto –, diceva: “il più grande ghiottone fra gli scialacquatori ci ha informati che la lingua del fenicottero è dotata di un sapore squisito”. Nel De re coquinaria di Apicio vi sono due ricette per cucinare il fenicottero. D’altronde la bontà delle carni di quest’uccello era attestata da vari altri scrittori latini.

 

L’animale non acquisì invece significati simbolici nell’Antica Roma, e nemmeno nel Cristianesimo e nel Medioevo europeo, tanto che non venne inserito nei bestiari medievali. Eppure, come notava Cattabiani, ciò è strano poiché esso si prestava molto bene a una simbologia cristiana, principalmente per due motivi. Il primo: quando è in volo, è inconfondibile, in quanto, diversamente dagli altri uccelli, distende in linea retta non soltanto le zampe affusolate ma anche il collo, apparendo lunghissimo e sottile; e siccome le ali vengono a trovarsi nel mezzo del corpo, durante il volo assume l’aspetto di una croce. Il secondo: questi uccelli sono molto raramente isolati. Vivono infatti in schiere numerose, vanno a caccia insieme e nei luoghi in cui nidificano formano enormi colonie costituite spesso da parecchie migliaia di individui, sicché avrebbero potuto evocare anche il simbolo della comunione dei santi.

 

Ciò nonostante, Jean Campbell Cooper, nel suo Dizionario degli animali simbolici e mitologici del 1997, sosteneva che: “Al tempo di Giustiniano i fenicotteri rappresentavano i beati in paradiso”.

Inoltre, c’è chi sostiene che la fenice, il favoloso uccello che risorgeva dalle sue ceneri, si fosse ispirata per la sua immagine classica e cristiana al fenicottero. Non è un’ipotesi del tutto infondata, se John Mandeville scriveva sul finire del Medioevo che la fenice era molto bella da vedersi, specie quando risplendeva “dei raggi dorati del sole” – anche se poteva riferirsi pure al fagiano dorato delle Indie. Resta comunque il fatto che si tratta di congetture, dal momento che la fenice è un animale immaginario. Attualmente, il fenicottero simboleggia positività, eleganza, equilibrio, fascino, sincerità, altruismo, amicizia, amore, sensibilità e rinascita.

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

Cattabiani, Alfredo, Volario, Mondadori Editore, Milano 2022.

Peterson Tory Roger e Redattori di Life, Gli Uccelli, Mondadori Editore, Milano 1965.

Pastoureau, Michel, Rosa. Storia di un colore, Ponte alle Grazie Editore, Milano 2024.

D’Ancona, Umberto, Zoologia, Scienze UTET Editore, Torino 1978.

Grimal, Pierre, Enciclopedia della Mitologia Greca e Romana, Garzanti Editore, Milano 1999.

Rao, Milena, Animali magici di potere. Viaggio attraverso i bestiari magico-religiosi delle culture antiche, Psiche 2 Editore, Torino 2014.

Zimmeri, Heinrich, Miti e simboli dell’India, Gli Adelphi Editore, Milano 1993.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]