Federico da Montefeltro
Il Duca di Urbino, simbolo
umanistico-rinascimentale
di Ermando
Ottani
Dopo la scomparsa di Guidantonio da
Montefeltro (1378-1443), il benamato
padre adottivo, e dopo
l’eliminazione violenta di Oddone da
Montefeltro (n. 1427), fratellastro
incapace e lussurioso, primo duca di
Urbino (grazie a una specifica bolla
di papa Eugenio IV, 1383-1447),
trucidato a seguito della congiura
dei Serafini nella notte tra il 22 e
il 23 luglio del 1444, Federico da
Montefeltro (1422-1482) sottoscrive
repentinamente i ventuno capitoli in
cui gli Urbinati elencano
precisamente le condizioni alle
quali si sarebbe dovuto attenere per
conservare il potere sui
possedimenti del ducato, atto
fondamentale che gli consente di
essere trionfalmente acclamato come
il nuovo signore di Urbino.
Nel 1442 intanto si erano decise le
sorti del regno di Napoli a favore
di Alfonso I d’Aragona, detto il
Magnanimo (1394-1458), il quale,
dopo aver rischiato di perdere tutto
nei conflitti precedenti, subito
dopo la fuga dell’ultimo
rappresentante della dinastia degli
Angioini (Renato I di Valois-Angiò,
1409-1480), il 2 giugno riesce a
conquistare il trono di Napoli.
Poco più di due anni dopo,
nell’ottobre del 1444, la pace di
Perugia sancisce e ratifica la netta
vittoria su Francesco Piccinino
(1407-1449) e le forze milanesi di
Francesco Sforza (1401-1466), marito
dal 1441 di Bianca Maria Visconti
(1425-1468) e astro nascente
nell’intricata situazione italiana,
al quale Federico da Montefeltro
offre i propri servigi. D’altra
parte, Francesco Sforza, che da
sempre stima Federico da
Montefeltro, accetta ben volentieri
questa proposta, anche per
contrapporre le qualità indiscusse
del conte urbinate alle pretese del
genero Sigismondo Pandolfo Malatesta
(1417-1468), dal 1432 signore di
Rimini e Fano per successione,
unitamente al fatto che il ducato di
Urbino avrebbe potuto rivelarsi un
utile rifugio in caso di estremo
bisogno.
Dal suo canto Federico, anche per
riassestare il deficit finanziario
dello Stato senza aggravare
l’imposizione tributaria, nel mese
di novembre firma la sua prima
condotta ufficiale (termine che
indicava il contratto, per un
periodo e un compenso prestabiliti,
tra il principe e il comandante
militare, che non a caso verrà poi
riconosciuto col termine
condottiero) con Francesco Sforza,
che entrerà in vigore il 1° aprile
1445 e che lo impegnerà fino al 31
marzo 1446.
Nell’estate del 1445 papa Eugenio IV
e il re di Napoli, Alfonso I
d’Aragona, si alleano con il comune
obiettivo di cacciare Francesco
Sforza (alleato, al momento, di
Firenze e Venezia) dalle Marche. In
tale contesto, Sigismondo scaglia
contro Federico gli armigeri di un
altro “capitano di ventura”, Carlo
Fortebracci da Montone (1421-1479),
ma le ostilità vengono bloccate
dalla tregua sottoscritta il 25
ottobre 1445. Successivamente, per
gran parte del 1446, la guerra
sembra premiare le truppe pontificie
ma, rovesciando le sorti del
conflitto, il 28 settembre 1446, a
Casalmaggiore l’esercito veneziano,
guidato da Micheletto Attendolo
Sforza (1370-1463), infligge una
severa sconfitta all’esercito
milanese di Filippo Maria Visconti
(1392-1447), guidato da Francesco
Piccinino (1407-1449).
Dopo la morte di papa Eugenio IV,
che pure aveva scomunicato sia
Federico da Montefeltro sia
Francesco Sforza, e nonostante la
politica più conciliante del nuovo
papa, Niccolò V (1397-1455), il
quale appoggia la stipula di un
armistizio tra gli schieramenti in
lotta, dichiarando per di più nulle
le scomuniche emanate dal suo
predecessore, Federico da
Montefeltro conferma la sua fama di
condottiero leale e, per quanto
tentato da una proposta di condotta
avanzata da Alfonso il Magnanimo,
decide di non cambiare schieramento,
rimanendo al fianco di Firenze e
dello Sforza.
Nel 1447 la morte di Filippo Maria
Visconti lascia un rilevante vuoto
di potere nel ducato di Milano. Di
conseguenza, su iniziativa di nobili
milanesi e giuristi lombardi, nasce
la cosiddetta “repubblica
ambrosiana” (una riedizione,
ampliata territorialmente, del
comune di Milano). La situazione
politica sembra tornare in
movimento: in particolare, il re di
Napoli Alfonso I avanza pretese sul
ducato milanese e nell’estate del
1447 i suoi mercenari sono già nelle
campagne dell’Italia
centro-settentrionale, mentre il
conte di Urbino rinnova ancora la
condotta con Firenze (alleata di
Francesco Sforza).
Inaspettatamente, il 18 ottobre
1448, gli schieramenti in lotta
subiscono un brusco rimescolamento
perché Francesco Sforza firma a
Rivoltella (nei pressi del lago di
Garda) un patto con Venezia, la
principale avversaria della
repubblica milanese. In questo nuovo
scacchiere bellico, l’esercito
sforzesco accerchierà senza via
d’uscita la città di Milano. Dopo le
ripetute vittorie di Bartolomeo
Colleoni (1395-1475), al servizio
dello Sforza e di Venezia,
approfittando della chiara debolezza
della repubblica ambrosiana e
dell’incertezza veneziana, lo stesso
Francesco Sforza chiuderà con
successo il cerchio della sua astuta
strategia politico-militare,
accettando benevolmente il richiamo
del popolo milanese che a sua volta,
ormai stremato dalla carestia, si
ribella al governo ambrosiano,
acclamandolo nuovo duca di Milano il
25 marzo 1450.
Da parte sua, Federico da
Montefeltro – rimasto vittima di un
incidente durante una pubblica
giostra nel capoluogo ducale che lo
sfregherà in volto, privandolo
dell’occhio destro e della sommità
nasale (un danno evidenziato dalla
pittura ritrattistica del tempo, che
lo rappresenterà d’ora in poi sempre
e solo di profilo) – rifiuterà nei
mesi successivi un arbitrato di
Cosimo de’ Medici detto il Vecchio
(1389-1464), sollecitato dall’alacre
iniziativa di Sigismondo Malatesta,
riavvicinatosi alle posizioni del
potente suocero, e rivelatosi quanto
mai svantaggioso per il conte di
Urbino. Considerata tale situazione,
contrastante con le clausole della
condotta stipulata precedentemente
col duca di Milano, Federico
giungerà a ritenersi sciolto e
“desobligato” dagli accordi
sottoscritti con Francesco Sforza.
Quindi, di seguito, il 2 ottobre
1451 egli sottoscrive prontamente la
condotta sotto le insegne del regno
aragonese di Napoli.
Mentre nella primavera del 1453,
nell’ambito delle vicende italiane,
Firenze e Milano garantiscono ancora
il loro appoggio a Sigismondo
Malatesta per dirimere i contrasti
con il conte di Urbino, nel caso in
cui Federico si avvalesse dell’aiuto
del re di Napoli, sul versante
orientale del Mediterraneo, il 29
maggio 1453 i Turchi Ottomani,
guidati da Maometto II detto il
Conquistatore (1432-1481), provocano
la caduta di Costantinopoli, che
segna la fine dell’Impero Romano
d’Oriente (noto anche come “impero
bizantino”), e, sul versante
occidentale europeo, il 17 luglio
1453 la battaglia di Castillon, con
la definitiva sconfitta degli
Inglesi, concluderà, a favore della
monarchia francese, la cosiddetta
Guerra dei Cento Anni.
In questo nuovo scenario
internazionale, Alfonso I riconferma
la condotta a Federico,
aggiornandola nelle forze militari
messe a disposizione e nell’elevato
compenso annuo: il re di Napoli ha
una fiducia quasi totale nelle
qualità di Federico, tant’è che lo
autorizza a usare, in caso di
sospensione del conflitto
principale, gli uomini arruolati
contro i suoi nemici e, nella
fattispecie, contro Sigismondo
Malatesta.
Il 9 aprile 1454 – di fronte alla
persistente minaccia turca e con le
casse drammaticamente vuote a causa
delle ingenti spese sostenute in
decenni di guerra – il ducato di
Milano e la repubblica di Venezia
firmano a Lodi la pace che, con la
ratifica di tutti i principali stati
regionali italiani, avvierà un lungo
periodo di relativa pacificazione,
in grado di porre le basi per lo
sviluppo dell’età rinascimentale in
tutta la penisola.
Dopo la pace di Lodi, nonostante
l’inattività bellica e il ripristino
dell’imposizione fiscale, il signore
di Urbino, oltre a consolidare i
propri contingenti militari, non
tralascia la cura della via
politico-diplomatica per rafforzare
la sua posizione e quella dello
stato urbinate nel contesto
italiano: è di certo un successo la
sua adesione all’intesa che nel 1455
dà vita alla Lega Italica, dalla
quale rimarrà comunque, e
significativamente, escluso
Sigismondo Pandolfo Malatesta.
Nel 1457 a Napoli Federico da
Montefeltro concorda un’offensiva
anti-malatestiana con Alfonso I
d’Aragona, da realizzare anche con
gli armigeri di Jacopo Piccinino
(1423-1465), e, per tenere vivo il
sostegno aragonese, invia nella
capitale partenopea prima il suo
cancelliere di fiducia, Pierantonio
Paltroni (XV sec.-1478), e poi il
figlio prediletto Buonconte
(1441-1458), dotato di un notevole
ingegno e di una mirabile cultura
umanistica.
Ma nel 1458 Buonconte, contagiato da
una micidiale epidemia scoppiata nel
regno di Napoli, muore precocemente,
pochi giorni prima della scomparsa
dello stesso re di Napoli, Alfonso I
d’Aragona. A quest’ultimo succede
Ferdinando I d’Aragona detto
Ferrante (1424-1494), che dovrà
affrontare con il leale sostegno di
Federico la prima rivolta dei baroni
meridionali (1459-1464), alleati di
Giovanni II d’Angiò (1424-1470),
primogenito di Renato I di
Valois-Angiò e già duca di Calabria,
intenzionato a riprendersi con la
forza delle armi il regno di Napoli.
A partire dall’autunno dello stesso
anno, Federico da Montefeltro
diventa un punto di riferimento per
il nuovo papa, Pio II (1405-1464),
lo studioso umanista senese Enea
Silvio Piccolomini, il quale
apprezza e riconosce nel conte di
Urbino il modello socio-politico dei
suoi tempi, modello che unisce
l’uomo d’arme, leale e fidato, al
mecenate amante delle arti e delle
lettere.
Con l’adesione nel 1460 di
Sigismondo Malatesta, umiliato
dall’accordo di Mantova, al fronte
politico-militare antipapale e
filo-angioino, che mette in rilievo
la fragilità degli equilibri
raggiunti a Lodi, Federico da
Montefeltro viene nominato capitano
generale della rinnovata Lega
Italica: nonostante l’inaspettata
vittoria del Malatesta nella
battaglia di Nidastore, tra il 1461
e il 1462 l’evoluzione del conflitto
registra una serie di sconfitte
delle truppe filo-angioine
nell’Italia meridionale e la
disfatta del signore di Rimini
nell’agosto del 1462 per mano di
Federico da Montefeltro nella
battaglia del fiume Cesano.
Nel 1463 altre città e castelli
importanti della Marca (Senigallia,
Fano, Gradara, San Leo, Pennabilli,
ecc.) si arrenderanno all’esercito
feltresco. Nello stesso anno,
sollecitato in tal senso da Venezia,
il pontefice concede la pace a
Sigismondo, accordo che comunque si
risolve in una drastica riduzione
territoriale del florido stato
malatestiano, ormai circoscritto
alla città di Rimini e a sole tre
miglia di contado intorno ad essa.
Nel 1464 a Firenze il 1° agosto
muore Cosimo de’ Medici e ad Ancona
il 14 agosto muore di peste papa Pio
II, disperato per il fallimento
della crociata contro i Turchi di
Maometto II: al primo succederà
Piero de’ Medici detto il Gottoso
(1416-1469) e al secondo il
cardinale veneziano Pietro Barbo con
il nome di Paolo II (1417-1471).
Dopo il declino di Sigismondo,
Federico da Montefeltro è senza
alcun dubbio il signore egemone
della Romagna meridionale, del
Montefeltro, delle Marche e
dell’Umbria settentrionali, a capo
di uno Stato economicamente sano, in
grado di svolgere un ruolo
importante di snodo e di
collegamento economico-commerciale
tra l’Italia settentrionale e
l’Italia centro-meridionale.
L’8 marzo 1466 muore Francesco
Sforza e, su richiesta della vedova
Bianca Maria Visconti, Federico da
Montefeltro si reca a Milano per
avallare, con l’autorità di capitano
generale della Lega Italica,
l’avvento al potere del giovane
Galeazzo Maria (1444-1476),
primogenito di Francesco. Sempre al
marzo del 1466 risale la prima
citazione documentata
dell’architetto Luciano Laurana
(1420-1479), direttore fino al 1472
dei lavori, commissionati dal conte
Federico, di trasformazione e
ampliamento del famoso Palazzo
Ducale di Urbino, gioiello del
Rinascimento italiano, che fornirà
la base orientativa per la
sistemazione urbanistica di Urbino
come «città del principe».
Quando, tra la fine del 1466 e il
1467, si costituisce una strana
alleanza tra Ferrara, il signore di
Pesaro (Alessandro Sforza), quello
di Forlì (Pino III Ordelaffi,
1436-1480), Bartolomeo Colleoni e
gli oppositori fiorentini al governo
mediceo, con il cauto sostegno di
Venezia, il fronte avversario – che
vede alleate Firenze, Milano, Napoli
e la signoria di Bologna – trova in
Federico da Montefeltro il capitano
generale della nuova Lega Italica.
Il 25 luglio 1467 i due schieramenti
si scontrano nella battaglia della
Molinella (Villa La Riccardina, nel
Bolognese), che avrà un esito
militarmente incerto, anche se i
contemporanei riconosceranno, alla
fine, la vittoria di Federico, che
vanificò del tutto le ambizioni di
Bartolomeo Colleoni, rivolte alla
conquista del potere a Milano. Dopo
la sigla definitiva della pace, il
13 maggio 1468, Federico da
Montefeltro si vedrà confermata la
condotta limitatamente al servizio
della Lega (Napoli, Firenze,
Milano), con l’integrazione di un
articolo segreto che non esclude, se
necessario, l’impegno militare di
Federico anche contro papa Paolo II.
Dopo aver presenziato a Milano il 7
luglio 1468 al giuramento di fedeltà
alla Francia in occasione del
matrimonio religioso di Bona di
Savoia (1449-1503), cognata del re
francese Luigi XI (1423-1483), detto
il Prudente, con Galeazzo Maria
Sforza, Federico invade con successo
le terre piemontesi di Filippo II di
Savoia (1443-1497), alleato del duca
di Borgogna, Carlo il Temerario
(1433-1477).
Dopo la morte di Sigismondo Pandolfo
Malatesta (9 ottobre 1468), papa
Paolo II esige prontamente il
ritorno alla Santa Sede della
signoria riminese così come era
stato per quella cesenate.
Contrariamente al ruolo svolto in
quell’occasione, Federico non
accetta più il processo
espansionistico dello Stato della
Chiesa sul versante adriatico e
contrasta perciò l’iniziativa
ecclesiastica, sostenuta da Venezia
e accettata dal duca di Milano.
Paolo II invia, allora, a Rimini
come capitano pontificio proprio
Roberto Malatesta, primogenito di
Sigismondo, espressamente incaricato
di conquistare il capoluogo
romagnolo, con l’accordo di
affidarlo poi al governo papale.
Il figlio primogenito di Sigismondo
Malatesta, però, non rispetta i
patti sottoscritti con il pontefice
ed anzi, alleandosi sia con il
fratello minore Sallustio
(1450-1470) sia con la vedova di
Sigismondo, Isotta degli Atti
(1432-1474, la reale reggente della
signoria), prenderà il controllo
della città e dei territori ad essa
legati. Il papa reagisce scagliando
contro Rimini l’interdetto mentre
l’esercito pontificio, al comando di
Alessandro Sforza, sorprende la
città romagnola, riuscendo ad
occuparla parzialmente.
Preoccupato da una possibile
estensione dell’espansionismo
pontificio ai suoi possedimenti, in
disaccordo con il duca di Milano,
che non vuole contrastare il papa
per conservarne l’amicizia, e
rafforzato dall’arrivo di armate
aragonesi, il condottiero urbinate
spinge Roberto Malatesta a provocare
l’attacco di Alessandro Sforza e
delle forze veneziane giunte in suo
aiuto, fornendo così il pretesto per
un suo intervento difensivo, che il
30 agosto 1469 a Mulazzano (nei
pressi di Lodi) porterà alla
sconfitta delle armate papali.
Le reazioni dei principali attori
politico-militari alla vittoria
feltresca sono quanto mai indicative
di quanto sia ormai logora l’intesa
fra le forze principali della Lega
Italica: di fronte all’entusiasmo
plaudente di molti intellettuali e
artisti, schierati dalla parte del
principe mecenate, e al
rafforzamento delle posizioni di
Roberto Malatesta, emergono, da una
parte, l’ostilità rabbiosa di papa
Paolo II e l’astioso risentimento
del duca di Milano Galeazzo Maria
Sforza, mentre, dall’altra,
risuonano i favorevoli
incoraggiamenti di Napoli e di
Firenze, che sollecitano Federico a
intensificare l’offensiva bellica
come unica strada per ottenere una
pace giusta e onorevole.
Dopo la morte il 2 dicembre 1469 di
Piero de’ Medici, al quale succederà
il figlio Lorenzo, detto poi il
Magnifico (1449-1492), che sarà, in
buona sostanza, il vero signore di
Firenze, condividendo il governo del
capoluogo toscano con il fratello
minore Giuliano, nel gennaio del
1470 Federico restituisce a Galeazzo
Maria i simboli del comando delle
forze armate milanesi e, nel
contesto rarefatto e confuso delle
vicende politiche italiane, la
minaccia dei Turchi Ottomani
sollecita con urgenza i cinque stati
regionali a rinnovare gli accordi
della Lega Italica.
Prima Milano, Napoli e Firenze,
seguiti poi dalla Serenissima e
dalla Chiesa, ricostituiscono nel
luglio del 1470 uno schieramento
militare coeso, sotto la guida di
Federico da Montefeltro riconfermato
capitano generale, da contrapporre
all’avanzata degli “infedeli” in
difesa delle popolazioni d’Italia.
Nell’aprile del 1471, Elisabetta
(1462-1521), secondogenita di
Federico da Montefeltro e di
Battista Sforza, viene formalmente
promessa in matrimonio a Roberto
Malatesta, nuovo signore di Rimini,
concretizzando così un duplice
intento feltresco, che alla
risoluzione del lungo conflitto tra
le due casate tradizionalmente
nemiche univa una politica contraria
alle pretese espansionistiche del
papa, intenzionato a sopprimere
molte delle signorie operanti nei
suoi territori.
Alla morte, il 26 luglio 1471, di
papa Paolo II gli succede il
cardinale Francesco della Rovere con
il nome di Sisto IV (1414-1484), il
quale il 16 settembre 1471 –
assecondando Ferdinando I d’Aragona
e Federico da Montefeltro – libera
Rimini dall’interdetto, ponendo le
basi per una formale e duratura
riconciliazione tra la Chiesa e i
Malatesta.
Intanto Venezia, avendo già perduto
(il 12 luglio 1470) la signoria di
Negroponte (Isola di Eubea, Mar
Egeo) ad opera della potente flotta
di Maometto II, per fronteggiare la
pressante minaccia degli Infedeli,
inizierà a trattare con più
interlocutori e a cercare alleati
anche negli altri stati regionali
italiani. A tali richieste di aiuto
veneziane rispondono positivamente
sia il papato, sia il regno di
Napoli; ma il duca di Milano
Galeazzo Maria Sforza ne approfitta
per portare contro la Repubblica di
Venezia un attacco che, a partire
dal 1472, andrà avanti due anni.
Con qualche esitazione, Firenze si
adegua alla politica milanese,
rafforzando nel frattempo la presa
del proprio dominio sulle città
toscane: infatti, Lorenzo de’
Medici, interessato alle miniere
della zona, assolderà Federico da
Montefeltro per reprimere la
ribellione di Volterra che il 18
giugno 1472, dopo quaranta giorni
d’assedio, si arrende (nonostante
l’aiuto dei Veneziani) alle milizie
fiorentine e feltresche (sostenute a
loro volta da truppe milanesi e
pontificie).
È un alto momento di gloria per il
signore di Urbino, calorosamente
festeggiato per la vittoria a
Firenze, dove incontrerà per la
prima volta Lorenzo il Magnifico e
dove potrà anche festeggiare la
nascita, già avvenuta il 24 gennaio
1472 a Gubbio, di Guidobaldo, il
bramato erede maschio (dopo sei
figlie femmine). Purtroppo per
Federico gloria e felicità hanno
breve durata: sempre a Gubbio, il
successivo 7 luglio 1472, muore la
tanto amata seconda moglie, Battista
Sforza, stremata dai ripetuti e
travagliati parti. Come per il
figlio prediletto Buonconte, la
scomparsa dell’adorata Battista
getta Federico nello sconforto più
profondo, portandolo a rifiutare
tutte le proposte di matrimonio che
le diverse ambascerie gli
sottoporranno.
Nel 1473, contro gli intenti di
Lorenzo il Magnifico e dei
Fiorentini, diventa signore di Imola
Girolamo Riario (1443-1488),
sostenuto con insistente
aggressività da suo zio, papa Sisto
IV, il quale non aveva gradito il
rifiuto della banca medicea di
prestare alla Chiesa la somma
necessaria a concludere l’accordo
per l’acquisizione della signoria
emiliana, optando quindi per i
Pazzi, anch’essi ricchi banchieri
fiorentini e acerrimi rivali dei
Medici, decisi a soppiantarne il
potere a Firenze.
Nonostante le sciagure familiari, a
coronamento del periodo di massimo
splendore della sua carriera di
condottiero, nell’agosto del 1474
Federico da Montefeltro viene
nominato, come lo era stato il conte
padre Guidantonio, Gonfaloniere
della Chiesa e il 21 dello stesso
mese viene elevato ufficialmente al
rango di duca di Urbino, titolo già
ufficiosamente ottenuto il 23 marzo
1474, in occasione del fidanzamento
di Giovanna (1463-1513), sua
terzogenita, con Giovanni della
Rovere (1457-1501), un altro nipote
di papa Sisto IV e futuro duca di
Sora.
L’11 settembre 1474 Federico da
Montefeltro è a Napoli, dove il re
Ferdinando I d’Aragona lo premia per
i tanti servizi resi alla sua
corona, concedendogli l’aggregazione
cavalleresca all’ambito Ordine
dell’Ermellino, la più alta
onorificenza aragonese: dal 2
ottobre 1451 fino alla sua morte nel
settembre del 1482, il rapporto di
protezione e di profonda amicizia
fra il duca di Urbino e i re
aragonesi di Napoli sarà
particolarissimo ed esclusivo,
tant’è che Federico, pur accettando
condotte per altri signori, rifiutò
sempre di aderire ad alleanze
opposte al re di Napoli, e mai
accettò di combattere contro
Ferrante.
Rientrate le velleità belliche
contro Venezia di Galeazzo Maria
Sforza, che voleva raffreddare il
rapporto dei Veneziani nei confronti
di Carlo il Temerario, che mirava
all’investitura imperiale del ducato
milanese, si realizza in Italia un
graduale riassetto delle alleanze,
che nel novembre del 1474 vedranno
la formazione di una lega fra gli
stati regionali settentrionali
(Milano, Firenze, Venezia),
istituita per fronteggiare l’intesa
fra papa Sisto IV e il re di Napoli.
Dopo il conferimento al duca di
Urbino della Rosa d’Oro, un’altra
onorificenza di gran prestigio, da
parte di papa Sisto IV nel marzo del
1475 e dopo le fastose nozze di
Elisabetta da Montefeltro con
Roberto Malatesta, il 3 novembre
1475 muore Bartolomeo Colleoni e il
26 dicembre 1476 morirà anche
Galeazzo Maria Sforza, assassinato
nei pressi della Chiesa di Santo
Stefano a Milano da nobili
ambrosiani, in congiura contro di
lui.
D’altro canto, papa Sisto IV
riprende a perseguire l’avido
progetto di sottrarre terre a
Firenze, per riservarle al nipote
Riario e ostacolare la spinta
espansionistica dei Medici verso la
costa adriatica. In tale contesto, a
partire dal 1477, si sviluppa la
trama della congiura (passata alla
storia, appunto, come congiura dei
Pazzi) che, sotto l’occulta regia
del pontefice, coinvolge
direttamente Jacopo (1423-1478) e
Francesco de’ Pazzi (1444-1478), in
sintonia con Francesco Salviati
(1443-1478), arcivescovo di Pisa,
risentito nei confronti dei Medici.
Il progetto papale e dei congiurati
prevedeva che, abbattuto il potere
mediceo, le redini del governo
fiorentino dovessero passare nelle
mani di Riario. A tal fine, Sisto IV
costruisce attorno all’azione dei
congiurati un fronte di sostegni
esterni, riconducibili a Siena, al
re di Napoli, a diverse città umbre,
a Imola e all’insospettabile duca di
Urbino, la cui segreteria di governo
verrà direttamente coinvolta nelle
iniziative d’appoggio alla congiura.
Dopo la congiura dei Pazzi, nel
corso della quale viene ucciso
Giuliano de’ Medici, lo scampato
Lorenzo fa impiccare il vescovo
Salviati. Il papa risponde il 1°
giugno 1478 con la scomunica di
Lorenzo de’ Medici, cui segue la
cosiddetta guerra dei Pazzi: le
forze della coalizione antimedicea
invadono nello stesso mese i
territori della repubblica
fiorentina, mettendoli a ferro e
fuoco. Mentre il 28 gennaio 1479
Roberto Malatesta passa alla guida
delle truppe fiorentine
(moderatamente sostenute da Milano e
Venezia), nel settembre dello stesso
anno le truppe del duca di Urbino
prendono Poggibonsi, Certaldo e
Monte San Savino, espugnando dopo un
lungo assedio, il 13 novembre 1479,
anche Colle Val d’Elsa.
Pur sottoscrivendo una nuova
condotta sia con il papa sia con il
re di Napoli, nell’autunno del 1479
Federico da Montefeltro svolge un
ruolo chiave del tutto autonomo nel
gioco politico della penisola: non
solo è confermata la perizia
militare del condottiero, ma anche
l’abilità politico-diplomatica del
duca-statista, il quale, non
interessato a una disfatta medicea,
con lungimirante accortezza,
favorisce la riconciliazione tra
Lorenzo il Magnifico e Ferdinando I
d’Aragona.
Proprio considerando la gravità
della situazione politico-militare
in cui versava Firenze, anche su
consiglio di Ludovico Maria Sforza
detto il Moro (1452-1508) e di
Ippolita Maria Sforza (1445-1488),
il 5 dicembre 1479 Lorenzo il
Magnifico si imbarca – da solo e con
grande coraggio – su navi aragonesi
a Pisa per recarsi a Napoli al fine
di concludere la pace con uno dei
suoi più temibili avversari, il re
Ferrante. Giunto a Napoli il 18
dicembre, il signore di Firenze
riesce a siglare un primo accordo di
pace con il re aragonese il 13 marzo
1480.
Mentre Lorenzo rientrerà a Firenze
nello stesso mese, salutato dai suoi
cittadini come “salvatore della
patria”, Sisto IV – ormai rotta
l’alleanza con Napoli (alleata con
Firenze e Ferrara) – verrà sorpreso
dall’invasione ottomana delle Puglie
e, dopo il Sacco di Otranto (11-14
agosto 1480), perpetrato dai Turchi
di Maometto II, sottoscriverà la
pace con Firenze, sciogliendo il 3
dicembre 1480 Lorenzo dalla
scomunica, reintegrando i Medici in
tutti i loro possedimenti e
concentrando l’attenzione
sull’Italia meridionale, area
prescelta dalla nuova offensiva
turca.
Dopo la riconquista di Otranto da
parte di Alfonso II d’Aragona
(1448-1495), duca di Calabria, nel
1481 si realizza pubblicamente ad
Urbino la riconciliazione tra
Lorenzo de’ Medici e Federico da
Montefeltro.
Nel frattempo Federico non riesce a
sottrarre il pontefice all’influenza
di suo genero Roberto Malatesta, ma
soprattutto del nipote Girolamo
Riario, che aizzava Venezia contro
il ducato di Ferrara. Infatti,
Venezia – quando il trattato di pace
(12 gennaio 1482) con Bayezid II
detto il Saggio (1447-1512)
allontana la minaccia ottomana –
diventerà manifestatamente ostile
nei confronti del duca Ercole I
d’Este.
In un contesto caratterizzato dagli
schieramenti che ne conseguono,
Federico da Montefeltro viene
confermato capitano generale della
Lega Italica, accettando la condotta
in funzione anti-veneziana, quella
meglio retribuita della sua
carriera, che impegna fra l’altro
gli alleati, qualora egli morisse, a
proteggere e a tutelare suo figlio
Guidobaldo, l’erede predestinato del
ducato di Urbino.
Il 2 maggio 1482 viene dichiarata da
Venezia la guerra contro Ferrara: il
4 Federico è già a Mantova, il 13 a
Pizzighettone (nei pressi di
Cremona), dove incontra fra gli
altri l’astuto e controverso
Ludovico il Moro, reggente del
ducato di Milano. Nemico ancor più
letale della Repubblica di Venezia
sarà, però, l’epidemia di malaria
che si diffonderà durante l’estate
nelle zone paludose del ferrarese,
falcidiando le truppe feltresche e
contagiando Federico stesso.
Mentre l’esercito di Venezia
conquisterà il Polesine spingendosi
sino a Comacchio, il 21 agosto 1482,
a Campomorto, Roberto Malatesta,
condottiero per Venezia, sconfigge
Alfonso II d’Aragona, duca di
Calabria. Nello stesso periodo, la
salute di Federico peggiora
sensibilmente e, stremato dalla
febbre, viene accolto presso la
corte di Ferrara, dove verrà
generosamente assistito dalla
sorella Violante.
Nella città emiliana, dopo aver
dettato le sue ultime volontà,
Federico da Montefeltro muore il 10
settembre 1482. Proprio nello stesso
giorno, sempre di malaria,
probabilmente contratta questa volta
nelle paludi della campagna laziale,
morirà a Roma anche Roberto
Malatesta.