[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 219 / MARZO 2026 (CCL)


medievale

Federico da Montefeltro
Il Duca di Urbino, simbolo umanistico-rinascimentale
di Ermando Ottani

 

Dopo la scomparsa di Guidantonio da Montefeltro (1378-1443), il benamato padre adottivo, e dopo l’eliminazione violenta di Oddone da Montefeltro (n. 1427), fratellastro incapace e lussurioso, primo duca di Urbino (grazie a una specifica bolla di papa Eugenio IV, 1383-1447), trucidato a seguito della congiura dei Serafini nella notte tra il 22 e il 23 luglio del 1444, Federico da Montefeltro (1422-1482) sottoscrive repentinamente i ventuno capitoli in cui gli Urbinati elencano precisamente le condizioni alle quali si sarebbe dovuto attenere per conservare il potere sui possedimenti del ducato, atto fondamentale che gli consente di essere trionfalmente acclamato come il nuovo signore di Urbino.

Nel 1442 intanto si erano decise le sorti del regno di Napoli a favore di Alfonso I d’Aragona, detto il Magnanimo (1394-1458), il quale, dopo aver rischiato di perdere tutto nei conflitti precedenti, subito dopo la fuga dell’ultimo rappresentante della dinastia degli Angioini (Renato I di Valois-Angiò, 1409-1480), il 2 giugno riesce a conquistare il trono di Napoli.

Poco più di due anni dopo, nell’ottobre del 1444, la pace di Perugia sancisce e ratifica la netta vittoria su Francesco Piccinino (1407-1449) e le forze milanesi di Francesco Sforza (1401-1466), marito dal 1441 di Bianca Maria Visconti (1425-1468) e astro nascente nell’intricata situazione italiana, al quale Federico da Montefeltro offre i propri servigi. D’altra parte, Francesco Sforza, che da sempre stima Federico da Montefeltro, accetta ben volentieri questa proposta, anche per contrapporre le qualità indiscusse del conte urbinate alle pretese del genero Sigismondo Pandolfo Malatesta (1417-1468), dal 1432 signore di Rimini e Fano per successione, unitamente al fatto che il ducato di Urbino avrebbe potuto rivelarsi un utile rifugio in caso di estremo bisogno.

Dal suo canto Federico, anche per riassestare il deficit finanziario dello Stato senza aggravare l’imposizione tributaria, nel mese di novembre firma la sua prima condotta ufficiale (termine che indicava il contratto, per un periodo e un compenso prestabiliti, tra il principe e il comandante militare, che non a caso verrà poi riconosciuto col termine condottiero) con Francesco Sforza, che entrerà in vigore il 1° aprile 1445 e che lo impegnerà fino al 31 marzo 1446.

Nell’estate del 1445 papa Eugenio IV e il re di Napoli, Alfonso I d’Aragona, si alleano con il comune obiettivo di cacciare Francesco Sforza (alleato, al momento, di Firenze e Venezia) dalle Marche. In tale contesto, Sigismondo scaglia contro Federico gli armigeri di un altro “capitano di ventura”, Carlo Fortebracci da Montone (1421-1479), ma le ostilità vengono bloccate dalla tregua sottoscritta il 25 ottobre 1445. Successivamente, per gran parte del 1446, la guerra sembra premiare le truppe pontificie ma, rovesciando le sorti del conflitto, il 28 settembre 1446, a Casalmaggiore l’esercito veneziano, guidato da Micheletto Attendolo Sforza (1370-1463), infligge una severa sconfitta all’esercito milanese di Filippo Maria Visconti (1392-1447), guidato da Francesco Piccinino (1407-1449).

Dopo la morte di papa Eugenio IV, che pure aveva scomunicato sia Federico da Montefeltro sia Francesco Sforza, e nonostante la politica più conciliante del nuovo papa, Niccolò V (1397-1455), il quale appoggia la stipula di un armistizio tra gli schieramenti in lotta, dichiarando per di più nulle le scomuniche emanate dal suo predecessore, Federico da Montefeltro conferma la sua fama di condottiero leale e, per quanto tentato da una proposta di condotta avanzata da Alfonso il Magnanimo, decide di non cambiare schieramento, rimanendo al fianco di Firenze e dello Sforza.

Nel 1447 la morte di Filippo Maria Visconti lascia un rilevante vuoto di potere nel ducato di Milano. Di conseguenza, su iniziativa di nobili milanesi e giuristi lombardi, nasce la cosiddetta “repubblica ambrosiana” (una riedizione, ampliata territorialmente, del comune di Milano). La situazione politica sembra tornare in movimento: in particolare, il re di Napoli Alfonso I avanza pretese sul ducato milanese e nell’estate del 1447 i suoi mercenari sono già nelle campagne dell’Italia centro-settentrionale, mentre il conte di Urbino rinnova ancora la condotta con Firenze (alleata di Francesco Sforza).

Inaspettatamente, il 18 ottobre 1448, gli schieramenti in lotta subiscono un brusco rimescolamento perché Francesco Sforza firma a Rivoltella (nei pressi del lago di Garda) un patto con Venezia, la principale avversaria della repubblica milanese. In questo nuovo scacchiere bellico, l’esercito sforzesco accerchierà senza via d’uscita la città di Milano. Dopo le ripetute vittorie di Bartolomeo Colleoni (1395-1475), al servizio dello Sforza e di Venezia, approfittando della chiara debolezza della repubblica ambrosiana e dell’incertezza veneziana, lo stesso Francesco Sforza chiuderà con successo il cerchio della sua astuta strategia politico-militare, accettando benevolmente il richiamo del popolo milanese che a sua volta, ormai stremato dalla carestia, si ribella al governo ambrosiano, acclamandolo nuovo duca di Milano il 25 marzo 1450.

Da parte sua, Federico da Montefeltro – rimasto vittima di un incidente durante una pubblica giostra nel capoluogo ducale che lo sfregherà in volto, privandolo dell’occhio destro e della sommità nasale (un danno evidenziato dalla pittura ritrattistica del tempo, che lo rappresenterà d’ora in poi sempre e solo di profilo) – rifiuterà nei mesi successivi un arbitrato di Cosimo de’ Medici detto il Vecchio (1389-1464), sollecitato dall’alacre iniziativa di Sigismondo Malatesta, riavvicinatosi alle posizioni del potente suocero, e rivelatosi quanto mai svantaggioso per il conte di Urbino. Considerata tale situazione, contrastante con le clausole della condotta stipulata precedentemente col duca di Milano, Federico giungerà a ritenersi sciolto e “desobligato” dagli accordi sottoscritti con Francesco Sforza. Quindi, di seguito, il 2 ottobre 1451 egli sottoscrive prontamente la condotta sotto le insegne del regno aragonese di Napoli.

Mentre nella primavera del 1453, nell’ambito delle vicende italiane, Firenze e Milano garantiscono ancora il loro appoggio a Sigismondo Malatesta per dirimere i contrasti con il conte di Urbino, nel caso in cui Federico si avvalesse dell’aiuto del re di Napoli, sul versante orientale del Mediterraneo, il 29 maggio 1453 i Turchi Ottomani, guidati da Maometto II detto il Conquistatore (1432-1481), provocano la caduta di Costantinopoli, che segna la fine dell’Impero Romano d’Oriente (noto anche come “impero bizantino”), e, sul versante occidentale europeo, il 17 luglio 1453 la battaglia di Castillon, con la definitiva sconfitta degli Inglesi, concluderà, a favore della monarchia francese, la cosiddetta Guerra dei Cento Anni.

In questo nuovo scenario internazionale, Alfonso I riconferma la condotta a Federico, aggiornandola nelle forze militari messe a disposizione e nell’elevato compenso annuo: il re di Napoli ha una fiducia quasi totale nelle qualità di Federico, tant’è che lo autorizza a usare, in caso di sospensione del conflitto principale, gli uomini arruolati contro i suoi nemici e, nella fattispecie, contro Sigismondo Malatesta.

Il 9 aprile 1454 – di fronte alla persistente minaccia turca e con le casse drammaticamente vuote a causa delle ingenti spese sostenute in decenni di guerra – il ducato di Milano e la repubblica di Venezia firmano a Lodi la pace che, con la ratifica di tutti i principali stati regionali italiani, avvierà un lungo periodo di relativa pacificazione, in grado di porre le basi per lo sviluppo dell’età rinascimentale in tutta la penisola.

Dopo la pace di Lodi, nonostante l’inattività bellica e il ripristino dell’imposizione fiscale, il signore di Urbino, oltre a consolidare i propri contingenti militari, non tralascia la cura della via politico-diplomatica per rafforzare la sua posizione e quella dello stato urbinate nel contesto italiano: è di certo un successo la sua adesione all’intesa che nel 1455 dà vita alla Lega Italica, dalla quale rimarrà comunque, e significativamente, escluso Sigismondo Pandolfo Malatesta.

Nel 1457 a Napoli Federico da Montefeltro concorda un’offensiva anti-malatestiana con Alfonso I d’Aragona, da realizzare anche con gli armigeri di Jacopo Piccinino (1423-1465), e, per tenere vivo il sostegno aragonese, invia nella capitale partenopea prima il suo cancelliere di fiducia, Pierantonio Paltroni (XV sec.-1478), e poi il figlio prediletto Buonconte (1441-1458), dotato di un notevole ingegno e di una mirabile cultura umanistica.

Ma nel 1458 Buonconte, contagiato da una micidiale epidemia scoppiata nel regno di Napoli, muore precocemente, pochi giorni prima della scomparsa dello stesso re di Napoli, Alfonso I d’Aragona. A quest’ultimo succede Ferdinando I d’Aragona detto Ferrante (1424-1494), che dovrà affrontare con il leale sostegno di Federico la prima rivolta dei baroni meridionali (1459-1464), alleati di Giovanni II d’Angiò (1424-1470), primogenito di Renato I di Valois-Angiò e già duca di Calabria, intenzionato a riprendersi con la forza delle armi il regno di Napoli.

A partire dall’autunno dello stesso anno, Federico da Montefeltro diventa un punto di riferimento per il nuovo papa, Pio II (1405-1464), lo studioso umanista senese Enea Silvio Piccolomini, il quale apprezza e riconosce nel conte di Urbino il modello socio-politico dei suoi tempi, modello che unisce l’uomo d’arme, leale e fidato, al mecenate amante delle arti e delle lettere.

Con l’adesione nel 1460 di Sigismondo Malatesta, umiliato dall’accordo di Mantova, al fronte politico-militare antipapale e filo-angioino, che mette in rilievo la fragilità degli equilibri raggiunti a Lodi, Federico da Montefeltro viene nominato capitano generale della rinnovata Lega Italica: nonostante l’inaspettata vittoria del Malatesta nella battaglia di Nidastore, tra il 1461 e il 1462 l’evoluzione del conflitto registra una serie di sconfitte delle truppe filo-angioine nell’Italia meridionale e la disfatta del signore di Rimini nell’agosto del 1462 per mano di Federico da Montefeltro nella battaglia del fiume Cesano.

Nel 1463 altre città e castelli importanti della Marca (Senigallia, Fano, Gradara, San Leo, Pennabilli, ecc.) si arrenderanno all’esercito feltresco. Nello stesso anno, sollecitato in tal senso da Venezia, il pontefice concede la pace a Sigismondo, accordo che comunque si risolve in una drastica riduzione territoriale del florido stato malatestiano, ormai circoscritto alla città di Rimini e a sole tre miglia di contado intorno ad essa.

Nel 1464 a Firenze il 1° agosto muore Cosimo de’ Medici e ad Ancona il 14 agosto muore di peste papa Pio II, disperato per il fallimento della crociata contro i Turchi di Maometto II: al primo succederà Piero de’ Medici detto il Gottoso (1416-1469) e al secondo il cardinale veneziano Pietro Barbo con il nome di Paolo II (1417-1471).

Dopo il declino di Sigismondo, Federico da Montefeltro è senza alcun dubbio il signore egemone della Romagna meridionale, del Montefeltro, delle Marche e dell’Umbria settentrionali, a capo di uno Stato economicamente sano, in grado di svolgere un ruolo importante di snodo e di collegamento economico-commerciale tra l’Italia settentrionale e l’Italia centro-meridionale.

L’8 marzo 1466 muore Francesco Sforza e, su richiesta della vedova Bianca Maria Visconti, Federico da Montefeltro si reca a Milano per avallare, con l’autorità di capitano generale della Lega Italica, l’avvento al potere del giovane Galeazzo Maria (1444-1476), primogenito di Francesco. Sempre al marzo del 1466 risale la prima citazione documentata dell’architetto Luciano Laurana (1420-1479), direttore fino al 1472 dei lavori, commissionati dal conte Federico, di trasformazione e ampliamento del famoso Palazzo Ducale di Urbino, gioiello del Rinascimento italiano, che fornirà la base orientativa per la sistemazione urbanistica di Urbino come «città del principe».

Quando, tra la fine del 1466 e il 1467, si costituisce una strana alleanza tra Ferrara, il signore di Pesaro (Alessandro Sforza), quello di Forlì (Pino III Ordelaffi, 1436-1480), Bartolomeo Colleoni e gli oppositori fiorentini al governo mediceo, con il cauto sostegno di Venezia, il fronte avversario – che vede alleate Firenze, Milano, Napoli e la signoria di Bologna – trova in Federico da Montefeltro il capitano generale della nuova Lega Italica. Il 25 luglio 1467 i due schieramenti si scontrano nella battaglia della Molinella (Villa La Riccardina, nel Bolognese), che avrà un esito militarmente incerto, anche se i contemporanei riconosceranno, alla fine, la vittoria di Federico, che vanificò del tutto le ambizioni di Bartolomeo Colleoni, rivolte alla conquista del potere a Milano. Dopo la sigla definitiva della pace, il 13 maggio 1468, Federico da Montefeltro si vedrà confermata la condotta limitatamente al servizio della Lega (Napoli, Firenze, Milano), con l’integrazione di un articolo segreto che non esclude, se necessario, l’impegno militare di Federico anche contro papa Paolo II.

Dopo aver presenziato a Milano il 7 luglio 1468 al giuramento di fedeltà alla Francia in occasione del matrimonio religioso di Bona di Savoia (1449-1503), cognata del re francese Luigi XI (1423-1483), detto il Prudente, con Galeazzo Maria Sforza, Federico invade con successo le terre piemontesi di Filippo II di Savoia (1443-1497), alleato del duca di Borgogna, Carlo il Temerario (1433-1477).

Dopo la morte di Sigismondo Pandolfo Malatesta (9 ottobre 1468), papa Paolo II esige prontamente il ritorno alla Santa Sede della signoria riminese così come era stato per quella cesenate. Contrariamente al ruolo svolto in quell’occasione, Federico non accetta più il processo espansionistico dello Stato della Chiesa sul versante adriatico e contrasta perciò l’iniziativa ecclesiastica, sostenuta da Venezia e accettata dal duca di Milano. Paolo II invia, allora, a Rimini come capitano pontificio proprio Roberto Malatesta, primogenito di Sigismondo, espressamente incaricato di conquistare il capoluogo romagnolo, con l’accordo di affidarlo poi al governo papale.

Il figlio primogenito di Sigismondo Malatesta, però, non rispetta i patti sottoscritti con il pontefice ed anzi, alleandosi sia con il fratello minore Sallustio (1450-1470) sia con la vedova di Sigismondo, Isotta degli Atti (1432-1474, la reale reggente della signoria), prenderà il controllo della città e dei territori ad essa legati. Il papa reagisce scagliando contro Rimini l’interdetto mentre l’esercito pontificio, al comando di Alessandro Sforza, sorprende la città romagnola, riuscendo ad occuparla parzialmente.

Preoccupato da una possibile estensione dell’espansionismo pontificio ai suoi possedimenti, in disaccordo con il duca di Milano, che non vuole contrastare il papa per conservarne l’amicizia, e rafforzato dall’arrivo di armate aragonesi, il condottiero urbinate spinge Roberto Malatesta a provocare l’attacco di Alessandro Sforza e delle forze veneziane giunte in suo aiuto, fornendo così il pretesto per un suo intervento difensivo, che il 30 agosto 1469 a Mulazzano (nei pressi di Lodi) porterà alla sconfitta delle armate papali.

Le reazioni dei principali attori politico-militari alla vittoria feltresca sono quanto mai indicative di quanto sia ormai logora l’intesa fra le forze principali della Lega Italica: di fronte all’entusiasmo plaudente di molti intellettuali e artisti, schierati dalla parte del principe mecenate, e al rafforzamento delle posizioni di Roberto Malatesta, emergono, da una parte, l’ostilità rabbiosa di papa Paolo II e l’astioso risentimento del duca di Milano Galeazzo Maria Sforza, mentre, dall’altra, risuonano i favorevoli incoraggiamenti di Napoli e di Firenze, che sollecitano Federico a intensificare l’offensiva bellica come unica strada per ottenere una pace giusta e onorevole.

Dopo la morte il 2 dicembre 1469 di Piero de’ Medici, al quale succederà il figlio Lorenzo, detto poi il Magnifico (1449-1492), che sarà, in buona sostanza, il vero signore di Firenze, condividendo il governo del capoluogo toscano con il fratello minore Giuliano, nel gennaio del 1470 Federico restituisce a Galeazzo Maria i simboli del comando delle forze armate milanesi e, nel contesto rarefatto e confuso delle vicende politiche italiane, la minaccia dei Turchi Ottomani sollecita con urgenza i cinque stati regionali a rinnovare gli accordi della Lega Italica.

Prima Milano, Napoli e Firenze, seguiti poi dalla Serenissima e dalla Chiesa, ricostituiscono nel luglio del 1470 uno schieramento militare coeso, sotto la guida di Federico da Montefeltro riconfermato capitano generale, da contrapporre all’avanzata degli “infedeli” in difesa delle popolazioni d’Italia.

Nell’aprile del 1471, Elisabetta (1462-1521), secondogenita di Federico da Montefeltro e di Battista Sforza, viene formalmente promessa in matrimonio a Roberto Malatesta, nuovo signore di Rimini, concretizzando così un duplice intento feltresco, che alla risoluzione del lungo conflitto tra le due casate tradizionalmente nemiche univa una politica contraria alle pretese espansionistiche del papa, intenzionato a sopprimere molte delle signorie operanti nei suoi territori.

Alla morte, il 26 luglio 1471, di papa Paolo II gli succede il cardinale Francesco della Rovere con il nome di Sisto IV (1414-1484), il quale il 16 settembre 1471 – assecondando Ferdinando I d’Aragona e Federico da Montefeltro – libera Rimini dall’interdetto, ponendo le basi per una formale e duratura riconciliazione tra la Chiesa e i Malatesta.

Intanto Venezia, avendo già perduto (il 12 luglio 1470) la signoria di Negroponte (Isola di Eubea, Mar Egeo) ad opera della potente flotta di Maometto II, per fronteggiare la pressante minaccia degli Infedeli, inizierà a trattare con più interlocutori e a cercare alleati anche negli altri stati regionali italiani. A tali richieste di aiuto veneziane rispondono positivamente sia il papato, sia il regno di Napoli; ma il duca di Milano Galeazzo Maria Sforza ne approfitta per portare contro la Repubblica di Venezia un attacco che, a partire dal 1472, andrà avanti due anni.

Con qualche esitazione, Firenze si adegua alla politica milanese, rafforzando nel frattempo la presa del proprio dominio sulle città toscane: infatti, Lorenzo de’ Medici, interessato alle miniere della zona, assolderà Federico da Montefeltro per reprimere la ribellione di Volterra che il 18 giugno 1472, dopo quaranta giorni d’assedio, si arrende (nonostante l’aiuto dei Veneziani) alle milizie fiorentine e feltresche (sostenute a loro volta da truppe milanesi e pontificie).

È un alto momento di gloria per il signore di Urbino, calorosamente festeggiato per la vittoria a Firenze, dove incontrerà per la prima volta Lorenzo il Magnifico e dove potrà anche festeggiare la nascita, già avvenuta il 24 gennaio 1472 a Gubbio, di Guidobaldo, il bramato erede maschio (dopo sei figlie femmine). Purtroppo per Federico gloria e felicità hanno breve durata: sempre a Gubbio, il successivo 7 luglio 1472, muore la tanto amata seconda moglie, Battista Sforza, stremata dai ripetuti e travagliati parti. Come per il figlio prediletto Buonconte, la scomparsa dell’adorata Battista getta Federico nello sconforto più profondo, portandolo a rifiutare tutte le proposte di matrimonio che le diverse ambascerie gli sottoporranno.

Nel 1473, contro gli intenti di Lorenzo il Magnifico e dei Fiorentini, diventa signore di Imola Girolamo Riario (1443-1488), sostenuto con insistente aggressività da suo zio, papa Sisto IV, il quale non aveva gradito il rifiuto della banca medicea di prestare alla Chiesa la somma necessaria a concludere l’accordo per l’acquisizione della signoria emiliana, optando quindi per i Pazzi, anch’essi ricchi banchieri fiorentini e acerrimi rivali dei Medici, decisi a soppiantarne il potere a Firenze.

Nonostante le sciagure familiari, a coronamento del periodo di massimo splendore della sua carriera di condottiero, nell’agosto del 1474 Federico da Montefeltro viene nominato, come lo era stato il conte padre Guidantonio, Gonfaloniere della Chiesa e il 21 dello stesso mese viene elevato ufficialmente al rango di duca di Urbino, titolo già ufficiosamente ottenuto il 23 marzo 1474, in occasione del fidanzamento di Giovanna (1463-1513), sua terzogenita, con Giovanni della Rovere (1457-1501), un altro nipote di papa Sisto IV e futuro duca di Sora.

L’11 settembre 1474 Federico da Montefeltro è a Napoli, dove il re Ferdinando I d’Aragona lo premia per i tanti servizi resi alla sua corona, concedendogli l’aggregazione cavalleresca all’ambito Ordine dell’Ermellino, la più alta onorificenza aragonese: dal 2 ottobre 1451 fino alla sua morte nel settembre del 1482, il rapporto di protezione e di profonda amicizia fra il duca di Urbino e i re aragonesi di Napoli sarà particolarissimo ed esclusivo, tant’è che Federico, pur accettando condotte per altri signori, rifiutò sempre di aderire ad alleanze opposte al re di Napoli, e mai accettò di combattere contro Ferrante.

Rientrate le velleità belliche contro Venezia di Galeazzo Maria Sforza, che voleva raffreddare il rapporto dei Veneziani nei confronti di Carlo il Temerario, che mirava all’investitura imperiale del ducato milanese, si realizza in Italia un graduale riassetto delle alleanze, che nel novembre del 1474 vedranno la formazione di una lega fra gli stati regionali settentrionali (Milano, Firenze, Venezia), istituita per fronteggiare l’intesa fra papa Sisto IV e il re di Napoli.

Dopo il conferimento al duca di Urbino della Rosa d’Oro, un’altra onorificenza di gran prestigio, da parte di papa Sisto IV nel marzo del 1475 e dopo le fastose nozze di Elisabetta da Montefeltro con Roberto Malatesta, il 3 novembre 1475 muore Bartolomeo Colleoni e il 26 dicembre 1476 morirà anche Galeazzo Maria Sforza, assassinato nei pressi della Chiesa di Santo Stefano a Milano da nobili ambrosiani, in congiura contro di lui.

D’altro canto, papa Sisto IV riprende a perseguire l’avido progetto di sottrarre terre a Firenze, per riservarle al nipote Riario e ostacolare la spinta espansionistica dei Medici verso la costa adriatica. In tale contesto, a partire dal 1477, si sviluppa la trama della congiura (passata alla storia, appunto, come congiura dei Pazzi) che, sotto l’occulta regia del pontefice, coinvolge direttamente Jacopo (1423-1478) e Francesco de’ Pazzi (1444-1478), in sintonia con Francesco Salviati (1443-1478), arcivescovo di Pisa, risentito nei confronti dei Medici.

Il progetto papale e dei congiurati prevedeva che, abbattuto il potere mediceo, le redini del governo fiorentino dovessero passare nelle mani di Riario. A tal fine, Sisto IV costruisce attorno all’azione dei congiurati un fronte di sostegni esterni, riconducibili a Siena, al re di Napoli, a diverse città umbre, a Imola e all’insospettabile duca di Urbino, la cui segreteria di governo verrà direttamente coinvolta nelle iniziative d’appoggio alla congiura.

Dopo la congiura dei Pazzi, nel corso della quale viene ucciso Giuliano de’ Medici, lo scampato Lorenzo fa impiccare il vescovo Salviati. Il papa risponde il 1° giugno 1478 con la scomunica di Lorenzo de’ Medici, cui segue la cosiddetta guerra dei Pazzi: le forze della coalizione antimedicea invadono nello stesso mese i territori della repubblica fiorentina, mettendoli a ferro e fuoco. Mentre il 28 gennaio 1479 Roberto Malatesta passa alla guida delle truppe fiorentine (moderatamente sostenute da Milano e Venezia), nel settembre dello stesso anno le truppe del duca di Urbino prendono Poggibonsi, Certaldo e Monte San Savino, espugnando dopo un lungo assedio, il 13 novembre 1479, anche Colle Val d’Elsa.

Pur sottoscrivendo una nuova condotta sia con il papa sia con il re di Napoli, nell’autunno del 1479 Federico da Montefeltro svolge un ruolo chiave del tutto autonomo nel gioco politico della penisola: non solo è confermata la perizia militare del condottiero, ma anche l’abilità politico-diplomatica del duca-statista, il quale, non interessato a una disfatta medicea, con lungimirante accortezza, favorisce la riconciliazione tra Lorenzo il Magnifico e Ferdinando I d’Aragona.

Proprio considerando la gravità della situazione politico-militare in cui versava Firenze, anche su consiglio di Ludovico Maria Sforza detto il Moro (1452-1508) e di Ippolita Maria Sforza (1445-1488), il 5 dicembre 1479 Lorenzo il Magnifico si imbarca – da solo e con grande coraggio – su navi aragonesi a Pisa per recarsi a Napoli al fine di concludere la pace con uno dei suoi più temibili avversari, il re Ferrante. Giunto a Napoli il 18 dicembre, il signore di Firenze riesce a siglare un primo accordo di pace con il re aragonese il 13 marzo 1480.

Mentre Lorenzo rientrerà a Firenze nello stesso mese, salutato dai suoi cittadini come “salvatore della patria”, Sisto IV – ormai rotta l’alleanza con Napoli (alleata con Firenze e Ferrara) – verrà sorpreso dall’invasione ottomana delle Puglie e, dopo il Sacco di Otranto (11-14 agosto 1480), perpetrato dai Turchi di Maometto II, sottoscriverà la pace con Firenze, sciogliendo il 3 dicembre 1480 Lorenzo dalla scomunica, reintegrando i Medici in tutti i loro possedimenti e concentrando l’attenzione sull’Italia meridionale, area prescelta dalla nuova offensiva turca.

Dopo la riconquista di Otranto da parte di Alfonso II d’Aragona (1448-1495), duca di Calabria, nel 1481 si realizza pubblicamente ad Urbino la riconciliazione tra Lorenzo de’ Medici e Federico da Montefeltro.

Nel frattempo Federico non riesce a sottrarre il pontefice all’influenza di suo genero Roberto Malatesta, ma soprattutto del nipote Girolamo Riario, che aizzava Venezia contro il ducato di Ferrara. Infatti, Venezia – quando il trattato di pace (12 gennaio 1482) con Bayezid II detto il Saggio (1447-1512) allontana la minaccia ottomana – diventerà manifestatamente ostile nei confronti del duca Ercole I d’Este.

In un contesto caratterizzato dagli schieramenti che ne conseguono, Federico da Montefeltro viene confermato capitano generale della Lega Italica, accettando la condotta in funzione anti-veneziana, quella meglio retribuita della sua carriera, che impegna fra l’altro gli alleati, qualora egli morisse, a proteggere e a tutelare suo figlio Guidobaldo, l’erede predestinato del ducato di Urbino.

Il 2 maggio 1482 viene dichiarata da Venezia la guerra contro Ferrara: il 4 Federico è già a Mantova, il 13 a Pizzighettone (nei pressi di Cremona), dove incontra fra gli altri l’astuto e controverso Ludovico il Moro, reggente del ducato di Milano. Nemico ancor più letale della Repubblica di Venezia sarà, però, l’epidemia di malaria che si diffonderà durante l’estate nelle zone paludose del ferrarese, falcidiando le truppe feltresche e contagiando Federico stesso.

Mentre l’esercito di Venezia conquisterà il Polesine spingendosi sino a Comacchio, il 21 agosto 1482, a Campomorto, Roberto Malatesta, condottiero per Venezia, sconfigge Alfonso II d’Aragona, duca di Calabria. Nello stesso periodo, la salute di Federico peggiora sensibilmente e, stremato dalla febbre, viene accolto presso la corte di Ferrara, dove verrà generosamente assistito dalla sorella Violante.

Nella città emiliana, dopo aver dettato le sue ultime volontà, Federico da Montefeltro muore il 10 settembre 1482. Proprio nello stesso giorno, sempre di malaria, probabilmente contratta questa volta nelle paludi della campagna laziale, morirà a Roma anche Roberto Malatesta.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]