[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 218 / FEBBRAIO 2026 (CCXLIX)


medievale

FEDERICO II E L’ALCHIMIA
SAPERE ARABO E INTERCONNESSIONI GLOBALI

di Valerio Di Paolo

 

La corte di Federico II di Svevia (1194-1250), re di Sicilia, Imperatore dei Romani e re di Gerusalemme, fu un ambiente culturale estremamente vivace, sia in virtù dei variegati interessi del sovrano, sia grazie alla presenza di numerosi e eccellenti intellettuali del periodo, ma anche a causa della posizione geografica della Sicilia, che ne faceva un crocevia tra realtà e culture lontane tra loro. All’interno di questo contesto, la corte federiciana ebbe un ruolo fondamentale anche nello sviluppo di una disciplina alchemica da parte del mondo latino.

 

È difficile definire cosa sia l’alchimia, un’arte che ha “collaborato”, durante la sua storia, con varie discipline, non solo quella metallurgica, ma anche, ad esempio, l’astrologia e la teologia. Chiara Crisciani e Michela Pereira nel loro saggio L’arte del Sole e della Luna: Alchimia e filosofia nel medioevo, hanno spiegato come si possa parlare di alchimia nel medioevo: “[...] solo quando gli elementi di una più o meno ampia “filosofia della natura” si concentrano intorno a progetti di concreta trasformazione artificiale di sostanze materiali da effettuarsi in laboratorio, quando cioè programmi di trasformazioni tecniche si legano a riflessioni di tipo filosofico e/o religioso nel quadro del proseguimento di scopi di perfezionamento complessivo, a tutti i livelli [...]”.

 

Dunque, è quando la lavorazione dei metalli o di altre sostanze si accosta a riflessioni filosofiche/religiose che avviene il “salto di qualità” da semplice metallurgia ad arte alchemica, ed è in virtù della necessarietà della riflessione filosofica che diviene evidente il ruolo fondamentale della corte federiciana. All’interno di questa, infatti, erano presenti diversi studiosi che portavano avanti traduzioni, soprattutto dall’arabo, per soddisfare la sete di sapere dell’Imperatore, ma anche per fornirgli maggiori conoscenze in modo da aumentare la sua abilità di governo. Il principale tra questi traduttori fu senza dubbio Michele Scoto. Di lui sappiamo che nacque in Scozia e che lavorò nella corte di Toledo, altro contesto con una importante tradizione nella traduzione di testi arabi. Nel 1220 era a Bologna e probabilmente in questa occasione fu “reclutato” da Federico II, al servizio del quale rimase poi fino alla sua morte. Michele Scoto era principalmente un astrologo, e l’astrologia è il tema centrale delle sue opere principali (Liber introductorius, Liber particularis e Liber physiognomiae), ma all’interno dei suoi scritti si possono scorgere alcuni cenni alchemici che rientrano nella definizione citata precedentemente, data la coesistenza sia dell’elemento pratico, come le ricette, sia di quello teorico, ovvero le riflessioni filosofiche.

 

È però su queste riflessioni filosofiche che occorre soffermarsi per comprendere il ruolo della corte di Federico II nella nascita dell’alchimia latina. Questa, infatti, inizia a svilupparsi in parallelo all’assimilazione del sapere arabo, il quale portava con sé anche il pensiero dei filosofi classici greci. Michele Scoto è considerato come colui che ha introdotto in Europa le riflessioni di Averroè, filosofo aristotelico arabo; e fu proprio la riscoperta di Aristotele che diede un impulso decisivo allo sviluppo di un’alchimia “europea”. È infatti in questo periodo che avvenne la trasmissione della Meteorologica, testo attribuito al filosofo greco, nel quale vengono studiati i fenomeni naturali e, nel libro IV, viene portata avanti una classificazione dei metalli. Michele Scoto giocò un ruolo da protagonista nella trasmissione del sapere arabo nel mondo latino. A lui sono infatti attribuite le traduzioni di testi come il commento di Averroè all’aristotelico De coelo et mundo e la quarta Meteorologica, sempre di Aristotele.

 

Più dubbia invece è la paternità della traduzione di un altro testo pseudo-aristotelico fondamentale per la storia dell’alchimia, il Secretum Secretorum. Steven J. Williams sollevò l’ipotesi secondo la quale lo Scoto entrò in possesso di una traduzione dell’opera effettuata da un ecclesiastico di nome Filippo, data la somiglianza tra la sua versione e alcune parti del Liber phisionomie. Allo stesso tempo lo storico non escluse la possibilità per cui la traduzione dell’opera giunse prima in Sicilia, per poi arrivare alla corte papale, grazie alle prolifiche relazioni della corte federiciana con l’Oriente, oltre che ai frequenti contatti tra gli intellettuali delle due corti.

 

Infatti, la storia della nascita dell’alchimia latina è soprattutto una storia che evidenzia i contatti esistenti all’epoca tra culture anche molto diverse. In particolare, per quanto riguarda il ruolo della corte federiciana, evidenzia i profondi legami tra questa e il mondo arabo. L’interesse di Federico II per la cultura e la religione islamiche non è un segreto e anzi spesso il rapporto dell’Imperatore con il mondo arabo viene sottolineato in maniera eccessiva, arrivando a dipingere lo Svevo come segretamente di fede musulmana. Già durante la sua vita, egli fu vittima della propaganda papale che gli muoveva la medesima accusa. Tuttavia, questo non rende falsa la reale curiosità che Federico II nutriva per quel mondo. Al contrario, il sovrano era solito interfacciarsi di frequente, tramite lettere, con diverse figure del contesto arabo-islamico.

 

Degna di nota è la prolifica corrispondenza con il sultano d’Egitto al-Kamil e i cosiddetti “Quesiti di Damietta” che Federico II pose al sovrano egiziano, il quale li reindirizzò all’intellettuale Salih b. al-Husayn al-Ja’fari. Tali interrogativi scaturirono molto probabilmente dalla lettura dei testi aristotelici e di Averroè tradotti da Michele Scoto e in effetti sono legati ad argomenti trattati in quelle opere. Queste domande riguardano essenzialmente la meteorologia, i sogni e i processi embriogenetici, argomenti trattati rispettivamente nella Meteorologica, nei Parva naturalia e nel De animalibus, tutti testi attribuiti ad Aristotele e che evidentemente circolavano nella corte federiciana.

 

Un altro interessante caso sono i “Quesiti siciliani”, anche se è doveroso affermare che la loro autenticità sia stata messa in dubbio da alcuni studiosi come Anna Ayşe Akasoy. I quesiti sarebbero stati posti in questo caso al califfo almohade ‘Abd al-Wahid che a sua volta li inoltrò al filosofo sufista Ibn Sab’in, il quale avrebbe risposto in un periodo tra il 1237 e il 1242. Le domande sono legate a temi come l’eternità del mondo, il concetto di anima, le categorie aristoteliche e l’interpretazione di un hadith, ovvero un aneddoto sulla vita di Maometto contenuto nella Sunna. Riguardo queste corrispondenze, che sicuramente mostrano l’interesse intellettuale di Federico II, è importante precisare che, come ha esposto Giuseppe Mandalà nel suo saggio Federico II e i quesiti di Damietta (618/1221-22), queste rientrano anche in una più ampia logica imperiale. In sostanza, riprendendo le parole dello storico, l’Imperatore, tramite le sue domande e il dibattito che ne sarebbe scaturito, voleva “raggiungere una verità condivisa che unificasse Cristiani e Musulmani nel comune progetto imperiale”.

 

Gli scambi epistolari citati, come anche il ruolo fondamentale che ebbe l’assimilazione del sapere arabo nella nascita dell’alchimia latina, mostrano l’importanza che ha l’analisi delle interconnessioni globali, e quindi la Global History, nella storia delle scienze e della cultura. Interconnessioni che non legavano tra loro solo i paesi del Mediterraneo, ma che si estendevano anche a luoghi estremamente lontani. Tornando al caso della trasmissione del sapere alchemico, infatti, lo storico della scienza Joseph Needham ha ipotizzato che i concetti di elisir di lunga vita e di “oro potabile” possano avere come contesto d’origine la Cina del I secolo a.C. e che, data la somiglianza delle teorie cinesi a quelle di alchimisti europei come Ruggero Bacone, questi concetti siano stati trasmessi in occidente tramite la mediazione di altri attori, come gli arabi. Infatti, Joseph Needham sostenne che il termine che gli arabi utilizzavano per riferirsi alla sostanza tramite la quale poter raggiungere il perfezionamento di un oggetto imperfetto e il prolungamento della vita, ovvero al-iksīr, non ha radici arabe; inoltre, le stesse teorie alchemiche arabe riguardo l’utilizzo di questo artificio ricordano quelle cinesi del I secolo a.C.

 

Dunque, in virtù della centralità delle interconnessioni globali nello sviluppo di riflessioni alchemiche nel mondo latino medievale, pare evidente come la corte siciliana di Federico II, snodo fondamentale nel Mediterraneo e crocevia di scambi con culture diverse, abbia giocato un ruolo cruciale. Grazie alla presenza di alcuni tra i traduttori più prolifici dell’epoca, la corte contribuì alla sintesi delle conoscenze arabe e greche, incorporando anche nozioni di probabile origine orientale, ponendo le basi per la nascita dell’alchimia europea.

 

 

Riferimenti Bibliografici:

 

Beate Ulrike La Sala, Psychological and Epistemological Concepts in Ibn Sabin’s al-Masail al-Siqilliyya (The Sicilian Questions), in Nadia Alshaar (ed.), Muslim Sicily: encounters and legacy, Edinburgh University Press, Edinburgh 2024, pp. 136-158.

Chiara Crisciani, Michela Pereira, L’alchimia nel medioevo, Carocci, Firenze 2016.

Chiara Crisciani, Michela Pereira, L’arte del sole e della luna: Alchimia e filosofia nel medioevo, Centro italiano di studi sull’alto Medioevo, Spoleto 1996.

Fulvio Delle Donne, La porta del sapere. Cultura alla corte di Federico II di Svevia, Carocci, Roma 2019.

Giuseppe Mandalà, Federico II e i quesiti di Damietta (618/1221-22), in Mariantonietta Boccuzzi, Pasquale Cordasco (a cura di), Civiltà a contatto nel Mezzogiorno normanno-svevo. Economia, società, istituzioni, Adda Editore, Bari 2018, pp. 241-317.

Joseph Needham, The elixir concept and chemical medicine in east and west, in Organon: International Review, vol. 11, 1975, pp. 167-192.

Lynn Thorndike, Michael Scot, Nelson, London 1965.

Pierre Toubert, Agostino Paravicini Bagliani (a cura di), Federico II e le scienze, Sellerio, Palermo 1994.

RUBRICHE


attualità

ambiente

arte

filosofia & religione

storia & sport

turismo storico

 

PERIODI


contemporanea

moderna

medievale

antica

 

ARCHIVIO

 

COLLABORA


scrivi per instoria

 

 

 

 

PUBBLICA CON GBE


Archeologia e Storia

Architettura

Edizioni d’Arte

Libri fotografici

Poesia

Ristampe Anastatiche

Saggi inediti

.

catalogo

pubblica con noi

 

 

 

CERCA NEL SITO


cerca e premi tasto "invio"

 


by FreeFind

 

 


 

 

 

[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]