FEDERICO II E L’ALCHIMIA
SAPERE ARABO E INTERCONNESSIONI
GLOBALI
di Valerio
Di Paolo
La
corte di
Federico II di Svevia (1194-1250),
re di Sicilia, Imperatore dei Romani
e re di Gerusalemme, fu un ambiente
culturale estremamente vivace, sia
in virtù dei variegati interessi del
sovrano, sia grazie alla presenza di
numerosi e eccellenti intellettuali
del periodo, ma anche a causa della
posizione geografica della Sicilia,
che ne faceva un crocevia tra realtà
e culture lontane tra loro.
All’interno di questo contesto, la
corte federiciana ebbe un ruolo
fondamentale anche nello sviluppo di
una disciplina alchemica da parte
del mondo latino.
È difficile definire cosa sia
l’alchimia, un’arte che ha
“collaborato”, durante la sua
storia, con varie discipline, non
solo quella metallurgica, ma anche,
ad esempio, l’astrologia e la
teologia. Chiara Crisciani e Michela
Pereira nel loro saggio
L’arte del Sole e della Luna:
Alchimia e filosofia nel medioevo,
hanno spiegato come si possa parlare
di alchimia nel medioevo: “[...]
solo quando gli elementi di una più
o meno ampia “filosofia della
natura” si concentrano intorno a
progetti di concreta trasformazione
artificiale di sostanze materiali da
effettuarsi in laboratorio, quando
cioè programmi di trasformazioni
tecniche si legano a riflessioni di
tipo filosofico e/o religioso nel
quadro del proseguimento di scopi di
perfezionamento complessivo, a tutti
i livelli [...]”.
Dunque, è quando la
lavorazione dei metalli o di altre
sostanze si accosta a riflessioni
filosofiche/religiose che avviene il
“salto di qualità” da semplice
metallurgia ad arte alchemica, ed è
in virtù della necessarietà della
riflessione filosofica che diviene
evidente il ruolo fondamentale della
corte federiciana. All’interno di
questa, infatti, erano presenti
diversi studiosi che portavano
avanti traduzioni, soprattutto
dall’arabo, per soddisfare la sete
di sapere dell’Imperatore, ma anche
per fornirgli maggiori conoscenze in
modo da aumentare la sua abilità di
governo. Il principale tra questi
traduttori fu senza dubbio Michele
Scoto. Di lui sappiamo che nacque in
Scozia e che lavorò nella corte di
Toledo, altro contesto con una
importante tradizione nella
traduzione di testi arabi. Nel 1220
era a Bologna e probabilmente in
questa occasione fu “reclutato” da
Federico II, al servizio del quale
rimase poi fino alla sua morte.
Michele Scoto era principalmente un
astrologo, e l’astrologia è il tema
centrale delle sue opere principali
(Liber
introductorius,
Liber particularis e
Liber physiognomiae), ma
all’interno dei suoi scritti si
possono scorgere alcuni cenni
alchemici che rientrano nella
definizione citata precedentemente,
data la coesistenza sia
dell’elemento pratico, come le
ricette, sia di quello teorico,
ovvero le riflessioni filosofiche.
È però su queste riflessioni
filosofiche che occorre soffermarsi
per comprendere il ruolo della corte
di Federico II nella nascita
dell’alchimia latina. Questa,
infatti, inizia a svilupparsi in
parallelo all’assimilazione del
sapere arabo, il quale portava con
sé anche il pensiero dei filosofi
classici greci. Michele Scoto è
considerato come colui che ha
introdotto in Europa le riflessioni
di Averroè, filosofo aristotelico
arabo; e fu proprio la riscoperta di
Aristotele che diede un impulso
decisivo allo sviluppo di
un’alchimia “europea”. È infatti in
questo periodo che avvenne la
trasmissione della
Meteorologica, testo attribuito
al filosofo greco, nel quale vengono
studiati i fenomeni naturali e, nel
libro IV, viene portata avanti una
classificazione dei metalli. Michele
Scoto giocò un ruolo da protagonista
nella trasmissione del sapere arabo
nel mondo latino. A lui sono infatti
attribuite le traduzioni di testi
come il commento di Averroè
all’aristotelico
De coelo et mundo e la quarta
Meteorologica, sempre di
Aristotele.
Più dubbia invece è la
paternità della traduzione di un
altro testo pseudo-aristotelico
fondamentale per la storia
dell’alchimia, il
Secretum Secretorum. Steven J.
Williams sollevò l’ipotesi secondo
la quale lo Scoto entrò in possesso
di una traduzione dell’opera
effettuata da un ecclesiastico di
nome Filippo, data la somiglianza
tra la sua versione e alcune parti
del
Liber phisionomie. Allo stesso
tempo lo storico non escluse la
possibilità per cui la traduzione
dell’opera giunse prima in Sicilia,
per poi arrivare alla corte papale,
grazie alle prolifiche relazioni
della corte federiciana con
l’Oriente, oltre che ai frequenti
contatti tra gli intellettuali delle
due corti.
Infatti, la storia della nascita
dell’alchimia latina è soprattutto
una storia che evidenzia i contatti
esistenti all’epoca tra culture
anche molto diverse. In particolare,
per quanto riguarda il ruolo della
corte federiciana, evidenzia i
profondi legami tra questa e il
mondo arabo. L’interesse di Federico
II per la cultura e la religione
islamiche non è un segreto e anzi
spesso il rapporto dell’Imperatore
con il mondo arabo viene
sottolineato in maniera eccessiva,
arrivando a dipingere lo Svevo come
segretamente di fede musulmana. Già
durante la sua vita, egli fu vittima
della propaganda papale che gli
muoveva la medesima accusa.
Tuttavia, questo non rende falsa la
reale curiosità che Federico II
nutriva per quel mondo. Al
contrario, il sovrano era solito
interfacciarsi di frequente, tramite
lettere, con diverse figure del
contesto arabo-islamico.
Degna di nota è la
prolifica corrispondenza con il
sultano d’Egitto al-Kamil e i
cosiddetti “Quesiti di Damietta” che
Federico II pose al sovrano
egiziano, il quale li reindirizzò
all’intellettuale Salih b. al-Husayn
al-Ja’fari. Tali interrogativi
scaturirono molto probabilmente
dalla lettura dei testi aristotelici
e di Averroè tradotti da Michele
Scoto e in effetti sono legati ad
argomenti trattati in quelle opere.
Queste domande riguardano
essenzialmente la meteorologia, i
sogni e i processi embriogenetici,
argomenti trattati rispettivamente
nella
Meteorologica, nei
Parva naturalia e nel
De animalibus, tutti testi
attribuiti ad Aristotele e che
evidentemente circolavano nella
corte federiciana.
Un altro interessante caso sono i
“Quesiti siciliani”, anche se è
doveroso affermare che la loro
autenticità sia stata messa in
dubbio da alcuni studiosi come Anna
Ayşe Akasoy. I quesiti sarebbero
stati posti in questo caso al
califfo almohade ‘Abd al-Wahid che a
sua volta li inoltrò al filosofo
sufista Ibn Sab’in, il quale avrebbe
risposto in un periodo tra il 1237 e
il 1242. Le domande sono legate a
temi come l’eternità del mondo, il
concetto di anima, le categorie
aristoteliche e l’interpretazione di
un
hadith, ovvero un aneddoto sulla
vita di Maometto contenuto nella
Sunna. Riguardo queste
corrispondenze, che sicuramente
mostrano l’interesse intellettuale
di Federico II, è importante
precisare che, come ha esposto
Giuseppe Mandalà nel suo saggio
Federico II e i quesiti di Damietta
(618/1221-22), queste rientrano
anche in una più ampia logica
imperiale. In sostanza, riprendendo
le parole dello storico,
l’Imperatore, tramite le sue domande
e il dibattito che ne sarebbe
scaturito, voleva “raggiungere una
verità condivisa che unificasse
Cristiani e Musulmani nel comune
progetto imperiale”.
Gli scambi epistolari citati, come
anche il ruolo fondamentale che ebbe
l’assimilazione del sapere arabo
nella nascita dell’alchimia latina,
mostrano l’importanza che ha
l’analisi delle interconnessioni
globali, e quindi la
Global History, nella storia
delle scienze e della cultura.
Interconnessioni che non legavano
tra loro solo i paesi del
Mediterraneo, ma che si estendevano
anche a luoghi estremamente lontani.
Tornando al caso della trasmissione
del sapere alchemico, infatti, lo
storico della scienza Joseph Needham
ha ipotizzato che i concetti di
elisir di lunga vita e di “oro
potabile” possano avere come
contesto d’origine la Cina del I
secolo a.C. e che, data la
somiglianza delle teorie cinesi a
quelle di alchimisti europei come
Ruggero Bacone, questi concetti
siano stati trasmessi in occidente
tramite la mediazione di altri
attori, come gli arabi. Infatti,
Joseph Needham sostenne che il
termine che gli arabi utilizzavano
per riferirsi alla sostanza tramite
la quale poter raggiungere il
perfezionamento di un oggetto
imperfetto e il prolungamento della
vita, ovvero
al-iksīr, non ha radici arabe;
inoltre, le stesse teorie alchemiche
arabe riguardo l’utilizzo di questo
artificio ricordano quelle cinesi
del I secolo a.C.
Dunque, in virtù della centralità
delle interconnessioni globali nello
sviluppo di riflessioni alchemiche
nel mondo latino medievale, pare
evidente come la corte siciliana di
Federico II, snodo fondamentale nel
Mediterraneo e crocevia di scambi
con culture diverse, abbia giocato
un ruolo cruciale. Grazie alla
presenza di alcuni tra i traduttori
più prolifici dell’epoca, la corte
contribuì alla sintesi delle
conoscenze arabe e greche,
incorporando anche nozioni di
probabile origine orientale, ponendo
le basi per la nascita dell’alchimia
europea.
Riferimenti Bibliografici:
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