L'ERMELLINO E LA SUA SIMBOLOGIA
CREDENZE, TRADIZIONI E USI
di Giulia
Cesarini Argiroffo
L’ermellino è un piccolo mammifero
carnivoro dei mustelidi, famoso
soprattutto per la sua pregiata
pelliccia bianca con moschettature
nere e ragion per cui per secoli si
è cacciato riducendone la
popolazione. Non si hanno notizie
certe su come si considerasse tale
animale nell’Antichità ma si pensa
fosse un simbolo positivo. Già prima
del Medioevo pare che le costose
pellicce di questo animale si
amassero. Poi dalla metà del XIV
secolo divenne proprio una moda. Si
usava nei capi per imbottirli, cioè
foderarli all’interno, e anche per
ornarli esternamente sul collo, sui
risvolti, sui polsini e altrove.
Tale moda si diffuse ovviamente tra
i nobili e ricchi considerando la
difficoltà d’approvvigionamento del
numero necessario di questi animali
per realizzare un indumento e per il
suo costo elevato.
Nel campo del lusso e dei tesori
medievali le pellicce d’ermellino
ricoprivano un posto importante.
Soprattutto dall’epoca tardo
medievale si usava tra i re, gli
imperatori, i prelati incluso il
Papa e le classi sociali abbienti,
pertanto simboleggiava regalità.
Questo lo testimoniano anche molti
dipinti i cui protagonisti indossano
una pelliccia d’ermellino. Tale
concezione proseguì anche in epoche
successive e in particolar modo nel
Rinascimento. In ogni caso è a
partire dal Medioevo che si hanno
maggiori informazioni sulla
simbologia del piccolo mammifero in
questione nella cultura europea. In
particolare, secondo gli
enciclopedisti dell’epoca questo
animale che abitava nei Paesi freddi
somigliava ed era parente prossimo
della donnola. Infatti entrambi si
nutrivano soprattutto di ratti, topi
e talpe. Il ventre dell’ermellino
era bianco come la neve e solo la
punta della coda era nera. Inoltre
si diceva che i pellicciai
ricercassero il pelo di questa
creatura e ne disponessero sul
bianco dei ciuffetti neri; poi ne
facessero dei mantelli e così li
vendessero ai principi. Questa
pelliccia, in effetti, alla fine del
Medioevo si vendeva a caro prezzo,
più del vaio che si ricavava dallo
scoiattolo siberiano. Costava però
meno dello zibellino, magnifica
pelliccia nera che proveniva dalla
martora.
Nel Cristianesimo l’ermellino
rappresentava l’innocenza,
l’incorruttibilità e la purezza di
Cristo. Se questo animale si
raffigurava insieme a una dama o una
fanciulla simboleggiava la castità.
Il mutare del suo manto fece sì che
a partire dal Medioevo esso
divenisse il simbolo invernale di
resurrezione. Infatti in estate il
suo pelo è bruno e grazie a esso
sembra scomparire tra la
vegetazione, mentre diventa bianco
in inverno per mimetizzarsi nella
neve. Nell’iconografia medioevale
l’ermellino divenne così l’araldo
del cavaliere senza macchia,
disposto a tutto, anche a dare la
propria vita pur di preservare il
proprio onore e quello del suo
blasone, rimanendo fedele ai valori
cavallereschi di lealtà, coraggio e
onestà. Antiche, nobili casate
assunsero o ricevettero tale animale
nel proprio stemma proprio in
funzione di questo simbolismo.
I duchi di Bretagna l’hanno esibito
orgogliosamente nei propri castelli
insieme al motto “Meglio che
sporcarmi”, dove per sporcizia
s’intendeva infamia e disonore. Sui
blasoni di solito l’ermellino si
rappresenta con una figura
stilizzata chiamata “mosca
d’ermellino”. Come notava lo storico
Pastoureau, nel corso dei secoli
l’araldica ha finito per porsi
all’origine di diversi codici e
formule contribuendo alla genesi
delle bandiere. Al cuore di questa
lunga evoluzione si trovano figure e
colori che servono ad assicurare la
continuità, la storia e la mitologia
degli emblemi e dei simboli, anche
di Stati e Nazioni. A tal proposito
è esemplificativo il caso della
Bretagna e delle moscature
d’ermellino che prendono posto nel
suo scudo e nella sua insegna.
Infatti nel Medioevo europeo
l’ermellino araldico non aveva nulla
di specificamente bretone. Si
incontrava in arme di tutta Europa,
il suo indice di frequenza non era
alto in Bretagna, dove del resto
comparì solo nel 1213, quando Pierre
Mauclerc, fidanzato dell’ereditiera
del ducato di Bretagna Alice de
Thouars, fece il suo ingresso a
Rennes. Più precisamente nel gennaio
1212, quando ancora non si parlava
affatto del suo matrimonio con Alice
di Bretagna, portava già sul suo
scudo scaccato spezzato con un
franco-quartiere d’ermellino.
Quindi, notava Pastoureau, ciò
elimina tutte le elucubrazioni di
taluni eruditi bretoni che hanno
disperatamente – e talvolta
disonestamente – voluto dimostrare
che gli ermellini araldici nacquero
in Bretagna, che facevano parte
dell’emblematica del ducato prima
del fidanzamento del 1213 e che fu
Alice a trasmetterli poi al marito e
non il contrario. Ciò non resiste
all’analisi dei fatti e dei
documenti, come già si dimostrò nel
1707. Le false idee però hanno lunga
vita e la teoria nazionalista delle
origini bretoni dell’ermellino
araldico ha ancor oggi, in Bretagna,
ferventi e loquaci sostenitori. Le
arme di Mauclerc rimasero quelle dei
duchi di Bretagna per più di un
secolo, fino all’arrivo di Giovanni
III. Poi, nel 1316 all’inizio del
suo regno quest’ultimo duca,
divenuto un potente personaggio e
non più il rappresentante di un ramo
cadetto della casata del Dreux,
cambiò arme trasformando lo scudo
scaccato d’oro e d’azzurro dal
franco-quartiere d’ermellino in uno
scudo d’ermellino a campo pieno. Le
ragioni di tale cambiamento sono
varie ma la principale probabilmente
è la volontà del duca di Bretagna di
non portare più arme spezzate, che
sottolineavano in maniera troppo
netta come il casato ducale di
Bretagna non fosse in origine che un
ramo cadetto della casata comitale
di Dreux (allora in pieno declino).
Questo mutamento d’arme fu un vero
colpo di genio politico e simbolico.
Adottando uno scudo d’ermellino a
campo pieno e prendendo la parte per
il tutto, secondo una pratica cara
al simbolismo medievale, il duca di
Bretagna faceva scomparire ogni idea
di brisura nelle sue arme. Infatti
anche il re di Francia possedeva uno
scudo seminato, struttura di
superficie più prestigiosa per i
sistemi di rappresentazione
medievali. Questa struttura con un
campo disseminato a intervalli
regolari di piccole figure identiche
rimandava sempre all’idea di potere
e talvolta a quella di sacro. Come
il campo azzurro del giglio d’oro
del re di Francia questo nuovo campo
d’argento seminato di moscature
d’ermellino nere evocava uno
scenario cosmico facendo del duca
non tanto il vassallo del re quanto
il rappresentante di Dio nel ducato
di Bretagna. Inoltre ciò permetteva
al duca e ai suoi successori di
profittare in pieno della
contemporanea e continua
valorizzazione della pelliccia
d’ermellino nell’abito e
nell’apparire.
Alla fine del Medioevo infatti tale
pelliccia, contrariamente al vaio,
acquistò valore non soltanto sul
piano economico ma anche e
soprattutto sul piano simbolico.
Infatti essa si associò sempre più
spesso all’idea d’autorità, di
giustizia e di sovranità. I duchi di
Bretagna non vi parteciparono, ma
sapevano abilmente sfruttare la
confusione tra il loro ermellino
araldico e quello dell’abito che
all’epoca in tutta Europa si legava
simbolicamente all’esercizio e al
prestigio del potere dei reali.
Ciò che caratterizzò le moscature
d’ermellino della casa ducale di
Bretagna fu la rapidità con la quale
esse divennero, nel corso del XIV
secolo, la posta in gioco di uno
scontro politico e quindi emblema
“nazionale” che pare avvenne in più
tempi. Ad esempio nel momento della
guerra di successione di Bretagna
(1341-1364), quando il duca Giovanni
III morì senza figli e senza
designare eredi. Così la sua
successione si contese per ventitré
anni tra il suo fratellastro
Giovanni di Montfort e la nipote
Giovanna di Penthièvre, sposata al
nipote del re di Francia Carlo di
Blois.
I due contendenti al trono, pur
possedendo ognuno arme personali, le
abbandonarono per adottare, l’uno e
l’altra, uno scudo d’ermellino a
campo pieno e moltiplicandone in tal
modo la visibilità. Poiché questo
conflitto si situava all’inizio
della Guerra dei Cent’Anni ed
essendo i due competitori sostenuti,
l’uno dal re d’Inghilterra, l’altra
dal re di Francia, lo scudo
d’ermellino a campo pieno divenne
molto più che un emblema dinastico
ma l’immagine stessa di una nascente
nazione bretone. Del resto questo
avvenne dopo il famoso
“combattimento dei Trenta” (1351) in
cui trenta cavalieri bretoni guidati
da Beaumanoir sconfissero, sotto
l’insegna delle moscature
d’ermellino, trenta cavalieri
inglesi ma anche quando, durante il
regno del duca Giovanni IV nel 1378,
Carlo V commise l’errore di far
pronunziare dal Parlamento non solo
la deposizione del duca, alleato
degli inglesi, ma anche la confisca
del suo ducato a profitto della
corona. I bretoni, anche se nei
confronti della corona di Francia si
comportavano per la maggior parte da
francofili e lealisti, erano
fortemente attaccati al loro ducato.
Così formarono una lega, si
rivoltarono e la Bretagna entrò
nuovamente in una fase di guerra.
Nel suo corso parecchie volte gli
ermellini si misero in evidenza sia
dagli Stati di Bretagna che dai
cronisti dell’epoca per incarnare,
non il duca e neppure il ducato, ma
proprio la nazione bretone.
Da allora, le arme e l’insegna
d’ermellino a campo pieno divennero
nel corso dei secoli un autentico
simbolo nazionale. Tale insegna la
si ritrova più volte nel corso della
storia. Ad esempio al momento
dell’unione (in più fasi) del ducato
alla corona di Francia e quindi al
tempo dei due matrimoni di Anna di
Bretagna con il re Carlo VIII e
Luigi XII e poi in occasione
dell’unione definitiva ratificata
dagli Stati di Vannes nel 1532.
Inoltre quando a diverse riprese la
Bretagna, i suoi Stati, il suo
Parlamento e la sua popolazione si
sollevarono contro il potere
centrale e l’autorità regia. Durante
le guerre della Lega alla fine del
XVI secolo e poi, al momento della
“Rivolta della carta bollata” nel
1675, quando nuove e ingiuste misure
fiscali comportarono una
sollevazione popolare crudelmente
repressa. Infine per tutto il XVIII
secolo quando gli Stati e il
Parlamento di Bretagna formarono nel
Regno uno dei più attivi centri
d’opposizione al potere assoluto e
centralizzatore della monarchia
francese.
Alla fine del regno di Luigi XV
l’affaire La Chalotais e la
sollevazione del Parlamento misero
pure per un momento in pericolo la
monarchia provocando la violenta
reazione assolutista. Nel corso di
tali lotte, rivendicazioni e
opposizioni “nazionali” a un potere
troppo centralizzatore, le moscature
d’ermellino furono in prima fila nei
combattimenti e nelle sollevazioni
bretoni. Mentre il Ducato di
Bretagna non esisteva più da tempo
(dal XVI secolo) esse incarnavano
pienamente la nazione bretone,
gelosa dei suoi privilegi e fiera
della sua storia. La caduta della
monarchia non pose termine a questa
militanza nazionalista degli
ermellini anzi la rafforzò.
Il caso dell’ermellino araldico è un
esempio di come un emblema aiuti a
creare una nazione. In particolare
quando ci si trova in fase di
ribellione o di lotta aperta contro
un potere in carica, autoritario,
dispotico e centralizzato. Anche la
storia moderna e contemporanea è
piena di esempi, non soltanto in
Europa, che mostrano come emblema
insurrezionale, talvolta scelto da
un semplice gruppuscolo
rivoluzionario, contribuisca alla
nascita di una nazione. Ciò che è
tuttavia notevole nel caso degli
ermellini bretoni è che all’inizio
si trattava di una semplice brisura
araldica, contrassegno individuale
di Pierre Mauclerc cadetto della
casata Dreux. In seguito questo
contrassegno divenne
familiare-dinastico e solo infine
nazionale. Nel mondo intero, oggi,
si identifica come l’immagine della
Bretagna e dei bretoni.
Nel XVI secolo la costosa pelliccia
d’ermellino protocollare o
cerimoniale conservava la sua
posizione nel mondo della giustizia,
della magistratura e dell’alto clero
ma altrove, in quanto finimento
sontuoso, si cominciò a sostituire
al merletto, prevalentemente bianco
con parti nere. In generale
attualmente l’ermellino simboleggia
purezza, candore, castità,
incorruttibilità, regalità,
prudenza, rinascita e curiosità.
Riferimenti bibliografici:
Richard Carrington, I Mammiferi,
Mondadori Editore, Milano 1965.
Michel Pastoureau, Bianco. Storia
di un colore, Ponte alle Grazie
Editore, Milano 2022.
Michel Pastoureau, Medioevo
simbolico, Laterza Editore,
Bari-Roma 2007.
Michel Pastoureau, Bestiari del
Medioevo, Einaudi Editore,
Milano 2012.
Michel Pastoureau, Nero. Storia
di un colore, Ponte alle Grazie
Editore, Milano 2008.
Michel Pastoureau, Figure
dell’araldica. Dai campi di
battaglia del XII secolo ai simboli
della società contemporanea,
Ponte alle Grazie Editore, Milano
2017.
Milena Rao, Animali magici di
potere. Viaggio attraverso i
bestiari magico-religiosi delle
culture antiche, Psiche 2
Editore, Torino 2014.