[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 219 / MARZO 2026 (CCL)


ambiente

L'ERMELLINO E LA SUA SIMBOLOGIA
CREDENZE, TRADIZIONI E USI

di Giulia Cesarini Argiroffo

 

L’ermellino è un piccolo mammifero carnivoro dei mustelidi, famoso soprattutto per la sua pregiata pelliccia bianca con moschettature nere e ragion per cui per secoli si è cacciato riducendone la popolazione. Non si hanno notizie certe su come si considerasse tale animale nell’Antichità ma si pensa fosse un simbolo positivo. Già prima del Medioevo pare che le costose pellicce di questo animale si amassero. Poi dalla metà del XIV secolo divenne proprio una moda. Si usava nei capi per imbottirli, cioè foderarli all’interno, e anche per ornarli esternamente sul collo, sui risvolti, sui polsini e altrove. Tale moda si diffuse ovviamente tra i nobili e ricchi considerando la difficoltà d’approvvigionamento del numero necessario di questi animali per realizzare un indumento e per il suo costo elevato.


Nel campo del lusso e dei tesori medievali le pellicce d’ermellino ricoprivano un posto importante. Soprattutto dall’epoca tardo medievale si usava tra i re, gli imperatori, i prelati incluso il Papa e le classi sociali abbienti, pertanto simboleggiava regalità. Questo lo testimoniano anche molti dipinti i cui protagonisti indossano una pelliccia d’ermellino. Tale concezione proseguì anche in epoche successive e in particolar modo nel Rinascimento. In ogni caso è a partire dal Medioevo che si hanno maggiori informazioni sulla simbologia del piccolo mammifero in questione nella cultura europea. In particolare, secondo gli enciclopedisti dell’epoca questo animale che abitava nei Paesi freddi somigliava ed era parente prossimo della donnola. Infatti entrambi si nutrivano soprattutto di ratti, topi e talpe. Il ventre dell’ermellino era bianco come la neve e solo la punta della coda era nera. Inoltre si diceva che i pellicciai ricercassero il pelo di questa creatura e ne disponessero sul bianco dei ciuffetti neri; poi ne facessero dei mantelli e così li vendessero ai principi. Questa pelliccia, in effetti, alla fine del Medioevo si vendeva a caro prezzo, più del vaio che si ricavava dallo scoiattolo siberiano. Costava però meno dello zibellino, magnifica pelliccia nera che proveniva dalla martora.

Nel Cristianesimo l’ermellino rappresentava l’innocenza, l’incorruttibilità e la purezza di Cristo. Se questo animale si raffigurava insieme a una dama o una fanciulla simboleggiava la castità. Il mutare del suo manto fece sì che a partire dal Medioevo esso divenisse il simbolo invernale di resurrezione. Infatti in estate il suo pelo è bruno e grazie a esso sembra scomparire tra la vegetazione, mentre diventa bianco in inverno per mimetizzarsi nella neve. Nell’iconografia medioevale l’ermellino divenne così l’araldo del cavaliere senza macchia, disposto a tutto, anche a dare la propria vita pur di preservare il proprio onore e quello del suo blasone, rimanendo fedele ai valori cavallereschi di lealtà, coraggio e onestà. Antiche, nobili casate assunsero o ricevettero tale animale nel proprio stemma proprio in funzione di questo simbolismo.

I duchi di Bretagna l’hanno esibito orgogliosamente nei propri castelli insieme al motto “Meglio che sporcarmi”, dove per sporcizia s’intendeva infamia e disonore. Sui blasoni di solito l’ermellino si rappresenta con una figura stilizzata chiamata “mosca d’ermellino”. Come notava lo storico Pastoureau, nel corso dei secoli l’araldica ha finito per porsi all’origine di diversi codici e formule contribuendo alla genesi delle bandiere. Al cuore di questa lunga evoluzione si trovano figure e colori che servono ad assicurare la continuità, la storia e la mitologia degli emblemi e dei simboli, anche di Stati e Nazioni. A tal proposito è esemplificativo il caso della Bretagna e delle moscature d’ermellino che prendono posto nel suo scudo e nella sua insegna. Infatti nel Medioevo europeo l’ermellino araldico non aveva nulla di specificamente bretone. Si incontrava in arme di tutta Europa, il suo indice di frequenza non era alto in Bretagna, dove del resto comparì solo nel 1213, quando Pierre Mauclerc, fidanzato dell’ereditiera del ducato di Bretagna Alice de Thouars, fece il suo ingresso a Rennes. Più precisamente nel gennaio 1212, quando ancora non si parlava affatto del suo matrimonio con Alice di Bretagna, portava già sul suo scudo scaccato spezzato con un franco-quartiere d’ermellino.

Quindi, notava Pastoureau, ciò elimina tutte le elucubrazioni di taluni eruditi bretoni che hanno disperatamente – e talvolta disonestamente – voluto dimostrare che gli ermellini araldici nacquero in Bretagna, che facevano parte dell’emblematica del ducato prima del fidanzamento del 1213 e che fu Alice a trasmetterli poi al marito e non il contrario. Ciò non resiste all’analisi dei fatti e dei documenti, come già si dimostrò nel 1707. Le false idee però hanno lunga vita e la teoria nazionalista delle origini bretoni dell’ermellino araldico ha ancor oggi, in Bretagna, ferventi e loquaci sostenitori. Le arme di Mauclerc rimasero quelle dei duchi di Bretagna per più di un secolo, fino all’arrivo di Giovanni III. Poi, nel 1316 all’inizio del suo regno quest’ultimo duca, divenuto un potente personaggio e non più il rappresentante di un ramo cadetto della casata del Dreux, cambiò arme trasformando lo scudo scaccato d’oro e d’azzurro dal franco-quartiere d’ermellino in uno scudo d’ermellino a campo pieno. Le ragioni di tale cambiamento sono varie ma la principale probabilmente è la volontà del duca di Bretagna di non portare più arme spezzate, che sottolineavano in maniera troppo netta come il casato ducale di Bretagna non fosse in origine che un ramo cadetto della casata comitale di Dreux (allora in pieno declino).

Questo mutamento d’arme fu un vero colpo di genio politico e simbolico. Adottando uno scudo d’ermellino a campo pieno e prendendo la parte per il tutto, secondo una pratica cara al simbolismo medievale, il duca di Bretagna faceva scomparire ogni idea di brisura nelle sue arme. Infatti anche il re di Francia possedeva uno scudo seminato, struttura di superficie più prestigiosa per i sistemi di rappresentazione medievali. Questa struttura con un campo disseminato a intervalli regolari di piccole figure identiche rimandava sempre all’idea di potere e talvolta a quella di sacro. Come il campo azzurro del giglio d’oro del re di Francia questo nuovo campo d’argento seminato di moscature d’ermellino nere evocava uno scenario cosmico facendo del duca non tanto il vassallo del re quanto il rappresentante di Dio nel ducato di Bretagna. Inoltre ciò permetteva al duca e ai suoi successori di profittare in pieno della contemporanea e continua valorizzazione della pelliccia d’ermellino nell’abito e nell’apparire.

Alla fine del Medioevo infatti tale pelliccia, contrariamente al vaio, acquistò valore non soltanto sul piano economico ma anche e soprattutto sul piano simbolico. Infatti essa si associò sempre più spesso all’idea d’autorità, di giustizia e di sovranità. I duchi di Bretagna non vi parteciparono, ma sapevano abilmente sfruttare la confusione tra il loro ermellino araldico e quello dell’abito che all’epoca in tutta Europa si legava simbolicamente all’esercizio e al prestigio del potere dei reali.

Ciò che caratterizzò le moscature d’ermellino della casa ducale di Bretagna fu la rapidità con la quale esse divennero, nel corso del XIV secolo, la posta in gioco di uno scontro politico e quindi emblema “nazionale” che pare avvenne in più tempi. Ad esempio nel momento della guerra di successione di Bretagna (1341-1364), quando il duca Giovanni III morì senza figli e senza designare eredi. Così la sua successione si contese per ventitré anni tra il suo fratellastro Giovanni di Montfort e la nipote Giovanna di Penthièvre, sposata al nipote del re di Francia Carlo di Blois.

I due contendenti al trono, pur possedendo ognuno arme personali, le abbandonarono per adottare, l’uno e l’altra, uno scudo d’ermellino a campo pieno e moltiplicandone in tal modo la visibilità. Poiché questo conflitto si situava all’inizio della Guerra dei Cent’Anni ed essendo i due competitori sostenuti, l’uno dal re d’Inghilterra, l’altra dal re di Francia, lo scudo d’ermellino a campo pieno divenne molto più che un emblema dinastico ma l’immagine stessa di una nascente nazione bretone. Del resto questo avvenne dopo il famoso “combattimento dei Trenta” (1351) in cui trenta cavalieri bretoni guidati da Beaumanoir sconfissero, sotto l’insegna delle moscature d’ermellino, trenta cavalieri inglesi ma anche quando, durante il regno del duca Giovanni IV nel 1378, Carlo V commise l’errore di far pronunziare dal Parlamento non solo la deposizione del duca, alleato degli inglesi, ma anche la confisca del suo ducato a profitto della corona. I bretoni, anche se nei confronti della corona di Francia si comportavano per la maggior parte da francofili e lealisti, erano fortemente attaccati al loro ducato. Così formarono una lega, si rivoltarono e la Bretagna entrò nuovamente in una fase di guerra. Nel suo corso parecchie volte gli ermellini si misero in evidenza sia dagli Stati di Bretagna che dai cronisti dell’epoca per incarnare, non il duca e neppure il ducato, ma proprio la nazione bretone.

Da allora, le arme e l’insegna d’ermellino a campo pieno divennero nel corso dei secoli un autentico simbolo nazionale. Tale insegna la si ritrova più volte nel corso della storia. Ad esempio al momento dell’unione (in più fasi) del ducato alla corona di Francia e quindi al tempo dei due matrimoni di Anna di Bretagna con il re Carlo VIII e Luigi XII e poi in occasione dell’unione definitiva ratificata dagli Stati di Vannes nel 1532. Inoltre quando a diverse riprese la Bretagna, i suoi Stati, il suo Parlamento e la sua popolazione si sollevarono contro il potere centrale e l’autorità regia. Durante le guerre della Lega alla fine del XVI secolo e poi, al momento della “Rivolta della carta bollata” nel 1675, quando nuove e ingiuste misure fiscali comportarono una sollevazione popolare crudelmente repressa. Infine per tutto il XVIII secolo quando gli Stati e il Parlamento di Bretagna formarono nel Regno uno dei più attivi centri d’opposizione al potere assoluto e centralizzatore della monarchia francese.

Alla fine del regno di Luigi XV l’affaire La Chalotais e la sollevazione del Parlamento misero pure per un momento in pericolo la monarchia provocando la violenta reazione assolutista. Nel corso di tali lotte, rivendicazioni e opposizioni “nazionali” a un potere troppo centralizzatore, le moscature d’ermellino furono in prima fila nei combattimenti e nelle sollevazioni bretoni. Mentre il Ducato di Bretagna non esisteva più da tempo (dal XVI secolo) esse incarnavano pienamente la nazione bretone, gelosa dei suoi privilegi e fiera della sua storia. La caduta della monarchia non pose termine a questa militanza nazionalista degli ermellini anzi la rafforzò.

Il caso dell’ermellino araldico è un esempio di come un emblema aiuti a creare una nazione. In particolare quando ci si trova in fase di ribellione o di lotta aperta contro un potere in carica, autoritario, dispotico e centralizzato. Anche la storia moderna e contemporanea è piena di esempi, non soltanto in Europa, che mostrano come emblema insurrezionale, talvolta scelto da un semplice gruppuscolo rivoluzionario, contribuisca alla nascita di una nazione. Ciò che è tuttavia notevole nel caso degli ermellini bretoni è che all’inizio si trattava di una semplice brisura araldica, contrassegno individuale di Pierre Mauclerc cadetto della casata Dreux. In seguito questo contrassegno divenne familiare-dinastico e solo infine nazionale. Nel mondo intero, oggi, si identifica come l’immagine della Bretagna e dei bretoni.

Nel XVI secolo la costosa pelliccia d’ermellino protocollare o cerimoniale conservava la sua posizione nel mondo della giustizia, della magistratura e dell’alto clero ma altrove, in quanto finimento sontuoso, si cominciò a sostituire al merletto, prevalentemente bianco con parti nere. In generale attualmente l’ermellino simboleggia purezza, candore, castità, incorruttibilità, regalità, prudenza, rinascita e curiosità.

 

Riferimenti bibliografici:

 

Richard Carrington, I Mammiferi, Mondadori Editore, Milano 1965.

Michel Pastoureau, Bianco. Storia di un colore, Ponte alle Grazie Editore, Milano 2022.

Michel Pastoureau, Medioevo simbolico, Laterza Editore, Bari-Roma 2007.

Michel Pastoureau, Bestiari del Medioevo, Einaudi Editore, Milano 2012.

Michel Pastoureau, Nero. Storia di un colore, Ponte alle Grazie Editore, Milano 2008.

Michel Pastoureau, Figure dell’araldica. Dai campi di battaglia del XII secolo ai simboli della società contemporanea, Ponte alle Grazie Editore, Milano 2017.

Milena Rao, Animali magici di potere. Viaggio attraverso i bestiari magico-religiosi delle culture antiche, Psiche 2 Editore, Torino 2014.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]