[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

193 / GENNAIO 2024 (CCXXIV)


attualità

Twilight Calls
Reflections on US-Russia Relations

di Alessio Guglielmini

 

Salvatore Nicosia, nelle pagine dell’Introduzione all’edizione Adelphi dei Discorsi sacri di Publio Elio Aristide (1984), restituisce gli umori suscitati dall’opera del retore greco presso i dotti di varie epoche. Già Areta, arcivescovo di Cesarea (circa 850-944) si lamentava delle “inconsistenti farneticazioni” di Aristide (cit. p.9), ma il fastidio era duro a morire, se quasi mille anni dopo lo stesso Giacomo Leopardi ricavava “una sensazione di nausea” dalla lettura dei Discorsi, come confessato nel suo giovanile De vita et scriptis Aelii Aristidis commentarius.

 

Ovviamente, questi giudizi più “personali” dovevano lasciare spazio ad analisi più accurate, che avrebbero reintegrato il valore dei Discorsi quale testimonianza dell’irrequietudine e dei dislivelli psichici che trapelavano da un’età apparentemente aurea. È significativo che Aldo Schiavone abbia introdotto l’originalissima ricostruzione del suo La storia spezzata, proprio rievocando il famoso discorso che un giovane retore di lingua greca, Aristide appunto, avrebbe tenuto a Roma nella primavera del 143 o 144 d.C. per celebrare il compleanno dell’urbe in quell’Athenaeum voluto da Adriano “come centro di promozione e di studio della cultura greca” (cit. p. 5).

 

Aristide, in quella sede e probabilmente al cospetto dell’imperatore Antonino, incensava la grandezza di Roma, insieme alla bontà delle sue istituzioni e del suo governo che avevano trasformato il mondo intero in un “delizioso giardino” (cit. p.7). Ora, come segnalato dallo stesso Schiavone, non tutti erano concordi nel collocare la celebre orazione nella data del 143-144, ad esempio Charles Allison Behr, indicato anche dal Nicosia quale testimone a sostegno. Mentre non è stato messo in discussione quel viaggio romano, avvenuto quando l’oratore doveva avere 26 anni. Quella peregrinazione si rivelò decisiva per i mali e le avversità psicofisiche che Aristide avrebbe lamentato poi nel corso dei sei Discorsi che costellano la sua opera.

 

Il fatto che Aristide di quel viaggio non ricordasse gli eventuali privilegi e onori goduti, a ragione della famosa orazione, soffermandosi piuttosto sulle disavventure occorse nel tragitto da Smirne a Roma, andata e ritorno, tra naufragi scampati per un soffio, condizioni metereologiche estreme e dolori atroci ai visceri e alle vie respiratorie, lascia intendere che la trasferta romana coronata dal discorso all’Athenaeum avvenisse in un’altra occasione: Behr suppone nel 155 (Discorsi sacri, nota 36, p. 192).

 

Al di là delle incertezze sulle circostanze dei suoi spostamenti, Schiavone non scelse a caso il primo ambasciatore della sua analisi, volta a tentare la difficile spiegazione di come un impero, come quello romano del II secolo giunto al suo massimo splendore, diventasse presto il soggetto tragico di una graduale disgregazione che avrebbe di fatto gettato l’Europa in una lunga era di disunioni religiose e politiche, crisi economiche e culturali che sarebbero persistite per circa un millennio. Aristide, il portavoce di quella splendente luce, era, ciò non di meno, un individuo intimamente vessato dalle angosce, dai dubbi, salvato in extremis, di volta in volta, come raccontato in maniera particolareggiata nei Discorsi, dalla sua divinità protettrice: Asclepio.

 

Il viaggio del 143-144, se non aveva dunque portato Aristide al cospetto dell’imperatore nell’Athenaeum, lo aveva portato al cospetto di Asclepio. Il dio, dopo quella tribolata spedizione, lo aveva chiamato in sogno, consigliandogli il ricovero a Pergamo (era l’estate del 145). Il sogno era d’altro canto l’elemento portante dell’intero culto di Asclepio che prescriveva le sue cure, e attuava i suoi rimedi, attraverso l’incubazione, ossia interagendo con la vita onirica dei suoi pazienti che si accomodavano negli spazi cultuali dei suoi santuari. Aristide, per questioni logistiche, preferiva muoversi verso la vicina (da Smirne) Pergamo, sebbene il principale Asclepieo risiedesse nella peloponnesiaca Epidauro.

 

È in questa prospettiva che i Discorsi sacri hanno assunto una rilevanza significativa, aiutando a tracciare le credenze e la mentalità di un uomo che, da una parte, forzature retoriche a parte, era consapevole di vivere in un’età aurea dell’umanità, ma che, dall’altra, sotto quella rassicurante vernice, si dibatteva in un inquieto confronto con i suoi mali di origine, verosimilmente, psicosomatica. Non sorprende che l’egocentrismo patologico che aveva dato noia ad Areta di Cesarea, o al Leopardi, finisse per attirare le attenzioni di uno “scavatore dell’irrazionale” quale Eric R. Dodds che, come segnalato dal Nicosia, arrivò a definire la discussa opera di Aristide come “la prima e unica autobiografia religiosa che il mondo pagano ci abbia lasciato” (Discorsi sacri, cit. p.11). Se questo verdetto proviene dal testo Pagani e cristiani in un’epoca di angoscia, bisogna pur notare come Dodds insistesse sulla tipicità del profilo di Aristide anche nelle pagine del precedente, e più famoso, I Greci e l’irrazionale, focalizzandosi sui sogni occorsi nel santuario di Asclepio, fino a incasellare le esperienze del retore nella casistica della “trance auto-provocata” (p. 160).

 

L’unicità del resoconto di Aristide è stata d’altro canto riconosciuta, oltre che dallo stesso Behr, anche da André-Jean Festugière (Sur les «Discours sacrés» d’Aelius Aristide). Il suo valore, benché le sue parti possano spesso risultare ripetitive e confuse circa date ed eventi, si manifesta principalmente nella variegata complessità del rapporto che Aristide stabilisce con Asclepio lungo le vicende narrate. Il dio, tramite sogni, visioni, notizie portate all’attenzione di terzi che poi riferiscono ad Aristide, si comporta all’occorrenza come medico tradizionale, fornendo rigorosi consigli terapeutici (astensioni dal bagno, esercizi fisici, impacchi di fango, prescrizioni alimentari), oppure come indiscussa divinità, predicendo l’avvenire o indicando azioni rituali che hanno lo scopo di salvare la vita del suo assistito.

 

Aristide ne emerge come un protetto privilegiato, quasi si trattasse di un eroe omerico che viene soccorso nel mezzo della battaglia dall’intervento salvifico di un nume favorevole. È Asclepio, ad esempio, a suggerirgli di simulare un naufragio, per risolvere così in maniera morbida, e non letale, una profezia del fato (Discorsi sacri, p. 85). In altre circostanze, sono figure prossime ad Asclepio a intervenire a favore di Aristide e di chi lo accompagna: è il caso di Apollo Delio che, come spiegato nel Quarto Discorso, induce in qualche modo il retore a rifiutare di viaggiare alla mercé di un timoniere, giudicato “un tipo rissoso che non esitava a navigare controvento e a prendere il mare come se lo stesse arando” (cit. p. 132). Quel rifiuto, a quanto pare, si rivela provvidenziale dal momento che il mattino successivo si scatena un violento uragano.

 

In altri frangenti, Asclepio interagisce al fianco di divinità analoghe, che gli si accostano mentre Aristide dorme: “E nella stessa notte mi apparve anche Serapide in compagnia di Asclepio, entrambi di meravigliosa bellezza e grandezza, e in qualche modo tra loro somiglianti” (cit. p. 119). Nel Secondo Discorso (verso 18), Aristide descrive così un’apparizione di Asclepio, condita ancora una volta da sfumature profetiche: “Quando poi fummo a Smirne, egli mi apparve in questa forma. Era Asclepio e al tempo stesso Apollo, e più precisamente l’Apollo di Claro e quello che a Pergamo riceve l’appellativo di Callitecno, ed è titolare del primo dei tre templi. Stando dunque davanti al mio letto in questo sembiante, egli protendeva le dita verso di me, e computando alcuni anni diceva: «Hai dieci anni da parte mia e tre da parte di Serapide»” (cit. p. 86).

Considerando che Asclepio è figlio di Apollo e che numerose sono le tracce che accomunano Asclepio e Serapide, il racconto di Aristide risulta pienamente coerente nell’ottica di un accertato sincretismo cultuale. Ciò che a questo punto non sorprende, ma che arricchisce il resoconto di Aristide, risiede nella fonte di stimolo che Asclepio rappresenta rispetto alla carriera ufficiale del suo protetto. In più punti dei Discorsi il dio interviene come patrono della sua ars retorica, invitando Aristide a rimanere fedele alle sue doti innate. Anzi, da alcune riflessioni emerge che la guarigione e la salvezza più che collegarsi alla sua salute personale debbano riferirsi all’opportunità che Aristide porti così a termine la sua missione.

 

Imbattendosi nei travagli fisici, numerosi tanto quanto lo sono le guarigioni e i salvataggi miracolosi descritti nei Discorsi, si fatica in effetti a immaginare come Aristide riuscisse a rispettare le mansioni previste dalla sua carica, che spesso comportava interventi pubblici e impegni politici. Sappiamo che nel 178 circa, in seguito a un terremoto che aveva colpito Smirne, Aristide si faceva portavoce di una richiesta ufficiale presso l’imperatore Marco Aurelio e il figlio Commodo, per sollecitare l’opera di ricostruzione (si veda in merito il contributo di Carlo Franco, Elio Aristide e Smirne).

 

A sessant’anni compiuti, Aristide era ancora attivo nella vita sociale della sua città d’adozione, sebbene nei Discorsi sacri sia soprattutto la sua vita interiore a imporsi con un’intensità che stona con la rigorosa disciplina della sua veste ufficiale. Una contrapposizione che avvalora, e rinforza, la portata psicologica attribuita dal Dodds al controverso diario di questo uomo dell’antichità.

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

Elio Aristide, Discorsi sacri, a cura di Salvatore Nicosia, Adelphi, Milano, 1984

Aldo Schiavone, La storia spezzata. Roma antica e Occidente moderno, Laterza, 2002

Charles Allision Behr, Aelius Aristides and the Sacred Tales, Amsterdam, 1968

E.R. Dodds, Pagani e cristiani in un’epoca di angoscia. Aspetti dell’esperienza religiosa da Marco Aurelio a Costantino, La Nuova Italia, Venezia, 1988

E.R. Dodds, I Greci e l’irrazionale, BUR, Milano, 2009

André-Jean Festugière, Sur les «Discours sacrés» d’Aelius Aristide, in Revue des études grecques, 82, 1969, pp. 117-153

Carlo Franco, Elio Aristide e Smirne, Bardi Editore, Roma, 2005

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]