[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

193 / GENNAIO 2024 (CCXXIV)


attualità

Ecuador in fiamme
un narco-golpe scuote il sud america

di Gian Marco Boellisi

 

Per quanto ormai assuefatti negli ultimi anni al susseguirsi di diversi colpi di Stato in tutto il globo, un recente fenomeno del tutto nuovo nelle sue modalità è il narco-golpe avvenuto in Ecuador nel gennaio 2024. Un tempo considerato tra i paesi più sicuri e stabili dell’intero Sud America, oggi l’Ecuador si ritrova ad affrontare un’ondata di violenza senza precedenti causata principalmente dai cartelli legati al narcotraffico e al loro scontro diretto contro lo Stato. Venuta meno la postura storica dei cartelli colombiani nel traffico globale di stupefacenti, altre nazioni ne hanno preso il testimone migliorando dove i cartelli di Medellin e Cali avevano fallito tra gli anni ’80 e ’90. Oggi è senza dubbio il Messico ad avere la fetta di maggioranza del mercato, tuttavia anche altri paesi, come appunto l’Ecuador, hanno iniziato ad avere una voce non indifferente in merito. Risulta quindi interessante capire cosa stia succedendo nella regione e comprendere quanto sia cruciale la stabilità dell’Ecuador per tutta l’area sudamericana.


Guardando la situazione ecuadoregna in prospettiva, il paese ha subito un crollo in ambito securitario di proporzioni catastrofiche. Basti pensare che secondo stime dell’International Crisis Group il numero di omicidi nel paese è aumentato del 500% rispetto al 2016 e la maggior parte di queste morti violente è dovuta proprio al conflitto tra cartelli rivali e gruppi armati che si contendono il traffico di stupefacenti. Il narcotraffico ha subito un boom in Ecuador negli anni di governo del socialista Rafael Correa, dal 2000 fino al 2017. In questo periodo il governo ha completamente trascurato la lotta alla criminalità, essendo i livelli statistici rilevati di delinquenza molto bassi. L’approccio permissivo, unito all’endemica mancanza di lavoro e un basso livello di scolarizzazione tra le fasce di popolazione meno abbienti, ha portato ad avere in Ecuador generazioni intere pronte a servire tra i ranghi dei cartelli, rendendo il lavoro nel narcotraffico l’unica via di fuga da un futuro di fame e miseria.


La mancanza di controllo del governo ha portato i gruppi criminali ad acquisire enormi fette del paese. Acquisire va inteso nel senso letterale del termine, visto che è ben noto come una larga parte delle forze dell’ordine ecuadoregne siano al libro paga dei narcotrafficanti. Tuttavia è lecito chiedersi come l’Ecuador, paese inizialmente coinvolto marginalmente nel traffico di stupefacenti, ora sia diventato un hub di primo livello in questo profittevole ma sanguinoso mercato. Il tutto nacque da un’idea di El Chapo Guzman, capo del cartello di Sinaloa, il quale vide nell’Ecuador un ottimo paese per lo stoccaggio delle foglie di coca prima della raffinazione. Visti i costi bassi e l’alta efficienza delle bande locali, i cartelli ecuadoregni vennero sempre più coinvolti nella raffinazione della coca. Come si può immaginare, i profitti che generò questo salto di qualità furono immensi, portando quindi l’Ecuador verso l’essere ciò che è oggi, ovvero uno degli snodi logistici, o hub come vengono chiamati oggi, per il traffico internazionale di cocaina. E’ infatti importante ricordare come l’Ecuador offra un ampio accesso all’Oceano Pacifico, rendendo la sua geografia perfetta per garantire nuove opportunità e nuovi mercati ai cartelli di tutto il continente.


All’interno di questo instabile contesto, si inquadrano gli eventi di inizio gennaio che hanno trascinato il paese nel caos e nella violenza. Risale infatti a circa tre settimane fa l’evasione di Adolfo “Fito” Macías. José Adolfo Macías Salazar, noto appunto come “Fito”, è il capo dei Los Choneros, il gruppo criminale egemene in Ecuador e considerato tra i più pericolosi del continente. Risulta essere infatti questo il gruppo che avrebbe intessuto le relazioni con Sinaloa per far diventare l’Ecuador un paese cardine nel narcotraffico mondiale. Fito stava scontando una pena di 34 anni per traffico di droga, associazione a delinquere e omicidio. Il gruppo dei Los Choneros ha origine negli anni ’90 nella città di Chone, sulla provincia costiera di provincia di Manabí, da cui ha sempre operato nel corso degli anni espandendosi fino a raggiungere il livello di egemonia odierno.


Ora, l’evasione di Fito dal Penitenciaría del Litoral è solo l’ultimo tassello di un domino che coinvolge la lotta al narcotraffico del governo ecuadoregno. La sua fuga è stata accompagnata da disordini nella maggior parte delle carceri del paese in protesta alle recenti politiche del presidente Daniel Noboa, eletto lo scorso novembre. Questi ha infatti deciso di trasferire tutti i vertici del narcotraffico in carceri di massima sicurezza, al contrario di come fatto in passato in cui i narcos risiedevano in carceri controllate da loro stessi con ogni sorta di agio e privilegio. Inoltre, il governo Noboa sta cercando di indire un referendum per consentire l’estradizione all’estero di cittadini accusati di specifici crimini (ricalcando quanto fatto in Colombia durante gli anni di lotta a Escobar) e il relativo sequestro dei beni di appartenenza ai narcotrafficanti. A oggi il voto deve ancora ricevere l’approvazione della Corte Costituzionale, tuttavia anche solamente la possibilità che una simile legge possa passare ha portato i vari cartelli a reagire nell’unico modo a loro conosciuto: seminando violenza. Fito è stato scoperto non essere più in prigione il giorno in cui doveva essere trasferito in una struttura di massima sicurezza chiamata La Roca, vicino Guayaquil.


All’evasione di Fito è seguita anche l’evasione dal carcere di Riobamba di Fabricio Colón, capo del gruppo Los Lobos, così come rivolte generalizzate, con conseguente presa come ostaggi delle guardie carcerarie, in quasi tutte le carceri del paese ed evasioni di massa. A seguito di questi drammatici eventi, Noboa ha decretato lo stato di emergenza per 60 giorni per far fronte all’emergenza posta dai cartelli. Qui ovviamente i gruppi criminali hanno visto l’azione del governo come fortemente limitante verso le loro attività, motivo per cui hanno messo in atto una vera e propria insurrezione generale in tutto il paese contro il governo centrale ma anche contro la popolazione civile, tanto da rendere pericoloso per gli equadoregni andare a lavoro o camminare per strada.


Un esempio fra tutti può essere l’irruzione di uomini armati a volto coperto nella sede del canale televisivo TC a Guayaquil, nel sud-ovest del Paese, prendendo in ostaggio i conduttori mentre erano in diretta. Rivolgendosi al presidente Noboa, uno degli aggressori ha detto in diretta “Hai voluto la guerra e avrai la guerra”. Un altro caso eclatante si è avuto presso l’Università di Guayaquil, dove professori e studenti sono stati sequestrati da non ben identificati uomini armati. Per non parlare dei video di alcune città in cui si possono vedere attentati perpetrati contro cittadini comuni o narcos con bazooka presenti ai semafori. Secondo dichiarazioni del sindaco di Guayaquil, gli edifici presi di mira nei primi giorni di violenze sarebbero stati 29, di cui 5 ospedali, e almeno 10 persone avrebbero perso la vita.


Tutta questa efferatezza è spiegabile con ciò che il decreto comporta per i narcotrafficanti. Infatti uno stato di emergenza così lungo comporta più controlli sul territorio, più posti di blocco nelle strade ma soprattutto maggiori tempi di attesa per le navi in partenza dall’Ecuador. E ogni ora in cui un carico di cocaina rimane fermo in porto sono decine di milioni di dollari che i cartelli perdono. Il decreto di Noboa identifica 22 organizzazioni criminali transnazionali come gruppi terroristici e legittimi obiettivi militari, oltre a introdurre in Ecuador lo stato di “conflitto armato interno”.

 

Alla polizia è stata comunicato che durante i giorni dell’emergenza non gli verrà imputato alcun processo in cui sparino a un narcotrafficante o sospettato tale. Misura quanto mai controversa, la verità è che una simile politica non fa altro che alimentare la strategia di violenza dei narcos portando il paese verso un vortice di instabilità di cui difficilmente si vede la conclusione oggi. Ovviamente una simile polveriera non è passata inosservata ai vicini dell’Ecuador. In particolare, Colombia, Argentina e Bolivia hanno espresso grande preoccupazione per gli avvenimenti ecuadoregni e hanno offerto il loro supporto per risolvere la crisi. Quale possa essere questo supporto e se mai verrà fornito, anche questo è da vedere.


Da quanto sopra riportato si può evincere una differenza sostanziale tra golpe e narco-golpe. Il primo è quando delle forze interne allo Stato cercano di prenderne il potere per sostituirsi al governo insediatosi precedentemente. In un narco-golpe invece un’organizzazione non statale, come in questo caso i narcotrafficanti, cerca di terrorizzare lo Stato per portarlo a trattare e ottenere così condizioni più favorevoli per svolgere i propri traffici. A questo proposito, alcuni analisti hanno supposto che, a seguito di una mossa così destabilizzante di Fito, vi è una componente all’interno dei Los Choneros che vorrebbe trattare e consegnare Fito stesso alle autorità, ottenendo spazio di manovra per gli anni a venire. Che siano voci di corridoio o fatti aderenti alla realtà, la loro bontà e gli effetti che avranno sul paese potranno essere visti solamente nelle prossime settimane.


In conclusione, l’Ecuador sta attraversando una delle fasi più complicate della sua storia recente. Esso risulta essere un paese fondamentale per la stabilità della regione sia per la sua posizione geografica sia per gli equilibri politici all’interno della comunità degli Stati sudamericani. L’ondata di violenza che sta sconvolgendo il paese si aggiunge alla pluridecennale lista di lotta al narcotraffico che coinvolge l’America Latina da ormai troppo tempo. In passato alcuni successi nel contrasto al crimine organizzato dell’area si sono ottenuti, anche se il più delle volte passando per degli accordi tra governi e cartelli che hanno solamente nascosto il fenomeno e mai debellato. Per l’Ecuador si presenta lo stesso rischio, e non è detto che né Noboa né gli ecuadoregni siano disposti a pagare il prezzo di una lotta così complessa e sanguinosa.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]