.

home

 

progetto

 

redazione

 

contatti

 

quaderni

 

gbeditoria


.

[ISSN 1974-028X]


RUBRICHE


attualità

.

ambiente

.

arte

.

filosofia & religione

.

storia & sport

.

turismo storico



 

PERIODI


contemporanea

.

moderna

.

medievale

.

antica



 

EXTEMPORANEA


cinema

.

documenti

.

multimedia



 

ARCHIVIO


.

contemporanea


N. 96 - Dicembre 2015 (CXXVII)

DESERT STORM
UNA GUERRA "DA MANUALE"

di Giovanni De Notaris

 

Terminata la guerra con l’Iran nel 1988, l’Iraq era un paese ben armato con armi sofisticate ma pieno di debiti. Nel mese di maggio del 1990 aveva cominciato a minacciare con più insistenza sia Israele che il Kuwait e per questo era stato ammonito. Il dittatore iracheno Saddam Hussein era infatti attratto dal confinante Kuwait ricco di pozzi di petrolio, e sempre in maggio le truppe irachene avevano cominciato a concentrarsi al confine con il Kuwait.

 

Negli Stati Uniti l’amministrazione di George H. W. Bush pensava che Saddam stesse solo bluffando e che non avrebbe invaso il Kuwait perché dopo la guerra le truppe irachene erano esauste e ci sarebbero voluti anni prima che si riorganizzassero.

 

Ma nel luglio del 1990 le immagini satellitari dimostrarono che le truppe irachene si stavano ammassando al confine con il Kuwait. Sempre nello stesso mese anche la CIA concordò con il fatto che una vera e propria invasione sarebbe stata impossibile e che al massimo Saddam si sarebbe impossessato di alcuni pozzi di petrolio, ma niente di più.

Bush allora contattò il presidente egiziano, il re saudita e l’emiro del Kuwait; nessuno di loro credeva a una possibile invasione. Ma Saddam accusò l’emiro del Kuwait di aver autorizzato il furto del petrolio dai pozzi petroliferi al confine tra i due stati e così il 2 agosto 1990 ordinò l’invasione del paese rivendicandone il possesso in base ai vecchi assetti territoriali; 140.000 soldati iracheni si riversarono in Kuwait. Il dittatore sperava così di risolvere i problemi economici dell’Iraq.

 

Il 5 agosto il presidente Bush ammonì Saddam, condannando l’invasione e vietando il commercio con l’Iraq. Al momento Bush però non aveva ancora contemplato l’idea di un attacco perché sperava che dopo aver ottenuto i pozzi petroliferi che il dittatore rivendicava si sarebbe poi accontentato. Ma gli iracheni rimasero in Kuwait e destituirono il governo.

 

Negli Stati Uniti si cominciò a diffondere il timore che dopo il Kuwait Saddam avrebbe rivolto le sue attenzioni all’Arabia Saudita, sempre per prendere il controllo dei pozzi petroliferi. E così dopo aver ottenuto dall’Arabia l’autorizzazione a inviare le truppe nel suo paese, Bush varò l’operazione “Desert Shield” per difendere il paese dall’Iraq. Poi riuscì a ottenere dall’ONU una risoluzione che approvasse l’embargo economico contro l’Iraq, sperando che con queste due mosse Saddam si sarebbe ritirato. Ma così non fu.

Il presidente dovette allora confrontarsi con il Congresso, a maggioranza democratica, che non intendeva autorizzare la guerra ma chiedeva di concedere più tempo alle Nazioni Unite.

 

Intanto il segretario di Stato James Baker III lavorava proprio con l’ONU per ottenere una risoluzione che approvasse l’uso della forza. Così gli Stati Uniti costituirono una coalizione di 33 paesi mediorientali e europei, dispiegando al confine con l’Iraq in sei mesi circa 500.000 soldati di cui 300.000 americani.

 

Sempre nell’agosto del 1990 Saddam ordinò che gli stranieri presenti sul territorio kuwaitiano appartenenti alle nazioni della coalizione fossero usati come scudi umani.

 

Mentre i paesi europei cominciavano a inviare nel Golfo Persico navi e aerei, il 29 novembre l’ONU autorizzò l’uso della forza intimando all’Iraq di lasciare il Kuwait entro il 15 gennaio. Gli Stati Uniti intanto dispiegavano nel Golfo altri 100.000 soldati.

 

Finalmente il 12 gennaio 1991 anche il Congresso americano autorizzava Bush all’uso della forza per costringere Saddam a ritirarsi. Così alle 3.00 del 17 gennaio 1991 i bombardieri americani attaccarono l’Iraq; al comando fu posto il generale Norman Schwarzkopf. I bombardamenti sarebbero durati più di un mese annientando le infrastrutture del paese. L’Iraq rispose lanciando i missili Scud su Tel Aviv e Haifa sperando che lo stato di Israele entrasse anch’esso in guerra con la coalizione scatenando poi l’odio degli arabi contro gli ebrei e provocando quindi una sorta di guerra santa dell’Islam contro l’Occidente.

 

Israele però non reagì alla provocazione anche grazie all’intervento dei missili americani Patriot che intercettavano gli Scud iracheni. Messo alle strette, il 23 gennaio Saddam ordinò di bruciare i pozzi petroliferi kuwaitiani il cui petrolio si riversò poi nel Golfo creando un enorme danno ecologico.

 

Il 30 gennaio nei pressi di Khafj, al confine tra l’Arabia Saudita e il Kuwait, si ebbe il primo scontro di terra, e il 21 gennaio Bush lanciò un altro ultimatum a Saddam intimandogli di ritirarsi. Senza risposta il 23 febbraio le forze della coalizione entrarono in Kuwait dando inizio all’operazione “Desert Storm” uccidendo 100.000 uomini e facendone prigionieri 90.000. Tutto l’Iraq meridionale venne occupato.

 

Il 26 febbraio le truppe della coalizione entrarono a Kuwait City, e il 28 febbraio Bush annunciò la fine delle ostilità. In realtà il presidente sperava che la sconfitta di Saddam avrebbe causato pure la caduta del suo regime e incitò le rivolte di sciiti al sud e curdi al nord, aiutati dalla CIA. Ma cosi non fu.

 

Saddam reagì per reprimere le rivolte e gli americani non seppero intervenire per tempo causando la morte di migliaia di persone e l’esilio di altre migliaia. Vennero poi istituite due no-fly zone per impedire il movimento di veicoli iracheni.

 

La guerra era vinta ma Saddam restava al potere e aveva ancora attivi i piani per portare avanti il suo programma nucleare. Dopo la guerra infatti una commissione speciale dell’ONU si recò in Iraq alla ricerca di armi biologiche e nucleari. Dai loro rapporti e da quelli della CIA si deduceva che nell’arco di un anno l’Iraq avrebbe ottenuto la sua prima arma nucleare.

 

Ma tutto questo non colpì il popolo americano che vide la vittoria come un successo: il Kuwait era stato liberato e la popolarità di Bush era alle stelle. Il presidente aveva ristabilito gli equilibri in Medio Oriente e temeva che se avesse continuato la guerra per invadere l’Iraq avrebbe perso la coalizione internazionale perché l’ONU non aveva autorizzato l’invasione.

 

Bush inoltre spiegò al suo gabinetto che se avessero invaso il paese poi avrebbero dovuto anche occuparsi della ricostruzione post bellica a cui gli americani non erano preparati oltre a perdere molte vite e a protrarre l’occupazione per un tempo indefinito.

Parole che più di dieci anni dopo il figlio George W. avrebbe dovuto ricordare.



 

 

COLLABORA


scrivi per InStoria



 

EDITORIA


GBe edita e pubblica:

.

- Archeologia e Storia

.

- Architettura

.

- Edizioni d’Arte

.

- Libri fotografici

.

- Poesia

.

- Ristampe Anastatiche

.

- Saggi inediti

.

catalogo

.

pubblica con noi



 

links


 

pubblicità


 

InStoria.it

 


by FreeFind

 

 


[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE]


 

.