[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 220 / APRILE 2026 (CCLI)


antica

A PROPOSITO DI DAMNATIO memoriae
il caso di domiziano

di Giacomo Sabbatini

 

Cancellare un uomo dalla storia non significa solo distruggerne il corpo, ma riscriverne il ricordo. Lespressione damnatio memoriae non appartiene al linguaggio romano antico, ma è una formula nata per designare un insieme di pratiche giuridiche, rituali e iconografiche volte a negare la memoria pubblica di un individuo dopo la sua morte (Flower 2006, pp. 1-3; Flower 1998, pp. 155–156). Non esistono attestazioni dell’uso del termine damnatio memoriae, che letteralmente significa “condanna alla commemorazione”, da parte degli antichi romani. Si tratta, in realtà, di un’invenzione storiografica moderna per indicare i processi di cancellazione intenzionale di un individuo dalle fonti storiche, assieme all’alterazione o distruzione delle iscrizioni e monumenti). Non si tratta di un evento codificato, bensì della volontà del Senato di espellere un cittadino dalla comunità, privandolo del diritto alla memoria. L’origine del fenomeno risale alla tradizione repubblicana dell’abolitio nominis, prima applicata contro i nemici o i traditori dello Stato e poi assunta dal Principato come strumento di potere (Bianchi 2014, pp. 33-35).

 

La condanna comportava la cancellazione del nome dalle iscrizioni di tutti i monumenti pubblici, l’abbattimento di statue e monumenti onorari e lo sfregio dei ritratti sulle monete. Durante l’Impero, l’insieme di questi gesti giunse ad avere un duplice significato ogni volta che un imperatore moriva in circostanze traumatiche o veniva spodestato: da un lato significavano la liberazione dal tiranno, dall’altro la redistribuzione simbolica degli spazi del potere (Petersen 2011, p. 6. L’autore, richiamandosi anche alla testimonianza di Plinio il Giovane, sottolinea come le effigi di Domiziano venissero spesso trasformate in ritratti di altri individui, in particolare di Nerva, quasi a suggerire simbolicamente una transizione dal “male” al “bene”). La sorte dell’imperatore Domiziano non fece eccezione. Come di consueto nei casi imperiali, il Senato decretò la rimozione delle sue effigi, comprese — se si vuole dar credito alla testimonianza fortemente orientata di Plinio il Giovane — alcune statue d’oro e d’argento collocate sul Campidoglio (Plinio il Giovane, Panegirico a Traiano, 52-53).

 

La damnatio di Domiziano si impose come un modello di eliminazione visibile e sistematica, perché condotta nel delicato momento in cui il nuovo regime di Nerva aveva urgente bisogno di legittimazione, rompendo con l’autocrazia flavia (Flower 2006, pp. 316-317). Agli esordi del suo principato, anche Traiano si presentò come una sorta di anti-Domiziano, nonostante l’operazione risultasse intrinsecamente ambigua, poiché alla damnatio memoriae ufficiale si contrapponeva la tenace permanenza del ricordo dell’imperatore nella coscienza collettiva (Vout, C., Portraiture and Memory Sanctions, in Raimondi Cominesi, de Haan, Moorman, Stocks 2021, pp. 177-178). La condanna alla cancellazione della memoria costituì l’ideale prosecuzione della congiura del 96, che aveva portato alla morte di Domiziano: dopo l’eliminazione del corpo, si volle eliminare anche il ricordo, trasformandolo in una memoria deformata e ostile.

 

La damnatio memoriae aveva luogo soprattutto nello spazio urbano, attraverso un processo di riattribuzione e modifica dei monumenti. L’operazione di eliminazione o risemantizzazione interveniva direttamente sulle immagini pubbliche dell’imperatore e sui luoghi del potere, dove l’immagine del principe si trovava inscritta nella pietra o nel bronzo. La Roma post-domizianea si presentava come una città liberata attraverso la riscrittura del passato. A differenza di quanto accaduto per Caligola e Nerone, per i quali non fu mai emesso un atto ufficiale, la condanna di Domiziano venne eseguita con un’intensità e un rigore senza precedenti: si calcola che mediamente il 44% delle iscrizioni domizianee presenta tracce di erasione, con punte del 60-70% in alcune provincie orientali (Bianchi 2014, p. 50).

 

Diverse evidenze concrete dimostrano quanto questo processo di rimozione e riscrittura sia stato sistematico e capillare:


• Il Forum Transitorium: avviato sotto Domiziano e quasi completato al momento della sua morte, fu inaugurato nel 97 da Nerva, che cancellò tutte le iscrizioni originarie, dedicandolo ufficialmente a sé stesso. Ancora oggi l’area è nota come Forum Nervae, e la dicitura Nerva Caesar Augustus restituit sostituì quella domizianea. Il Foro presentava un ingresso monumentale rivolto verso la Suburra, costituito da un’esedra a pianta semicircolare, nota come Porticus Absidata; alle sue spalle si ergeva il Tempio di Minerva, sul cui frontone il nome di Domiziano venne accuratamente rimosso dall’iscrizione dedicatoria e sostituito con quello di Nerva (Conlin, D. A., Master and God: Domitian’s Art and Architecture in Rome, in Raimondi Cominesi, de Haan, Moorman, Stocks, 2021, p. 158);


• Templum Gentis Flaviae: costruito da Domiziano sul sito della casa di suo padre sul Quirinale (di ubicazione incerta), rappresentava il cuore del programma di divinizzazione della dinastia Flavia. Dopo la morte dell’imperatore, il Senato proibì il culto e ordinò la rimozione di tutte le statue (Richardson, Jr., 1992, p. 181);

 

• Busto di Castel Gandolfo (Antiquarium Barberini): qui il volto di Domiziano è stato interamente demolito, lasciando intatte solo le orecchie. Non siamo davanti a un atto vandalico isolato, ma a un gesto deliberato, atto a cancellare ogni traccia riconoscibile del principe (Vout, C. ibid., in Raimondi Cominesi, de Haan, Moorman, Stocks 2021, p. 176);


• Rilievi della Cancelleria – Fregio A: sotto il Palazzo della Cancelleria furono ritrovati dei rilievi che facevano parte della decorazione di un monumento pubblico risalente all’epoca dell’imperatore Domiziano. Il primo rilievo mostra l’imperatore Vespasiano mentre arriva a Roma: ad accoglierlo c’è un uomo in toga, probabilmente Domiziano stesso. Accanto a loro si riconoscono figure simboliche del Genio del Senato, del Popolo Romano, le Vestali e la dea Roma seduta. Nel secondo rilievo è raffigurata una partenza per una campagna militare. L’imperatore, guidato dalle divinità Minerva e Marte, è affiancato dalla dea Roma e dalle personificazioni del Senato e del Popolo. Si intravede anche un’ala della dea Vittoria, a suggerire l’esito positivo della spedizione. Dopo la morte di Domiziano, il suo volto nel rilievo venne modificato per rappresentare l’imperatore Nerva, trasformando retroattivamente una narrazione (Musei Vaticani. “Rilievi della Cancelleria”)
;


• Statua equestre di Domiziano a Miseno: datata al 91 d.C., doveva celebrare le vittorie dell’imperatore contro i Germani. Particolarmente notevoli sono i dettagli decorativi: la corazza del cavaliere reca una Medusa, che allude alla dea Minerva e suggerisce l’identificazione di Domiziano con le virtù guerriere. Sul volto della statua si mostra un evidente intervento di sostituzione di identità, infatti i tratti somatici attribuiti a Nerva sono sovrapposti a resti del volto di Domiziano (Fejfer, J., The Image of the Emperor: Seeing Domitian, in Raimondi Cominesi, de Haan, Moorman, Stocks 2021, pp. 78-79);


• Monetazione: sono noti diversi esempi, come nel caso del sesterzio di bronzo proveniente dall’Asia Minore esaminato da Vout (Vout, C., ibid., in Raimondi Cominesi, de Haan, Moorman, Stocks 2021, p. 177). Nel caso in esame, l’ambiguità del provvedimento emerge con particolare evidenza: mentre il nome di Domiziano è stato accuratamente rimosso, quello della moglie, Domizia, è rimasto intatto, segno della complessità e della selettività con cui la damnatio memoriae veniva applicata), in cui il volto e il nome dell’imperatore sono stati completamente cancellati, segno di una condanna estesa anche nella circolazione monetaria. In questo senso, è noto un denario suberato che presenta un’evidente anomalia: al dritto, la moneta reca il ritratto dell’imperatore Domiziano, mentre al rovescio l’iconografia è riconducibile ai denari emessi da Nerva. Si tratta di un falso, un denario suberato, il cui nucleo interno è composto da materiale vile, solitamente rame, viene successivamente rivestito da un sottile strato d’argento. L’incongruenza tra il dritto (Domiziano) e il rovescio (Nerva) ne evidenzia chiaramente l’origine da parte di falsari. La moneta è stata probabilmente sottoposta al sospetto di un cambiavalute o di un banchiere, che ha inciso un taglio profondo sul volto di Domiziano con l’intento di mettere in luce il nucleo di rame sottostante. Normalmente, un tale sfregio sul ritratto imperiale sarebbe stato considerato un grave atto di lesa maestà. In questo specifico contesto, tuttavia, l’azione si trasforma in una modalità pratica e informale di perpetuare la damnatio memoriae decretata contro Domiziano (Per i denari suberati come falsi antichi e per le pratiche di saggio si veda la letteratura numismatica di riferimento; tali esemplari, in quanto suberati, non rientrano nei repertori canonici (RIC). Esemplari di questo tipo sono tuttavia discussi nella manualistica numismatica: cfr. Barello 2006. Per il denario suberato in questione: D/ Domiziano, testa laureata a destra, cfr. RIC II.1, 751-780; R/ con gli strumenti sacerdotali simpulumaspergiliumurceus e lituus, cfr. RIC II, Nerva 12).

 

La condanna di Domiziano fu più che un atto personale: rappresentò la volontà del Senato e dei suoi successori di riprogrammare la memoria collettiva, cancellando la figura del principe e, al tempo stesso, preservandola come monito politico. Domiziano finì per diventare un esempio negativo, il simbolo per eccellenza del malus princeps, utile a rafforzare e giustificare il nuovo corso politico avviato sotto Nerva e Traiano. Infatti, la damnatio memoriae subita dal principe costituì un precedente significativo per le condanne che colpirono alcuni suoi successori. Commodo, ad esempio, fu oggetto di damnatio dopo la sua morte nel 192 d.C., quando il Senato arrivò perfino a vietare la pronuncia del suo nome (Flower 2006, p. 363). Un altro caso emblematico è quello di Geta, fratello di Caracalla, il cui nome venne addirittura cancellato dal fratello (che lo aveva fatto assassinare) dall’Arco di Settimio Severo (Petersen 2011, p. 2).

A partire da Domiziano, la damnatio memoriae divenne uno strumento politico di ridefinizione del passato: un mezzo per costruire una nuova immagine del potere attraverso la rimozione. In tal senso, la cancellazione del nome e del volto dell’imperatore, e di quelli successivamente condannati, non comportava la sparizione dalla memoria collettiva, bensì la fissazione di un ricordo negativo, funzionale alla narrazione politica (Del Moro, M. P., Domitian’s Damned Memory in the Fourth and Fifth Centuries, in Raimondi Cominesi, de Haan, Moorman, Stocks 2021, pp. 185-188).

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

Barello 2006 = Federico Barello, Archeologia della moneta. Produzione e utilizzo nell'antichità, Roma 2006, p. 81.

Bianchi 2014 = Edoardo Bianchi, Il Senato e la "damnatio memoriae", da Caligola a Domiziano, Verona, 2014.

Flower 1998 = Harriet I. Flower, Rethinking "Damnatio Memoriae": The Case of Cn. Calpurnius Piso Pater in AD 20, Berkeley, 1998, pp. 155-187.

Flower 2006 = Harriet I. Flower, The Art of Forgetting. Disgrace and Oblivion in Roman Political Culture, Chapel Hill, 2006.

Petersen 2011 = Lauren Hackworth Petersen, The presence of "damnatio memoriae" in roman art, in Notes in the History of Art vol. 30, 2011, pp. 1-9.

Plinio il Giovane, Panegirico a Traiano, Milano, 2019.

Raimondi Cominesi, de Haan, Moormann, Stocks 2021 = Aurora Raimondi Cominesi, Nathalie de Haan, Eric M. Moormann, Claire Stocks (a cura di), God on Earth: Emperor Domitian. The Re-Invention of Rome at the End of the 1st Century AD, Leiden, 2021.

Richardson Jr. 1992 = Lawrence Richardson Jr., A New Topographical Dictionary of Ancient Rome, Baltimore and London, 1992.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]