A
PROPOSITO DI DAMNATIO memoriae
il caso di domiziano
di Giacomo Sabbatini
Cancellare un uomo dalla storia non
significa solo distruggerne il
corpo, ma riscriverne il ricordo. L’espressione
damnatio
memoriae non appartiene al
linguaggio romano antico, ma è una
formula nata per designare un
insieme di pratiche giuridiche,
rituali e iconografiche volte a
negare la memoria pubblica di un
individuo dopo la sua morte (Flower
2006, pp. 1-3; Flower 1998, pp.
155–156). Non esistono attestazioni
dell’uso del termine damnatio
memoriae, che letteralmente
significa “condanna alla
commemorazione”, da parte degli
antichi romani. Si tratta, in
realtà, di un’invenzione
storiografica moderna per indicare i
processi di cancellazione
intenzionale di un individuo dalle
fonti storiche, assieme
all’alterazione o distruzione delle
iscrizioni e monumenti). Non si
tratta di un evento codificato,
bensì della volontà del Senato di
espellere un cittadino dalla
comunità, privandolo del diritto
alla memoria. L’origine del fenomeno
risale alla tradizione repubblicana
dell’abolitio
nominis, prima applicata contro
i nemici o i traditori dello Stato e
poi assunta dal Principato come
strumento di potere (Bianchi 2014,
pp. 33-35).
La
condanna comportava la cancellazione
del nome dalle iscrizioni di tutti i
monumenti pubblici, l’abbattimento
di statue e monumenti onorari e lo
sfregio dei ritratti sulle monete.
Durante l’Impero, l’insieme di
questi gesti giunse ad avere un
duplice significato ogni volta che
un imperatore moriva in circostanze
traumatiche o veniva spodestato: da
un lato significavano la liberazione
dal tiranno, dall’altro la
redistribuzione simbolica degli
spazi del potere (Petersen 2011, p.
6. L’autore, richiamandosi anche
alla testimonianza di Plinio il
Giovane, sottolinea come le effigi
di Domiziano venissero spesso
trasformate in ritratti di altri
individui, in particolare di Nerva,
quasi a suggerire simbolicamente una
transizione dal “male” al “bene”).
La sorte dell’imperatore Domiziano
non fece eccezione. Come di consueto
nei casi imperiali, il Senato
decretò la rimozione delle sue
effigi, comprese — se si vuole dar
credito alla testimonianza
fortemente orientata di Plinio il
Giovane — alcune statue d’oro e
d’argento collocate sul Campidoglio
(Plinio il Giovane, Panegirico
a Traiano, 52-53).
La damnatio di
Domiziano si impose come un modello
di eliminazione visibile e
sistematica, perché condotta nel
delicato momento in cui il nuovo
regime di Nerva aveva urgente
bisogno di legittimazione, rompendo
con l’autocrazia flavia (Flower
2006, pp. 316-317). Agli esordi del
suo principato, anche Traiano si
presentò come una sorta di
anti-Domiziano, nonostante
l’operazione risultasse
intrinsecamente ambigua, poiché
alla damnatio
memoriae ufficiale si
contrapponeva la tenace permanenza
del ricordo dell’imperatore nella
coscienza collettiva (Vout, C., Portraiture
and Memory Sanctions, in
Raimondi Cominesi, de Haan, Moorman,
Stocks 2021, pp. 177-178). La
condanna alla cancellazione della
memoria costituì l’ideale
prosecuzione della congiura del 96,
che aveva portato alla morte di
Domiziano: dopo l’eliminazione del
corpo, si volle eliminare anche il
ricordo, trasformandolo in una
memoria deformata e ostile.
La damnatio
memoriae aveva luogo
soprattutto nello spazio urbano,
attraverso un processo di
riattribuzione e modifica dei
monumenti. L’operazione di
eliminazione o risemantizzazione
interveniva direttamente sulle
immagini pubbliche dell’imperatore e
sui luoghi del potere, dove
l’immagine del principe si trovava
inscritta nella pietra o nel bronzo.
La Roma post-domizianea si
presentava come una città liberata
attraverso la riscrittura del
passato. A differenza di quanto
accaduto per Caligola e Nerone, per
i quali non fu mai emesso un atto
ufficiale, la condanna di Domiziano
venne eseguita con un’intensità e un
rigore senza precedenti: si calcola
che mediamente il 44% delle
iscrizioni domizianee presenta
tracce di erasione, con punte del
60-70% in alcune provincie orientali
(Bianchi 2014, p. 50).
Diverse evidenze concrete dimostrano
quanto questo processo di rimozione
e riscrittura sia stato sistematico
e capillare:
• Il Forum
Transitorium: avviato sotto
Domiziano e quasi completato al
momento della sua morte, fu
inaugurato nel 97 da Nerva, che
cancellò tutte le iscrizioni
originarie, dedicandolo
ufficialmente a sé stesso. Ancora
oggi l’area è nota come Forum
Nervae, e la dicitura Nerva
Caesar Augustus restituit sostituì
quella domizianea. Il Foro
presentava un ingresso monumentale
rivolto verso la Suburra, costituito
da un’esedra a pianta semicircolare,
nota come Porticus
Absidata; alle sue spalle si
ergeva il Tempio di Minerva, sul cui
frontone il nome di Domiziano venne
accuratamente rimosso
dall’iscrizione dedicatoria e
sostituito con quello di Nerva (Conlin,
D. A., Master
and God: Domitian’s Art and
Architecture in Rome, in
Raimondi Cominesi, de Haan, Moorman,
Stocks, 2021, p. 158);
• Templum Gentis Flaviae: costruito
da Domiziano sul sito della casa di
suo padre sul Quirinale (di
ubicazione incerta), rappresentava
il cuore del programma di
divinizzazione della dinastia
Flavia. Dopo la morte
dell’imperatore, il Senato proibì il
culto e ordinò la rimozione di tutte
le statue (Richardson, Jr., 1992, p.
181);
• Busto di Castel Gandolfo (Antiquarium
Barberini): qui il volto di
Domiziano è stato interamente
demolito, lasciando intatte solo le
orecchie. Non siamo davanti a un
atto vandalico isolato, ma a un
gesto deliberato, atto a cancellare
ogni traccia riconoscibile del
principe (Vout, C. ibid., in
Raimondi Cominesi, de Haan, Moorman,
Stocks 2021, p. 176);
• Rilievi della Cancelleria – Fregio
A: sotto il Palazzo della
Cancelleria furono ritrovati dei
rilievi che facevano parte della
decorazione di un monumento pubblico
risalente all’epoca dell’imperatore
Domiziano. Il primo rilievo mostra
l’imperatore Vespasiano mentre
arriva a Roma: ad accoglierlo c’è un
uomo in toga, probabilmente
Domiziano stesso. Accanto a loro si
riconoscono figure simboliche del
Genio del Senato, del Popolo Romano,
le Vestali e la dea Roma seduta. Nel
secondo rilievo è raffigurata una
partenza per una campagna militare.
L’imperatore, guidato dalle divinità
Minerva e Marte, è affiancato dalla
dea Roma e dalle personificazioni
del Senato e del Popolo. Si
intravede anche un’ala della dea
Vittoria, a suggerire l’esito
positivo della spedizione. Dopo la
morte di Domiziano, il suo volto nel
rilievo venne modificato per
rappresentare l’imperatore Nerva,
trasformando retroattivamente una
narrazione (Musei Vaticani. “Rilievi
della Cancelleria”);
• Statua equestre di Domiziano a
Miseno: datata al 91 d.C., doveva
celebrare le vittorie
dell’imperatore contro i Germani.
Particolarmente notevoli sono i
dettagli decorativi: la corazza del
cavaliere reca una Medusa, che
allude alla dea Minerva e suggerisce
l’identificazione di Domiziano con
le virtù guerriere. Sul volto della
statua si mostra un evidente
intervento di sostituzione di
identità, infatti i tratti somatici
attribuiti a Nerva sono sovrapposti
a resti del volto di Domiziano (Fejfer,
J., The
Image of the Emperor: Seeing
Domitian, in Raimondi Cominesi,
de Haan, Moorman, Stocks 2021, pp.
78-79);
• Monetazione: sono noti diversi
esempi, come nel caso del sesterzio
di bronzo proveniente dall’Asia
Minore esaminato da Vout (Vout, C.,
ibid., in Raimondi Cominesi, de Haan,
Moorman, Stocks 2021, p. 177). Nel
caso in esame, l’ambiguità del
provvedimento emerge con particolare
evidenza: mentre il nome di
Domiziano è stato accuratamente
rimosso, quello della moglie,
Domizia, è rimasto intatto, segno
della complessità e della
selettività con cui la damnatio
memoriae veniva applicata), in
cui il volto e il nome
dell’imperatore sono stati
completamente cancellati, segno di
una condanna estesa anche nella
circolazione monetaria. In questo
senso, è noto un denario suberato
che presenta un’evidente anomalia:
al dritto, la moneta reca il
ritratto dell’imperatore Domiziano,
mentre al rovescio l’iconografia è
riconducibile ai denari emessi da
Nerva. Si tratta di un falso, un
denario suberato, il cui nucleo
interno è composto da materiale
vile, solitamente rame, viene
successivamente rivestito da un
sottile strato d’argento.
L’incongruenza tra il dritto
(Domiziano) e il rovescio (Nerva) ne
evidenzia chiaramente l’origine da
parte di falsari. La moneta è stata
probabilmente sottoposta al sospetto
di un cambiavalute o di un
banchiere, che ha inciso un taglio
profondo sul volto di Domiziano con
l’intento di mettere in luce il
nucleo di rame sottostante.
Normalmente, un tale sfregio sul
ritratto imperiale sarebbe stato
considerato un grave atto di lesa
maestà. In questo specifico
contesto, tuttavia, l’azione si
trasforma in una modalità pratica e
informale di perpetuare la damnatio
memoriae decretata contro
Domiziano (Per i denari suberati
come falsi antichi e per le pratiche
di saggio si veda la letteratura
numismatica di riferimento; tali
esemplari, in quanto suberati, non
rientrano nei repertori canonici
(RIC). Esemplari di questo tipo sono
tuttavia discussi nella manualistica
numismatica: cfr. Barello 2006. Per
il denario suberato in questione: D/
Domiziano, testa laureata a destra,
cfr. RIC II.1, 751-780; R/ con gli
strumenti sacerdotali simpulum, aspergilium, urceus e lituus,
cfr. RIC II, Nerva 12).
La condanna di Domiziano fu più che
un atto personale: rappresentò la
volontà del Senato e dei suoi
successori di riprogrammare la
memoria collettiva, cancellando la
figura del principe e, al tempo
stesso, preservandola come monito
politico. Domiziano finì per
diventare un esempio negativo, il
simbolo per eccellenza del malus
princeps, utile a rafforzare e
giustificare il nuovo corso politico
avviato sotto Nerva e Traiano.
Infatti, la damnatio
memoriae subita dal principe
costituì un precedente significativo
per le condanne che colpirono alcuni
suoi successori. Commodo, ad
esempio, fu oggetto di damnatio dopo
la sua morte nel 192 d.C., quando il
Senato arrivò perfino a vietare la
pronuncia del suo nome (Flower 2006,
p. 363). Un altro caso emblematico è
quello di Geta, fratello di
Caracalla, il cui nome venne
addirittura cancellato dal fratello
(che lo aveva fatto assassinare)
dall’Arco di Settimio Severo (Petersen
2011, p. 2).
A partire da Domiziano, la damnatio
memoriae divenne uno strumento
politico di ridefinizione del
passato: un mezzo per costruire una
nuova immagine del potere attraverso
la rimozione. In tal senso, la
cancellazione del nome e del volto
dell’imperatore, e di quelli
successivamente condannati, non
comportava la sparizione dalla
memoria collettiva, bensì la
fissazione di un ricordo negativo,
funzionale alla narrazione politica
(Del Moro, M. P., Domitian’s
Damned Memory in the Fourth and
Fifth Centuries, in Raimondi
Cominesi, de Haan, Moorman, Stocks
2021, pp. 185-188).
Riferimenti bibliografici:
Barello 2006 = Federico Barello, Archeologia
della moneta. Produzione e utilizzo
nell'antichità, Roma 2006, p.
81.
Bianchi 2014 = Edoardo Bianchi, Il
Senato e la "damnatio memoriae", da
Caligola a Domiziano, Verona,
2014.
Flower 1998 = Harriet I. Flower, Rethinking
"Damnatio Memoriae": The Case of Cn.
Calpurnius Piso Pater in AD 20,
Berkeley, 1998, pp. 155-187.
Flower 2006 = Harriet I. Flower, The
Art of Forgetting. Disgrace and
Oblivion in Roman Political Culture,
Chapel Hill, 2006.
Petersen 2011 = Lauren Hackworth
Petersen, The presence of
"damnatio memoriae" in roman art,
in Notes in the History of Art vol.
30, 2011, pp. 1-9.
Plinio il Giovane, Panegirico a
Traiano, Milano, 2019.
Raimondi Cominesi, de Haan, Moormann,
Stocks 2021 = Aurora Raimondi
Cominesi, Nathalie de Haan, Eric M.
Moormann, Claire Stocks (a cura
di), God on Earth: Emperor
Domitian. The Re-Invention of Rome
at the End of the 1st Century AD,
Leiden, 2021.
Richardson Jr. 1992 = Lawrence
Richardson Jr., A New
Topographical Dictionary of Ancient
Rome, Baltimore and London,
1992.