[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 216 / DICEMBRE 2025 (CCXLVII)


antica

Costruire la memoria
SUI SEPOLCRI ROMANI: Epigrafia e iconografia
di Jacopo Moretti

 

I monumenti funerari antichi costituiscono uno degli strumenti di comunicazione più efficaci e duraturi che il mondo romano ci abbia lasciato. Le lapidi e le loro iscrizioni, dalle più modeste alle più monumentali, non sono mai elementi neutri: ciascuna di esse è portatrice di una storia che merita di essere raccontata. Attraverso l’osservazione del monumento e la lettura dell’epitaffio è possibile ricostruire, caso per caso, aspetti anche molto diversi della vita dei defunti: l’identità, le origini, la condizione giuridica e sociale, il grado di ricchezza, il mestiere, le relazioni affettive e familiari e, talvolta, persino la durata esatta della vita, espressa con sorprendente precisione in anni, mesi e giorni.

 

Grazie ai monumenti funerari, anche a distanza di due millenni, è ancora possibile delineare il profilo biografico di moltissimi individui vissuti nell’antica Roma, in particolare di quelli appartenenti agli strati più umili della società, la cui memoria sarebbe altrimenti irrimediabilmente perduta. Se, da un lato, il contributo dei morti è fondamentale per la conoscenza dei vivi, dall’altro è altrettanto vero che il ruolo dei vivi risulta essenziale affinché la memoria dei defunti continui ad esistere e a trasmettere significati.

 

Un ambito di ricerca particolarmente interessante, ma ancora relativamente poco esplorato negli studi epigrafici, riguarda le modalità della comunicazione funeraria e, più nello specifico, le interazioni semantiche tra testo e immagini, quando presenti. Ci si può domandare se le iscrizioni apposte sui monumenti siano tematicamente legate all’apparato decorativo e, soprattutto, se tale legame sia stato espressamente voluto dal defunto o dai dedicanti. Si tratta di un’operazione interpretativa tutt’altro che semplice, specialmente quando si ha a che fare con motivi iconografici estremamente ricorrenti, come le decorazioni floreali e, in particolare, le rose.

 

È noto, infatti, che la forte ripetitività e le evidenti somiglianze tra le iscrizioni funerarie romane hanno condotto la maggior parte degli studiosi a ipotizzare l’esistenza di veri e propri prontuari nelle botteghe epigrafiche, validi tanto per i testi quanto per le immagini. Tuttavia, va ricordato che manca ancora una prova concreta dell’esistenza di album o repertori figurativi in grado di spiegare sistematicamente i cosiddetti “doppioni epigrafici” (Cagusi 2003).

 

Alla luce di queste considerazioni, il presente contributo intende mostrare, attraverso un caso di studio specifico e alcuni confronti mirati, come in determinate circostanze sia possibile riconoscere un dialogo diretto e consapevole tra epigrafia e iconografia nei monumenti funerari romani e come, in tali casi, l’interazione semantica tra iscrizione e apparato decorativo possa essere stata effettivamente voluta.

 

Un epitaffio per il quale è già stata avanzata l’ipotesi di una scelta non casuale del supporto decorato con fiori è CIL XIII, 711 (AA. VV. 2020, p. LXXIV), proveniente da Magonza, in Germania. Si tratta dell’iscrizione che due genitori dedicarono alla loro figlia, morta prematuramente all’età di soli sei mesi e otto giorni. Il testo recita:

 

D. M.
TELESPHORIS ET MARITUS EIUS PARENTES FILIAE DULCISSIMAE
Queri necesse est de puellula dulci.
Ne tu fuisses, si futura tam grata
brevi reverti, unde nobis edita,
nativom esset et parentibus luctu.
Semissem anni vixit et dies octo,
rosa simul florivit et statim periit.

 

In traduzione: “Agli dèi Mani. I genitori Telesforide e suo marito alla figlia amatissima. È necessario dolersi di una piccola dolce fanciulla. Oh, che tu non fossi esistita, se tanto amata eri destinata in poco tempo a tornare da dov’eri venuta a noi ed essere origine di lutto per i tuoi genitori. Ha vissuto sei mesi e otto giorni: come una rosa, è fiorita e subito è svanita”.

Questo breve testo consente di ricavare una quantità sorprendente di informazioni sul profilo biografico della defunta. Apprendiamo che la lapide fu fatta realizzare da una madre di nome Telesforide e dal marito per una figlia alla quale dovevano essere profondamente legati, come rivelano gli aggettivi dulcisdulcissima e grata. La bambina, il cui nome non è noto, morì in tenerissima età, quando era ancora una puellula, diminutivo che sottolinea la fragilità e l’innocenza dell’infanzia. Il dolore dei genitori appare talmente intenso da spingerli a esprimere il desiderio che la figlia non fosse mai nata, pur di risparmiarle - e risparmiarsi - una simile sofferenza.

 

L’ipotesi che l’apposizione di decorazioni floreali, e in particolare della rosa, sulla lapide della fanciulla non sia frutto del caso trova un solido appiglio nel verso finale dell’epitaffio, in cui la vita della bambina viene esplicitamente paragonata a quella di una rosa che fiorisce e, quasi immediatamente, svanisce. In un caso come questo, appare legittimo riconoscere una chiara corrispondenza tra testo e apparato iconografico: la metafora poetica presente nell’iscrizione trova un riscontro visivo nella decorazione del monumento.

 

Per rafforzare l’ipotesi di una correlazione consapevole tra epigrafe e iconografia, risulta utile ricorrere a confronti con altre iscrizioni funerarie. Particolarmente significativa è CIL VIII, Suppl. 19606, proveniente dalla Numidia, che recita:

 

Memoriae Navigi, v(ixit) a(nnos) XIIII ut dulcis flos filius
breviter frunitus anima, ut rosa, ut narcissus.
Parentes December pater et Peculiaris mater filio
pio digno fecerunt fletes.

 

In traduzione: “Alla memoria di Navigio. Ha vissuto quattordici anni, come un tenero fiore; da figlio ha goduto brevemente della vita, come una rosa, come un narciso. Il padre Decembre e la madre Peculiare hanno fatto costruire [il monumento] per il figlio devoto e meritevole, versando lacrime”.

 

Anche in questo caso, il monumento è stato eretto da genitori per commemorare un figlio scomparso in giovane età, del quale vengono celebrate le qualità morali e per la cui perdita viene espresso un dolore profondo. L’elemento più rilevante, tuttavia, è la presenza della medesima similitudine floreale: la vita del giovane viene paragonata esplicitamente a quella di fiori delicati come la rosa e il narciso, simboli di bellezza e fragilità.

 

La ricorrenza di questo motivo induce a interrogarsi sul valore simbolico della rosa nel contesto funerario romano e, in particolare, sul suo possibile legame con la rappresentazione della precarietà della vita umana, soprattutto in riferimento alle morti infantili. Un contributo di grande interesse in questa direzione è offerto dall’apparato scultoreo di un altare funerario proveniente dall’antica Brixellum (odierna Brescello, in provincia di Reggio Emilia), dedicato a Giulia Grafide, una giovane di origini greche morta all’età di quindici anni, due mesi e undici giorni. L’iscrizione recita (Moretti 2025):

 

D(is) M(anibus)
Iuliae Graphidis vixit ann(os) XV m(enses) II d(ies) XI
Q(uintus) Iulius Alexander, vi vir Augustalis, mag(ister) August(alis) bis,
et Vaccia Iustina alumnae karissimae

 

In traduzione: “Agli dèi Mani di Giulia Grafide. Ha vissuto quindici anni, due mesi e undici giorni. Quinto Giulio Alessandro, seviro augustale e maestro degli Augustali per la seconda volta, e Vaccia Giustina [hanno dedicato il monumento] alla carissima alunna”.

 

Anche in questo caso, da un’iscrizione di poco più di venti parole è possibile ricostruire un profilo biografico complesso: Giulia Grafide era una giovane di origine servile, nata schiava e dotata inizialmente di un solo nome, Graphidis, probabilmente connesso al verbo greco γράφω (“scrivere”) e forse legato alla mansione di scriba svolta all’interno della casa. Successivamente, fu liberata dal suo padrone, Quinto Giulio Alessandro - verosimilmente anche il padre biologico - acquisendo il nomen Iulia dalla gens del patrono. Come negli esempi precedenti, la fanciulla morì in un’età che i Romani consideravano ancora infantile, viene ricordata per le sue qualità e commemorata con grande affetto dai dedicanti.

 

L’elemento iconografico più toccante del monumento è rappresentato da una piccola rosa scolpita e “soffocata” tra due pigne, un dettaglio scultoreo che è stato interpretato come simbolo di una vita spezzata troppo presto (Moretti, Santelli 2025). In questo caso, il messaggio visivo appare inequivocabile e rafforza ulteriormente il valore simbolico della rosa quale emblema della fragilità dell’esistenza.

 

Tornando alla questione iniziale, ovvero se l’iconografia della rosa fosse associata nel mondo romano alla labilità della vita umana, la risposta sembra ormai difficilmente eludibile. L’esistenza di una consuetudine — per quanto non quantificabile con precisione — di associare elementi testuali e iconografici legati alla simbologia floreale all’interno di monumenti funerari dedicati a morti infantili rende verosimile l’ipotesi di un’interazione diretta e intenzionale tra epigrafe e decorazione.

 

Se un singolo caso potrebbe essere spiegato come una coincidenza, la presenza di più esempi convergenti riduce sensibilmente la probabilità della casualità. I tre casi qui analizzati rappresentano soltanto esempi particolarmente eloquenti di un fenomeno più ampio, documentabile anche altrove nel repertorio epigrafico antico.

 

Nei testi di Magonza e della Numidia, la similitudine della rosa come metafora della precarietà della vita appare esplicita; allo stesso modo, nel monumento di Giulia Grafide, la rosa scolpita tra due pigne è stata unanimemente interpretata come simbolo di una morte prematura. Se la cultura funeraria romana era pienamente consapevole di questo significato, risulta non solo plausibile, ma anche probabile, che in iscrizioni come quella di Magonza la scelta di combinare l’elemento testuale con quello iconografico fosse deliberata. In tali casi, epigrafe e immagine non si limitano a coesistere sullo stesso supporto, ma cooperano attivamente nella costruzione di un messaggio unitario, capace di trasmettere, ancora oggi, il dolore, l’affetto e la memoria di una vita spezzata troppo presto.

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

AA. VV. (2020), Iscrizioni funerarie latine. Sopravvivere alla morte, Brezzo di Bedero (VA).

P. Cagusi (2003), ‘Doppioni’ e ‘ritornelli’ epigrafici«Boll. Studi Latini» 2.

J. Moretti, G. Santelli (2025), Una rosa fra due pigne«ReggioStoria» 188, XXXXVII. 3, pp. 39-45.

J. Moretti (2025), Giulia Grafide di Brescello: una storia indelebile, «La storia in pdf» 45.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]