Costruire la memoria
SUI SEPOLCRI ROMANI: Epigrafia e
iconografia
di Jacopo
Moretti
I
monumenti funerari antichi
costituiscono uno degli strumenti di
comunicazione più efficaci e
duraturi che il mondo romano ci
abbia lasciato. Le lapidi e le loro
iscrizioni, dalle più modeste alle
più monumentali, non sono mai
elementi neutri: ciascuna di esse è
portatrice di una storia che merita
di essere raccontata. Attraverso
l’osservazione del monumento e la
lettura dell’epitaffio è possibile
ricostruire, caso per caso, aspetti
anche molto diversi della vita dei
defunti: l’identità, le origini, la
condizione giuridica e sociale, il
grado di ricchezza, il mestiere, le
relazioni affettive e familiari e,
talvolta, persino la durata esatta
della vita, espressa con
sorprendente precisione in anni,
mesi e giorni.
Grazie ai monumenti funerari, anche
a distanza di due millenni, è ancora
possibile delineare il profilo
biografico di moltissimi individui
vissuti nell’antica Roma, in
particolare di quelli appartenenti
agli strati più umili della società,
la cui memoria sarebbe altrimenti
irrimediabilmente perduta. Se, da un
lato, il contributo dei morti è
fondamentale per la conoscenza dei
vivi, dall’altro è altrettanto vero
che il ruolo dei vivi risulta
essenziale affinché la memoria dei
defunti continui ad esistere e a
trasmettere significati.
Un ambito di ricerca particolarmente
interessante, ma ancora
relativamente poco esplorato negli
studi epigrafici, riguarda le
modalità della comunicazione
funeraria e, più nello specifico, le
interazioni semantiche tra testo e
immagini, quando presenti. Ci si può
domandare se le iscrizioni apposte
sui monumenti siano tematicamente
legate all’apparato decorativo e,
soprattutto, se tale legame sia
stato espressamente voluto dal
defunto o dai dedicanti. Si tratta
di un’operazione interpretativa
tutt’altro che semplice,
specialmente quando si ha a che fare
con motivi iconografici estremamente
ricorrenti, come le decorazioni
floreali e, in particolare, le rose.
È noto, infatti, che la forte
ripetitività e le evidenti
somiglianze tra le iscrizioni
funerarie romane hanno condotto la
maggior parte degli studiosi a
ipotizzare l’esistenza di veri e
propri prontuari nelle botteghe
epigrafiche, validi tanto per i
testi quanto per le immagini.
Tuttavia, va ricordato che manca
ancora una prova concreta
dell’esistenza di album o repertori
figurativi in grado di spiegare
sistematicamente i cosiddetti
“doppioni epigrafici” (Cagusi 2003).
Alla luce di queste considerazioni,
il presente contributo intende
mostrare, attraverso un caso di
studio specifico e alcuni confronti
mirati, come in determinate
circostanze sia possibile
riconoscere un dialogo diretto e
consapevole tra epigrafia e
iconografia nei monumenti funerari
romani e come, in tali casi,
l’interazione semantica tra
iscrizione e apparato decorativo
possa essere stata effettivamente
voluta.
Un epitaffio per il quale è già
stata avanzata l’ipotesi di una
scelta non casuale del supporto
decorato con fiori è CIL XIII, 711
(AA. VV. 2020, p. LXXIV),
proveniente da Magonza, in Germania.
Si tratta dell’iscrizione che due
genitori dedicarono alla loro
figlia, morta prematuramente all’età
di soli sei mesi e otto giorni. Il
testo recita:
D. M.
TELESPHORIS ET MARITUS EIUS PARENTES
FILIAE DULCISSIMAE
Queri necesse est de puellula
dulci.
Ne tu fuisses, si futura tam
grata
brevi reverti, unde nobis edita,
nativom esset et parentibus luctu.
Semissem anni vixit et dies octo,
rosa simul florivit et statim
periit.
In traduzione: “Agli dèi Mani. I
genitori Telesforide e suo marito
alla figlia amatissima. È necessario
dolersi di una piccola dolce
fanciulla. Oh, che tu non fossi
esistita, se tanto amata eri
destinata in poco tempo a tornare da
dov’eri venuta a noi ed essere
origine di lutto per i tuoi
genitori. Ha vissuto sei mesi e otto
giorni: come una rosa, è fiorita e
subito è svanita”.
Questo breve testo consente di
ricavare una quantità sorprendente
di informazioni sul profilo
biografico della defunta.
Apprendiamo che la lapide fu fatta
realizzare da una madre di nome
Telesforide e dal marito per una
figlia alla quale dovevano essere
profondamente legati, come rivelano
gli aggettivi dulcis, dulcissima e grata.
La bambina, il cui nome non è noto,
morì in tenerissima età, quando era
ancora una puellula,
diminutivo che sottolinea la
fragilità e l’innocenza
dell’infanzia. Il dolore dei
genitori appare talmente intenso da
spingerli a esprimere il desiderio
che la figlia non fosse mai nata,
pur di risparmiarle - e risparmiarsi
- una simile sofferenza.
L’ipotesi che l’apposizione di
decorazioni floreali, e in
particolare della rosa, sulla lapide
della fanciulla non sia frutto del
caso trova un solido appiglio nel
verso finale dell’epitaffio, in cui
la vita della bambina viene
esplicitamente paragonata a quella
di una rosa che fiorisce e, quasi
immediatamente, svanisce. In un caso
come questo, appare legittimo
riconoscere una chiara
corrispondenza tra testo e apparato
iconografico: la metafora poetica
presente nell’iscrizione trova un
riscontro visivo nella decorazione
del monumento.
Per rafforzare l’ipotesi di una
correlazione consapevole tra
epigrafe e iconografia, risulta
utile ricorrere a confronti con
altre iscrizioni funerarie.
Particolarmente significativa è CIL
VIII, Suppl. 19606,
proveniente dalla Numidia, che
recita:
Memoriae Navigi, v(ixit) a(nnos)
XIIII ut dulcis flos filius
breviter frunitus anima, ut rosa,
ut narcissus.
Parentes December pater et
Peculiaris mater filio
pio digno fecerunt fletes.
In traduzione: “Alla memoria di
Navigio. Ha vissuto quattordici
anni, come un tenero fiore; da
figlio ha goduto brevemente della
vita, come una rosa, come un
narciso. Il padre Decembre e la
madre Peculiare hanno fatto
costruire [il monumento] per il
figlio devoto e meritevole, versando
lacrime”.
Anche in questo caso, il monumento è
stato eretto da genitori per
commemorare un figlio scomparso in
giovane età, del quale vengono
celebrate le qualità morali e per la
cui perdita viene espresso un dolore
profondo. L’elemento più rilevante,
tuttavia, è la presenza della
medesima similitudine floreale: la
vita del giovane viene paragonata
esplicitamente a quella di fiori
delicati come la rosa e il narciso,
simboli di bellezza e fragilità.
La ricorrenza di questo motivo
induce a interrogarsi sul valore
simbolico della rosa nel contesto
funerario romano e, in particolare,
sul suo possibile legame con la
rappresentazione della precarietà
della vita umana, soprattutto in
riferimento alle morti infantili. Un
contributo di grande interesse in
questa direzione è offerto
dall’apparato scultoreo di un altare
funerario proveniente dall’antica
Brixellum (odierna Brescello, in
provincia di Reggio Emilia),
dedicato a Giulia Grafide, una
giovane di origini greche morta
all’età di quindici anni, due mesi e
undici giorni. L’iscrizione recita
(Moretti 2025):
D(is) M(anibus)
Iuliae Graphidis vixit ann(os) XV m(enses)
II d(ies) XI
Q(uintus) Iulius Alexander, vi vir
Augustalis, mag(ister) August(alis)
bis,
et Vaccia Iustina alumnae karissimae
In traduzione: “Agli dèi Mani di
Giulia Grafide. Ha vissuto quindici
anni, due mesi e undici giorni.
Quinto Giulio Alessandro, seviro
augustale e maestro degli Augustali
per la seconda volta, e Vaccia
Giustina [hanno dedicato il
monumento] alla carissima alunna”.
Anche in questo caso, da
un’iscrizione di poco più di venti
parole è possibile ricostruire un
profilo biografico complesso: Giulia
Grafide era una giovane di origine
servile, nata schiava e dotata
inizialmente di un solo nome, Graphidis,
probabilmente connesso al verbo
greco γράφω (“scrivere”) e
forse legato alla mansione di scriba
svolta all’interno della casa.
Successivamente, fu liberata dal suo
padrone, Quinto Giulio Alessandro -
verosimilmente anche il padre
biologico - acquisendo il nomen Iulia dalla
gens del patrono. Come negli esempi
precedenti, la fanciulla morì in
un’età che i Romani consideravano
ancora infantile, viene ricordata
per le sue qualità e commemorata con
grande affetto dai dedicanti.
L’elemento iconografico più toccante
del monumento è rappresentato da una
piccola rosa scolpita e “soffocata”
tra due pigne, un dettaglio
scultoreo che è stato interpretato
come simbolo di una vita spezzata
troppo presto (Moretti, Santelli
2025). In questo caso, il messaggio
visivo appare inequivocabile e
rafforza ulteriormente il valore
simbolico della rosa quale emblema
della fragilità dell’esistenza.
Tornando alla questione iniziale,
ovvero se l’iconografia della rosa
fosse associata nel mondo romano
alla labilità della vita umana, la
risposta sembra ormai difficilmente
eludibile. L’esistenza di una
consuetudine — per quanto non
quantificabile con precisione — di
associare elementi testuali e
iconografici legati alla simbologia
floreale all’interno di monumenti
funerari dedicati a morti infantili
rende verosimile l’ipotesi di
un’interazione diretta e
intenzionale tra epigrafe e
decorazione.
Se un singolo caso potrebbe essere
spiegato come una coincidenza, la
presenza di più esempi convergenti
riduce sensibilmente la probabilità
della casualità. I tre casi qui
analizzati rappresentano soltanto
esempi particolarmente eloquenti di
un fenomeno più ampio, documentabile
anche altrove nel repertorio
epigrafico antico.
Nei testi di Magonza e della Numidia,
la similitudine della rosa come
metafora della precarietà della vita
appare esplicita; allo stesso modo,
nel monumento di Giulia Grafide, la
rosa scolpita tra due pigne è stata
unanimemente interpretata come
simbolo di una morte prematura. Se
la cultura funeraria romana era
pienamente consapevole di questo
significato, risulta non solo
plausibile, ma anche probabile, che
in iscrizioni come quella di Magonza
la scelta di combinare l’elemento
testuale con quello iconografico
fosse deliberata. In tali casi,
epigrafe e immagine non si limitano
a coesistere sullo stesso supporto,
ma cooperano attivamente nella
costruzione di un messaggio
unitario, capace di trasmettere,
ancora oggi, il dolore, l’affetto e
la memoria di una vita spezzata
troppo presto.
Riferimenti bibliografici:
AA. VV. (2020), Iscrizioni
funerarie latine. Sopravvivere alla
morte, Brezzo di Bedero (VA).
P. Cagusi (2003), ‘Doppioni’ e
‘ritornelli’ epigrafici, «Boll.
Studi Latini» 2.
J. Moretti, G. Santelli (2025), Una
rosa fra due pigne, «ReggioStoria» 188,
XXXXVII. 3, pp. 39-45.
J. Moretti (2025), Giulia Grafide
di Brescello: una storia indelebile,
«La storia in pdf» 45.