[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 220 / APRILE 2026 (CCLI)


contemporanea

Corneliu Zelea Codreanu
TRA FASCISMO, TRADIZIONALISMO E ULTRANAZIONALISMO
di Giuseppe Tramontana

 

“La morte, solo la morte legionaria, è per noi il più gradito regalo. Se cadiamo colpiti in fronte, la morte per il nostro Capitano ci è cara”. Il Capitano di cui si parla in questo lugubre canto di battaglia è Corneliu Zelea Codreanu, fondatore nel giugno 1927 della Legione dell’Arcangelo Michele (Legiunea Arhanghelului Mihail), meglio nota come Guardia di Ferro (Garda de fier, denominazione assunta nel 1931). Questo movimento fascista romeno aveva tuttavia un’ascendenza più lontana rispetto alla data di fondazione suindicata. Codreanu, nato in Moldavia, studente universitario a Iași, pose al centro della sua iniziativa l’idea di aggregare la gioventù studentesca in nome dell’antisemitismo e dell’anticomunismo in una regione limitrofa alla Russia bolscevica. Come rileva Enzo Collotti, l’azionismo sarà fin dall’origine il suo metodo di lotta violenta.

 

Con le spalle al futuro

 

Tra le due guerre la Romania fu al centro di un vasto dibattito tra “occidentalizzatori” e sostenitori della cultura indigena. Gli intellettuali favorevoli alla valorizzazione della cultura romena crearono una sorta di “equivalente balcanico della cultura völkisch in Germania, pur alimentando nostalgie degli slavofili russi”. Questa tendenza ideologico-culturale, peraltro, trovava fondamento in un’organizzazione di giovani nazionalisti conservatori, la Junimea, che sul finire del XIX secolo aveva sviluppato una forte critica nei confronti del liberalismo e del socialismo europei, proponendo una via autonoma, romena, per una nazione più forte e moderna, guidata da una élite a capo di una società agraria. Si tratta, insomma, di un movimento non molto diverso da quelli di stampo “populista”, sviluppatisi in molti paesi a vocazione contadina, che indicano come propri nemici giurati il pensiero liberale, quello conservatore e naturalmente quello socialista. Se l’anticomunismo si accentua in epoca abbastanza recente – in particolare, all’indomani della Rivoluzione d’ottobre – più antico era il fenomeno dell’antisemitismo.

 

In Romania il pregiudizio antiebraico aveva, come sottolinea Stanley G. Payne, “probabilmente la base popolare e intellettuale più forte che in qualsiasi altro paese” (Payne, 1999: 283). La minoranza ebraica era relativamente ampia (nel 1930, il 4,2% della popolazione), oltre che stratificata. Una piccola minoranza rivestiva un ruolo emergente nella élite finanziaria ed economica rumena e molti ebrei appartenevano al ceto medio, anche se una parte, con l’andare del tempo, era caduta in disgrazia. Tale risentimento antiebraico era molto forte in particolare tra le élite culturali e sociali. Già al Congresso di Berlino del 1878 la diplomazia delle potenze si era dovuta occupare della questione ebraica in Romania. Poi era venuta la Prima guerra mondiale, dalla quale la Romania era uscita vincitrice, entrando tuttavia in crisi non per una vittoria mutilata, ma per le difficoltà di far convergere su un’unica piattaforma politica molteplici gruppi nazionali e molteplici spinte centrifughe. E ciò, nonostante l’emersione nel 1926 di un Partito contadino di massa che ottenne un’ampia maggioranza nelle elezioni di quell’anno, le più democratiche della storia romena, dopo l’approvazione, tre anni prima, del suffragio universale.

 

Eppure, il Partito contadino si divise quasi subito, dando vita a un governo che solo in apparenza era efficace, ma che, nei fatti, non pervenne ad alcuna riforma. In piena depressione, il precario equilibrio politico venne alterato dal ritorno di re Carol, che aveva abdicato nel 1925 a seguito del divorzio da Elena di Grecia a causa della relazione extraconiugale con Magda Lupescu, cattolica e figlia di un farmacista ebreo. Il ritorno era stato favorito da una ristretta cerchia di ufficiali di tendenze e aspirazioni autoritarie. Carol promise ufficialmente di rispettare la Costituzione, ma intervenne a più riprese nella vita politica in violazione delle norme costituzionali fino a provocare la scissione all’interno del Partito contadino al governo e il suo allontanamento dal potere. In pratica, attuò un colpo di stato simile a quello di cui, un paio di anni prima, si era reso protagonista Alessandro I in Jugoslavia. L’anno dopo, il governo di minoranza venne affidato allo storico conservatore Nicolae Iorga, coadiuvato da notabili e aristocratici. Il Partito contadino tornerà alla guida del paese nel biennio 1932-33, ma le divisioni interne lo porteranno allo stallo. In Romania, come nella maggior parte dei paesi dell’Europa centrale, meridionale e orientale, le conquiste democratiche sembravano condurre irrimediabilmente al crollo politico.

 

Fu in un simile contesto che gli ebrei romeni non vengono più identificati solo in base all’appartenenza etnica, ma anche come fattore sociale: in un paese fondamentalmente agrario, di scarsa industrializzazione, rappresentavano un ceto urbano e commerciale, una forma di rottura della comunità agricola tradizionale. Così il nazionalismo romeno, già di per sé venato di razzismo, ebbe gioco facile nell’individuare nell’ebraismo il nemico del tradizionalismo agrario da discriminare ed espellere. La tradizione mistico-religiosa della Chiesa ortodossa, entrata a pieno titolo nel retaggio nazionale, contribuì alla formazione del fascismo romeno, considerato in assoluto uno dei primi e autoctoni movimenti fascisti europei.

 

All’indomani della Prima guerra mondiale, la Romania si era ingrandita. Con l’annessione della Transilvania e di parte del Banato, a maggioranza ungherese, e della Bucovina e della Bessarabia, già appartenenti alla Russia, aveva quasi raddoppiato il suo territorio. La popolazione, a stragrande maggioranza contadina, manteneva un tenore di vita molto basso, la grande proprietà era stata ridotta ma non abolita, permanevano antichissime forme di dipendenze dalla terra, mentre i piccoli proprietari risultavano quasi inesistenti. La piccola borghesia cittadina era politicamente e ideologicamente di tendenze conservatrici, ma buona parte del mondo intellettuale e religioso, in crisi di identità, si era data ad una forma reazionaria di populismo, mediante la strumentale e velleitaria riscoperta del popolo, del mondo contadino, della vita e della cultura tradizionali.

 

Sviluppatosi nella crisi sociale e nazionale di una società in evoluzione, in effetti, il fascismo romeno non ebbe un’origine di classe, come sottolineano tutti gli studiosi del fenomeno, da Eugen Weber a Enzo Collotti, ma con un complesso di motivazioni culturali e psicologiche, cresciute e rafforzatesi nel contesto di una forma di pseudoparlamentarismo percepito come prodotto di una falsa e devastante modernità e foriero a sua volta di decadenza sociale, politica, economica e morale. In tale contesto, forte era il sentimento di ostilità nei confronti degli ebrei, visti come i dominatori del mondo finanziario, controllori delle banche e della stampa. “L’antisemitismo – scrive Enzo Collotti – fu una prassi politica, un metodo d’azione e intimidazione” (Collotti, 2000: 159). Il nazionalpopulista romeno vedeva nell’ebreo il nemico, lo sfruttatore, colui che, appartenendo a un corpo separato, voleva imporre alla nazione processi di modernizzazione e secolarizzazione volti a svuotare e infine annullare i valori della tradizione, per costruire una società appiattita sul denaro, egoista, materialista, priva di ideali e tensioni spirituali.

 

Con la sua aspirazione a un comunitarismo patriottico e cristiano, la destra radicale romena accentuò nel primo dopoguerra le sue caratteristiche antisemite, in concomitanza coi provvedimenti governativi che, sulla base delle decisioni prese a Versailles, accordavano i diritti civili agli ebrei (una parità già sancita, a dire il vero, dal Trattato di Berlino del 1878, ma rimasta fino ad allora lettera morta). Ovviamente, come sostiene Zevedei Barbu, di per sé né il nazionalismo né il populismo conducono necessariamente al fascismo. Tuttavia, se si parte dal presupposto che un movimento sociale rappresenta la reazione collettiva a un “problema”, allora il “problema” specifico del fascismo è costituito – e, in effetti, lo era nella Romania del primo dopoguerra – dalla crisi di solidarietà e di identità sociale che normalmente si attribuisce alla decadenza dei caratteri tradizionali ed etnici della comunità. Un secondo elemento è rappresentato dalla tendenza dei movimenti fascisti a organizzarsi in maniera autoritaria, paramilitare e verticistica. Il terzo elemento viene individuato da Barbu nella tendenza al totalitarismo, ossia nell’idea di presentare il partito come il modello della società a cui si aspira.

 

Infine, il fascismo contiene rigurgiti di religiosità retriva e tradizionalista, vista come ideale di organizzazione solidaristica che ha radici in un tronco mitologicamente originario della società e dell’identità nazionale. Tenendo presenti queste quattro caratteristiche connotative, si può facilmente indicare, per la Romania, nella Legione dell’Arcangelo Michele, nominata dal 1931 Guardia di Ferro, il prototipo del movimento fascista (Barbu, 1975: 173-174).

 

L’uomo nuovo è l’uomo vecchio

 

Nel quadro dei fascismi europei, la Guardia di Ferro avrà una struttura, un programma e un codice etico-politico peculiari, tanto da apparire come una delle espressioni più compiute e, perciò, più preoccupanti del radicalismo di destra. Fin dalla sua fondazione la Legione dell’Arcangelo Michele (poi, Guardia di Ferro) pone alla base della propria azione e della propria Weltanschauung, la Tradizione (rigorosamente con la maiuscola), chiamata a riattivare i valori del Sangue, della Terra e dello Spirito, in nome sia dell’anticapitalismo sia dell’anticomunismo. Viene a conformarsi un universo di idee e di emozioni antiborghesi, caratterizzato da un forte pathos attraversato da una religiosità intrisa di venature magiche, esoteriche, quasi divinatorie, capace di imporsi come forza trainante per gruppi consistenti di studenti, intellettuali, lavoratori, religiosi (tra i più attivi ad appoggiare le lotte della Legione vi furono i preti ortodossi), tutti uniti nell’attesa di un “uomo nuovo” e di una società rigenerata.

 

L’impegno della Legione e poi della Guardia fu sempre all’insegna del rifiuto della modernità per un ritorno al principio, al punto di partenza, a una mitica origine, a una sorta di ordine ancestrale incrinato o infranto dall’avvento delle nuove ideologie materialiste, liberalismo e socialismo. E per perseguire tale fine, in nome di una lotta contro il Male, ogni azione, anche quelle di stampo terroristico, era giustificata. Si muoveva quindi seguendo una logica – e ciò lo distingue da altre esperienze similari – sovrarazionale, radicata in un tessuto di suggestioni, simboli, memorie ataviche dalla potenzialità dirompente in un mondo secolarizzato ma tormentato dalla nostalgia per la Legge antica e per le Usanze tradizionali. La creazione e lo sviluppo dell’organizzazione trovò in un solo uomo, Corneliu Zelea Codreanu, il suo ideatore, il suo animatore e il suo riferimento costante.

 

Corneliu Codreanu era nato il 13 settembre 1899 a Huși, in Moldavia (attualmente distretto di Vaslui in una zona dove era relativamente forte la presenza ebraica) da Ion Zelea Codreanu ed Elisabeth Brunner. Interessante è notare che Ion era polacco e il suo cognome originario era Zelenski (una volta giunto a Huși romenizzò Zelenski in Zelea e aggiunse Codreanu richiamando la professione avita, quella di guardaboschi poiché “codru” in romeno significa bosco) ed Elisabeth era sassone. Ion, insegnante al ginnasio, aveva aderito alla causa del nazionalismo romeno e collaborato politicamente con il professore di economia politica all’università di Iași, Alexandru Constantin Cuza, esponente del nazionalismo in Moldavia. Corneliu fu quindi educato in una atmosfera patriottica e nazionalista, imbevuto delle letture di Cuza e Iorga, al cui Partito Nazional Democratico suo padre aveva aderito.

 

Dopo gli studi ginnasiali si iscrisse a legge alla prestigiosa università di Iași, ponendosi sotto l’ala del nazionalismo conservatore di Cuza. All’inizio non aveva l’idea di dar vita a una creatura politica, ma incominciò a fare apprendistato con intellettuali di tendenze chiaramente conservatrici, per non dire reazionarie, tutti uniti nella contestazione della neonata democrazia romena, ispirata all’odiata Terza Repubblica francese. Tra questi vi era il già citato professor Cuza, ammiratore di Drumont, Maurras e dell’Action française, l’operaio Constantin Pancu, fondatore di un piccolo raggruppamento antibolscevico, il leader studentesco Ion Mota, traduttore dei Protocolli dei Savi di Sion e figura di spicco del futuro movimento guardista.

 

Codreanu, che diede vita, nel 1923, con Cuza, alla Lega di Difesa Nazional-Cristiana (Liga Apărării Național-Creștine), guidava manifestazioni studentesche antigovernative, organizzava convegni, divenendo l’anima di una congiura che mirava all’eliminazione di un gruppo di “nemici della nazione romena”, scelti come emblemi da abbattere: sei ministri, alcuni rabbini, tre ricchi banchieri, i direttori dei giornali La Lotta, La Verità e Il Mattino. Il complotto verrà sventato grazie alla delazione di uno dei congiuranti, tale Vernichescu, ucciso successivamente da Ion Mota. Ciononostante, nel 1926 la Lega si presentò alle elezioni politiche riuscendo a fare eleggere sei candidati. L’anno successivo, sotto la suggestione di una visione mistica dell’Arcangelo Michele, figura chiave della tradizione ortodossa, Codreanu fondò la Confraternita della Croce, nucleo di un primo partito, quasi setta religiosa e cospiratoria, il cui carattere è stato definito da Barbu come “corpo mistico della Guardia di Ferro, cui potevano accedere soltanto pochi eletti” (Barbu, 1975: 176). L’anno successivo il posto della Confraternita venne preso dalla Legione dell’Arcangelo Michele, nucleo scelto della futura Guardia di Ferro.

 

Già questi pochi segni – come evidenzia Enzo Collotti – indicano un carattere peculiare della Guardia, ossia la commistione tra l’elemento politico e le motivazioni religiose. “Alla sfera politica appartenevano il volontarismo, l’organizzazione militare, l’obiettivo di creare una società compatta, che ripetesse la rigida gerarchia e la subordinazione al capo dell’organizzazione cospirativa, considerata in nuce come comunità totalitaria. Alla sfera religiosa apparteneva il senso della missione, l’esaltazione mistico-religiosa, la dedizione alla causa sino alla convinzione della giustezza di eliminare fisicamente i propri avversari politici e anche i membri della propria parte che si riteneva avessero tradito.” (Collotti, 2000: 160). In effetti, la vendetta contro veri o presunti “traditori” sarà esercitata più volte. Dopo il caso del citato Vernichescu, ucciso da Ion Mota, altro episodio emblematico fu quello che vide coinvolto, nell’estate del 1936, l’ex deputato Nicolae Stelescu. Costui era stato luogotenente e fedelissimo di Codreanu e l’anno precedente aveva fondato una formazione dissidente, le Aquile Bianche (Vulturii Albi), poi rinominata Crociata del Romenismo (Cruciada Românismului), dotatasi di una rivista con il medesimo nome, sulla quale erano stati pubblicati articoli contro Codreanu e i suoi metodi violenti.

 

Stelescu venne ucciso durante un ricovero ospedaliero dovuto ad un’appendicite da una squadra della morte di membri legionari denominata Decemviri con centinaia di pallottole e il suo cadavere fatto letteralmente a pezzi con accette e asce. I dieci assassini, prima di consegnarsi alla polizia in forza del costume che prevedeva prima la vendetta militante e poi la sanzione giuridica, danzarono attorno al cadavere sezionato come obbedendo a un rituale. Vennero insigniti di speciali onorificenze da Codreanu stesso durante la breve detenzione giacché il processo a loro carico ebbe una conclusione sorprendente. Codreanu – indicato dall’accusa come il mandante del macabro delitto – e i suoi camarazi vennero assolti. Per i giudici non c’era nulla che provasse che fossero andati al di là di un’intenzione sovversiva. In quell’occasione, fu evidente come la volontà dei giudici fosse stata pesantemente condizionata dalla pressione dell’opinione pubblica, largamente favorevole a Codreanu, la cui statura di leader, a questo punto, si era sempre più definita.

 

L’eliminazione, a scopo di vendetta, di Stelescu, tuttavia, aveva avuto degli illustri precedenti. Il primo aveva riguardato l’uccisione, sempre per vendetta, del prefetto di polizia Nicolae Manciu, nel maggio 1924. Manciu si era reso protagonista di una lotta senza quartiere contro il movimento studentesco romeno. Quest’ultimo, del quale Codreanu era uno degli animatori più intraprendenti, protestava contro l’amministrazione universitaria che aveva intenzione di eliminare un sussidio per gli studenti meno abbienti e si era fatto anche promotore della costruzione di un pensionato per studenti. La polizia, attivata dall’Università di Iași, cercò di contrastare. Arresti, perquisizioni, interrogatori e persino torture. La vendetta non tardò ad arrivare.

 

Fu lo stesso Codreanu a uccidere, il 25 ottobre 1925, in un’aula di tribunale Manciu e due poliziotti. L’arresto e poi il processo costituirono altri momenti del consolidarsi della fama del cosiddetto Capitano. Centinaia di avvocati si offrirono di assisterlo gratuitamente, mentre molti dei giurati ostentavano all’occhiello il distintivo della Lega e il pubblico accoglieva con disappunto le parole dell’accusa. Codreanu, processato a fine 1925 a Turnu Severin, fu assolto per legittima difesa e subito dopo portato in trionfo. Una festa che si ripeterà qualche mese dopo in occasione del suo matrimonio a cui assisteranno più di centomila persone, molte in abiti tradizionali romeni.

Altro caso di vendetta fu quello che colpì il 29 dicembre 1933 il primo ministro liberale Ion Duca, reo di aver bandito la Guardia di Ferro il precedente 10 dicembre. Dopo un breve periodo di repressione (dodici membri del Movimento Legionario vennero assassinati dalle forze dell’ordine), i membri della Guardia di Ferro si vendicarono, assassinando Duca sulla banchina della stazione ferroviaria di Sinaia. La morte, anzi la mistica della morte, era uno dei connotati più rilevanti della Guardia di Ferro. E uno dei suoi corpi scelti era rappresentato proprio dalla “Squadra della morte”, composta da giovani fanatici pronti a uccidere e a farsi uccidere. Come sottolinea Barbu, “il loro rango e la loro missione erano fortemente istituzionalizzati, o meglio ritualizzati. Si diceva che portassero abitualmente intorno al collo un sacchettino di terra del suolo rumeno e che non c’era niente al mondo che essi non avrebbero fatto nel vederlo” (Barbu, 1975: 182).

 

La mistica della morte accendeva l’animo dei legionari. “La morte soltanto, legionari, / è un lieto sposalizio per noi”, recitava l’ultima strofa di una loro celebre canzone. Scrive ancora Barbu: “Mentre lo slogan principale dei legionari era ‘vittoria o morte’, questa formula religiosa sembra più adeguata a rivelare la motivazione profonda del loro comportamento. Quanto più alto e gravoso era il prezzo della loro violenza omicida, tanto più essi la esercitavano” (Barbu, 1975: 183).

 

Questo atteggiamento rende comprensibile l’alto numero sia di omicidi commessi, soprattutto di influenti personalità politiche (ben 11 tra il 1924 e il 1937), sia di caduti tra le loro stesse fila (500 uccisi dalla polizia nello stesso periodo, per non parlare dei circa 1200 legionari arrestati, imprigionati o uccisi nel 1939). La violenza, secondo quanto indicato nei suoi scritti da Codreanu, veniva indicata come il “giusto mezzo” da usare contro i nemici, in nome dell’onestà, dell’integrità morale, della lealtà e della fede cristiana. Insomma, il viatico classico di un’entità fanatica, settaria ed estremista. Anzi, di un ordine ascetico-militare, oltre che ad un corpo scelto di un partito totalitario. La struttura legionaria prevedeva, alla base, il cuib (nido), un gruppo composto da un minimo di sette a un massimo di dodici membri, con a capo un corrispondente, un cassiere e un corriere. “Al di sopra dei nidi l’organizzazione della Legione era per metà militare e per metà mistica, con una rigida gerarchia. Al vertice si trovava il Capo e un piccolo numero di ‘gran comandanti della Legione’” (Barbu, 1975: 187). Il cuib fondava l’esistenza e l’attività su un rigoroso codice etico: al legionario si chiedeva di essere disciplinato, laborioso, di poche parole, educato alla consapevolezza di diventare un eroe, generoso, leale, disposto al sacrificio estremo. Il cuib riunito era considerato una sorta di tempio entrando nel quale ci si doveva liberare di tutti i pensieri che non fossero dedicati alla patria. La loro divisa era costituita dalla camicia verde, colore legato alla fase decisiva della Grande Opera ermetica di trasmutazione del metallo vile in oro.

 

L’agognata patria era una società idealizzata, astratta, definita da Codreanu sempre in termini vaghi come “unità”, “purezza”, “Cristianità”. Si trattava quindi di un’entità metafisica, comprendente tutti i rumeni vissuti in passato e quelli che sarebbero vissuti in futuro, una società immaginata in cui dominava la leggenda di un’antica, ancestrale comunità romena tradizionale, un elemento utopico di carattere religioso e morale, cementato dall’amore e dalla fratellanza. Codreanu, come spiega Payne, proponeva una dottrina “divisa in due sfere: la peccaminosa vita umana che deve essere l’arena degli sforzi politici e la riconciliata e redenta comunità spirituale della nazione, che infine doveva prendere parte alla vita eterna. La normale vita umana rappresentava un’ipotesi di guerra costante e di lotta eterna, soprattutto contro i nemici della Ţara (la madrepatria)” (Payne, 1999: 286).

 

L’unico tramite tra quest’immagine idealizzata di società e la realtà era rappresentata dalla comunità di villaggio, l’antitesi della città cui appartenevano i ceti più alti della società romena tradizionalmente identificati nei borghesi e nella vasta gamma di stranieri – turchi, ebrei, tedeschi, ungheresi, greci – che nulla avevano da spartire con lo spirito nazionale della Romania contadina e autentica. Come il fascismo e il nazismo anche Codreanu quindi si rivolge a quella società senza classi che, come sottolinea Johann Chapoutot, rappresentava “il progetto di rendere uguali le condizioni sociali e di creare una vera e propria fraternità nazionale o razziale, nonostante le differenze di origine, cultura, educazione e ricchezza” (Chapoutot, 2015: 158). Con una piccola differenza: per il fascismo e il nazismo questa comunità era tutta da creare e modellare, per i legionari e il loro Capitano-ideologo Codreanu esisteva già ed era, appunto, la comunità di villaggio rurale romena. Il legionario poteva perdonare i propri nemici personali, ma non quelli della Ţara, i quali erano da eliminare anche a rischio della vita. La violenza e l’omicidio risultavano assolutamente necessari per la salvezza e la redenzione della nazione: tanto più grandi e lodate erano le azioni quanto più enorme il rischio che si correva nell’attuarle.

 

In campo come in guerra

 

Sciolta nel 1932, dopo avere conquistato 5 seggi nelle elezioni politiche di quell’anno, ed entrata subito dopo in clandestinità. In quel momento, in Romania la battaglia era tutta a destra. Il sovrano, Carol II, sempre più autocratico, aveva fondato un movimento giovanile paramilitare, le Guardie della Patria (Straja Țării), e l’ex premier Ion Cuza aveva fuso la Lega della Difesa Nazional-Cristiana con il Partito Nazionale Agrario (di ispirazione social populista) del poeta Octavian Goga, dando vita al nuovo Partito Nazional-Cristiano. Grande risonanza ebbe la lettera indirizzata da Codreanu al sovrano verso la fine del 1936. Si invitava Carol a cambiare gli indirizzi in politica estera, fino a quel momento anglofili e francofili: a suo dire, l’interesse romeno era quello di stringere un’alleanza con Italia e Germania. E, in effetti, alcuni capi legionari stavano combattendo in Spagna accanto alle truppe di Francisco Franco e, quindi, gomito a gomito con fascisti italiani e nazisti tedeschi. Tra i legionari volontari in Spagna c’era anche il cognato del Capitano, Ion Mota, che troverà la morte a Majadahonda nel gennaio 1937.

 

Tra le tre formazioni in conflitto a destra, la Legione, con la sua disciplina, il richiamo alle tradizioni, il suo sistema di attività e sostentamento interno, era quella con più seguito e lo dimostrò alle elezioni del 1937, in cui, alleandosi con il Partito Nazional-Contadino (Partidul Național-Țărănesc) di Iuliu Maniu e utilizzando il nome di copertura Tutto per la Patria (Totul pentru Țară), ottenne il 16,5%, divenendo il terzo partito a livello nazionale con 66 parlamentari. La situazione era di difficile lettura per Carol II che affidò il governo a Cuza e Goga (quest’ultimo aveva raccolto appena il 9% dei suffragi) con il sostegno parlamentare dei liberali. L’ascesa hitleriana e il mutamento di clima europeo permisero al nuovo governo di attuare misure decisamente antisemite (privazione della cittadinanza, chiusura delle attività commerciali, licenziamenti dai pubblici uffici). L’instabilità interna indusse il re a indire nuove elezioni per il marzo del 1938.

 

Codreanu invece decise di non partecipare alle elezioni e di rifiutare la proposta di entrare in un governo di coalizione, convinto ormai che il paese fosse allo stremo e pronto per una insurrezione generale. Così Carol II il 12 febbraio 1938 sospese la costituzione democratica, dichiarò fuori legge tutti i partiti lasciando legale solo il suo, il Fronte Nazionale per la Rinascita (Frontul Renasterii Naţionale), affidò il governo al patriarca metropolita ortodosso Miron Cristea e il successivo 30 marzo emanò una nuova costituzione autocratica. Anche il nuovo movimento di cui faceva parte la Legione venne sciolto e migliaia di legionari vennero arrestati. Prendendo a pretesto un contrasto tra Codreanu e Iorga, divenuto prefetto di Bucarest, il primo venne arrestato per diffamazione; durante la detenzione venne incriminato, davanti a un tribunale militare, per detenzione di armi, tentata insurrezione e attività spionistica in favore di una potenza straniera (la Germania) e condannato a 10 anni di lavori forzati a Jilava, mentre le sedi della Legione venivano sequestrate.

 

Codreanu morì strangolato in carcere il 30 novembre 1938, insieme ad altri tredici legionari. I loro corpi, trasferiti nella foresta di Jilava, furono crivellati di colpi alle spalle, a simulare l’uccisione durante un tentativo di fuga. A capo della Legione gli succedette Horia Sima, che, nel nuovo contesto politico internazionale, simpatizzava chiaramente per i nazisti. Dopo l’arbitrato di Vienna che privò la Romania della Transilvania a beneficio dell’Ungheria, re Carol fu costretto ad abdicare, lasciando il trono al figlio Michele, il quale dovette fronteggiare la dittatura militare del generale Antonescu, autoproclamatosi conducator, con la collaborazione dei legionari di Sima. Tuttavia, la tregua tra le due parti, i militari di Antonescu e i legionari di Sima, non resse e al principio del 1941 questi ultimi tentarono un colpo di mano, ma furono schiacciati dai militari. Horia Sima venne salvato dai tedeschi, i quali, pur essendo ideologicamente più vicini a loro, optarono – per diretto volere di Hitler – per sostenere il governo di Antonescu, che, da lì a poco, avrebbe fornito truppe per l’aggressione all’URSS. Molti legionari, invece, furono deportati a Buchenwald e Dachau, paradossalmente per sottrarli alle vendette dei militari. Sima venne liberato dall’internamento e, alla fine di aprile del 1944, venne posto a capo di un governo in esilio, dopo la defenestrazione di Antonescu, ma ormai l’avvicinarsi dell’Armata Rossa e la fine della guerra avevano reso inutile la riesumazione della Legione.

 

Un’inquietante eredità

 

L’esperienza storica di Codreanu e dei suoi legionari, caratterizzata dalla messa in pratica dello spontaneismo armato, è stata assunta come dottrina di riferimento da alcuni gruppi della destra eversiva italiana nel corso degli anni Settanta. Ad esempio, come nota Miguel Gotor, “da Terza Posizione – le cui cellule di base si chiamavano cuib (‘nido’, in romeno) e i vertici ‘legione’, due termini ripresi evidentemente dall’organizzazione della Guardia di Ferro di Codreanu – e dai Nuclei Armati Rivoluzionari dei fratelli Fioravanti, che proprio dello spontaneismo armato avevano fatto il loro distintivo tratto identitario” (Gotor, 2025: 92-93). Più in particolare il neonazista Franco Freda, responsabile insieme a Giovanni Ventura, tra l’altro, della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, ha pubblicato, tramite la propria casa editrice Ar, varie opere di Codreanu, tra le quali, nel 1970, il Diario dal carcere e, nel 1972, la Guardia di Ferro, una sorta di breviario dello stile di vita del perfetto legionario rumeno, basato su un prontuario di regole cui si ispiravano i giovani aderenti a Terza Posizione.

 

Il tradizionalismo antisemita e antisistema di Codreanu, così come il tradizionalismo catastrofista di Julius Evola e il nazionalsocialismo di Hitler, hanno rappresentato – e in molti casi rappresentano ancora oggi, se si considera che in tutta la Penisola varie sedi di partiti e organizzazioni di estrema destra sono a lui intitolate – il brodo di coltura di quello che Renzo De Felice preferiva chiamare il “neonazismo – e non solo neofascismo – italiano” (De Felice, 1975: 98-99).

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

Zevedei Barbu, Romania, in Stuart J. Woolf, Il fascismo in Europa, Laterza, Roma-Bari 1975, pp. 169-190;

Johann Chapoutot, Controllare e distruggere. Fascismo, nazismo e regimi autoritari in Europa (1918-1945), Einaudi, Torino 2015;

Enzo Collotti, Fascismo, fascismi, Sansoni, Milano 2000;

Robert Gerwarth-John Horne, Guerra in pace. Violenza paramilitare dopo la grande guerra, Bruno Mondadori, Milano 2013;

Miguel Gotor, L’omicidio di Piersanti Mattarella, Einaudi, Torino 2025;

Furio Jesi, La cultura di destra, Garzanti, Milano 1979;

Ernst Nolte, La crisi dei regimi liberali e i movimenti fascisti, Il Mulino, Bologna 1970;

Stanley G. Payne, Il fascismo. Origini, storia e declino delle dittature che si sono imposte tra le due guerre, Newton Compton, Milano 1999;

Robert O. Paxton, Il fascismo in azione, Mondadori, Milano 2005;

Paolo Rizza, Guardia di ferro. La Legione dell’Arcangelo Michele, Solfanelli, Chieti 2009;

Eugen Weber, Gli uomini dell’Arcangelo, Il Saggiatore, Milano 1967.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]