Con le spalle al futuro
Tra le due guerre la Romania fu al
centro di un vasto dibattito tra
“occidentalizzatori” e sostenitori
della cultura indigena. Gli
intellettuali favorevoli alla
valorizzazione della cultura romena
crearono una sorta di “equivalente
balcanico della cultura
völkisch in Germania, pur
alimentando nostalgie degli
slavofili russi”. Questa tendenza
ideologico-culturale, peraltro,
trovava fondamento in
un’organizzazione di giovani
nazionalisti conservatori, la
Junimea, che sul finire del XIX
secolo aveva sviluppato una forte
critica nei confronti del
liberalismo e del socialismo
europei, proponendo una via
autonoma, romena, per una nazione
più forte e moderna, guidata da una
élite a capo di una società agraria.
Si tratta, insomma, di un movimento
non molto diverso da quelli di
stampo “populista”, sviluppatisi in
molti paesi a vocazione contadina,
che indicano come propri nemici
giurati il pensiero liberale, quello
conservatore e naturalmente quello
socialista. Se l’anticomunismo si
accentua in epoca abbastanza recente
– in particolare, all’indomani della
Rivoluzione d’ottobre – più antico
era il fenomeno dell’antisemitismo.
In Romania il pregiudizio
antiebraico aveva, come sottolinea
Stanley G. Payne, “probabilmente la
base popolare e intellettuale più
forte che in qualsiasi altro paese”
(Payne, 1999: 283). La minoranza
ebraica era relativamente ampia (nel
1930, il 4,2% della popolazione),
oltre che stratificata. Una piccola
minoranza rivestiva un ruolo
emergente nella élite finanziaria ed
economica rumena e molti ebrei
appartenevano al ceto medio, anche
se una parte, con l’andare del
tempo, era caduta in disgrazia. Tale
risentimento antiebraico era molto
forte in particolare tra le élite
culturali e sociali. Già al
Congresso di Berlino del 1878 la
diplomazia delle potenze si era
dovuta occupare della questione
ebraica in Romania. Poi era venuta
la Prima guerra mondiale, dalla
quale la Romania era uscita
vincitrice, entrando tuttavia in
crisi non per una vittoria mutilata,
ma per le difficoltà di far
convergere su un’unica piattaforma
politica molteplici gruppi nazionali
e molteplici spinte centrifughe. E
ciò, nonostante l’emersione nel 1926
di un Partito contadino di massa che
ottenne un’ampia maggioranza nelle
elezioni di quell’anno, le più
democratiche della storia romena,
dopo l’approvazione, tre anni prima,
del suffragio universale.
Eppure, il Partito contadino si
divise quasi subito, dando vita a un
governo che solo in apparenza era
efficace, ma che, nei fatti, non
pervenne ad alcuna riforma. In piena
depressione, il precario equilibrio
politico venne alterato dal ritorno
di re Carol, che aveva abdicato nel
1925 a seguito del divorzio da Elena
di Grecia a causa della relazione
extraconiugale con Magda Lupescu,
cattolica e figlia di un farmacista
ebreo. Il ritorno era stato favorito
da una ristretta cerchia di
ufficiali di tendenze e aspirazioni
autoritarie. Carol promise
ufficialmente di rispettare la
Costituzione, ma intervenne a più
riprese nella vita politica in
violazione delle norme
costituzionali fino a provocare la
scissione all’interno del Partito
contadino al governo e il suo
allontanamento dal potere. In
pratica, attuò un colpo di stato
simile a quello di cui, un paio di
anni prima, si era reso protagonista
Alessandro I in Jugoslavia. L’anno
dopo, il governo di minoranza venne
affidato allo storico conservatore
Nicolae Iorga, coadiuvato da
notabili e aristocratici. Il Partito
contadino tornerà alla guida del
paese nel biennio 1932-33, ma le
divisioni interne lo porteranno allo
stallo. In Romania, come nella
maggior parte dei paesi dell’Europa
centrale, meridionale e orientale,
le conquiste democratiche sembravano
condurre irrimediabilmente al crollo
politico.
Fu in un simile contesto che gli
ebrei romeni non vengono più
identificati solo in base
all’appartenenza etnica, ma anche
come fattore sociale: in un paese
fondamentalmente agrario, di scarsa
industrializzazione, rappresentavano
un ceto urbano e commerciale, una
forma di rottura della comunità
agricola tradizionale. Così il
nazionalismo romeno, già di per sé
venato di razzismo, ebbe gioco
facile nell’individuare
nell’ebraismo il nemico del
tradizionalismo agrario da
discriminare ed espellere. La
tradizione mistico-religiosa della
Chiesa ortodossa, entrata a pieno
titolo nel retaggio nazionale,
contribuì alla formazione del
fascismo romeno, considerato in
assoluto uno dei primi e autoctoni
movimenti fascisti europei.
All’indomani della Prima guerra
mondiale, la Romania si era
ingrandita. Con l’annessione della
Transilvania e di parte del Banato,
a maggioranza ungherese, e della
Bucovina e della Bessarabia, già
appartenenti alla Russia, aveva
quasi raddoppiato il suo territorio.
La popolazione, a stragrande
maggioranza contadina, manteneva un
tenore di vita molto basso, la
grande proprietà era stata ridotta
ma non abolita, permanevano
antichissime forme di dipendenze
dalla terra, mentre i piccoli
proprietari risultavano quasi
inesistenti. La piccola borghesia
cittadina era politicamente e
ideologicamente di tendenze
conservatrici, ma buona parte del
mondo intellettuale e religioso, in
crisi di identità, si era data ad
una forma reazionaria di populismo,
mediante la strumentale e
velleitaria riscoperta del popolo,
del mondo contadino, della vita e
della cultura tradizionali.
Sviluppatosi nella crisi sociale e
nazionale di una società in
evoluzione, in effetti, il fascismo
romeno non ebbe un’origine di
classe, come sottolineano tutti gli
studiosi del fenomeno, da Eugen
Weber a Enzo Collotti, ma con un
complesso di motivazioni culturali e
psicologiche, cresciute e
rafforzatesi nel contesto di una
forma di pseudoparlamentarismo
percepito come prodotto di una falsa
e devastante modernità e foriero a
sua volta di decadenza sociale,
politica, economica e morale. In
tale contesto, forte era il
sentimento di ostilità nei confronti
degli ebrei, visti come i dominatori
del mondo finanziario, controllori
delle banche e della stampa.
“L’antisemitismo – scrive Enzo
Collotti – fu una prassi politica,
un metodo d’azione e intimidazione”
(Collotti, 2000: 159). Il
nazionalpopulista romeno vedeva
nell’ebreo il nemico, lo
sfruttatore, colui che, appartenendo
a un corpo separato, voleva imporre
alla nazione processi di
modernizzazione e secolarizzazione
volti a svuotare e infine annullare
i valori della tradizione, per
costruire una società appiattita sul
denaro, egoista, materialista, priva
di ideali e tensioni spirituali.
Con la sua aspirazione a un
comunitarismo patriottico e
cristiano, la destra radicale romena
accentuò nel primo dopoguerra le sue
caratteristiche antisemite, in
concomitanza coi provvedimenti
governativi che, sulla base delle
decisioni prese a Versailles,
accordavano i diritti civili agli
ebrei (una parità già sancita, a
dire il vero, dal Trattato di
Berlino del 1878, ma rimasta fino ad
allora lettera morta). Ovviamente,
come sostiene Zevedei Barbu, di per
sé né il nazionalismo né il
populismo conducono necessariamente
al fascismo. Tuttavia, se si parte
dal presupposto che un movimento
sociale rappresenta la reazione
collettiva a un “problema”, allora
il “problema” specifico del fascismo
è costituito – e, in effetti, lo era
nella Romania del primo dopoguerra –
dalla crisi di solidarietà e di
identità sociale che normalmente si
attribuisce alla decadenza dei
caratteri tradizionali ed etnici
della comunità. Un secondo elemento
è rappresentato dalla tendenza dei
movimenti fascisti a organizzarsi in
maniera autoritaria, paramilitare e
verticistica. Il terzo elemento
viene individuato da Barbu nella
tendenza al totalitarismo, ossia
nell’idea di presentare il partito
come il modello della società a cui
si aspira.
Infine, il fascismo contiene
rigurgiti di religiosità retriva e
tradizionalista, vista come ideale
di organizzazione solidaristica che
ha radici in un tronco
mitologicamente originario della
società e dell’identità nazionale.
Tenendo presenti queste quattro
caratteristiche connotative, si può
facilmente indicare, per la Romania,
nella Legione dell’Arcangelo
Michele, nominata dal 1931 Guardia
di Ferro, il prototipo del movimento
fascista (Barbu, 1975: 173-174).
L’uomo nuovo è l’uomo vecchio
Nel quadro dei fascismi europei, la
Guardia di Ferro avrà una struttura,
un programma e un codice
etico-politico peculiari, tanto da
apparire come una delle espressioni
più compiute e, perciò, più
preoccupanti del radicalismo di
destra. Fin dalla sua fondazione la
Legione dell’Arcangelo Michele (poi,
Guardia di Ferro) pone alla base
della propria azione e della propria
Weltanschauung, la Tradizione
(rigorosamente con la maiuscola),
chiamata a riattivare i valori del
Sangue, della Terra e dello Spirito,
in nome sia dell’anticapitalismo sia
dell’anticomunismo. Viene a
conformarsi un universo di idee e di
emozioni antiborghesi,
caratterizzato da un forte
pathos attraversato da una
religiosità intrisa di venature
magiche, esoteriche, quasi
divinatorie, capace di imporsi come
forza trainante per gruppi
consistenti di studenti,
intellettuali, lavoratori, religiosi
(tra i più attivi ad appoggiare le
lotte della Legione vi furono i
preti ortodossi), tutti uniti
nell’attesa di un “uomo nuovo” e di
una società rigenerata.
L’impegno della Legione e poi della
Guardia fu sempre all’insegna del
rifiuto della modernità per un
ritorno al principio, al punto di
partenza, a una mitica origine, a
una sorta di ordine ancestrale
incrinato o infranto dall’avvento
delle nuove ideologie materialiste,
liberalismo e socialismo. E per
perseguire tale fine, in nome di una
lotta contro il Male, ogni azione,
anche quelle di stampo terroristico,
era giustificata. Si muoveva quindi
seguendo una logica – e ciò lo
distingue da altre esperienze
similari – sovrarazionale, radicata
in un tessuto di suggestioni,
simboli, memorie ataviche dalla
potenzialità dirompente in un mondo
secolarizzato ma tormentato dalla
nostalgia per la Legge antica e per
le Usanze tradizionali. La creazione
e lo sviluppo dell’organizzazione
trovò in un solo uomo, Corneliu
Zelea Codreanu, il suo ideatore, il
suo animatore e il suo riferimento
costante.
Corneliu Codreanu era nato il 13
settembre 1899 a Huși, in Moldavia
(attualmente distretto di Vaslui in
una zona dove era relativamente
forte la presenza ebraica) da Ion
Zelea Codreanu ed Elisabeth Brunner.
Interessante è notare che Ion era
polacco e il suo cognome originario
era Zelenski (una volta giunto a
Huși romenizzò Zelenski in Zelea e
aggiunse Codreanu richiamando la
professione avita, quella di
guardaboschi poiché “codru” in
romeno significa bosco) ed Elisabeth
era sassone. Ion, insegnante al
ginnasio, aveva aderito alla causa
del nazionalismo romeno e
collaborato politicamente con il
professore di economia politica
all’università di Iași, Alexandru
Constantin Cuza, esponente del
nazionalismo in Moldavia. Corneliu
fu quindi educato in una atmosfera
patriottica e nazionalista, imbevuto
delle letture di Cuza e Iorga, al
cui Partito Nazional Democratico suo
padre aveva aderito.
Dopo gli studi ginnasiali si
iscrisse a legge alla prestigiosa
università di Iași, ponendosi sotto
l’ala del nazionalismo conservatore
di Cuza. All’inizio non aveva l’idea
di dar vita a una creatura politica,
ma incominciò a fare apprendistato
con intellettuali di tendenze
chiaramente conservatrici, per non
dire reazionarie, tutti uniti nella
contestazione della neonata
democrazia romena, ispirata
all’odiata Terza Repubblica
francese. Tra questi vi era il già
citato professor Cuza, ammiratore di
Drumont, Maurras e dell’Action
française, l’operaio Constantin
Pancu, fondatore di un piccolo
raggruppamento antibolscevico, il
leader studentesco Ion Mota,
traduttore dei Protocolli dei Savi
di Sion e figura di spicco del
futuro movimento guardista.
Codreanu, che diede vita, nel 1923,
con Cuza, alla Lega di Difesa
Nazional-Cristiana (Liga
Apărării Național-Creștine),
guidava manifestazioni studentesche
antigovernative, organizzava
convegni, divenendo l’anima di una
congiura che mirava all’eliminazione
di un gruppo di “nemici della
nazione romena”, scelti come emblemi
da abbattere: sei ministri, alcuni
rabbini, tre ricchi banchieri, i
direttori dei giornali La Lotta, La
Verità e Il Mattino. Il complotto
verrà sventato grazie alla delazione
di uno dei congiuranti, tale
Vernichescu, ucciso successivamente
da Ion Mota. Ciononostante, nel 1926
la Lega si presentò alle elezioni
politiche riuscendo a fare eleggere
sei candidati. L’anno successivo,
sotto la suggestione di una visione
mistica dell’Arcangelo Michele,
figura chiave della tradizione
ortodossa, Codreanu fondò la
Confraternita della Croce, nucleo di
un primo partito, quasi setta
religiosa e cospiratoria, il cui
carattere è stato definito da Barbu
come “corpo mistico della Guardia di
Ferro, cui potevano accedere
soltanto pochi eletti” (Barbu, 1975:
176). L’anno successivo il posto
della Confraternita venne preso
dalla Legione dell’Arcangelo
Michele, nucleo scelto della futura
Guardia di Ferro.
Già questi pochi segni – come
evidenzia Enzo Collotti – indicano
un carattere peculiare della
Guardia, ossia la commistione tra
l’elemento politico e le motivazioni
religiose. “Alla sfera politica
appartenevano il volontarismo,
l’organizzazione militare,
l’obiettivo di creare una società
compatta, che ripetesse la rigida
gerarchia e la subordinazione al
capo dell’organizzazione
cospirativa, considerata in nuce
come comunità totalitaria. Alla
sfera religiosa apparteneva il senso
della missione, l’esaltazione
mistico-religiosa, la dedizione alla
causa sino alla convinzione della
giustezza di eliminare fisicamente i
propri avversari politici e anche i
membri della propria parte che si
riteneva avessero tradito.” (Collotti,
2000: 160). In effetti, la vendetta
contro veri o presunti “traditori”
sarà esercitata più volte. Dopo il
caso del citato Vernichescu, ucciso
da Ion Mota, altro episodio
emblematico fu quello che vide
coinvolto, nell’estate del 1936,
l’ex deputato Nicolae Stelescu.
Costui era stato luogotenente e
fedelissimo di Codreanu e l’anno
precedente aveva fondato una
formazione dissidente, le Aquile
Bianche (Vulturii
Albi), poi rinominata Crociata
del Romenismo (Cruciada
Românismului), dotatasi di una
rivista con il medesimo nome, sulla
quale erano stati pubblicati
articoli contro Codreanu e i suoi
metodi violenti.
Stelescu venne ucciso durante un
ricovero ospedaliero dovuto ad
un’appendicite da una squadra della
morte di membri legionari denominata
Decemviri con centinaia di
pallottole e il suo cadavere fatto
letteralmente a pezzi con accette e
asce. I dieci assassini, prima di
consegnarsi alla polizia in forza
del costume che prevedeva prima la
vendetta militante e poi la sanzione
giuridica, danzarono attorno al
cadavere sezionato come obbedendo a
un rituale. Vennero insigniti di
speciali onorificenze da Codreanu
stesso durante la breve detenzione
giacché il processo a loro carico
ebbe una conclusione sorprendente.
Codreanu – indicato dall’accusa come
il mandante del macabro delitto – e
i suoi
camarazi vennero assolti. Per i
giudici non c’era nulla che provasse
che fossero andati al di là di
un’intenzione sovversiva. In
quell’occasione, fu evidente come la
volontà dei giudici fosse stata
pesantemente condizionata dalla
pressione dell’opinione pubblica,
largamente favorevole a Codreanu, la
cui statura di leader, a questo
punto, si era sempre più definita.
L’eliminazione, a scopo di vendetta,
di Stelescu, tuttavia, aveva avuto
degli illustri precedenti. Il primo
aveva riguardato l’uccisione, sempre
per vendetta, del prefetto di
polizia Nicolae Manciu, nel maggio
1924. Manciu si era reso
protagonista di una lotta senza
quartiere contro il movimento
studentesco romeno. Quest’ultimo,
del quale Codreanu era uno degli
animatori più intraprendenti,
protestava contro l’amministrazione
universitaria che aveva intenzione
di eliminare un sussidio per gli
studenti meno abbienti e si era
fatto anche promotore della
costruzione di un pensionato per
studenti. La polizia, attivata
dall’Università di Iași, cercò di
contrastare. Arresti, perquisizioni,
interrogatori e persino torture. La
vendetta non tardò ad arrivare.
Fu lo stesso Codreanu a uccidere, il
25 ottobre 1925, in un’aula di
tribunale Manciu e due poliziotti.
L’arresto e poi il processo
costituirono altri momenti del
consolidarsi della fama del
cosiddetto Capitano. Centinaia di
avvocati si offrirono di assisterlo
gratuitamente, mentre molti dei
giurati ostentavano all’occhiello il
distintivo della Lega e il pubblico
accoglieva con disappunto le parole
dell’accusa. Codreanu, processato a
fine 1925 a Turnu Severin, fu
assolto per legittima difesa e
subito dopo portato in trionfo. Una
festa che si ripeterà qualche mese
dopo in occasione del suo matrimonio
a cui assisteranno più di centomila
persone, molte in abiti tradizionali
romeni.
Altro caso di vendetta fu quello che
colpì il 29 dicembre 1933 il primo
ministro liberale Ion Duca, reo di
aver bandito la Guardia di Ferro il
precedente 10 dicembre. Dopo un
breve periodo di repressione (dodici
membri del Movimento Legionario
vennero assassinati dalle forze
dell’ordine), i membri della Guardia
di Ferro si vendicarono,
assassinando Duca sulla banchina
della stazione ferroviaria di Sinaia.
La morte, anzi la mistica della
morte, era uno dei connotati più
rilevanti della Guardia di Ferro. E
uno dei suoi corpi scelti era
rappresentato proprio dalla “Squadra
della morte”, composta da giovani
fanatici pronti a uccidere e a farsi
uccidere. Come sottolinea Barbu, “il
loro rango e la loro missione erano
fortemente istituzionalizzati, o
meglio ritualizzati. Si diceva che
portassero abitualmente intorno al
collo un sacchettino di terra del
suolo rumeno e che non c’era niente
al mondo che essi non avrebbero
fatto nel vederlo” (Barbu, 1975:
182).
La mistica della morte accendeva
l’animo dei legionari. “La morte
soltanto, legionari, / è un lieto
sposalizio per noi”, recitava
l’ultima strofa di una loro celebre
canzone. Scrive ancora Barbu:
“Mentre lo slogan principale dei
legionari era ‘vittoria o morte’,
questa formula religiosa sembra più
adeguata a rivelare la motivazione
profonda del loro comportamento.
Quanto più alto e gravoso era il
prezzo della loro violenza omicida,
tanto più essi la esercitavano” (Barbu,
1975: 183).
Questo atteggiamento rende
comprensibile l’alto numero sia di
omicidi commessi, soprattutto di
influenti personalità politiche (ben
11 tra il 1924 e il 1937), sia di
caduti tra le loro stesse fila (500
uccisi dalla polizia nello stesso
periodo, per non parlare dei circa
1200 legionari arrestati,
imprigionati o uccisi nel 1939). La
violenza, secondo quanto indicato
nei suoi scritti da Codreanu, veniva
indicata come il “giusto mezzo” da
usare contro i nemici, in nome
dell’onestà, dell’integrità morale,
della lealtà e della fede cristiana.
Insomma, il viatico classico di
un’entità fanatica, settaria ed
estremista. Anzi, di un ordine
ascetico-militare, oltre che ad un
corpo scelto di un partito
totalitario. La struttura legionaria
prevedeva, alla base, il
cuib (nido), un gruppo composto
da un minimo di sette a un massimo
di dodici membri, con a capo un
corrispondente, un cassiere e un
corriere. “Al di sopra dei nidi
l’organizzazione della Legione era
per metà militare e per metà
mistica, con una rigida gerarchia.
Al vertice si trovava il Capo e un
piccolo numero di ‘gran comandanti
della Legione’” (Barbu, 1975: 187).
Il
cuib fondava l’esistenza e
l’attività su un rigoroso codice
etico: al legionario si chiedeva di
essere disciplinato, laborioso, di
poche parole, educato alla
consapevolezza di diventare un eroe,
generoso, leale, disposto al
sacrificio estremo. Il
cuib riunito era considerato una
sorta di tempio entrando nel quale
ci si doveva liberare di tutti i
pensieri che non fossero dedicati
alla patria. La loro divisa era
costituita dalla camicia verde,
colore legato alla fase decisiva
della Grande Opera ermetica di
trasmutazione del metallo vile in
oro.
L’agognata patria era una società
idealizzata, astratta, definita da
Codreanu sempre in termini vaghi
come “unità”, “purezza”,
“Cristianità”. Si trattava quindi di
un’entità metafisica, comprendente
tutti i rumeni vissuti in passato e
quelli che sarebbero vissuti in
futuro, una società immaginata in
cui dominava la leggenda di
un’antica, ancestrale comunità
romena tradizionale, un elemento
utopico di carattere religioso e
morale, cementato dall’amore e dalla
fratellanza. Codreanu, come spiega
Payne, proponeva una dottrina
“divisa in due sfere: la peccaminosa
vita umana che deve essere l’arena
degli sforzi politici e la
riconciliata e redenta comunità
spirituale della nazione, che infine
doveva prendere parte alla vita
eterna. La normale vita umana
rappresentava un’ipotesi di guerra
costante e di lotta eterna,
soprattutto contro i nemici della
Ţara (la madrepatria)” (Payne, 1999:
286).
L’unico tramite tra quest’immagine
idealizzata di società e la realtà
era rappresentata dalla comunità di
villaggio, l’antitesi della città
cui appartenevano i ceti più alti
della società romena
tradizionalmente identificati nei
borghesi e nella vasta gamma di
stranieri – turchi, ebrei, tedeschi,
ungheresi, greci – che nulla avevano
da spartire con lo spirito nazionale
della Romania contadina e autentica.
Come il fascismo e il nazismo anche
Codreanu quindi si rivolge a quella
società senza classi che, come
sottolinea Johann Chapoutot,
rappresentava “il progetto di
rendere uguali le condizioni sociali
e di creare una vera e propria
fraternità nazionale o razziale,
nonostante le differenze di origine,
cultura, educazione e ricchezza” (Chapoutot,
2015: 158). Con una piccola
differenza: per il fascismo e il
nazismo questa comunità era tutta da
creare e modellare, per i legionari
e il loro Capitano-ideologo Codreanu
esisteva già ed era, appunto, la
comunità di villaggio rurale romena.
Il legionario poteva perdonare i
propri nemici personali, ma non
quelli della Ţara, i quali erano da
eliminare anche a rischio della
vita. La violenza e l’omicidio
risultavano assolutamente necessari
per la salvezza e la redenzione
della nazione: tanto più grandi e
lodate erano le azioni quanto più
enorme il rischio che si correva
nell’attuarle.
In campo come in guerra
Sciolta nel 1932, dopo avere
conquistato 5 seggi nelle elezioni
politiche di quell’anno, ed entrata
subito dopo in clandestinità. In
quel momento, in Romania la
battaglia era tutta a destra. Il
sovrano, Carol II, sempre più
autocratico, aveva fondato un
movimento giovanile paramilitare, le
Guardie della Patria (Straja
Țării), e l’ex premier Ion Cuza
aveva fuso la Lega della Difesa
Nazional-Cristiana con il Partito
Nazionale Agrario (di ispirazione
social populista) del poeta Octavian
Goga, dando vita al nuovo Partito
Nazional-Cristiano. Grande risonanza
ebbe la lettera indirizzata da
Codreanu al sovrano verso la fine
del 1936. Si invitava Carol a
cambiare gli indirizzi in politica
estera, fino a quel momento
anglofili e francofili: a suo dire,
l’interesse romeno era quello di
stringere un’alleanza con Italia e
Germania. E, in effetti, alcuni capi
legionari stavano combattendo in
Spagna accanto alle truppe di
Francisco Franco e, quindi, gomito a
gomito con fascisti italiani e
nazisti tedeschi. Tra i legionari
volontari in Spagna c’era anche il
cognato del Capitano, Ion Mota, che
troverà la morte a Majadahonda nel
gennaio 1937.
Tra le tre formazioni in conflitto a
destra, la Legione, con la sua
disciplina, il richiamo alle
tradizioni, il suo sistema di
attività e sostentamento interno,
era quella con più seguito e lo
dimostrò alle elezioni del 1937, in
cui, alleandosi con il Partito
Nazional-Contadino (Partidul
Național-Țărănesc) di Iuliu
Maniu e utilizzando il nome di
copertura Tutto per la Patria (Totul
pentru Țară), ottenne il 16,5%,
divenendo il terzo partito a livello
nazionale con 66 parlamentari. La
situazione era di difficile lettura
per Carol II che affidò il governo a
Cuza e Goga (quest’ultimo aveva
raccolto appena il 9% dei suffragi)
con il sostegno parlamentare dei
liberali. L’ascesa hitleriana e il
mutamento di clima europeo permisero
al nuovo governo di attuare misure
decisamente antisemite (privazione
della cittadinanza, chiusura delle
attività commerciali, licenziamenti
dai pubblici uffici). L’instabilità
interna indusse il re a indire nuove
elezioni per il marzo del 1938.
Codreanu invece decise di non
partecipare alle elezioni e di
rifiutare la proposta di entrare in
un governo di coalizione, convinto
ormai che il paese fosse allo stremo
e pronto per una insurrezione
generale. Così Carol II il 12
febbraio 1938 sospese la
costituzione democratica, dichiarò
fuori legge tutti i partiti
lasciando legale solo il suo, il
Fronte Nazionale per la Rinascita (Frontul
Renasterii Naţionale), affidò il
governo al patriarca metropolita
ortodosso Miron Cristea e il
successivo 30 marzo emanò una nuova
costituzione autocratica. Anche il
nuovo movimento di cui faceva parte
la Legione venne sciolto e migliaia
di legionari vennero arrestati.
Prendendo a pretesto un contrasto
tra Codreanu e Iorga, divenuto
prefetto di Bucarest, il primo venne
arrestato per diffamazione; durante
la detenzione venne incriminato,
davanti a un tribunale militare, per
detenzione di armi, tentata
insurrezione e attività spionistica
in favore di una potenza straniera
(la Germania) e condannato a 10 anni
di lavori forzati a Jilava, mentre
le sedi della Legione venivano
sequestrate.
Codreanu morì strangolato in carcere
il 30 novembre 1938, insieme ad
altri tredici legionari. I loro
corpi, trasferiti nella foresta di
Jilava, furono crivellati di colpi
alle spalle, a simulare l’uccisione
durante un tentativo di fuga. A capo
della Legione gli succedette Horia
Sima, che, nel nuovo contesto
politico internazionale,
simpatizzava chiaramente per i
nazisti. Dopo l’arbitrato di Vienna
che privò la Romania della
Transilvania a beneficio
dell’Ungheria, re Carol fu costretto
ad abdicare, lasciando il trono al
figlio Michele, il quale dovette
fronteggiare la dittatura militare
del generale Antonescu,
autoproclamatosi
conducator, con la
collaborazione dei legionari di
Sima. Tuttavia, la tregua tra le due
parti, i militari di Antonescu e i
legionari di Sima, non resse e al
principio del 1941 questi ultimi
tentarono un colpo di mano, ma
furono schiacciati dai militari.
Horia Sima venne salvato dai
tedeschi, i quali, pur essendo
ideologicamente più vicini a loro,
optarono – per diretto volere di
Hitler – per sostenere il governo di
Antonescu, che, da lì a poco,
avrebbe fornito truppe per
l’aggressione all’URSS. Molti
legionari, invece, furono deportati
a Buchenwald e Dachau,
paradossalmente per sottrarli alle
vendette dei militari. Sima venne
liberato dall’internamento e, alla
fine di aprile del 1944, venne posto
a capo di un governo in esilio, dopo
la defenestrazione di Antonescu, ma
ormai l’avvicinarsi dell’Armata
Rossa e la fine della guerra avevano
reso inutile la riesumazione della
Legione.
Un’inquietante eredità
L’esperienza storica di Codreanu e
dei suoi legionari, caratterizzata
dalla messa in pratica dello
spontaneismo armato, è stata assunta
come dottrina di riferimento da
alcuni gruppi della destra eversiva
italiana nel corso degli anni
Settanta. Ad esempio, come nota
Miguel Gotor, “da Terza Posizione –
le cui cellule di base si chiamavano
cuib (‘nido’, in romeno) e i
vertici ‘legione’, due termini
ripresi evidentemente
dall’organizzazione della Guardia di
Ferro di Codreanu – e dai Nuclei
Armati Rivoluzionari dei fratelli
Fioravanti, che proprio dello
spontaneismo armato avevano fatto il
loro distintivo tratto identitario”
(Gotor, 2025: 92-93). Più in
particolare il neonazista Franco
Freda, responsabile insieme a
Giovanni Ventura, tra l’altro, della
strage di Piazza Fontana del 12
dicembre 1969, ha pubblicato,
tramite la propria casa editrice Ar,
varie opere di Codreanu, tra le
quali, nel 1970, il
Diario dal carcere e, nel 1972,
la
Guardia di Ferro, una sorta di
breviario dello stile di vita del
perfetto legionario rumeno, basato
su un prontuario di regole cui si
ispiravano i giovani aderenti a
Terza Posizione.
Il tradizionalismo antisemita e
antisistema di Codreanu, così come
il tradizionalismo catastrofista di
Julius Evola e il nazionalsocialismo
di Hitler, hanno rappresentato – e
in molti casi rappresentano ancora
oggi, se si considera che in tutta
la Penisola varie sedi di partiti e
organizzazioni di estrema destra
sono a lui intitolate – il brodo di
coltura di quello che Renzo De
Felice preferiva chiamare il
“neonazismo – e non solo neofascismo
– italiano” (De Felice, 1975:
98-99).
Riferimenti bibliografici: