[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 226 / OTTOBRE 2026 (CCLVII)


antica

LA CIVILTÀ DEL FIUME INDO
DALLA FORMIDABILE ASCESA AL MISTERIOSO CREPUSCOLO

di Matteo Liberti

 

Molti millenni fa, mentre lungo il Nilo splendeva la civiltà egizia e tra le sponde del Tigri e dell’Eufrate fioriva quella mesopotamica, tra l’odierno Pakistan e l’India, nella valle di un altro storico fiume – l’Indo – muoveva i suoi primi passi una terza grande civiltà, più estesa di tutte dal punto di vista geografico seppur meno nota. Tecnologicamente evoluta e artisticamente assai raffinata, essa raggiunse il proprio acme tra il III e il II millennio a.C., per poi sparire dalla scena in modo misterioso e apparentemente repentino. Prima di vagliare le ipotesi in campo circa il declino di quella che passerà alla Storia come “civiltà della valle dell’Indo”, è però opportuno tornare indietro di circa 5.000 anni, a quando tutto iniziò.

 

Genesi antica

 

Le origini di questa civiltà risalgono almeno alla seconda metà del IV millennio a.C., quando varie comunità dislocate nell’area del subcontinente indiano entrarono in contatto dando vita a un complesso culturale omogeneo. Iniziarono quindi a erigere grandi città, sia lungo le sponde dell’Indo e dei suoi affluenti sia in prossimità di altri corsi d’acqua, come il Sarasvati (ormai non più esistente), tanto che si parla anche di “civiltà dell’Indo-Sarasvati”. Oppure di “civiltà di Harappa”, dal nome del primo centro abitato scoperto in epoca moderna. Venuto alla luce nel 1856, durante i lavori per la costruzione dell’East Indian Railway (ferrovia realizzata dai britannici), questo divenne peraltro oggetto di scavi solo dagli anni venti del XX secolo, così come un altro grande centro, Mohenjo-daro, oggi patrimonio Unesco. Oltre a tali due città – fiorite in particolare dal 2600 a.C., ospitando assieme quasi 100.000 abitanti – la civiltà della valle dell’Indo edificò più di mille siti, ma in nessuno di essi sono rimaste vestigia di particolare imponenza, al contrario di quanto accaduto in Egitto e Mesopotamia. Nel complesso, i vari centri, rimasti floridi per un buon millennio, afferivano a un territorio che dall’India sfiorava le propaggini dell’Iran e quelle himalayane, e in cui vivevano circa cinque milioni di individui, ossia tra il 10 e il 15% della popolazione mondiale del tempo.

 

Puliti e non violenti

 

Una delle prime cose che colpì gli studiosi fu il fatto che i centri abitati avessero efficienti reti idriche e fognarie, con condotti che correvano sotto le arterie cittadine, mentre nel resto del mondo la maggior parte delle genti viveva in condizioni igieniche assai precarie. Sfruttando un sistema di canali e pozzi, la civiltà dell’Indo sviluppò invece una vera mania per le abluzioni, tanto che le abitazioni comprendevano spesso una stanza da bagno connessa direttamente alla rete idrica e a quella di smaltimento delle acque reflue. A volte era presente in città anche una grande vasca-piscina all’aperto, destinata secondo alcuni a scopi rituali. Di norma, i centri urbani erano divisi in due zone: una sopraelevata, detta “cittadella”, sede forse dei palazzi istituzionali, e una bassa, dove sorgevano magazzini, laboratori ed edifici abitativi. Ad abbracciare il tutto, una rete viaria con strade larghe fino a 10 metri intersecate da vicoli secondari che portavano alle singole case, solitamente a due piani, con pianta quadrata e costruite in mattoni dalle forme standardizzate (le genti dell’Indo ricorrevano a un sistema decimale di pesi e misure). Dagli studi archeologici risulta inoltre come tale società dovesse essere particolarmente pacifica. Quest’indole “non violenta” è stata dedotta dall’assenza di tracce di armi e di opere architettoniche difensive: le stesse mura presenti in molte città, infatti, sarebbero servite semplicemente a ripararsi dagli straripamenti dei fiumi.

 

Tra agricoltura e commercio

 

A caratterizzare la società dell’Indo – e a differenziarla da quella egizia e da quella mesopotamica – fu anche il fatto che probabilmente non vi erano poteri centrali, né di matrice regale né di tipo sacerdotale (non sono stati trovati resti né di templi né di palazzi rea­li). In assenza di sovrani, si ipotizza il ricorso a grandi assemblee di natura democratica, mentre per quanto riguarda il piano religioso gli unici indizi a disposizione consistono in raffigurazioni, poste su sigilli e altri reperti, di ipotetiche divinità come la dea madre, legata al concetto di fertilità, animali misteriosi come l’unicorno e scene di cerimonie rituali. Oltre a ciò, si suppone che tali genti credessero in un qualche aldilà, poiché nelle sepolture non mancavano vasellami e offerte propiziatorie. In vita, i popoli dell’Indo si dedicarono invece con successo a molteplici attività, a partire da quelle agricole, sfruttando la fertilità di territori irrigati da fiumi “fissi” e “stagionali”, come il Ghaggar-Hakra, variabile a seconda delle piogge monsoniche. Erano inoltre abili allevatori di bestiame, tra cui bufali ed elefanti, ed eccellenti artigiani. Tra le opere di pregio artistico – realizzate soprattutto con rame, bronzo e terracotta e adornate con avorio e lapislazzuli – si contano gioielli, sculture, strumenti musicali, vasellame e persino kit per la cosmesi. A contorno di tali attività vi era un intenso dinamismo commerciale, con gli spostamenti dei mercanti garantiti da innovazioni come il carro e il battello fluviale. I commercianti dell’Indo navigavano inoltre per mare, spingendosi fino alle coste persiane, mesopotamiche e della penisola arabica.

 

Misteri linguistici

 

Nei numerosi sigilli rinvenuti dagli archeologi, oltre alle rappresentazioni sacre spiccano quelle di piante e animali nonché alcune misteriose scritte tuttora indecifrate, anche se gli studiosi hanno isolato circa 400 segni (incluse le varianti di uno stesso carattere) notando che la quasi totalità delle iscrizioni, presenti anche in molti vasi di ceramica, non supera i 5 caratteri. Si potrebbe perciò trattare di una specie di ideogrammi, oppure di un qualche sistema d’identificazione di persone e merci: una sorta di “etichettatura” in cui a ogni soggetto erano assegnati determinati simboli. Tuttavia, è possibile che siano esistiti anche testi più articolati, andati perduti. A ogni modo, anche laddove le iscrizioni rimandassero a un vero linguaggio, questo deriverebbe verosimilmente da un gruppo linguistico estinto, ed è quindi assai arduo trovare un idioma “parente” da usare come elemento di paragone per avviare una decifrazione. Il mistero di tale scrittura rischia dunque di rimanere tale, così come quello che più appassiona gli storici, relativo ai motivi per cui, quasi all’improvviso, la civiltà della valle dell’Indo andò incontro alla fine.

 

Oscura scomparsa

 

Fu più o meno a partire dal 1900 a.C. che le città iniziarono a svuotarsi, e nel giro di un paio di secoli molte di esse finirono del tutto abbandonate (in molti si misero in marcia verso Est), mentre i centri agricoli rimasero attivi per più tempo. La ragione? In un primo momento si pensò a un’invasione straniera, per esempio da parte degli Indoari. Questi, partendo dalle alture dell’Iran, penetrarono in effetti in terra indiana, radicandovi le proprie tradizioni, ma solo quando il tramonto della civiltà dell’Indo era già in fase avanzata. Un’altra possibile causa è stata quindi individuata in un mutamento climatico che avrebbe inaridito l’ambiente, facendo seccare alcuni fiumi e innescando estesi movimenti migratori che ridussero la quantità di popolazione utile al mantenimento della civiltà, ma anche in tal caso non si hanno certezze. Semmai, un altro sconvolgimento ecologico, connesso a movimenti tettonici, potrebbe aver provocato uno spostamento del corso di taluni fiumi, rendendo così fertili altre terre. Infine, ad accelerare il tracollo, potrebbe essere stato il declino di alcune vie commerciali “internazionali”. Quale che sia il motivo della scomparsa della civiltà della valle dell’Indo, è però certo che in pochi secoli del suo splendore si perse la memoria, seppure alcuni elementi culturali, come la non violenza, si ritroveranno nella successiva storia indiana. E oggi, dopo il recupero archeologico iniziato nel secolo scorso, dacché parecchi siti devono ancora essere scavati, in molti sono in trepida attesa di nuove scoperte sugli antichi e misteriosi abitanti del subcontinente indiano.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]