LA CIVILTÀ DEL FIUME INDO
DALLA FORMIDABILE ASCESA AL
MISTERIOSO CREPUSCOLO
di Matteo Liberti
Molti millenni fa, mentre lungo il
Nilo splendeva la civiltà egizia e
tra le sponde del Tigri e
dell’Eufrate fioriva quella
mesopotamica, tra l’odierno Pakistan
e l’India, nella valle di un altro
storico fiume – l’Indo – muoveva i
suoi primi passi una terza grande
civiltà, più estesa di tutte dal
punto di vista geografico seppur
meno nota. Tecnologicamente evoluta
e artisticamente assai raffinata,
essa raggiunse il proprio acme tra
il III e il II millennio a.C., per
poi sparire dalla scena in modo
misterioso e apparentemente
repentino. Prima di vagliare le
ipotesi in campo circa il declino di
quella che passerà alla Storia come
“civiltà della valle dell’Indo”, è
però opportuno tornare indietro di
circa 5.000 anni, a quando tutto
iniziò.
Genesi antica
Le origini di questa civiltà
risalgono almeno alla seconda metà
del IV millennio a.C., quando varie
comunità dislocate nell’area del
subcontinente indiano entrarono in
contatto dando vita a un complesso
culturale omogeneo. Iniziarono
quindi a erigere grandi città, sia
lungo le sponde dell’Indo e dei suoi
affluenti sia in prossimità di altri
corsi d’acqua, come il Sarasvati
(ormai non più esistente), tanto che
si parla anche di “civiltà dell’Indo-Sarasvati”.
Oppure di “civiltà di Harappa”, dal
nome del primo centro abitato
scoperto in epoca moderna. Venuto
alla luce nel 1856, durante i lavori
per la costruzione dell’East Indian
Railway (ferrovia realizzata dai
britannici), questo divenne peraltro
oggetto di scavi solo dagli anni
venti del XX secolo, così come un
altro grande centro, Mohenjo-daro,
oggi patrimonio Unesco. Oltre a tali
due città – fiorite in particolare
dal 2600 a.C., ospitando assieme
quasi 100.000 abitanti – la civiltà
della valle dell’Indo edificò più di
mille siti, ma in nessuno di essi
sono rimaste vestigia di particolare
imponenza, al contrario di quanto
accaduto in Egitto e Mesopotamia.
Nel complesso, i vari centri,
rimasti floridi per un buon
millennio, afferivano a un
territorio che dall’India sfiorava
le propaggini dell’Iran e quelle
himalayane, e in cui vivevano circa
cinque milioni di individui, ossia
tra il 10 e il 15% della popolazione
mondiale del tempo.
Puliti e non violenti
Una delle prime cose che colpì gli
studiosi fu il fatto che i centri
abitati avessero efficienti reti
idriche e fognarie, con condotti che
correvano sotto le arterie
cittadine, mentre nel resto del
mondo la maggior parte delle genti
viveva in condizioni igieniche assai
precarie. Sfruttando un sistema di
canali e pozzi, la civiltà dell’Indo
sviluppò invece una vera mania per
le abluzioni, tanto che le
abitazioni comprendevano spesso una
stanza da bagno connessa
direttamente alla rete idrica e a
quella di smaltimento delle acque
reflue. A volte era presente in
città anche una grande vasca-piscina
all’aperto, destinata secondo alcuni
a scopi rituali. Di norma, i centri
urbani erano divisi in due zone: una
sopraelevata, detta “cittadella”,
sede forse dei palazzi
istituzionali, e una bassa, dove
sorgevano magazzini, laboratori ed
edifici abitativi. Ad abbracciare il
tutto, una rete viaria con strade
larghe fino a 10 metri intersecate
da vicoli secondari che portavano
alle singole case, solitamente a due
piani, con pianta quadrata e
costruite in mattoni dalle forme
standardizzate (le genti dell’Indo
ricorrevano a un sistema decimale di
pesi e misure). Dagli studi
archeologici risulta inoltre come
tale società dovesse essere
particolarmente pacifica.
Quest’indole “non violenta” è stata
dedotta dall’assenza di tracce di
armi e di opere architettoniche
difensive: le stesse mura presenti
in molte città, infatti, sarebbero
servite semplicemente a ripararsi
dagli straripamenti dei fiumi.
Tra agricoltura e commercio
A caratterizzare la società
dell’Indo – e a differenziarla da
quella egizia e da quella
mesopotamica – fu anche il fatto che
probabilmente non vi erano poteri
centrali, né di matrice regale né di
tipo sacerdotale (non sono stati
trovati resti né di templi né di
palazzi reali). In assenza di
sovrani, si ipotizza il ricorso a
grandi assemblee di natura
democratica, mentre per quanto
riguarda il piano religioso gli
unici indizi a disposizione
consistono in raffigurazioni, poste
su sigilli e altri reperti, di
ipotetiche divinità come la dea
madre, legata al concetto di
fertilità, animali misteriosi come
l’unicorno e scene di cerimonie
rituali. Oltre a ciò, si suppone che
tali genti credessero in un qualche
aldilà, poiché nelle sepolture non
mancavano vasellami e offerte
propiziatorie. In vita, i popoli
dell’Indo si dedicarono invece con
successo a molteplici attività, a
partire da quelle agricole,
sfruttando la fertilità di territori
irrigati da fiumi “fissi” e
“stagionali”, come il Ghaggar-Hakra,
variabile a seconda delle piogge
monsoniche. Erano inoltre abili
allevatori di bestiame, tra cui
bufali ed elefanti, ed eccellenti
artigiani. Tra le opere di pregio
artistico – realizzate soprattutto
con rame, bronzo e terracotta e
adornate con avorio e lapislazzuli –
si contano gioielli, sculture,
strumenti musicali, vasellame e
persino kit per la cosmesi. A
contorno di tali attività vi era un
intenso dinamismo commerciale, con
gli spostamenti dei mercanti
garantiti da innovazioni come il
carro e il battello fluviale. I
commercianti dell’Indo navigavano
inoltre per mare, spingendosi fino
alle coste persiane, mesopotamiche e
della penisola arabica.
Misteri linguistici
Nei numerosi sigilli rinvenuti dagli
archeologi, oltre alle
rappresentazioni sacre spiccano
quelle di piante e animali nonché
alcune misteriose scritte tuttora
indecifrate, anche se gli studiosi
hanno isolato circa 400 segni
(incluse le varianti di uno stesso
carattere) notando che la quasi
totalità delle iscrizioni, presenti
anche in molti vasi di ceramica, non
supera i 5 caratteri. Si potrebbe
perciò trattare di una specie di
ideogrammi, oppure di un qualche
sistema d’identificazione di persone
e merci: una sorta di
“etichettatura” in cui a ogni
soggetto erano assegnati determinati
simboli. Tuttavia, è possibile che
siano esistiti anche testi più
articolati, andati perduti. A ogni
modo, anche laddove le iscrizioni
rimandassero a un vero linguaggio,
questo deriverebbe verosimilmente da
un gruppo linguistico estinto, ed è
quindi assai arduo trovare un idioma
“parente” da usare come elemento di
paragone per avviare una
decifrazione. Il mistero di tale
scrittura rischia dunque di rimanere
tale, così come quello che più
appassiona gli storici, relativo ai
motivi per cui, quasi
all’improvviso, la civiltà della
valle dell’Indo andò incontro alla
fine.
Oscura scomparsa
Fu più o meno a partire dal 1900
a.C. che le città iniziarono a
svuotarsi, e nel giro di un paio di
secoli molte di esse finirono del
tutto abbandonate (in molti si
misero in marcia verso Est), mentre
i
centri agricoli rimasero attivi per
più tempo. La ragione? In un
primo momento si pensò a
un’invasione straniera, per esempio
da parte degli Indoari. Questi,
partendo dalle alture dell’Iran,
penetrarono in effetti in terra
indiana, radicandovi le proprie
tradizioni, ma solo quando il
tramonto della civiltà dell’Indo era
già in fase avanzata. Un’altra
possibile causa è stata quindi
individuata in un mutamento
climatico che avrebbe inaridito
l’ambiente, facendo seccare alcuni
fiumi e innescando estesi movimenti
migratori che ridussero la quantità
di popolazione utile al mantenimento
della civiltà, ma anche in tal caso
non si hanno certezze. Semmai, un
altro sconvolgimento ecologico,
connesso a
movimenti tettonici, potrebbe aver
provocato uno spostamento del corso
di taluni fiumi, rendendo così
fertili altre terre. Infine, ad
accelerare il tracollo,
potrebbe essere stato il declino di
alcune vie commerciali
“internazionali”. Quale che sia il
motivo della scomparsa della civiltà
della valle dell’Indo, è però certo
che in pochi secoli del suo
splendore si perse la memoria,
seppure alcuni elementi culturali,
come la non violenza, si
ritroveranno nella successiva storia
indiana. E oggi, dopo il recupero
archeologico iniziato nel secolo
scorso, dacché
parecchi siti devono ancora essere
scavati, in molti sono in
trepida attesa di nuove scoperte
sugli antichi e misteriosi abitanti
del subcontinente indiano.