[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 222 / GIUGNO 2026 (CCLIII)


antica

A PROPOSITO di ETRUSCHI
L'IMMENSO COSMO CULTURALE DI UNA SPLENDIDA CIVILTÀ

di Federica Campanelli

 

Quando Roma era ancora un piccolo villaggio rurale sulle rive del Tevere, il popolo degli etruschiera in pieno fermento culturale. Già tra l’VIII e il VII secolo a.C., l’Etruria aveva mostrato grandi abilità nella navigazione, nella lavorazione dei metalli e in ambito ingegneristico-architettonico, divenendo il maggiore partner commerciale delle popolazioni egee e delle colonie greche nel Sud Italia, da cui apprese l’alfabeto. Tuttociò contribuì a plasmare una civiltà straordinaria e tecnologicamente avanzata, con una salda tradizione religiosa e un tessuto sociale incredibilmente organizzato e moderno, dovela donna godeva di più diritti rispetto a quanto avveniva altrove. Lungi dall’essere un popolo caduto nell’oblio, gli etruschi hanno trasmessotraccesignificative del loro immenso cosmo culturale – la cui eredità risulterà oltremodo prezioso per lo sviluppo della stessa Roma – negli antichi insediamenti, nei reperti e soprattutto nelle coloratissime pitture tombali.

 

Organizzati

 

L’organizzazione del popolo etrusco era molto simile a quello delle poleis greche, fondata sulla presenza di città-stato libere e indipendenti tra di loro, ma accomunate dagli stessi interessi politici, commerciali e religiosi. Stando agli autori antichi, tale comunanza d’interessi portò alla nascita della “lega etrusca”, confederazione formata dalle dodici città più importanti dell’Etruria propria (il cui territorio comprendeva Toscana, Umbria occidentale e Lazio settentrionale), ognuna delle quali era capeggiata da un proprio re chiamato lucumone. Non sappiamo con esattezza quali fossero i componenti della lega, ma di sicuro ne facevano parte Arezzo, Cerveteri, Chiusi, Cortona, Perugia, Populonia, Roselle, Tarquinia, Volterra e Veio, a cui forse si affiancavano Vetulonia e Bolsena. Nemmeno gli scrittori del passato hanno lasciato un elenco di queste città, ma è interessante scoprire come il numero “dodici” ebbe un impatto significativo sulla neonata Roma. Secondo lo storico romano Tito Livio, autore di Ab urbe condita (I secolo a.C.), Romolo scelse infatti di circondarsi di dodici littori (le guardie del corpo del re) ispirandosi proprio alla dodecapoli: «Non mi dispiace l’opinione [...] che questa specie di guardie di scorta sia derivata, come pure il loro numero, dai vicini etruschi. Perché dopo che il re era stato eletto in comune dai loro dodici Stati, ciascuno di questi gli assegnava un littore».

 

Città sicure

 

E a proposito di città: gli etruschi sono noti per esser stati degli eccellenti costruttori, capaci di adattarsi appieno ai vincoli imposti dal territorio. Nell’Italia centrale, caratterizzata da un profilo collinare, costruirono i loro abitati su fortezze naturali, circondati da ripidi precipizi e cinte murarie inattaccabili, come le “mura ciclopiche” di Roselle (Grosseto) o quelle di Volterra (Pisa). Altro elemento peculiare del paesaggio etrusco è il tufo, roccia vulcanica tenerissima che influenzò notevolmente la loro ingegneria edilizia. In tal senso, un celebre esempio è rappresentato dalle spettacolari “vie cave” che sorgono in buona parte nel territorio di Sorano, Sovana e Pitigliano, nella bassa Toscana. Si tratta di una fitta rete di strade tortuose, profondamente scavate nelle colline tufacee e lunghe da poche centinaia di metri a oltre un chilometro. Poiché non esistono riscontri di simili opere ingegneristiche in alte civiltà, questi percorsi sono ancora oggi avvolti nel mistero: oltre a fungere da collegamento tra i centri abitati e le necropoli, essi potrebbero aver avuto anche una funzione difensiva, vista la loro profondità (che in alcuni punti raggiunge i 25 metri). Laddove, invece, la superficie del terreno si presentava piana nacquero insediamenti più regolari, come la colonia di Kainua (attuale Marzabotto, Bologna), situata nell’Etruria padana, il cui impianto cittadino presentava quattro assi viari rigorosamente ortogonali e disposti secondo i punti cardinali. «Le città etrusche con piano urbanistico ben definito venivano fondate con l’ausilio di accurati riti», spiega l’etruscologo Jean-Marc Irollo nel saggio Gli etruschi. Alle origini della nostra civiltà (Dedalo). «I sacerdoti determinavano l’orientamento della città in base alle due linee che s’intersecavano perpendicolarmente, il decumanus, indirizzato sull’asse est-ovest, e il cardo, sull’asse nord-sud. Il fondatore tracciava i confini scavando un solco, quindi sollevava l’aratro là dove sarebbero state le porte della città». Tale modello urbanistico – confluito nella struttura razionale delle città romane – giunse peraltro in Etruria attraverso la mediazione delle città greche dell’Italia meridionale.

 

Ingegneri

 

Anche in campo ingegneristico, gli etruschi non ebbero nulla da invidiare ai vicini romani. Furono anzi le loro competenze a permettere la costruzione di alcune delle maggiori infrastrutture della Roma delle origini, su tutti la Cloaca Maxima, il più grandioso sistema fognario cittadino. La sua realizzazione si deve al primo re della dinastia etrusca dei Tarquinii, Tarquinio Prisco (616-579 a.C.), che in tal modo rese possibile la bonifica dell’area paludosa compresa tra Campidoglio, Palatino e Quirinale, laddove sorgerà il Foro Romano, cuore pulsante della vita pubblica dell’Urbe. «I costruttori etruschi erano veri esperti nelle tecniche di risanamento delle terre», scrive Irollo. «Furono infatti loro a valorizzare le aree palustri dell’odierna Maremma, dove tracciarono un’immensa rete di canali di scolo e di prosciugamento, talvolta sotterranei, al fine di drenare le acque stagnanti che la rendevano insalubre». Di tale perizia rimangono oggi mirabili esempi tra cui il “Labirinto di Porsenna” (così battezzato perché un tempo ritenuto il mausoleo dell’omonimo lucumone chiusino), costituito da un intricato sistema di canali idrici che si snodano sotto a Chiusi (Siena), oppure la vasta rete di cunicoli artificiali – lunga complessivamente 50 chilometri – realizzata nelle campagne di Veio (Roma) per la regimazione delle acque e l’irrigazione. Ma il lascito più prezioso è forse l’arco a tutto sesto, portato ai massimi splendori dall’architettura romana: pur non essendone gli inventori (l’arco era già noto in Mesopotamia e in Grecia), gli etruschi furono il primo popolo italico a impiegarlo nelle loro costruzioni, in particolare nelle porte che si aprivano sulle mura monumentali delle città.

 

Tesori dall’aldilà

 

Nel complesso, la nostra conoscenza sulla civiltà etrusca si basa sui reperti archeologici, non essendoci pervenute opere scritte o trattati antichi che parlino in maniera approfondita della loro cultura. In tal contesto, le necropoli rappresentano sicuramente una fonte eccezionale di informazioni: grazie alle ricchezze accumulate nelle tombe delle famiglie più in vista, apprendiamo per esempio che gli etruschi eccellevano nell’oreficeria, raggiungendo il massimo nel VII secolo a.C., durante il periodo “orientalizzante”. Le tecniche utilizzate erano diverse, dallo sbalzo all’incisione e dal pulviscolo alla più raffinata granulazione, introdotta probabilmente dai maestri orafi provenienti dal Mediterraneo orientale. Un altro aspetto che emerge dalle necropoli è il gusto degli etruschi per il lusso. «Le pitture tombali del VI-V secolo a.C. ci offrono abbondanti prove della gioia di vivere che caratterizzava il ceto aristocratico, il cui tenore di vita emerge dalle rappresentazioni dei simposi e degli svaghi che i signori si concedevano, nonché dai costosi oggetti di cui si circondavano, importati dalla Grecia e dall’Oriente o commissionati agli artigiani locali», spiega Irollo. Le raffigurazioni pittoriche, tra l’altro, sopperiscono alla mancanza di reperti facilmente deperibili come le stoffe. «Le pitture attestano l’uso di tessuti preziosi nell’arredamento e nell’abbigliamento, con splendide stoffe che adornavano le tavole e ricoprivano i letti conviviali, riccamente corredati da cuscini che li rendevano più confortevoli», continua l’etruscologo. Insomma, oltre a essere eccellenti costruttori, mercanti e artigiani, gli etruschi erano un popolo di edonisti che ben sapeva come godersi i piaceri della vita!

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]