[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

193 / GENNAIO 2024 (CCXXIV)


arte

suGLI AFFRESCHI DELLA CATTEDRALE DI ORTONA

TRA LE DUE GUERRE E OLTRE / I

di Teresa Nicolangelo

 

Ortona, dicembre 1943. La settimana di Natale è ben lontana dal dispensare pace e serenità alla città, ma vi si abbatte, squassandone il cuore, al pari di un fulmine che si abbatta su di un albero, squarciandone il tronco: tutto ciò che rimane in seguito è soltanto l’altissimo tributo di vite umane versato (tra civili e un’intera generazione di giovanissimi militari, arruolati principalmente sotto bandiera canadese) – e che è valso alla cittadina il triste appellativo di “Piccola Stalingrado” –, unito a un cumulo di macerie.

 

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Rovine della Cattedrale di San Tommaso Apostolo in seguito alla distruzione

per mano tedesca del 21 dicembre del 1943


In occasione dell’ottantesimo anniversario della liberazione della città per mano alleata, celebrato il 28 dicembre scorso 2023, si vogliono affidare alla memoria le ultime fasi di quella che si è tramutata da simbolo della devozione della città a simbolo del suo martirio, la Cattedrale di San Tommaso Apostolo, minata e sventrata da mano tedesca, ulteriore beffa sacrilega, proprio all’alba del giorno della festività dedicata al santo, il 21 dicembre.


Intitolata a Maria nel suo impianto originario (senza risalire alle precedenti fasi paleocristiana e bizantina, dalla planimetria lievemente difforme), databile al 1127 (come attestato dalla lapide dedicatoria, ora al Museo Diocesano), la cattedrale ortonese, come si è detto, oggi dedicata all’apostolo Tommaso – del quale dal 1258 è custode delle reliquie – ha attraversato nei secoli numerosi rimaneggiamenti, a causa di eventi traumatici (i sismi del 1676 e del 1703, le profanazioni turca del 1566 e francese del 1799), ma anche per maggior gloria del prezioso thesaurum fidei di cui è custode, giungendo infine a conoscere nel XX secolo un’intensa stagione di rivisitazioni e restauri, dovuti certamente allo zelo devozionale popolare, ma anche e soprattutto alle vicissitudini storiche che, come accennato in precedenza, nel corso del secondo conflitto mondiale hanno inferto profonde ferite alla popolazione, al territorio, all’edificio sacro.


La successione degli eventi è ben documentata e ricostruibile grazie ai verbali di delibera e alla cronaca dell’epoca, i quali informano della volontà, da parte del Capitolo Generale e di cittadini benemeriti, d’intraprendere importanti restauri nel tempio, sempre più deteriorato sia all’interno che all’esterno, proposito ulteriormente favorito dal clima speranzoso scaturito dal termine fausto della Grande Guerra e dal recente insediamento del nuovo vescovo, Mons. Nicola Piccirilli, al termine di una vacanza episcopale in diocesi durata ben sedici mesi.

 

Nel settembre 1919, con una missiva in cui si richiede una valutazione statica dell’edificio e un consiglio su stile decorativo e ordine di realizzazione degli interventi da attuare, si sceglie di rivolgersi direttamente a Giovan Battista Giovenale, architetto artefice dei Sacri Palazzi Apostolici, invito e incarico che l’architetto accetta, redigendo a seguito della sua visita una puntuale e dettagliata relazione in cui rassicura sull’aspetto statico e sull’opportunità di alcuni interventi, tra i quali il rimaneggiamento della cupola a tiburio eretta nel 1719, necessitante principalmente di un rivestimento in piombo in grado di arginare le numerose infiltrazioni, oltre che di una decorazione adeguata all’importanza del sacro edificio.

 

Il progetto del Giovenale trova entusiastico consenso: l’opera di restauro prende l’avvio e prosegue senza posa e senza soluzione di continuità persino quando, alla scomparsa dell’architetto, si decide di far succedere il figlio Luigi nella direzione dei lavori, mettendo mano dapprima al restauro delle cappelle, poi al rivestimento della cupola e alla sua classicheggiante decorazione a lacunari in stucco dorato, affidata al romano Francesco Sarti, mentre una relazione del Comitato Esecutivo Pro Restauri Cattedrale, in data 7 gennaio 1930, informa dell’intenzione del Presidente, il Podestà Romolo Bernabeo, di affidare la decorazione a fresco delle quattro vele di sostegno alla cupola “all’ortonese Sig. Antonio Piermatteo che per concorso, a giudizio di competenti, e del pubblico, è risultato uno dei migliori, e il cui valore artistico è stato riconosciuto dallo stesso Ing. Giovenale”, opinione del resto condivisa e congiuntura auspicata anche dalla stampa locale, spesso assumente la voce di Alfredo Francia: «Altra prova di tutto l'interessamento che spiega il benemerito Comitato sta nel fatto che in questi giorni esso ha creduto doveroso di esporre i bozzetti inviati dai vari artisti, per far dipingere nei quattro piloni, le figure dei primi storici della vita messianica del Nazareno. Il nostro pittore Antonio Piermatteo, invitato anch’egli ha fatto pervenire al comitato due bozzetti: un S. Marco e S. Giovanni. In questi due lavori l'autore sia per la muscolatura possente con cui ha disegnato le due figure, sia per le carni aduste, quasi bronzee, cui un prestigioso giuoco di luci dà ai due corpi un rilievo esuberante, mostra di essersi ispirato – con giusto criterio – ai nostri grandi maestri del ’500, acciocchè i dipinti siano in armonia con lo stile del tempio, che è appunto il Rinascimento. Veneranda oltre ogni dire è la imponente figura di S. Marco, che ci apparisce veramente mistico nel momento in cui un angelo del Signore gli addita il Cielo, onde egli a quel gesto si spiritualizzata, e resta assorto nella divina contemplazione. Indovinatissimo il S. Giovanni dal volto austeramente dolce, nella calma appariscente del quale c'è qualcosa che atterrisce perché dopo che avrà scritto l'Evanglio, che un paffutello spirito celeste gl'ispira, ci annuncierà dall’isola di Patmos i supremi decreti di un Dio inflessibile. In questi due lavori ben si ravvisano – oltre il misticismo – la correttezza nel disegno, il movimento, la vita, onde ben possiamo esser certi che essi accresceranno imponenza e vaghezza al tempio che, per mole e architettura, è tra le prime chiese d’Abruzzo» (“La Nuova Fiaccola”, 15 giugno 1930).


Nella primavera del 1931 Antonio Piermatteo espone in Cattedrale il bozzetto/cartone preparatorio in scala reale del primo Evangelista che è chiamato a realizzare: «La maschia, meravigliosa imponenza di questo quadro colpisce subito l'animo di chi guarda: lo storico della Chiesa sostiene con la sinistra un volume aperto, mentre tra le dita della mano destra stringe la penna, con cui scriverà la vita messianica del Nazareno. Lo sguardo di questa figura concepita dal giovine autore rivela in modo mirabile che l'Evangelista è tutto assorto ad ascoltare quando un alato messaggero gl'ispira, additandogli il cielo. Il Piermatteo, nel suo impeto dinamico, ha avuto la visione precisa di quando doveva compiere col suo pennello; ha messo a nudo i muscoli, ha disegnato scorci ardimentosi e, nella calma austera e grave del suo S. Marco, ha impresso qualcosa che atterrisce e che ci obbliga a meditare sul profondo mistero della Divinità. Questo lavoro del Piermatteo è ben riuscito, come ebbe a giudicare la commissione espressamente nominata, onde – dato il genio che lo anima – saprà certamente riuscire a concepire anche le figure degli altri tre Evangelisti» (“La Nuova Fiaccola”, 31 maggio 1931).


Nell’agosto dello stesso anno i bozzetti preparatori degli altri Evangelisti sono pronti per essere sottoposti nuovamente al giudizio di conformità del Comitato e ancora una volta è la stampa dell’epoca ad aiutare nella puntuale ricostruzione degli eventi, in qualche modo percepiti dalla cittadina come epocali: «Ultimato il primo affresco di San Marco Evangelista, si è proceduto al collaudo alla presenza del Commissario Prefettizio del Comune cav. Uff. dottor Francesco Sestini, dall’architetto comm. Luigi Giovenale di Roma, del Presidente del Comitato rev. don Giuseppe Venturini, del Componente Camillo Garzarelli, dell’architetto prof. Paride Pozzi e dell’artista Rocco Basta. Preso in esame l’Evangelista San Marco, eseguito ad affresco dal Piermatteo, si è riscontrato conforme al bozzetto e al cartone già approvati, lodandone la no-tevole composizione e il buon modellato. Quanto ai colori si è ritenuto che dal completamento degli altri Evangelisti e dopo la tinteggiatura e doratura degli arconi, essi risulteranno più intonati all’ambiente. Esaminati poi i cartoni degli altri tre evan-gelisti San Giovanni, San Luca e San Matteo, la Commissione ne ha lodato la composizione e il modellato. Dopo approvata l’opera già eseguita dal Piermatteo, al medesimo è stata affidata l’esecuzione degli altri tre affreschi. […] La figura dell’Evangelista già dipinta dal Piermatteo è magistralmente disegnata tanto nei particolari anatomici, quanto nel difficile effetto prospettico. Nel suo panneggio, di fattura modernizzata, la bella figura si stacca in una completa armonia di vivaci colorazioni. Il leone, i putti nei loro ben appropriati atteggiamenti, i motivi architettonici, lo sfondo arioso incorniciano egregiamente la figura del santo formando un quadro di piena vitalità artistica. Nella forza del disegno dei cartoni pronti per le altre tre figure da affrescare è facile trarre tutto il miglior auspicio per la perfetta riuscita delle pitture che completeranno quest’opera veramente degna del maggior tempio di questa città» (“La Nuova Fiaccola”, 23 agosto 1931).

 

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A. Piermatteo, I quattro Evangelisti, affreschi delle vele della cupola della Cattedrale di San Tommaso Apostolo

in Ortona. In senso orario: San Matteo (unico superstite  alla deflagrazione del 21 dicembre del 1943);

San Marco; San Luca; San Giovanni.


Il fastoso stile rinascimentale (indicazione decorativa del comitato, ma anche personale suggestione derivante dalla formazione romana dell’artista), che s’impone alla vista dell’osservatore in particolar modo nella possanza e nella poderosa anatomia dei corpi – per nulla eterei –, viene alleggerito e riattualizzato attraverso una certa stilizzazione dei panneggi, che è testimone del gusto déco dell’epoca: se Marco, di michelangiolesca memoria – riecheggiando nella torsione del capo rispetto alla frontalità del busto, nel trattamento delle ciocche fiammeggianti della barba e nell’attitudine (medesima postura, ma orientamento inverso delle gambe) il celebre Mosè –, occhieggia a El greco per le proporzioni allungate e la cromia che s’intuisce la più intensa del gruppo pittorico; e se Luca, con la sua lunga barba, il libro e l’espressione meditabonda sembra strizzare l’occhio a una certa iconografia paolina, mentre Giovanni, nella sua versione giovanile sembra ricalcare quella dell’episodio che lo vede protagonista della storia con calice e serpentello a Efeso; è nel Matteo superstite – singolare coincidenza – che sembra sublimarsi, persino nella testa del Santo, tutta la classicità e la vis del modellato antico.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]