[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 225 / SETTEMBRE 2026 (CCLVI)


contemporanea

QUANDO CHIESA E PCI SI TESERO LA MANO
CARTEGGIO BETTAZZI-BERLINGUER

di Luca De Marco

 

Quella contemporanea è una società iper-polarizzata, in cui lo scontro frontale appare l’unico modo possibile per fare politica e accrescere il proprio consenso, in cui gli slogan hanno soppiantato, da tempo, i programmi e in cui il dialogo sembra essere stato messo da parte, riposto in un cassetto ormai polveroso, sostituito da nuove modalità di confronto, più adatte alle moderne forme di comunicazione. Ebbene, spesso gli anniversari della storia vengono incontro ai posteri come fertili occasioni di riscoperta del passato nell’ottica di un miglioramento del presente, perciò i cinquant’anni dall’inizio del carteggio tra il vescovo di Ivrea, monsignor Luigi Bettazzi, e il segretario del PCI, Enrico Berlinguer, rappresentano un invito da cogliere al volo per riflettere sulla capacità di dialogare anche fra parti ideologicamente contrapposte, tra membri di fazioni all’apparenza inconciliabili, come lo erano la Chiesa cattolica e il più grande partito comunista dell’occidente: la loro lezione, coraggiosa e osteggiata da alcune frange delle rispettive istituzioni (reazioni particolarmente dure incontrò l’iniziativa di Bettazzi, che fu definito «vescovo rosso»), può oggi fornire nuova attrattiva all’arte del venirsi incontro.

 

Il contesto storico

 

La lettera aperta indirizzata a Enrico Berlinguer da monsignor Luigi Bettazzi, datata 6 luglio 1976, si inserisce all’interno di un contesto politico e sociale particolarmente rilevante, che richiede dunque quantomeno alcuni cenni al fine di garantire la piena comprensione del carteggio e della sua portata. Il 1976 fu un anno cruciale per la sinistra italiana: pochi giorni prima della pubblicazione della lettera di Bettazzi, infatti, alle elezioni politiche del 20 e 21 giugno, il PCI aveva raggiunto il suo massimo storico, superando il 34% dei consensi e fermandosi ad appena quattro punti percentuali dalla DC. Dal punto di vista politico le conseguenze furono enormi: fu proprio tale affermazione elettorale dei comunisti a convincere definitivamente buona parte dei vertici democristiani (su tutti, com’è noto, Moro e Zaccagnini) della necessità di coinvolgere, in maniera graduale, il PCI nella direzione del Paese, e dunque di accogliere la proposta del «compromesso storico» lanciata da Berlinguer già nel 1973, con una serie di articoli su Rinascita, alla luce del golpe di Augusto Pinochet in Cile. Del compromesso storico si è già scritto e parlato tanto e bene, e non occorre qui soffermarsi ulteriormente sul tema.

 

Più rilevante, ai fini dell’argomento, è un’ulteriore novità legata alle consultazioni del 1976: l’elezione, nelle fila del PCI, di una serie di cattolici indipendenti (che infatti poi, d’intesa con i vertici del partito, non aderirono al gruppo comunista al Parlamento, ma a quello della Sinistra indipendente). Si trattava di un ulteriore slancio in avanti nel rapporto tra il PCI e il cattolicesimo, impossibile da ignorare tanto per i vertici della Chiesa, tra i quali si registrò un certo sconcerto, quanto per la DC. Lo stesso Bettazzi si rese conto della straordinarietà dell’evento, tant’è che ne fa esplicita menzione nella sua lettera, ove parla del «fatto nuovo dei “cristiani” che avete voluto tra i vostri candidati, e che avete fatto eleggere». Il contenuto della corrispondenza fu certamente rilevante per il dibattito politico dell’epoca; in particolare, la risposta di Berlinguer a Bettazzi suscitò reazioni diverse all’interno del mondo cattolico, portando alla pubblicazione di articoli e riflessioni sulle maggiori riviste e quotidiani cattolici, quali L’Osservatore Romano e Civiltà Cattolica.

 

La lettera di Bettazzi

 

La lettera di monsignor Bettazzi si apre con un duplice atteggiamento: da un lato la guardinga premessa circa l’ideologia marxista «evidentemente inconciliabile con la fede cristiana», dall’altro l’apertura nei confronti dell’interlocutore, a partire dalla presa di coscienza della «comune preoccupazione per un avvenire dell’Italia più cristiano e più umano». Già queste primissime righe basterebbero a riassumere l’intero contenuto della riflessione di Bettazzi, tutta impegnata a tenere insieme due realtà al contempo inconciliabili sul piano teorico e più vicine del previsto su quello pratico; da un lato a mostrare preoccupazione per gli atteggiamenti dei partiti comunisti nei Paesi in cui detengono il potere («in troppo paesi lo sforzo legittimo per un rinnovamento socialista della collettività è accompagnato da eccessi violenti di soppressione di troppe libertà, compresa quella religiosa») e a chiedere a Berlinguer rassicurazioni a proposito, dall’altro a riconoscere al segretario senza esitazioni «il vostro atteggiamento (confermato dalle posizioni ch'Ella ha assunto pubblicamente sul piano internazionale), che sembrerebbe tendere a realizzare un'esperienza originaria di comunismo, diversa dai comunismi di altre nazioni».

 

In definitiva, ciò che si riscontra, per quanto riguarda Bettazzi, è la volontà di guardare non con pregiudizi, ma al contrario con fiducia e sincero interesse, a una realtà politica che per moltissimi, soprattutto per i più deboli, rappresenta l’ultima speranza in un avvenire migliore, in un’emancipazione dalla propria condizione che è tutt’altro che in contrasto con la fede cattolica. Proprio a tal proposito il vescovo afferma che «“il Vangelo” non costituisce un'alternativa, tanto meno una contrapposizione alla “liberazione” dell'uomo, ma ne dovrebbe costituire l'ispirazione e l'anima». Particolare rilievo hanno, nella riflessione di Bettazzi, i tanti cattolici tra gli elettori del PCI: «Penso a quelli che hanno votato per voi e sono cristiani, e non intendono rinunciare alla loro fede religiosa, che anzi – forse nella sofferenza per la “disobbedienza” alla gerarchia – pensano così di promuovere una società più giusta, più solidale, più partecipata, quindi più cristiana».

 

Così si comprende il sentimento scatenante, il fuoco ispiratore dell’interesse al dialogo con una realtà così lontana dalla propria: la volontà comune di tutelare e affrancare gli ultimi, un tema tanto caro alla sensibilità cattolica e centrale nella dottrina sociale della Chiesa. Di fronte a una problematica così urgente, così cruciale, il dialogo con il mondo socialista diventa quasi un obbligo morale, che non si traduce nella necessità di abbracciarne la dottrina, come già sottolineato, ma di guardare con interesse alle applicazioni pratiche della stessa, sulla scia della strada tracciata da Giovanni XXIII nella celebre Pacem in terris (1963) con la sua lucidissima distinzione tra le «false dottrine filosofiche» e i «movimenti storici» che da esse hanno tratto e traggono tuttora ispirazione. Infatti è proprio tale distinzione a gettare i presupposti per «un avvicinamento o un incontro di ordine pratico». Evidentemente il vescovo di Ivrea riteneva che tali presupposti, sotto la segreteria di Enrico Berlinguer, potessero iniziare a sussistere, e ne chiedeva conferma al suo interlocutore.

 

La risposta di Berlinguer

 

Nonostante la risonanza mediatica dell’iniziativa di Bettazzi, la risposta di Berlinguer si fece attendere fino all’ottobre del 1977, certo non per mancanza di cortesia, ma piuttosto per il grande impegno che i mesi successivi alle elezioni del 1976 richiesero tanto al segretario quanto all’intera direzione del PCI, per la prima volta dal 1947 chiamato a svolgere un ruolo, seppur attraverso una semplice astensione, o «non sfiducia», nella direzione politica del Paese (il 30 luglio 1976 si era infatti insediato il governo Andreotti III, che aveva visto per la prima volta il PCI non votare contro la fiducia all’esecutivo).

 

Berlinguer si scusa di tale ritardo, ringrazia il suo interlocutore, sottolinea anch’egli l’importanza della questione per la risoluzione dei problemi dell’Italia e si impegna infine a rispondere soprattutto nel merito dell’«ispirazione ideale» del partito. L’intera lettera di Enrico Berlinguer è volta a dimostrare il carattere laico (e non ateo!) del PCI e come tale laicità non rappresenti una novità della sua segreteria, ma sia stata sempre un principio fondante del partito, sia sotto la guida di Palmiro Togliatti (di cui Berlinguer riporta un importante passo del discorso di Bergamo del 1963), sia sotto quella di Luigi Longo (che all’XI congresso del PCI dichiarò: «Come siamo contro lo Stato confessionale, così siamo contro l’ateismo di Stato»), sia fin dalle origini, perché il rapporto particolare del PCI con la religione, e soprattutto con il mondo cattolico, è frutto di un rilievo specifico dato alla questione «da Gramsci in poi».

 

Perciò, come lo spirito della lettera di Bettazzi potrebbe essere compreso solo leggendo le prime righe, allo stesso modo la summa dell’intera tesi berlingueriana è racchiusa nell’affermazione che «nel Partito comunista italiano esiste ed opera la volontà non solo di costruire e di far vivere qui in Italia un partito laico e democratico, come tale non teista, non ateista e non antiteista; ma di volere anche, per diretta conseguenza, uno Stato laico e democratico, anch'esso dunque non teista, non ateista, non antiteista». Non a caso essa rappresenta il lascito ideologico più importante forse dell’intero carteggio e il passo più citato dello stesso.

 

Ma la risposta di Berlinguer si focalizza anche sulla necessità che tale laicità del PCI, e quel rapporto certamente originale intrattenuto con la religione da un partito che dell’ideologia marxista-leninista faceva ancora la sua bandiera (il riferimento al marxismo-leninismo scomparirà dallo statuto del PCI solo al XV congresso del partito, nel 1979), non si traduca in alcun modo in un trattamento preferenziale nei confronti del cattolicesimo e delle sue istituzioni. Da cui l’inderogabile missione, già citata, della costruzione di uno Stato «laico, cioè non ideologico».

 

Un insegnamento per l’oggi

 

Cosa resta oggi, quale insegnamento può veramente essere stimolato dal carteggio tra il vescovo di Ivrea e il segretario del Partito comunista italiano? La laicità dello Stato non è in discussione nel dibattito contemporaneo, né lo è in alcun modo la compatibilità del proprio sentimento religioso con l’adesione ai grandi partiti della sinistra istituzionale dell’Italia del XXI secolo (si pensi al fatto che tra i partiti la cui fusione diede vita al PD, il più importante soggetto politico dell’odierna area di centrosinistra, vi era La Margherita, ovvero l’erede diretto della DC). Ebbene, nel ricordare questa tappa fondamentale dello sviluppo ideologico e sociale dell’Italia della seconda metà del secolo scorso, si è voluto porre l’accento, in apertura, sul tema del dialogo e sulla sua crisi. Tanto Bettazzi quanto Berlinguer utilizzano più volte, nelle loro lettere, il termine dialogo, e lo usano in una modalità assai particolare, trattandolo, più che come un mezzo, quasi come un fine: scrive Bettazzi, proprio all’inizio della sua lettera, «È per amore del dialogo che mi rivolgo a Lei»; allo stesso modo Berlinguer risponde che la «soluzione positiva» dei problemi posti dal vescovo è cruciale, tra le altre cose, «per lo sviluppo di quel dialogo, per amore del quale ha pensato di rivolgersi a me».

 

Emerge chiaramente, quindi, come il dialogo non si configuri solo come il ponte attraverso il quale far comunicare due realtà parallele, ma quasi come una prima meta da raggiungere, come un primo approdo, un punto di arrivo non definitivo ma comunque importante. Si è detto che la società contemporanea sta perdendo di vista l’importanza del dialogo per chiudersi in un clima di crescente polarizzazione, ma anche quella dell’epoca vedeva alcune delle parti in gioco asserragliarsi dietro le proprie «barricate», dalle quali però ci si lanciava molotov, non slogan. Eppure, Bettazzi e Berlinguer, nelle loro lettere, vanno alla ricerca del dialogo, come primo passo per la cooperazione, come componente fondamentale del processo per raggiungere la Verità e la Giustizia. Non a caso il segretario cita un altro passo della Pacem in terris: «Gli incontri e le intese, nei vari settori dell’ordine temporale, fra credenti e quanti non credono, o credono in modo non adeguato, perché aderiscono ad errori, possono essere occasione per scoprire la verità e per renderle omaggio». Solo attraverso l’incontro, l’intesa, la cooperazione, la mediazione, infine appunto il dialogo, si può arrivare alla Verità, o ci si può giungere vicino. Che splendido inno al dialogo che hanno intonato Luigi Bettazzi ed Enrico Berlinguer!

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

Giovanni XXIII, Lettera enciclica Pacem in terris, 11 aprile 1963.

Mons. Luigi Bettazzi, «Lettera aperta» al segretario del PCI Enrico Berlinguer, 6 luglio 1976, pubblicata sul settimanale diocesano Il Risveglio Popolare, 8 luglio 1976.

Enrico Berlinguer, Comunisti e cattolici: chiarezza di principi e base di un’intesa, 7 ottobre 1977, pubblicato su Rinascita, 14 ottobre 1977.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]