QUANDO CHIESA E PCI SI TESERO LA
MANO
CARTEGGIO BETTAZZI-BERLINGUER
di
Luca De Marco
Quella contemporanea è una società
iper-polarizzata, in cui lo scontro
frontale appare l’unico modo
possibile per fare politica e
accrescere il proprio consenso, in
cui gli slogan hanno soppiantato, da
tempo, i programmi e in cui il
dialogo sembra essere stato messo da
parte, riposto in un cassetto ormai
polveroso, sostituito da nuove
modalità di confronto, più adatte
alle moderne forme di comunicazione.
Ebbene, spesso gli anniversari della
storia vengono incontro ai posteri
come fertili occasioni di riscoperta
del passato nell’ottica di un
miglioramento del presente, perciò i
cinquant’anni dall’inizio del
carteggio tra il vescovo di Ivrea,
monsignor Luigi Bettazzi, e il
segretario del PCI, Enrico
Berlinguer, rappresentano un invito
da cogliere al volo per riflettere
sulla capacità di dialogare anche
fra parti ideologicamente
contrapposte, tra membri di fazioni
all’apparenza inconciliabili, come
lo erano la Chiesa cattolica e il
più grande partito comunista
dell’occidente: la loro lezione,
coraggiosa e osteggiata da alcune
frange delle rispettive istituzioni
(reazioni particolarmente dure
incontrò l’iniziativa di Bettazzi,
che fu definito «vescovo rosso»),
può oggi fornire nuova attrattiva
all’arte del venirsi incontro.
Il contesto storico
La lettera aperta indirizzata a
Enrico Berlinguer da monsignor Luigi
Bettazzi, datata 6 luglio 1976, si
inserisce all’interno di un contesto
politico e sociale particolarmente
rilevante, che richiede dunque
quantomeno alcuni cenni al fine di
garantire la piena comprensione del
carteggio e della sua portata. Il
1976 fu un anno cruciale per la
sinistra italiana: pochi giorni
prima della pubblicazione della
lettera di Bettazzi, infatti, alle
elezioni politiche del 20 e 21
giugno, il PCI aveva raggiunto il
suo massimo storico, superando il
34% dei consensi e fermandosi ad
appena quattro punti percentuali
dalla DC. Dal punto di vista
politico le conseguenze furono
enormi: fu proprio tale affermazione
elettorale dei comunisti a
convincere definitivamente buona
parte dei vertici democristiani (su
tutti, com’è noto, Moro e
Zaccagnini) della necessità di
coinvolgere, in maniera graduale, il
PCI nella direzione del Paese, e
dunque di accogliere la proposta del
«compromesso storico» lanciata da
Berlinguer già nel 1973, con una
serie di articoli su
Rinascita, alla luce del golpe
di Augusto Pinochet in Cile. Del
compromesso storico si è già scritto
e parlato tanto e bene, e non
occorre qui soffermarsi
ulteriormente sul tema.
Più rilevante, ai fini
dell’argomento, è un’ulteriore
novità legata alle consultazioni del
1976: l’elezione, nelle fila del
PCI, di una serie di cattolici
indipendenti (che infatti poi,
d’intesa con i vertici del partito,
non aderirono al gruppo comunista al
Parlamento, ma a quello della
Sinistra indipendente). Si trattava
di un ulteriore slancio in avanti
nel rapporto tra il PCI e il
cattolicesimo, impossibile da
ignorare tanto per i vertici della
Chiesa, tra i quali si registrò un
certo sconcerto, quanto per la DC.
Lo stesso Bettazzi si rese conto
della straordinarietà dell’evento,
tant’è che ne fa esplicita menzione
nella sua lettera, ove parla del
«fatto nuovo dei “cristiani” che
avete voluto tra i vostri candidati,
e che avete fatto eleggere». Il
contenuto della corrispondenza fu
certamente rilevante per il
dibattito politico dell’epoca; in
particolare, la risposta di
Berlinguer a Bettazzi suscitò
reazioni diverse all’interno del
mondo cattolico, portando alla
pubblicazione di articoli e
riflessioni sulle maggiori riviste e
quotidiani cattolici, quali
L’Osservatore Romano e
Civiltà Cattolica.
La lettera di Bettazzi
La lettera di monsignor Bettazzi si
apre con un duplice atteggiamento:
da un lato la guardinga premessa
circa l’ideologia marxista
«evidentemente inconciliabile con la
fede cristiana», dall’altro
l’apertura nei confronti
dell’interlocutore, a partire dalla
presa di coscienza della «comune
preoccupazione per un avvenire
dell’Italia più cristiano e più
umano». Già queste primissime righe
basterebbero a riassumere l’intero
contenuto della riflessione di
Bettazzi, tutta impegnata a tenere
insieme due realtà al contempo
inconciliabili sul piano teorico e
più vicine del previsto su quello
pratico; da un lato a mostrare
preoccupazione per gli atteggiamenti
dei partiti comunisti nei Paesi in
cui detengono il potere («in troppo
paesi lo sforzo legittimo per un
rinnovamento socialista della
collettività è accompagnato da
eccessi violenti di soppressione di
troppe libertà, compresa quella
religiosa») e a chiedere a
Berlinguer rassicurazioni a
proposito, dall’altro a riconoscere
al segretario senza esitazioni
«il vostro atteggiamento (confermato
dalle posizioni ch'Ella ha assunto
pubblicamente sul piano
internazionale), che sembrerebbe
tendere a realizzare un'esperienza
originaria di comunismo, diversa dai
comunismi di altre
nazioni».
In definitiva, ciò che si riscontra,
per quanto riguarda Bettazzi, è la
volontà di guardare non con
pregiudizi, ma al contrario con
fiducia e sincero interesse, a una
realtà politica che per moltissimi,
soprattutto per i più deboli,
rappresenta l’ultima speranza in un
avvenire migliore, in
un’emancipazione dalla propria
condizione che è tutt’altro che in
contrasto con la fede cattolica.
Proprio a tal proposito il vescovo
afferma che «“il Vangelo” non
costituisce un'alternativa, tanto
meno una contrapposizione alla
“liberazione” dell'uomo, ma ne
dovrebbe costituire l'ispirazione e
l'anima». Particolare rilievo hanno,
nella riflessione di Bettazzi, i
tanti cattolici tra gli elettori del
PCI: «Penso a quelli che hanno
votato per voi e sono cristiani, e
non intendono rinunciare alla loro
fede religiosa, che anzi – forse
nella sofferenza per la
“disobbedienza” alla gerarchia –
pensano così di promuovere una
società più giusta, più solidale,
più partecipata, quindi più
cristiana».
Così si comprende il sentimento
scatenante, il fuoco ispiratore
dell’interesse al dialogo con una
realtà così lontana dalla propria:
la volontà comune di tutelare e
affrancare gli ultimi, un tema tanto
caro alla sensibilità cattolica e
centrale nella dottrina sociale
della Chiesa. Di fronte a una
problematica così urgente, così
cruciale, il dialogo con il mondo
socialista diventa quasi un obbligo
morale, che non si traduce nella
necessità di abbracciarne la
dottrina, come già sottolineato, ma
di guardare con interesse alle
applicazioni pratiche della stessa,
sulla scia della strada tracciata da
Giovanni XXIII nella celebre
Pacem in terris (1963) con la
sua lucidissima distinzione tra le
«false dottrine filosofiche» e i
«movimenti storici» che da esse
hanno tratto e traggono tuttora
ispirazione. Infatti è proprio tale
distinzione a gettare i presupposti
per «un avvicinamento o un incontro
di ordine pratico». Evidentemente il
vescovo di Ivrea riteneva che tali
presupposti, sotto la segreteria di
Enrico Berlinguer, potessero
iniziare a sussistere, e ne chiedeva
conferma al suo interlocutore.
La risposta di Berlinguer
Nonostante la risonanza mediatica
dell’iniziativa di Bettazzi, la
risposta di Berlinguer si fece
attendere fino all’ottobre del 1977,
certo non per mancanza di cortesia,
ma piuttosto per il grande impegno
che i mesi successivi alle elezioni
del 1976 richiesero tanto al
segretario quanto all’intera
direzione del PCI, per la prima
volta dal 1947 chiamato a svolgere
un ruolo, seppur attraverso una
semplice astensione, o «non
sfiducia», nella direzione politica
del Paese (il 30 luglio 1976 si era
infatti insediato il governo
Andreotti III, che aveva visto per
la prima volta il PCI non votare
contro la fiducia all’esecutivo).
Berlinguer si scusa di tale ritardo,
ringrazia il suo interlocutore,
sottolinea anch’egli l’importanza
della questione per la risoluzione
dei problemi dell’Italia e si
impegna infine a rispondere
soprattutto nel merito
dell’«ispirazione ideale» del
partito. L’intera lettera di Enrico
Berlinguer è volta a dimostrare il
carattere laico (e non ateo!) del
PCI e come tale laicità non
rappresenti una novità della sua
segreteria, ma sia stata sempre un
principio fondante del partito, sia
sotto la guida di Palmiro Togliatti
(di cui Berlinguer riporta un
importante passo del discorso di
Bergamo del 1963), sia sotto quella
di Luigi Longo (che all’XI congresso
del PCI dichiarò: «Come siamo contro
lo Stato confessionale, così siamo
contro l’ateismo di Stato»), sia fin
dalle origini, perché il rapporto
particolare del PCI con la
religione, e soprattutto con il
mondo cattolico, è frutto di un
rilievo specifico dato alla
questione «da Gramsci in poi».
Perciò, come lo spirito della
lettera di Bettazzi potrebbe essere
compreso solo leggendo le prime
righe, allo stesso modo la
summa dell’intera tesi
berlingueriana è racchiusa
nell’affermazione che «nel Partito
comunista italiano esiste ed
opera la volontà non solo di
costruire e di far vivere qui in
Italia un partito laico e
democratico, come tale non teista,
non ateista e non antiteista; ma di
volere anche, per diretta
conseguenza, uno Stato laico e
democratico, anch'esso dunque non
teista, non ateista,
non antiteista». Non a caso essa
rappresenta il lascito ideologico
più importante forse dell’intero
carteggio e il passo più citato
dello stesso.
Ma la risposta di Berlinguer si
focalizza anche sulla necessità che
tale laicità del PCI, e quel
rapporto certamente originale
intrattenuto con la religione da un
partito che dell’ideologia
marxista-leninista faceva ancora la
sua bandiera (il riferimento al
marxismo-leninismo scomparirà dallo
statuto del PCI solo al XV congresso
del partito, nel 1979), non si
traduca in alcun modo in un
trattamento preferenziale nei
confronti del cattolicesimo e delle
sue istituzioni. Da cui
l’inderogabile missione, già citata,
della costruzione di uno Stato
«laico, cioè non ideologico».
Un insegnamento per l’oggi
Cosa resta oggi, quale insegnamento
può veramente essere stimolato dal
carteggio tra il vescovo di Ivrea e
il segretario del Partito comunista
italiano? La laicità dello Stato non
è in discussione nel dibattito
contemporaneo, né lo è in alcun modo
la compatibilità del proprio
sentimento religioso con l’adesione
ai grandi partiti della sinistra
istituzionale dell’Italia del XXI
secolo (si pensi al fatto che tra i
partiti la cui fusione diede vita al
PD, il più importante soggetto
politico dell’odierna area di
centrosinistra, vi era La
Margherita, ovvero l’erede diretto
della DC). Ebbene, nel ricordare
questa tappa fondamentale dello
sviluppo ideologico e sociale
dell’Italia della seconda metà del
secolo scorso, si è voluto porre
l’accento, in apertura, sul tema del
dialogo e sulla sua crisi. Tanto
Bettazzi quanto Berlinguer
utilizzano più volte, nelle loro
lettere, il termine dialogo, e lo
usano in una modalità assai
particolare, trattandolo, più che
come un mezzo, quasi come un fine:
scrive Bettazzi, proprio all’inizio
della sua lettera, «È per amore del
dialogo che mi rivolgo a Lei»; allo
stesso modo Berlinguer risponde che
la «soluzione positiva» dei problemi
posti dal vescovo è cruciale, tra le
altre cose, «per lo sviluppo di quel
dialogo, per amore del quale ha
pensato di rivolgersi a me».
Emerge chiaramente, quindi, come il
dialogo non si configuri solo come
il ponte attraverso il quale far
comunicare due realtà parallele, ma
quasi come una prima meta da
raggiungere, come un primo approdo,
un punto di arrivo non definitivo ma
comunque importante. Si è detto che
la società contemporanea sta
perdendo di vista l’importanza del
dialogo per chiudersi in un clima di
crescente polarizzazione, ma anche
quella dell’epoca vedeva alcune
delle parti in gioco asserragliarsi
dietro le proprie «barricate», dalle
quali però ci si lanciava molotov,
non slogan. Eppure, Bettazzi e
Berlinguer, nelle loro lettere,
vanno alla ricerca del dialogo, come
primo passo per la cooperazione,
come componente fondamentale del
processo per raggiungere la Verità e
la Giustizia. Non a caso il
segretario cita un altro passo della
Pacem in terris: «
Gli
incontri e le intese, nei vari
settori dell’ordine temporale, fra
credenti e quanti non credono, o
credono in modo non adeguato, perché
aderiscono ad errori, possono essere
occasione per scoprire la verità
e per renderle omaggio».
Solo attraverso l’incontro,
l’intesa, la cooperazione, la
mediazione, infine appunto il
dialogo, si può arrivare alla
Verità, o ci si può giungere vicino.
Che splendido inno al dialogo che
hanno intonato Luigi Bettazzi ed
Enrico Berlinguer!
Riferimenti bibliografici:
Giovanni XXIII, Lettera enciclica
Pacem in terris, 11 aprile 1963.
Mons. Luigi Bettazzi, «Lettera
aperta» al segretario del PCI Enrico
Berlinguer, 6 luglio 1976,
pubblicata sul settimanale diocesano
Il Risveglio Popolare, 8 luglio
1976.
Enrico Berlinguer,
Comunisti e cattolici: chiarezza di
principi e base di un’intesa, 7
ottobre 1977, pubblicato su
Rinascita, 14 ottobre 1977.