Carmelo Palladino, anarchico
Tra Bakunin e l'oblio
di Benedetto
Asciuti
Nel
ventennio successivo all’Unità
d’Italia (1860–1880), una parte
significativa dei protagonisti del
Risorgimento maturò una profonda
disillusione nei confronti del nuovo
Stato nazionale. In questo clima di
frustrazione politica e sociale si
diffuse l’interesse per le idee
anarchiche, favorito anche dalla
presenza in Italia di Michail
Bakunin, che contribuì alla nascita
dell’anarchismo organizzato fondando
la “Fratellanza Internazionale”,
dalla quale emerse la prima
generazione di anarchici italiani,
tra cui Errico Malatesta, Carlo
Cafiero e Carmelo Palladino.
Carmelo Palladino nacque a Cagnano
Varano (Gargano) il 23 ottobre 1842.
Il padre Antonio era un noto
avvocato e patriota, la madre
Raffaela Fiorentino apparteneva alla
nobiltà locale. Con i primi studi
compiuti a Napoli, entrò in contatto
con Bakunin e si inserì attivamente
nei circoli rivoluzionari cittadini.
Partecipò alla fondazione della
sezione napoletana dell’Associazione
Internazionale dei Lavoratori, di
cui fu segretario e corrispondente,
costruendo una rete di relazioni con
i principali esponenti
dell’anarchismo italiano ed europeo.
Di particolare rilievo fu la sua
corrispondenza con Friedrich Engels
e Karl Marx, che testimonia
l’inserimento di Palladino nei
circuiti internazionali del
socialismo ottocentesco; Marx gli
donò anche un testo con dedica
personale. Tornato a Cagnano Varano,
Palladino sposò Antonia Caccavelli,
dalla quale ebbe due figlie, ed
esercitò la professione di avvocato
senza interrompere l’impegno
politico né i contatti con gli
ambienti sovversivi.
Nel 1879 fu arrestato con l’accusa
di cospirazione contro l’ordine
costituito, ma venne scarcerato
pochi mesi dopo su disposizione del
tribunale di Lucera. Continuò a
collaborare con giornali e
pubblicazioni socialiste, elaborando
tesi per i congressi
dell’Associazione Internazionale dei
Lavoratori. La sua abitazione
divenne un punto di riferimento per
esponenti di primo piano
dell’anarchismo italiano, tra cui
Errico Malatesta e Francesco
Merlino.
La vita di Palladino fu segnata da
difficoltà economiche e
dall’isolamento geografico del
Gargano, come emerge chiaramente
dalla sua corrispondenza privata.
Negli anni Ottanta dell’Ottocento
ricoprì l’incarico di avvocato del
Comune di Cagnano Varano, che
abbandonò nel 1888 ritenendo
inadeguato il compenso rispetto alle
responsabilità richieste. Nel 1881
fu inoltre sottoposto a misure di
sorveglianza da parte delle autorità
di polizia in seguito alla
pubblicazione di articoli ritenuti
sovversivi.
Palladino morì il 19 gennaio 1896,
colpito alle spalle mentre rientrava
nella propria abitazione. La sua
figura cadde progressivamente
nell’oblio, anche a causa della
distruzione dei suoi scritti da
parte dei familiari, circostanza che
ne ha fortemente compromesso la
memoria storica.
Il suo pensiero emerge soprattutto
nella traduzione rielaborata di Parigi
ceduta di Gustave Flourens e nel
saggio Le
caste, in cui analizza le
profonde disuguaglianze della
società postunitaria. L’anarchismo
di Palladino si fonda
prevalentemente su un forte senso di
giustizia sociale e sulla denuncia
di una struttura sociale rigidamente
divisa in “caste”, che nega al
lavoratore reali possibilità di
emancipazione.
L’anarchismo di Carmelo Palladino
nasce dalla constatazione delle
profonde disuguaglianze della
società postunitaria, da lui
concepita non come articolata in
ceti, ma rigidamente divisa in
caste. In questo quadro il
lavoratore è relegato a una
condizione di subordinazione, mentre
il possidente beneficia di privilegi
che rendono quasi impossibile ogni
mobilità sociale. Al proletario,
privo di tutele e relazioni, resta
solo l’emarginazione; il borghese,
al contrario, può contare su reti di
protezione e connivenze. Tra le due
principali matrici del pensiero
anarchico, l’esaltazione della
libertà individuale e il senso della
giustizia sociale, Palladino si
colloca decisamente nella seconda.
La sua adesione all’anarchismo nasce
dal rifiuto di una società segnata
da disuguaglianze profonde e
strutturali, in cui le distanze tra
ricchi e poveri, tra borghesia e
proletariato, restano
sostanzialmente immutate. Anche con
l’avvento della società di massa e
di un benessere diffuso, le
ricchezze continuano a concentrarsi
nelle mani di pochi, mentre il
lavoro diventa sempre più precario
e, su scala globale, il capitalismo
riproduce forme di sfruttamento
estremo. Se in passato suscitava
indignazione la condizione dei
contadini garganici, oggi la stessa
indignazione riguarda lo
sfruttamento dei lavoratori
migranti, inseriti in un sistema
globale che accomuna contesti
diversi nella medesima logica di
oppressione.
Per Palladino, il superamento della
società diseguale passa attraverso
l’azione di un’avanguardia militante
e, soprattutto, la partecipazione
consapevole delle masse. Il
cambiamento non assume forme di
violenza rivoluzionaria, ma quelle
di una trasformazione
sostanzialmente incruenta, affidata
alla forza collettiva e alla
capacità di neutralizzare il potere
dei possidenti. Centrale in questo
processo è il ruolo dell’istruzione,
intesa come strumento di
emancipazione e come mezzo per
superare la separazione tra lavoro
manuale e intellettuale, in favore
di una formazione integrale
dell’individuo, secondo una
prospettiva di chiara ascendenza
bakuniniana, condivisa anche da Lev
Tolstoj, il quale aveva elaborato il
principio del “lavoro per il pane”.
Palladino non è stato un grande
teorico ma un appassionato, e la
passione gli consente di cogliere
l’essenziale. E l’essenziale sono le
parole con cui chiude un suo scritto
del 1882 per la rivista “La
Lanterna” di Firenze: “… e ci
compenetriamo più di tutti delle
sofferenze dell’Umanità; e
malfattori come siamo, prepariamo
per quelli che nasceranno: pane,
uguaglianza, libertà, giustizia
morale. Ci riusciremo? Un giorno lo
registrerà la storia”.
La storia però ha seguito un’altra
direzione: capitalismo e comunismo
si sono divisi il mondo, poi il
primo ha prevalso sul secondo. Le
caste sono sopravvissute in entrambi
i sistemi e tuttora continuano ad
esistere. Eppure, contrariamente a
quanto sosteneva Samuel Huntington,
la storia non è finita e non finisce
qui.
Non è escluso
infatti che saranno proprio quei
“malfattori”, bollati come
sovversivi, a risultare nel giusto,
per aver reclamato ciò che ancora
oggi viene sistematicamente negato:
uguaglianza e libertà per tutti.
Riferimenti bibliografici:
Palladino, C., Le caste
Palladino, C., trad. e rielab., G.
Flourens, Parigi ceduta
Bakunin, M., Scritti politici
Malatesta, E., Scritti scelti
Masini, P. C., Storia degli
anarchici italiani
Romano, S., Il socialismo e
l’anarchismo nell’Italia
postunitaria
Sara Bellofiore, Dizionario
biografico online degli anarchici
italiani
Leonarda Crisetti, Carmelo
Palladino, anarchico, era cagnanese
Mario Spagnoletti, Riflessi del
dibattito ideologico sull'azione
degli anarchici pugliesi (1874-1884)
Rivista La Lanterna, anno I, nr. 15,
11 giugno 1882, articolo di
Palladino Delle disuguaglianze
Sociali
Domenico Tarizzo, L’Anarchia,
storia dei movimenti libertari nel
mondo
Michele Mango, La Capitanata,
dalla pastorizia al capitalismo
agrario
Giovanna Baldessari, Gli
Anarchici